L’annuncio dell’Istat e del Cnel di procedere congiuntamente alla determinazione di una misura del “benessere equo e sostenibile” (Bes) merita un plauso, ma richiede anche qualche “avvertenza per l’uso”. Era prevedibile che il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, che aveva fatto nascere il progetto globale “Measuring the progress of societies” quando era chief statistician dell’Ocse ed aveva anche partecipato ai lavori della Commissione Stiglitz, si sarebbe mosso rapidamente sulla strada di elaborare indicatori “oltre il Pil” anche in Italia.

Da parte sua il presidente del Cnel Antonio Marzano aveva intuito da tempo che la determinazione dei nuovi indicatori, attraverso un ampio processo di coinvolgimento delle parti sociali e della società civile, era un modo efficace non solo di rendere un servizio al Paese, ma anche di dare nuova vitalità al Consiglio da lui presieduto. Marzano, che presiede anche l’Aicesis, la Commissione internazionale dei consigli economici e sociali, e che aveva partecipato al World Forum di Busan, in Corea, si è mosso anche lui con rapidità dopo la sua riconferma al Cnel l’estate scorsa.
C’è da sperare che l’iniziativa non si fermi ad una elaborazione teorica. La domanda che i nuovi indicatori devono soddisfare è fondamentale per qualsiasi programma politico: che cosa è davvero importante per il benessere degli italiani? Su questo interrogativo, prima di dare la parola ai tecnici per la elaborazione degli indicatori più corretti per ciascuna dimensione del benessere, si lavorerà con tre strumenti: un “Gruppo di indirizzo” con la partecipazione di rappresentanti delle parti sociali e della società civile,  una consultazione on line aperta a tutti i cittadini e alcune domande specifiche nella prossima indagine multiscopo dell’Istat. Sarebbe auspicabile che questo processo fosse seguito con attenzione dai media, perché potrebbe anche servire a dare al dibattito politico qualche contenuto un po’ più importante e vicino agli interessi degli italiani rispetto alle escort e agli appartamentini a Montecarlo.
L’iniziativa Istat – Cnel ha anche un altro pregio: la determinazione di un “tavolo” ufficiale ha fermato sul nascere la tentazione di procedere ad indicatori “fai da te” magari inventati per addolcire i dati sulla crisi economica e per far uscire meglio l’Italia nelle classifiche internazionali. Ricordiamo che il ministro Tremonti aveva annunciato l’intenzione di includere questi indicatori già nel documento di programmazione finanziaria recentemente approvato. Poi per fortuna non se n’è fatto nulla, attendendo qualche elaborazione con seria base scientifica, come dovranno essere appunto quelle prodotte da Istat e Cnel.
Ciò detto, dobbiamo anche avvertire con franchezza che Marzano e Giovannini hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, perché si sono dati tempi ristretti: un anno e mezzo. Più o meno sei mesi per decidere le “dimensioni” cioè gli elementi determinanti  del benessere, sei mesi per sperimentare i nuovi indicatori, sei mesi per redigere un primo rapporto congiunto. Ricordiamo che molti Paesi stanno percorrendo la stessa strada, ma che nessuno ha ancora raggiunto risultati definitivi, né il mitico Butan, che tutti citano perché misurerebbe la “felicità interna lorda”, ma che in realtà finora si è limitato a qualche sperimentazione, né il Canada, dotato di uno dei migliori apparati statistici del mondo, che finora ha solo elaborato alcune delle determinanti del  suo “Canadian Index of Well being”.
Insomma, il lavoro necessario per determinare l’indicatore (o più probabilmente gli indicatori, al plurale) del benessere equo e sostenibile è molto impegnativo. Certamente ne vale la pena, soprattutto se il Paese sarà disposto a prenderlo sul serio, con un grande dibattito aperto: le sfida nel campo della comunicazione non è minore della sfida tecnico-statistica.
Su questo argomento sono stato intervistato il 28 dicembre 2010 da Diego Galli di Radio Radicale. Per sentire l’intervista cliccate qui.

3 commenti

  1. L’iniziativa è di estremo interesse, e di importanza fondamentale: continuare a “ragionare in termini di PIL”, come dice Report, è come cercare di andare sempre più veloci, senza vedere le curve che si avvicinano e/o non considerando se nel frattempo il motore fonde.
    Ci sono però anche seri timori: la finanza, dopo la crisi mondiale innescata dai subprime, doveva essere ripensata, ma non mi sembra di aver visto gran che.
    Il motivo, secondo me, è che si lascia fare agli “esperti” e, come diceva Einstein, non si può risolvere un problema adottando il medesimo approccio mentale che ha contribuito a crearlo.
    Si dovrebbe invece lasciare MOLTO spazio a idee nuove, che allarghino il problem setting, mettendo in discussione COME MINIMO il modello di sviluppo economico.
    Sempre per citare qualcuno (Kenneth Boulding), chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista.
    Buon anno,
    Alfredo Bregni

  2. La misurazione del benessere coincide con la misurazione della felicità, o se si preferisce con la percezione del benessere? Perché, dopo aver letto oggi un sondaggio all’interno del Rapporto Eurispes 2011, mi chiedo (o meglio, chiedo a Donato Speroni): come mai gli italiani più felici di vivere in Italia, a giudicare dal sondaggio, vivono nelle Isole, mentre le città siciliane risultano ultime classificate nella graduatoria stilata dal Sole24Ore sulla qualità della vita nelle città italiane? Perchè c’è una così forte discrepanza tra una misura abbastanza ampia del benessere, se non della felicità, e la percezione del benessere da parte di una larga fetta della popolazione italiana?

  3. Leggo con interesse questo post, e apprendo che finalmente l’Istat svilupperà degli indicatori per misurare il benessere. Leggo in particolare che ci dovrebbe essere:
    -un “Gruppo di indirizzo” con la partecipazione di rappresentanti delle parti sociali e della società civile;
    -una consultazione on line aperta a tutti i cittadini e
    -alcune domande specifiche nella prossima indagine multiscopo dell’Istat.

    Parlando della consultazione online aperta a tutti i cittadini, vorrei partecipare allo sviluppo del sito per tale consultazione. Questo genere di consultazioni stanno diventando sempre più comuni, spesso organizzate sul principio di permettere a chiunque di presentare le proprie proposte e di votare le proposte degli altri.

    Questa struttura ha come punto di forza il fatto di raggiungere alla fine una serie di proposte ben definite. Il punto debole di questa struttura è che nuove proposte, o proposte presentate a metà del processo vengono facilmente sommerse, e ignorate. Indipendentemente dalla bontà della proposta stessa.

    Personalmente sono laureato in matematica con un dottorato in bioinformatica. Recentemente lavoro nel campo della e-democracy per l’università di Coimbra (uno dei famosi cervelli all’estero). Col mio team, abbiamo sviluppato due sistemi che potrebbero essere utili in questo contesto.

    Uno chiamato “Vilfredo goes to Athens” (Vilfredo va ad Atene), aiuta un gruppo limitato di esperti a raggiungere una risposta consensuale su una domanda aperta.

    Un’altro, più recente e che ancora non è stato presentato, permette di raccogliere le idee e i suggerimenti da un gruppo aperto di cittadini, mantenendo la visibilità di tutte le idee proposte. E’ questo secondo sistema che vorremmo proporre per la consultazione on line di cui sopra.

    Cordiali saluti,
    Pietro

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