La democrazia può dipendere dal sorteggio anziché dall’elezione dei rappresentanti del popolo? A prima vista sembra un’affermazione demagogica. Ma consiglio di leggere con attenzione l’intervista di Luigi Bobbio, direttore del Master di Analisi delle Politiche Pubbliche presso l’Università di Torino, pubblicata su Una Città , la bella rivista edita a Forlì e dedicata a interviste sulle attività di base, alla ricerca delle nuove forme di partecipazione, alla condivisione delle buone pratiche internazionali più significative.
La matrice di Una Città è indubbiamente di sinistra, e non c’è da stupirsi perché a sinistra sta gran parte del tessuto intermedio tra cittadini e istituzioni, rappresentato delle associazioni di volontariato e dalle mille iniziative sociali. Di questa rivista è però da tutti apprezzabile il tono, che non è mai quello della contrapposizione di schieramento, ma sempre della testimonianza e del racconto delle esperienze. Ed è in questo spirito che va vista l’intervista del politologo Bobbio, figlio del filosofo Norberto. Ne consiglio la lettura integrale, mentre qui offro una mia interpretazione.
Ci dibattiamo tutti in una contraddizione: sappiamo infatti che le vecchie forme di democrazia settecentesca non funzionano più, perché la gente, che è o si crede più colta, non si accontenta di delegare le decisioni che li riguardano a un gruppo ristretto, eletto ogni quattro o cinque anni. Ma sappiamo anche che le forme di democrazia diretta (oggi tecnologicamente possibili: in teoria con internet tutti potrebbero votare su tutto) sono un disastro perché gran parte della gente è poco informata, ascolta i peggiori demagoghi, deciderebbe sulla base dei propri umori senza valutare tutti i pro e i contro che le scelte politiche implicano. E la stessa cosa accade nelle assemblee aperte a tutti, dove prevale chi sa parlare meglio e organizza la claque.
E allora? Ci sono in giro nel mondo una serie di sperimentazioni (ben descritte nell’intervista di Bobbio) che si basano sul sorteggio di un campione rappresentativo di cittadini, i quali per qualche giorno e/o su determinate decisioni diventano “professionisti della politica”, ascoltando e valutando tutte le argomentazioni tecniche e alla fine proponendo una decisione.
Gli esperimenti sono stati condotti in diversi paesi e in varie forme, con maggiore o minore successo, anche perché la formula va affinata sulla base delle esperienze. Ma indubbiamente rappresentano un’ipotesi di partecipazione interessante, in alternativa alla politica affidata sempre e soltanto ai “soliti noti”.
In conclusione: la voglia di partecipazione è tanta, e internet l’ha sicuramente rafforzata. Ma dovendo evitare decisioni superficiali, delle quali l’intera collettività poi si pentirebbe, è necessario che chi deve decidere studi effettivamente i problemi ascoltando tutte le parti in causa. La democrazia per sorteggio funzionava così nell’antica Grecia (dove invece l’elezione era considerata un sistema oligarchico) e del resto anche oggi un meccanismo analogo funziona per le giurie popolari nei processi penali. Può funzionare questa nuova forma di democrazia? Francamente non lo so. Ma chi lo sta sperimentando merita un incoraggiamento. In molti casi, soprattutto nelle amministrazioni locali, questa sperimentazione può essere applicata con risultati sicuramente interessanti.

English: This post links to an interesting article by Luigi Bobbio about some Italian experiences in the so called “active democracy” which is implemented through consensus conferences on specific issues by a limited group of citizens drawn to represent the whole population.

On similar subject see Lyn Carson’s website and also the article Improving Public Deliberative Practice: A Comparative Analysis of Two Italian Citizens’ Jury Projects in 2006.

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