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	<title>Donato Speroni &#187; Sinistra</title>
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		<title>Apocalittici e impiegati</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 17:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non possiamo accettare in modo acritico le professioni di fede di chi ci dice che tutto è sotto controllo. Insomma, tra l&#8217;apocalisse e l&#8217;ottimismo ingiustificato c&#8217;è una strada stretta fatta di analisi critica e di governance internazionale.<span id="more-69"></span><br />
&#8220;Prof, ma il capitalismo non finirà di botto, com&#8217;è successo al comunismo? Non riesco immaginare come possa risolvere i problemi di questo secolo&#8230;&#8221;. Mi ha interrogato così un mio studente dell&#8217; <a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> , al termine di una lezione sulle sfide energetiche e ambientali.<br />
Gli ho risposto che il comunismo si confrontava con un altro modello che si era dimostrato più efficiente nell&#8217;allocazione delle risorse: il capitalismo, appunto. Mentre oggi non si vede un&#8217;alternativa  se non una graduale correzione dell&#8217;attuale economia di mercato.<br />
Esistono ancora i rivoluzionari, intesi  come quelli che sognano la rivolta delle masse che rovescia le istituzioni per instaurare un ordine nuovo? Direi di no, tranne poche frange di emarginati. Chi ha fatto il &#8217;68 era davvero convinto che la rivoluzione, cioè un drastico cambiamento verso una società più giusta, fosse davvero a portata di mano. Questa illusione è stata spazzata via non solo dalla delusione dell&#8217;esperienza comunista, ma dalla scoperta che gran parte della popolazione del Sud del mondo vuole soltanto partecipare alla divisione di quei frutti di cui il Nord già gode. I popoli di India, Cina, Sudafrica, Brasile, Messico, Russia tutto vogliono fuorché la rivoluzione. Certo, ci sono ancora sulla Terra miliardi di disperati, ma neanche l&#8217;ideologo più fuori dalla realtà può pensare che la rivolta possa avere come punti di forza il Bangladesh o il Mali. A meno che non si intenda per  rivoluzione quella sognata da Al Qaida, che per gran parte del mondo è invece un incubo da combattere.<br />
No, i rivoluzionari non esistono più  come forza protagonista della scena mondiale. Esistono però, e sono sempre più numerosi, gli apocalittici: quelli cioè che sono convinti che &#8220;il sistema&#8221; non riuscirà a far  fronte alle  sue contraddizioni e imploderà. E&#8217; una nuova forma di rivoluzione &#8220;inevitabile&#8221;, come voleva essere il marxismo scientifico, che immagina che il nuovo mondo si costruirà &#8220;<a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">bottom up</a>&#8221; con piccole comunità che si ricostituiranno le condizioni di vita secondo un nuovo modello di sviluppo più sostenibile per il pianeta. In realtà questo modello comporta la probabile morte di  quei due miliardi almeno di persone che vivono in grandi metropoli e  che dipendono dai sistemi complessi per il loro sostentamento, ma raramente gli apocalittici se  ne preoccupano. O meglio, non sanno che farci, ma intanto si comprano il loro campicello per autoprodurre il necessario.<br />
La  tendenza degli apocalittici è di pensare che siamo sempre alla vigilia del collasso. Adesso, per esempio, di fronte alla recessione innescata dagli Stati Uniti, c&#8217;è chi prevede il crollo del sistema. E&#8217; il caso di Mike Adams,  un pensatore indipendente il cui ultimo articolo  &#8220;Il prossimo collasso finanziario dell&#8217;America&#8221; merita un&#8217;attenta lettura. Intendiamoci, Adams dice molte cose vere e probabilmente descrive con chiarezza l&#8217;insostenibilità dell&#8217;attuale meccanismo economico americano. Forse ha più ragione lui piuttosto che i tanti impiegati del sistema finanziario, che sono tenuti a  minimizzare la gravità della situazione perché la fiducia è il carburante del sistema. Da questo punto di vista anche il <a href="http://www.weforum.org/en/media/Latest%20Press%20Releases/GlobalRisk08Press">rapporto</a> &#8220;Global Risks 2008&#8243; presentato in vista del vertice di Davos dice che il sistema deve essere più governato, ma traccia un quadro che tende probabilmente a sottovalutare la  gravità della situazione.<br />
Anche se l&#8217;ottimismo ufficiale è ingiustificato, non è detto però che il totale pessimismo sull&#8217;efficacia dei meccanismi di correzione del sistema economico globale sia giustificato. Personalmente,  la penso come Fabrizio Galimberti, il commentatore del Sole 24 Ore, che <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=GW1TD">sottolinea</a> come &#8220;la costellazione di fattori favorevoli&#8221; (e cioè &#8220;la voglia di benessere di miliardi di uomini gettati nell&#8217;economia globale, la favolosa stagione di innovazioni tecnologiche, la stessa innovazione finanziaria nonostante gli eccessi&#8221;) farà &#8220;affluire i capitali in ogni utile nicchia del rapporto rischio/rendimento&#8221;, mantenendo in funzione la macchina della globalizzazione.<br />
Non credo dunque che il sistema economico globale sia alla vigilia del collasso, anche se immagino, anche a seguito di questa crisi, una forte redistribuzione dei pesi relativi: una ridistribuzione di cui la crescita dei &#8220;fondi sovrani&#8221; è la prima dimostrazione tangibile. Il potere economico si sposta verso l&#8217;Asia, ma non solo: il peso assunto da Chavez in America Latina grazie ai petrodollari ne è un&#8217;altra dimostrazione. Come è scritto nell&#8217;<a href="http://limes.espresso.repubblica.it/2007/12/21/liturgie-del-tempo-estremo/?p=420">editoriale</a> di Limes, negli anni &#8217;70 le &#8220;sette sorelle&#8221; controllavano il 75% delle riserve petrolifere e l&#8217;80% della produzione. Oggi si devono accontentare rispettivamente del 6 e del 24% (quanto al gas: 20 e 35%). Il 60% delle riserve mondiali appartiene  invece alle prime dieci compagnie controllate dai Paesi produttori&#8221;. Ma fondi  sovrani, caudilli del Sudamerica e National Oil Companies vogliono controllare questo sistema, non certo distruggerlo. E per evitare di diventare una colonia l&#8217;Europa (e anche l&#8217;Italia) deve avere una politica chiara, senza perdere tempo  a discutere di stupidaggini.<br />
Il discorso diventa ancora più serio se torniamo al tema da cui siamo partiti: l&#8217;energia e l&#8217;ambiente. Qui, purtroppo, gli apocalittici potrebbero avere ragione. Per quanto si possa fare per migliorare la governance ambientale (e Bali  rappresenta solo una presa d&#8217;atto della gravità del problema) i risultati sulle emissioni di CO2 non si avranno prima del 2030, nella migliore delle ipotesi. E nessuno sa se nel frattempo il peggioramento del clima avrà un andamento lineare (un paio di gradi di riscaldamento, qualche centimetro d&#8217;innalzamento dei mari, più catastrofi ma non LA catastrofe) oppure avremo un tracollo (cambiamento delle correnti dei mari, scioglimento accelerato delle calotte, inondazioni e migrazioni obbligate per centinaia di milioni di persone). I rischi sono gravissimi, ma lo sono stati in altri momenti a noi vicini, quando per esempio  l&#8217;umanità ha rischiato di essere cancellata per qualche errore di valutazione di chi aveva il dito sul pulsante nucleare. Come allora, l&#8217;unica cosa da fare, a mio giudizio, è ragionare, cercare di migliorare la governance globale, vedere le cose realisticamente senza farsi  abbindolare dall&#8217;ottimismo interessato degli impiegati del sistema, ma anche senza abbandonarsi al pessimismo distruttivo degli apocalittici.</p>
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		<title>Sei top down o bottom up?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 21:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una distinzione che passa all&#8217;interno di tutti gli schieramenti; c&#8217;è chi crede che i miglioramenti collettivi debbano provenire dall&#8217;alto e chi dal basso. I &#8220;top down&#8221; sono quelli che credono nelle istituzioni politiche, magari per abbatterle e crearne di nuove. La loro attenzione è soprattutto rivolta al funzionamento delle organizzazioni collettive. I &#8220;bottom up&#8221; pensano invece che qualsiasi riforma debba provenire dall&#8217;esperienza delle comunità locali, o addirittura da un cambiamento profondo della psicologia umana. E&#8217; fin troppo facile affermare che in realtà qualsiasi innovazione importante ha bisogno di entrambe le tendenze. Invece si corre il rischio che la contrapposizione, se accentuata e trasformata in ideologia (e mi sembra che stia avvenendo), diventi materia di confusione e di paralisi.<span id="more-48"></span><br />
I concetti di destra e sinistra sono sempre più incerti, ma più o meno sappiamo di che cosa stiamo parlando. Chi sta a destra è più attento ai valori della stabilità e dell&#8217;ordine, chi sta a sinistra guarda al cambiamento. A destra si tende a privilegiare i valori dell&#8217;individuo, a sinistra le esigenza di giustizia sociale. Schemi molto generali ma ancora validi, anche se la realtà italiana tende a intorbidare le acque.<br />
C&#8217;è però una distinzione che passa all&#8217;interno di tutti gli schieramenti e che in molti casi mi sembra anche più significativa. Premesso che tutti affermano di aspirare a un miglioramento della situazione collettiva (altrimenti non si occuperebbero di politica) c&#8217;è chi crede che questo miglioramento debba provenire dall&#8217;alto e chi dal basso: quelli che possiamo chiamare i &#8220;top down&#8221; e i &#8220;bottom up&#8221;.<br />
I &#8220;top down&#8221; (TD) sono quelli che credono nelle istituzioni politiche, magari per abbatterle e crearne di nuove. La loro attenzione è soprattutto rivolta al funzionamento delle organizzazioni collettive.<br />
I &#8220;bottom up&#8221; (BU) pensano invece che qualsiasi riforma debba provenire dal basso, dall&#8217;esperienza delle comunità locali, o addirittura da un cambiamento profondo della psicologia umana. Sono poco interessati ai meccanismi politici, molto di più alle esperienze concrete che dimostrano la possibilità di vivere o di organizzarsi in modo innovativo, diverso, alternativo.<br />
Esistono TD e BU di destra e di sinistra. Proviamo a fare uno schemino.<br />
TD di destra: crede in uno stato forte, che garantisce la legge e l&#8217;ordine. Favorisce un certo dirigismo in materia economica.<br />
BU di destra: ce ne sono due versioni. Quella di mercato, vuole ridurre al minimo l&#8217;influenza dello Stato e lasciare il massimo di spazio all&#8217;iniziativa individuale. Quella localistica (forte negli Stati Uniti) privilegia  la difesa delle comunità locali: il mondo è nel caos, fortifichiamo il nostro quartiere.<br />
TD di sinistra: sono i politici classici, che in Italia conosciamo fin troppo bene: i socialisti, i comunisti, i cattolici, che in buona o cattiva fede vogliono usare lo Stato, le azioni dell&#8217;esecutivo, i cambiamenti normativi, per ottenere progresso e giustizia sociale.<br />
BU di sinistra: ne fanno parte i delusi dalla politica. In Italia, molti ex sessantottini. Quasi tutti i ragazzi che  conosco. Credono che le uniche esperienze valide siano a livello locale, e spesso con questa convinzione riescono anche a fare cose egregie. Ma non vanno al di là delle buone pratiche locali. Una variante dei BU di sinistra sono i BU religiosi, che pensano che non ci sia politica valida senza un profondo cambiamento dell&#8217;uomo. Anche le forme di non violenza si avvicinano alla BU religione: non reagiamo alle imposizioni del potere o dei violenti e il mondo cambierà. Forse, ma quando?<br />
E&#8217; fin troppo facile affermare che in realtà qualsiasi cambiamento profondo ha bisogno di entrambe le tendenze: è dal basso che provengono le esperienze, le innovazioni più significative, ma solo quando il cambiamento diventa sistema perché le istituzioni lo hanno fatto proprio, si trasforma non più in una pratica lodevole, ma in un&#8217;occasione di miglioramento per tutti. Ma questa circolazione tra &#8220;bottom up&#8221; e &#8220;top down&#8221; mi sembra sempre più difficile. Si corre il rischio che la contrapposizione tra i BU e TD, se accentuata e trasformata in ideologia (e mi sembra che stia avvenendo), diventi materia di confusione e di paralisi.<br />
Prendiamo per esempio il tema &#8220;localismo &#8211; globalizzazione&#8221;. Credo che ben pochi, nel mondo, siano schierati per una difesa acritica della globalizzazione. Anche chi, come me, è convinto che i benefici di questo processo siano superiori ai danni pensa che il processo vada comunque governato per evitare gli effetti più negativi sulle popolazioni più deboli e sull&#8217;insieme del Pianeta. Ma come? Privilegiando sempre e comunque le esperienze locali, rispondono i BU, convinti che gli scambi debbano essere accessori rispetto ai processi di produzione e di governo di ciascuna comunità.<br />
Illusioni, rispondono i TD: in un mondo che arriverà a nove miliardi di individui, di cui metà nelle grandi aree metropolitane, non si può pensare che il ritorno al localismo sia la risposta a tutti i problemi. Servono istituzioni globali. Il problema non è di fare la guerra alle multinazionali. Il problema è migliorare la governance mondiale.<br />
Esempi analoghi si possono fare per le politiche di sviluppo, per il miglioramento ambientale, per  i risparmi di energia: gran parte delle migliori pratiche nascono a livello locale, ma senza un sistema che le tuteli e le diffonda i cambiamenti saranno lentissimi.<br />
Dunque hanno ragione entrambi, i TD e i BU. Personalmente io credo che il recupero della dimensione dal basso sia fondamentale per la qualità della vita. In tutto il mondo si registra una forte affermazione del desiderio di autonomia locale, che consente ai cittadini maggiori livelli di partecipazione e che oggi, grazie a Internet, produce buone pratiche facilmente scambiabili con altre comunità.<br />
Credo però che nel frattempo i processi globali vanno avanti e devono essere governati, senza contrapposizioni paralizzanti. World Trade Organization, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondale possono avere anche sbagliato politica in certi momenti storici, ma non sono affatto convinto che il mondo sarebbe migliore senza queste organizzazioni. Insomma, credo in una politica sempre più attenta alla dimensione locale, ma che non distrugge la dimensione globale e cerca piuttosto di governarla.</p>
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		<title>Viva la democrazia! Sì, ma quale?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 09:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come c&#8217;immaginiamo la democrazia nel 21° secolo? Certamente la gente non si accontenta più di esprimere la propria partecipazione alle scelte collettive attraverso un voto ogni quattro o cinque anni. D&#8217;altra parte la democrazia diretta, oggi tecnicamente possibile grazie alla rete, sarebbe un disastro perché gran parte dei cittadini non sono e non vogliono essere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Come c&#8217;immaginiamo la democrazia nel 21° secolo? Certamente la gente non si accontenta più di esprimere la propria partecipazione alle scelte collettive attraverso un voto ogni quattro o cinque anni. D&#8217;altra parte la democrazia diretta, oggi tecnicamente possibile grazie alla rete, sarebbe un disastro perché gran parte dei cittadini non sono e non vogliono essere adeguatamente informati. E allora? Sono in corso esperimenti interessanti di &#8220;democrazia per sorteggio&#8221; (un gruppo di cittadini viene informato adeguatamente per decidere: come nel caso dei giudici popolari) e nel frattempo si affermano altre forme di pseudo democrazia mediate dalla televisione, da internet, dalle primarie&#8230; Forse l&#8217;unica parziale risposta consiste nel moltiplicarsi delle organizzazioni dal basso che offrano ai cittadini una risposta alla voglia di partecipare e di discutere che un tempo si esprimeva attraverso i partiti. E nel taglio dei livelli di politica professionale: perché retribuire i consiglieri municipali, comunali o provinciali?<span id="more-45"></span><br />
Siamo tutti sinceri democratici, vorremmo che la democrazia si diffondesse pacificamente nel mondo&#8230; Sì, ma quale democrazia? Pensiamo veramente che stiamo andando verso un futuro nel quale i cittadini di un numero crescente di Paesi applicheranno i canoni della democrazia settecentesca, votando ogni quattro o cinque anni per scegliere i rappresentanti che dovranno governarli e poi se ne staranno buoni e zitti ad aspettare le prossime elezioni? Temo che la situazione sia un po&#8217; più complessa.<br />
Intanto mi sembra ormai chiaro che una nostra speranza si è infranta: il progresso economico non è di per sè uno stimolo a una maggiore democrazia. Possiamo anche prevedere che in un futuro non lontano almeno tre miliardi di abitanti della terra godranno il frutto dell&#8217;economia globalizzata, ma questo non significa che avremo tre miliardi di democratici. Anzi, in certe condizioni è molto più facile per i regimi autoritari sfruttare appieno le opportunità della globalizzazione, senza troppi scrupoli di diritti umani e senza perdere troppo tempo in dibattiti interni: la Cina insegna.<br />
Però noi, anche se la battaglia diventa più difficile, siamo democratici perché vorremmo che la gente di ogni comunità partecipasse alle scelte che la riguardano. E allora dobbiamo porci il problema di quali possono essere i meccanismi di decisione politica e di selezione della classe dirigente per i quali battersi nel 21° secolo: un discorso tutt&#8217;altro che astratto anche per l&#8217;Italia, perché va a impattare sui temi della politica e dell&#8217;antipolitica, del partito senza tessere di Walter Veltroni, del difficile rapporto tra cittadini e politici professionisti.<br />
Proviamo a fissare alcuni punti. Innanzitutto, io non credo che la gente si accontenti più di prendere decisioni politiche attraverso la scelta di propri rappresentanti una volta ogni tot anni. Il livello di informazione, anche se superficiale, la continua percezione che i propri interessi sono in gioco, alimentata dai media, creano una forte e indistinta domanda di partecipazione.<br />
La seconda, paradossale considerazione è che mai come oggi la democrazia diretta sarebbe tecnicamente praticabile. In una comunità nella quale tutti i cittadini sono in rete, tutti potrebbero votare su tutto; oppure, modificare la scelta del proprio rappresentante nelle assemblee elettive tutte le volte che questi si comporta in modo difforme dai loro desideri. Sappiamo però (o almeno la stragrande maggioranza di noi ne è convinta) che questo tipo di sistema sarebbe il peggiore possibile, perché i cittadini deciderebbero sull&#8217;onda delle emozioni, senza approfondire adeguatamente le decisioni da prendere, che spesso sono tecnicamente molto complesse. Fare seriamente politica significa essere disponibili ad assorbire non solo una informazione mediatica superficiale ma a studiare questioni che hanno molto sfaccettature e richiedono la mediazione tra molti interessi.<br />
E allora? Come risolvere il dilemma che si crea se i cittadini non hanno più fiducia in una delega in tempi medio lunghi (quattro o cinque anni) a rappresentanti scelti democraticamente, ma al tempo stesso non sono in grado di decidere da soli? Io credo che questo sia il dilemma politico di questo secolo. Un tentativo di risposta è quello degli studiosi che come <a href="http://www.unacitta.it/paginearchivio/num142.html">Luigi Bobbio</a> cercano di formare assembleee statisticamente rappresentative dell&#8217;universo dei cittadini. I membri di queste assemblee, un po&#8217; come i giudici popolari, vengono messi in condizione di avere tutti gli elementi per prendere una determinata decisione (il che vuol dire che devono anche essere pagati per fare per un certo periodo quel lavoro a tempo pieno). La deliberazione di quest&#8217;assemblea servirà poi come parere  consultivo per i politici; oppure avrà direttamente valore deliberativo.<br />
E&#8217; il sistema della &#8220;democrazia per sorteggio&#8221;, un sorteggio guidato da criteri attenti di campionamento. E&#8217; facile però vederne tutti i rischi e il dibattito aperto sulla rivista Una Città li ha messi bene in chiaro. Chi forma il campione e redige le domande avrà un potere formidabile, quasi manipolatorio. Non mi sembrano difficoltà insormontabili, non più di quelle di formare collegi elettorali o di risolvere le altre tecnicalità di un&#8217;elezione, ma per ora questo sistema appartiene ancora al novero degli esperimenti politologici.<br />
L&#8217;alternativa non può essere che quella di lasciare le scelte a un gruppo di designati, che però non incorra più nella diffidenza che sta travolgendo la vecchia casta politica. Le nuove forme di comunicazione consentono oggi di fare politica in modo radicalmente diverso dai vecchi partiti, allo stesso modo in cui la chiesa ha meno bisogno delle parrocchie per raggiungere i fedeli.<br />
La televisione e internet possono essere strumenti formidabili di mobilitazione, per portare la gente in piazza (come fa Beppe Grillo), indurla a votare alle primarie anche se su obiettivi non ben definiti (come fa Walter Veltroni) o organizzare grandi marce su Roma come fanno la destra e i sindacati. Tutte queste forme danno ai cittadini aderenti la sensazione di essere parte di un grande movimento, ma si tratta di forme di partecipazione abbastanza effimere, che alla fine sono usate soprattutto per ratificare decisioni già prese. Il vero rischio  è di avviarci verso una democrazia mediatica ancor più manipolativa delle forme che già conosciamo.<br />
E allora? Dobbiamo rimpiangere il vecchio sistema dei partitoni con i loro comitati centrali e i loro congressi, che con tutti i loro difetti erano pur sempre una grande scuola di selezione della classe dirigente politica? Forse, ma di certo quei sistemi non torneranno più. Come ci immaginiamo allora la democrazia di domani? Quale sarà il sistema per il quale dobbiamo batterci, la cornice istituzionale delle nostre battaglie di uomini liberi?<br />
Io credo che un&#8217;utile cartina al tornasole consiste nel chiedersi dove si svolgeranno le discussioni sulle &#8220;issues&#8221;, cioè i confronti preliminari alle decisioni nelle assemblee elettive, che nella tradizionale politica italiana si svolgevano nei partiti e che certo non sono sostituiti né dalle primarie né dai commenti ai blog di successo.<br />
E&#8217; possibile (anche se mi rendo conto che si tratta di una risposta parziale alla domanda che ho posto all&#8217;inizio) che la politica del domani si sviluppi soprattutto attraverso corpi intermedi aggregatori: associazioni, movimenti di cittadini che si uniscono su una battaglia specifica, gruppi d&#8217;interessi. E&#8217; qui che i cittadini saranno chiamati a partecipare e a discutere. In occasione delle elezioni,  i leader cercheranno di raccogliere quanto più possibile il consenso di queste organizzazioni, senza più pretendere di sistematizzare tutto in un partito globalizzante, che vuole offrire una sua visione del mondo. E&#8217; la &#8220;politica dal basso&#8221;, che richiama fortemente quanto avviene negli Stati Uniti, ma che presuppone, appunto, un tessuto sociale fitto d&#8217;iniziative e di scambi.<br />
L&#8217;Italia dispone di questo tessuto sociale? Non abbastanza, ma certamente di più che in passato, quando partiti, parrocchie e movimenti fiancheggiatori assorbivano gran parte dell&#8217;attività sociale organizzata. Di certo la gente ha una gran voglia di partecipare. La novità è che lo sbocco a questa domanda politica non può più venire dalle strutture di partito, che tendono a manipolarla, ma deve autorganizzarsi: sul territorio, sulla rete, in cento occasioni di scambio e di confronto.<br />
Avanzo anche una proposta: delimitare più strettamente il campo della politica professionale. Io non credo che si possa abolire del tutto, perché un sindaco, un consigliere  regionale, un parlamentare devono dedicare al loro incarico un tempo così impegnativo da richiedere un corrispettivo per campare. Ma perché retribuire i consiglieri circoscrizionali, quelli comunali  o anche quelli provinciali? Se la gente che si avvia all&#8217;attività politica sapesse che solo per pochissimi questa può diventare una professione, probabilmente anche i rapporti tra i cittadini  comuni e la &#8220;casta&#8221; sarebbero ben diversi.</p>
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		<title>Primarie. Mi spiegate per che cosa si vota?</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2007 06:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se il voto alle primarie è una scelta di organi interni al Pd non voterò perché non mi riconosco nel nuovo partito e potrei aderirvi solo quando il suo giornale si chiamerà Unità d&#8217;Europa. Ma anche se votassi voterei Letta perché mi sembra il più deciso nel rinnovamento dei programmi e la miglior garanzia contro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Se il voto alle primarie è una scelta di organi interni al Pd non voterò perché non mi riconosco nel nuovo partito e potrei aderirvi solo quando il suo giornale si chiamerà Unità d&#8217;Europa. Ma anche se votassi voterei Letta perché mi sembra il più deciso nel rinnovamento dei programmi e la miglior garanzia contro il fattore KK, i residui di cattocomunismo. Se invece si tratta della scelta del futuro leader da opporre Berlusconi, è mio dovere andare a votare e scegliere Veltroni, l&#8217;unico che può farcela&#8230;</strong><span id="more-42"></span></p>
<p>Votare o no per le primarie del Partito Democratico? Mi arrivano molte pressioni di amici, tutti a favore del voto. Io sono perplesso. Non riesco bene a capire il senso di questo voto e quindi se &#8220;mi appartiene&#8221; oppure no.<br />
Io non mi considero un aderente al Pd. Per ragioni che ho spiegato nel precedente post, i miei riferimenti sono semmai la nuova iniziativa socialista, le battaglie radicali, comunque un movimento politico che tenga  ben fermi i principi laici. Un movimento che senza essere liberista a oltranza sia pronto a ridiscutere, con più coraggio della nuova formazione che risulta dai Democratici di sinistra e dalla Margherita, le tante inutili bardature corporative che permangono nella nostra società. Un movimento fortemente caratterizzato dall&#8217;europeismo: forse potrei aderire al Pd se il suo giornale si chiamasse Unità d&#8217;Europa, fondendo gli attuali quotidiani dei due partiti che si sposano.<br />
Invece il  Pd così come si presenta oggi per me può essere solo un compagno di viaggio. Ma a che titolo devo indicare io come scegliere i suoi organi interni? Questa apertura a tutti non è un finto democraticismo? Non sarebbe meglio dare il diritto di voto soltanto a chi davvero si riconosce nel progetto ed è disposto a impegnarsi nella nuova formazione? Auguro al Pd il miglior successo, ma sulla base di questo ragionamento penso di limitarmi ad una rispettosa astensione. In ogni caso se dovessi riconoscermi nella nuova formazione e votare per i suoi organi interni, nel nuovo partito sceglierei come leader Enrico Letta, perché è il candidato a me più affine nel modo empirico di affrontare i problemi, quello che meglio a mio giudizio potrebbe tutelare il Pd dagli antichi vizi antimercato del cattocomunismo.<br />
C&#8217;è però un altro significato che si può dare a queste primarie, perchè è abbastanza evidente che dopo questa votazione e prima delle prossime elezioni non ci sarà un&#8217;altra consultazione come quella plebiscitaria che investì e rafforzò Romano Prodi. In altre parole, queste primarie sono in realtà la scelta del candidato che si contrapporrà al leader del centrodestra. Se questo è il senso delle primarie, allora voglio esserci, perché voglio scegliere anch&#8217;io quello che spero diventerà il futuro premier. Però in questo caso sceglierò il candidato che davvero può battere la destra e quindi andrò a votare per Walter Veltroni, del quale magari critico alcune ambiguità, ma che ha il carisma e il senso dello spettacolo necessari per incantare le folle e battere Berlusconi.<br />
Forse i miei sono soltanto sofismi. Però ho torto a chiedere un po&#8217; di chiarezza? O sono solo io che non capisco?</p>
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		<title>Sabato mattina, alla Costituente Socialista&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2007 19:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I giornali non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo che si respirava alla Costituente Socialista. L&#8217;Auditorium della tecnica era strapieno, moltissimi i giovani, interessanti le proposte nelle assise che si sono definite come &#8220;le primarie delle idee&#8221;. Ecco cinque aspetti che ho apprezzato particolarmente. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong> I giornali non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo che si respirava alla <a href="http://www.sdionline.it/index.php?option=com_content&#038;task=blogcategory&#038;id=267&#038;Itemid=255">Costituente Socialista</a>. L&#8217;Auditorium della tecnica era strapieno, moltissimi i giovani, interessanti le proposte nelle assise che si sono definite come &#8220;le primarie delle idee&#8221;. Ecco cinque aspetti che ho apprezzato particolarmente. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare la rosa sul cerchio stellato del Partito Socialista Europeo. La capacità di cercare un punto di contatto costruttivo con uomini e storie diverse, anche al di là della diaspora socialista. La compostezza lucida di Boselli. Il discorso del presidente dei socialisti europei Rasmussen, che ha declinato senza imbarazzi il tema della flexicurity. La stella polare di un convinto laicismo, che pone comunque i socialisti a fianco di Pannella e della Bonino. Insomma, anche se ho subito in prima persona qualche prepotenza dei socialisti della Prima repubblica, credo che oggi si possa puntare sul nuovo partito. </strong> <span id="more-41"></span></p>
<p>Avevo un sacco di cose da fare, sabato mattina, come succede normalmente dopo una settimana molto intensa. Invece, sentita <a href="http://www.radio.rai.it/radio3/primapagina/">Prima pagina</a>, il mio cuore e la mia Golf mi hanno portato all&#8217;Eur, alla sessione finale della Costituente socialista.<br />
Con i socialisti ho sempre avuto rapporti difficili. Ho avuto la tessera del Psi per un solo anno, il 1975, dopo una lunga militanza repubblicana. Avevo lasciato il Pri per protesta contro la scelta di Ugo la Malfa di appoggiare la politica milanese dell&#8217;ex sindaco <a href="http://biblio.adm.unipi.it:8081/archiviofoto/entity.jsp?entity=Bucalossi%20Pietro">Pietro Bucalossi</a>. Il Buca era un uomo dell&#8217;800, noi giovani sognavamo un Pri diverso, tanto che a Cinisello Balsamo avevo fondato la sezione Martin Luther King formata soprattutto da immigrati. Nel merito forse aveva ragione lui, perché avevamo idee confuse e sessantottine, ma Bucalossi non aveva pazienza coi giovani e così come altri prima e dopo, me ne andai dal Pri. Per me del resto la politica era solo passione: ero consigliere di zona del centro storico a Milano, presidente della commissione urbanistica (anche allora gli incarichi non andavano alle persone competenti), ma non guadagnavo una lira da queste attività. Com&#8217;è giusto che sia e come dovrebbe tornare ad essere, almeno a livello di municipi.<br />
Entrai nel Psi con una richiesta d&#8217;iscrizione firmata da Bettino Craxi e Claudio Martelli: due autonomisti leader a Milano, ma che all&#8217;epoca erano in minoranza nel partito a livello nazionale. Ricordo che Craxi fu così gentile da ospitare nel suo Centro studi a Brera la presentazione del mio libro <em>Il romanzo della Confindustria</em>. Partecipavano alla tavola rotonda Romano Prodi, Giampaolo Pansa e Siro Lombardini. In sala ci saranno state dieci persone, ma non era certo colpa di Bettino.<br />
Quando nel 1976 mi trasferii da Milano a Roma per dirigere la redazione del <em>Mondo</em> di Paolo Panerai non rinnovai la tessera perché quel tipo di giornalismo d&#8217;informazione si poteva fare certamente meglio senza vincoli politici. Nel frattempo Craxi diventò segretario del Psi, ma i nostri rapporti si raffreddarono: nei miei articoli davo molto più spazio a Claudio Signorile, suo alleato nel rovesciamento di maggioranza all&#8217;interno del Psi, ma suo avversario all&#8217;interno del partito. Era logico, perché il Mondo era un giornale economico e Signorile era il responsabile economico del Psi, ma Craxi e Martelli avevano tra i loro difetti quello di pensare  che &#8220;esistono solo gli amici, i nemici e le puttane&#8221;: chi non era palesemente schierato con loro era comunque un  avversario o un doppiogiochista.<br />
I rapporti non migliorarono quando nel 1979 Giorgio Mazzanti, considerato da Craxi come un pericoloso nemico pur essendo socialista, diventò presidente dell&#8217;Eni e mi chiamò a dirigere i servizi generali del gruppo, comprese comunicazione e relazioni istituzionali. Con alcuni socialisti continuavo ad avere ottimi rapporti: per esempio Walter Tobagi (venne da me pochi giorni prima di essere ucciso dalle Br per sondare le intenzioni dell&#8217;Eni in merito al Giorno) e Ugo Intini, che non cessò mai di manifestarmi la sua amicizia. Si scatenarono invece attacchi diretti alla mia persona, giocati sulla mia presunta incapacità di difendere Mazzanti dagli attacchi che i socialisti stessi all&#8217;interno dell&#8217;Eni contribuivano a scatenare. Ricordo un titolo su <em>Critica Sociale</em>: Mazzanti, una brutta speronata. L&#8217;articolo mi definiva come &#8220;il repubblicano travestito da socialista, dal rado pizzetto e gli occhi di ghiaccio&#8221;. La barba me la sono tagliata quando è diventata bianca, lo sguardo è diventato più caloroso e comprensivo con l&#8217;età, ma per fortuna gli occhi non si sono sciolti.<br />
Scoppiò la vicenda Eni Petromin (una storiaccia che da 30 anni vorrei riuscire a raccontare); io facevo il mio mestiere di comunicatore dell&#8217;Eni spiegando com&#8217;erano andate le cose e i giornalisti, così come vari politici socialisti responsabili quali Giuliano Amato e Franco Bassanini (poi passato al Pci) si muovevano con molta cautela perché non erano affatto certi dei presunti ritorni in Italia delle tangenti pagate ai sauditi per ottenere il petrolio. Il socialista Rino Formica vide in questa prudenza un&#8217;operazione di corruzione.  Mi accusò in Parlamento di comprare giornali e giornalisti, costringendomi a  dimostrare carte alla mano al ministro delle partecipazioni statali Lombardini che non avevo sborsato un soldo né direttamente né indirettamente.<br />
Mazzanti perse la partita, il suo successore Alberto Grandi m&#8217;invitò a rimanere, ma io fuggii da quel lupanare e ritornai al <em>Mondo</em> come vicedirettore. Scoppiò lo scandalo P2. Organizzai per il mio giornale un questionario inchiesta per chiedere ai politici (parlamentari e uomini di governo) se avevano conosciuto Licio Gelli. Rino Formica, ancora lui, all&#8217;epoca ministro delle Finanze, mi attaccò in un&#8217;intervista di <strike>Corrado</strike> Paolo Guzzanti su <em>Repubblica</em> accusandomi di torbidi disegni. Qualche settimana dopo mi arrivò anche un accertamento fiscale nel quale mi si contestava di aver venduto foto al Secolo XIX, quotidiano per il quale avevo lavorato alcuni anni prima. Una contestazione palesemente assurda, di poche centinaia di migliaia di lire, forse un messaggio indiretto&#8230; non so.<br />
Nonostante tutto questo, ho continuato in quegli anni a votare socialista, perché Craxi mi sembrava l&#8217;unico che aveva in mente un disegno di modernizzazione dell&#8217;Italia: un disegno che forse ci avrebbe portato ad una situazione ben migliore di quella attuale se egli stesso e i suoi collaboratori non avessero perso il senso della misura e dell&#8217;etica nei comportamenti pubblici facendosi poi macellare da  Tangentopoli.<br />
Perché racconto tutto questo? Per dire che ieri, entrando alla Costituente socialista, i miei sentimenti erano misti: da un lato la speranza di aver ritrovato una casa, dall&#8217;altro la diffidenza verso tanta parte di quella storia e i personaggi che l&#8217;hanno espressa.<br />
Ebbene, devo dire: mi sono commosso. I giornali, mi sembra, non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo di quella riunione, molto più impegnati a raccontare  la pioggia di coriandoli su Berlusconi e sulla Brambilla a qualche chilometro di distanza. Invece l&#8217;Auditorium della tecnica anche senza effetti speciali era strapieno, moltissimi i giovani,  interessanti le proposte nelle assise che definite come &#8220;Le primarie delle idee&#8221;. Che cosa ho apprezzato particolarmente?  Cito cinque punti. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare la rosa sul cerchio stellato del Partito Socialista Europeo. La capacità di cercare un punto di contatto costruttivo con uomini e storie diverse, da Cinzia Dato ex Margherita a Gavino Angius ex Ds, anche al di là della diaspora socialista. La compostezza di Enrico Boselli, un leader che non cerca affatto di somigliare a Craxi, ma che nel suo tono dimesso dimostra comunque forza e lucidità. Il bellissimo discorso del presidente dei socialisti europei Poul Nyrup Rasmussen, che ha declinato senza imbarazzi il tema della flexicurity, ottenendo un convinto appoggio della platea. La stella polare di un convinto laicismo, che pone comunque il Partito Socialista a fianco dei radicali di Pannella e della Bonino, nonostante il fallimento purtroppo ormai certo della Rosa nel Pugno&#8230;<br />
Intendiamoci, potrebbe andar tutto a finir male, come spesso accade nella politica italiana. I socialisti hanno una storia fatta di litigi e di scissioni. In platea c&#8217;erano certamente anche i sopravvissuti del vecchio Psi arraffone che cercavano solo l&#8217;occasione di tornare a contare. Non tutti certo erano lì per idealismo&#8230; Ma potrebbe anche non andare così, potrebbe davvero essere l&#8217;inizio di un&#8217;altra storia.<br />
Sapete che vi dico? Questa gente, a cominciare da  Craxi, ha pagato, anche duramente, per i suoi errori. Molto più di altri. Ha idee coraggiose. Molto più di altri. Penso che sia tornato il tempo di ridargli fiducia.</p>
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		<title>Mi chiamo Speroni, mio nonno era mugnaio sull&#8217;Olona, però&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2007 05:41:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni commenti al mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/09/23/se-il-belgio-si-divide-litalia-esplode/">post</a> che ho ricevuto sul blog e a voce m&#8217;inducono a una precisazione. Anche se  la mia famiglia proviene dal cuore della Lombardia, anche se porto lo stesso cognome dell&#8217;eurodeputato Francesco, ex segretario di Umberto Bossi, non sono a favore della divisione del Nord dal resto del Paese. Ho solo cercato di descrivere i rischi che il Paese sta correndo e mi sembra che l&#8217;escalation dei toni sul tema della secessione giustifichi la mia preoccupazione.  Ma chi legge articoli sullo schermo anziché su carta  troppo spesso giudica in modo frettoloso. Oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni.<span id="more-40"></span></p>
<p>Il mio post sul blog  sul web&#8230; che parole ragazzi, solo dieci anni fa mi avrebbero preso  per pazzo. o comunque non avrebbero capito un cavolo. Cercherò  invece di spiegarmi in un linguaggio che sarebbe stato comprensibile anche a mio padre ingegnere, che se fosse vivo adesso avrebbe 104 anni, ma che negli anni &#8217;50 era un dirigente della Ibm, una fabbrichetta degli americani in Via Tolmezzo, nelle nebbie di Lambrate. In quei tempi i computer occupavano intere stanze e la memoria era fatta di schede perforate, tanto che mia madre, che pure lavorava all&#8217;Ibm, raccontava che alla Fiera di Milano la gente veniva a chiedere se  quel macchinone serviva a fare i coriandoli.<br />
Ricominciamo. Quello che ho scritto sul mio diario pubblicato sulla rete mondiale  che collega i calcolatori che abbiamo in casa (<em>sì papà, è successo: i computer sono piccolissimi e facilissimi da usare. E&#8217; una cosa bellissima, anche se c&#8217;è gente che li usa per fare del male. E tanti altri che si considerano  troppo vecchi per capirli: magari hanno 50 anni, ma li usano con diffidenza e così  non sanno sfruttarne le possibilità. Invece se tu ci fossi ancora sono sicuro che ti divertiresti un mondo</em>&#8230;) Insomma, quello che ho scritto sul mio post precedente (pubblicato anche da <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=1586">Terza Repubblica</a>) mi ha provocato diversi commenti. Ma dato che ancora non dispongo di una community <em>(papà, ti spiego: è la gente che legge quello che ho scritto e lo commenta, in modo che tutto il mondo possa leggerlo; alla fine costituiscono una comunità di persone collegate tra loro da interessi comuni; pensa che c&#8217;è persino un comico che ne ha fatto uno strumento politico, ma questa è un&#8217;altra storia e  forse è meglio che non te la racconti perchè il contesto in cui avviene probabilmente ti deprimerebbe. Tu partisti da Varese per fare la marcia su Roma, restituisti la tessera fascista dopo il delitto Matteotti, creandoti in questo modo non poche difficoltà, tanto da dover andare a lavorare con gli americani, come mi ha raccontato mio fratello</em><em> che è un po&#8217; più grande di me, ma poi eri di un tale rigore da non sopportare l&#8217;antifascismo dei voltagabbana e il clima opportunista del dopoguerra, tanto che ti sembrava un politicante persino De Gasperi, al quale tra l&#8217;altro somigliavi fisicamente in modo impressionante&#8230;</em><br />
Che tirata. Ma torniamo al post sul blog sul web. Stavo dicendo che, dato che ancora non dispongo di una community, tra i commenti che ho ricevuto i più preoccupati vengono da persone che mi vogliono bene e che si preoccupano.<br />
<strong>Tommaso</strong>: &#8220;A pa&#8217; (<em>lui è romano de Roma , l&#8217;Olona non l&#8217;ha mai vista e forse è meglio, visto lo schifo che è diventato il fiume</em>), ma te pare, col nostro cognome vai a scrivere &#8216;ste cose&#8230;&#8221;.<br />
<strong>Cristina</strong>: &#8220;Attenzione perchè un pubblico meno accorto potrebbe prenderti per un fautore di Bossi. Ma come, qui aumentano di giorno in giorno le bandiere belghe alle finestre (qui a Bruxelles), e tu inciti un federalismo in Italia? Ti assicuro che milanesi e palermitani hanno comunque molte più cose in comune di fiamminghi e walloni&#8230;&#8221;.<br />
Tommaso ha ragione. Io batto (ops, diciamo navigo) i corridoi dei palazzi del potere romano ormai dal lontano 1962, quando venni a Roma con un lavoro all&#8217;Associated Press Photo per seguire la grande avventura del centrosinistra.  <em>Ricordo ancora quando  Ugo la Malfa mi ricevette nella sua stanza di ministro del Bilancio e chiese a me ventenne che cosa pensavo della situazione politica, non perché mi stimasse particolarmente ma perché ero un giovane repubblicano ed egli (scusate, il &#8220;lui&#8221; usato come soggetto non mi viene) sapeva ascoltare. Ma anche questa è un&#8217;altra storia&#8230;</em><br />
Dunque, dicevo, anche se come giornalista sono conosciuto nel Palazzo da tanti anni, certamente Francesco Speroni, attuale eurodeputato, mi ha surclassato. Su Google <em>(papà, è una specie di biblioteca universale immediata: ti farebbe impazzire di gioia e piacerebbe molto anche alla mamma che era piena di curiosità culturali) </em>compare in prima pagina mentre io, mio fratello Gigi e mio figlio <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html"><strong>Pietro</strong></a> (in ordine inverso, per la verità il che mi va bene per Gigi che è più anziano, però Pietro non è carino che ci passi avanti perché sei più alto negli algoritmi dello spider <em>(troppo complicato papà, io non so spiegartelo, chiedilo a tuo nipote Pietro<strong>,</strong> il matematico)</em> che naviga la rete.<br />
Il peggio avvenne nella rassegna stampa dei Ds <em>(gli ex Pci, papà, però ti assicuro che sono cambiati, non c&#8217;è più neanche l&#8217;Urss ma non possiamo divagare in continuazione)</em> quando un anonimo estensore che bene o male  doveva avere anche il mio nome nell&#8217;orecchio, scrisse in una nota  che il segretario particolare del ministro Umberto Bossi anziché Francesco si chiamava Donato Speroni. Apriti cielo, perché la frase finì su Google e  quindi in testa alle citazioni sul mio nome.<br />
Tutto questo per dire che, anche se sono conterraneo del leghista con la cravatta di cuoio il quale se non sbaglio è di Busto Arsizio, apparteniamo a famiglie anagrafiche e politiche diverse.<br />
Più preoccupante l&#8217;obiezione di Cristina. Anche perché non è l&#8217;unica che leggendo il pezzo ha pensato che sono a favore della secessione. In realtà io volevo dire tre cose:<br />
1) Che esiste un rischio oggettivo, aggravato dal fatto che la secessione è tecnicamente più facile;<br />
2) Che la globalizzazione favorisce questo processo contrariamente a quanto può sembrare, perché si accompagna alla rinascita del nazionalismo economico, di fronte al quale l&#8217;Europa di oggi è incapace;<br />
3) Che per l&#8217;Italia sarebbe un disastro, ma purtroppo non è impossibile. E&#8217; vero che gli italiani hanno molte più cose in comune di fiamminghi e valloni e forse anche di baschi e catalani, ma i milanesi ne hanno ormai di più con i bavaresi o gli svizzeri. E le divaricazioni comportamentali aumentano.<br />
Mi sembrava di essere stato chiaro. Perché allora qualcuno mi ha frainteso? La prima ipotesi, ovviamente è che non ho fatto bene il mio mestiere di giornalista. Ma ho la presunzione di credere che ci sia un&#8217;altra spiegazione: che oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni. Su un libro ci si ferma a pensare, sul web no. E un bel problema, perché la massa delle informazioni circola e si confronta sulla rete. Ed è sulla rete che si formano forti, vibranti, ma frettolose opinioni. Scrivere testi più brevi? Essere più semplici? E&#8217; possibile. Ma come diceva Albert Einstein, <em>&#8220;Everything should be made as simple as possible, but not simpler&#8221;</em>.</p>
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		<title>Grillo apre la terza fase della comunicazione politica</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Sep 2007 07:33:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quali sono state le ragioni del grande successo del &#8220;vaffa day&#8221; di Beppe Grillo? Ne vedo almeno quattro. 1. L&#8217;appeal mediatico. Grillo è un comico di grande talento. Sa trasformare i suoi messaggi in spettacoli. Anche quando i media tradizionali lo ignoravano, ha sempre avuto la capacità di parlare direttamente alla gente attraverso i suoi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quali sono state le ragioni del grande  successo del &#8220;vaffa day&#8221; di Beppe Grillo? Ne vedo almeno quattro.<span id="more-38"></span></p>
<p>1. L&#8217;appeal mediatico. Grillo è un comico di grande talento. Sa trasformare i suoi messaggi in spettacoli. Anche quando i media tradizionali lo ignoravano, ha sempre avuto la capacità di parlare direttamente alla gente attraverso i suoi spettacoli.<br />
2. La semplicità delle ricette. Le sue proposte  sono molto opinabili, ma rispondono a un bisogno diffuso. Per esempio, non sono affatto convinto che sia giusto escludere dal Parlamento tutti i condannati con sentenza passata in giudicato. Se una persona ha pagato il suo debito con la giustizia, e non è stato condannato all&#8217;esclusione perpetua dai pubblici uffici perché il suo reato non richiedeva una condanna così pesante, è giusto che sia la gente a decidere se deve andare in Parlamento. E&#8217; facile rispondere che in realtà la gente non decide un bel niente, perché sono i partiti a fare le liste elettorali. Ma qui sta il vero problema: come far funzionare nuovamente il rapporto tra rappresentati e rappresentanti. Le scorciatoie non servono a nulla: con l&#8217;attuale sistema elettorale, anche se passasse la proposta di Grillo, sono certo che vedremmo comunque in Parlamento, accanto a persone per bene, dei formidabili gaglioffi ancorché incensurati. Anche l&#8217;idea di limitare la presenza in Parlamento a due legislature serve a poco. Il problema di sfrondare e rinnovare la classe politica esiste e Grillo coglie nel segno a sottolinearlo con la sua proposta.  Ma i politici di professione possono barcamenarsi tra incarichi nazionali, locali, europei, altre cariche. Si guardi cosa succede nelle città, dove questo vincolo già esiste per i sindaci. I primi cittadini, soprattutto se hanno avuto successo, non ridiventano cittadini qualsiasi, ma continuano il loro cursus honorum, Veltroni docet, ed è giusto che sia così per non perdere il patrimonio di esperienza accumulato.<br />
3. La scontentezza della gente. Sbaglia, a mio avviso, chi come Scalfari si limita a dire che Grillo è solo un megafono del qualunquismo, come lo fu Guglielmo Giannini nel dopoguerra. Siamo in molti, moltissimi, ad avere voglia di dire &#8220;vaffa&#8221; a questo sistema politico, anche se magari non condividiamo lo stile di Grillo e l&#8217;inconsistenza di centinaia di commenti presenti ogni giorno nel suo sito. Forse Grillo  non riuscirà a scalzare questa classe dirigente. Ma si può essere certi che la marea montante della disistima qualche sbocco lo avrà e di questa marea Grillo è solo un segnale.<br />
4. L&#8217;uso di internet. Perché Grillo riesce a parlare con le masse attraverso internet e i partiti no?  Vediamo. Innanzitutto perché ci offre un blog continuamente aggiornato, tecnicamente evoluto, in italiano e in inglese. Un blog  con la possibilità di lasciare commenti non generici, non sul sito o sul personaggi, ma sullo specifico evento del quale si parla nel post della giornata. Ne scaturisce una valanga di commenti che nessuno legge nella loro totalità, così come nessuno mette insieme tutti i discorsi da bar. Però è una &#8220;nuvola&#8221;  di opinioni che se  si vuole può aiutare a capire il sentimento dell&#8217;opinione pubblica. Infine, Grillo ha la capacità di aggregare i partecipanti al sito anche attraverso incontri non virtuali: è nata, favorita anche dai suoi spettacoli, la rete &#8220;dal basso&#8221; che ha reso possibile il &#8220;vaffa day&#8221;. Il mondo di internet serve a scambiare informazioni, ma è efficace (come nelle vendite di beni o nel sesso on line) soprattutto se porta a scambi reali.<br />
A mio giudizio, il successo di Grillo è un prodotto  di questi fattori, un mix credo unico nella  storia politica contemporanea. Possiamo vantarci di aver segnalato questo fenomeno su <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=453"><em>Terza Repubblica</em></a> con largo anticipo, nel dicembre 2005. Ma è difficile capire dove tutto questo andrà a parare. Probabilmente dipenderà anche dalla  capacità di alcuni  politici, sufficientemente credibili, di utilizzare gli stessi strumenti di Grillo per costruire consenso. Dall&#8217;età delle sezioni e dei manifesti all&#8217;età delle televisioni e dei pullman su Roma, siamo probabilmente entrati in una terza fase della comunicazione politica, basata sull&#8217;interattività virtuale e sulla capillarità degli incontri reali sui temi sentiti dalla gente. Ne riparleremo.</p>
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		<title>I rivoluzionari del senso civico</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Aug 2007 15:28:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Senza senso civico il Paese non cambia. Sul Corriere della Sera del 22 agosto, Michele Salvati denuncia la mancanza di cultura civica che unisce destra e sinistra e che è particolarmente grave nel Mezzogiorno. Chiede tolleranza zero per i comportamenti illegali, come premessa per cambiare le mentalità e gli atteggiamenti degli italiani. Ma a chi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Senza senso civico il Paese non cambia. Sul Corriere della Sera del 22 agosto, Michele Salvati denuncia la mancanza di cultura civica che unisce destra e sinistra e che è particolarmente grave nel Mezzogiorno.<span id="more-35"></span> Chiede tolleranza zero per i comportamenti illegali, come premessa per cambiare le mentalità e gli atteggiamenti degli italiani. Ma  a  chi affidare questa operazione di rigore, che come dice lo stesso Salvati, deve scontrarsi con interessi e mentalità diffuse, con ideologie radicate? Salvati  afferma che &#8220;sia nello schieramento di centrodestra che in quello di centrosinistra ci sono persone pienamente consapevoli dell&#8217;importanza di questo problema&#8221;, ma al tempo stesso non crede che una svolta del sistema politico verso il centro, col taglio delle estreme e l&#8217;abbandono del bipolarismo, possa consentire ai fautori del senso civico di prevalere, perché i loro nemici &#8220;stanno anche al centro&#8221;.</p>
<p>A suo modo, anche Beppe Grillo pone il problema del senso civico. Le  sue continue <a title="il blog di Grillo" href="http://www.beppegrillo.it/2007/08/auto_blu_e_ambulanze.html">invettive</a> contro i politici che hanno dimenticato il loro ruolo di servitori dei cittadini denunciano appunto la prepotenza di chi invece dovrebbe rappresentare gli elettori. Anche Grillo però  non indica una soluzione: si guarda bene dal promuovere un partito, al massimo  si limita a giornate di protesta come il prossimo &#8220;vaffanculo day&#8221; promosso per l&#8217;8 settembre. Il suo movimento è importante, ma basta una scorsa ai commenti che accompagnano il suo sito per rendersi conto come egli riesca solo a rimestare la melma del malcontento, senza esprimere una strategia.  Resta aperto, insomma il problema degli strumenti politici per  promuovere &#8220;la rivoluzione del senso civico&#8221;. Non sono gli attuali partiti, non è la riforma elettorale, non è la protesta  di piazza. E allora? Personalmente io credo in un metodo che punta sulla rete degli esempi positivi piuttosto che sulla denuncia. In ogni parte d&#8217;Italia ci sono persone che con fatica e sacrificio svolgono il loro lavoro nel pubblico e nel privato, aiutano gli altri attraverso iniziative di volontariato, diffondono  idee e comportamenti improntati alla solidarietà verso gli altri e al rispetto della cosa pubblica. Queste persone andrebbero messe in rete, rese coscienti della loro forza, in grado  di aiutarsi l&#8217;un l&#8217;altra e magari di allearsi in battaglie comuni.</p>
<p>Utopia? Forse. Però si muove in questa direzione il mensile <a title="Il sito di Una Città" href="http://www.unacitta.it/">Una Città</a>  che esce a Forlì. Raccoglie interviste e testimonianze di gente che lavora nel sociale. Non denuncia, ma segnala &#8220;buone pratiche di cittadinanza&#8221;. Ha un motto bellissimo: Preferisco un gendarme che parla della propria vita a un filosofo che parla della vita . Non è molto citato, ma raccoglie un&#8217;attenzione crescente.  <em>Una Città</em> è solo un esempio. Qualcuno forse  potrà  indicarmene altri. Ma la rivoluzione del senso civico deve nascere da chi il senso civico cerca di praticarlo nella quotidianità.</p>
<p>Donato Speroni http://blog.donatosperoni.it/</p>
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		<title>Ricolfi, la Sinistra Radcon e quella Radcam</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2007 18:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo avevo scritto nel mio blog precedente, lo conferma autorevolmente Luca Ricolfi sulla Stampa di sabato 3 marzo: le sinistre in Italia sono tre: due sinistre radicali e una sinistra cosiddetta riformista, che in realtÃ sta riformando sempre meno. Io avevo distinto tra una sinistra radicale velleitaria e mugugnona e una sinistra radicale impegnata seriamente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo avevo scritto nel mio <a title="Basta evete vinto" href="http://blog.donatosperoni.it/2007/02/22/basta-avete-vinto-c%e2%80%99e-una-sinistra-radicale-anzi-due/#more-26">blog </a>precedente, lo conferma autorevolmente <a title="Le tre sinistre" href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&#038;currentArticle=DMT43">Luca Ricolfi </a>sulla Stampa di sabato 3 marzo: le sinistre in Italia sono tre: due sinistre radicali e una sinistra cosiddetta riformista, che in realtÃ  sta riformando sempre meno.<br />
Io avevo distinto tra una sinistra radicale velleitaria e mugugnona e una sinistra radicale impegnata seriamente a cambiare il Paese e il mondo che ci circonda. Ricolfi distingue tra una sinistra radcon, radicalmente conservatrice, e una sinistra radcam, che ha come stella polare il cambiamento delle regole del sistema Italia. <span id="more-23"></span><br />
La vaghezza delle tesi velleitarie e massimaliste emerge chiaramente, per esempio, dai quattro punti programmatici esposti dal trotzkista <a title="Il programma trotzkista" href="http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&#038;currentArticle=DMTK7">Marco Ferrando</a> al Corriere: no a far parte di governi legati ai poteri forti, conquista del potere da parte dei lavoratori come auto &#8211; organizzazione di massa (???), programma ponte (???) tra obiettivi immediati e prospettiva finale, ricostruzione dellâ€™organizzazione rivoluzionaria internazionale dei comunisti. Eâ€™ chiaro che con gente cosÃ¬, che parla solo di schieramenti ma mai di obiettivi concreti, non si puÃ² gestire non solo un Paese, ma neanche un condominio. E quando si schiera, questa gente, lo fa sempre contro le riforme, nella condizione che, come dice Ricolfi, â€œqueste possano solo peggiorare le condizioni dei lavoratoriâ€. Ecco perchÃ© si tratta di una sinistra oggettivamente conservatrice.<br />
Lâ€™altra sinistra oggi unisce tutti quelli che, pur senza essere disposti ad avallare un ritorno al governo di centro destra, sono profondamente insoddisfatti del governo Prodi per la sua scarsa capacitÃ  riformatrie. Ne fanno parte anche diversi ministri in carica, anche se non possono parlare liberamente. Dice Ricolfi: â€œDi questa sconfitta hanno preso pubblicamente atto solo Nicola Rossi, che si Ã¨ dimesso dai Ds, e Daniele Capezzone, che si Ã¨ rifiutato di votare la fiducia al governo, ma basta parlare con un esponente qualsiasi dellâ€™area liberal per rendersi conto di quanto la delusione sia cocente e diffusaâ€. E mi sembra opportuno precisare che quando si parla di area â€œliberalâ€ non si intendono solo liberali o liberisti, ma tutti quelli che ritengono che le disuguaglianze si combattono â€œpromuovendo il meritoâ€, mentre â€œlâ€™immobilismo finisce col punire i ceti deboli, confinandoli nella loro condizione di subalternitÃ â€.<br />
Infine la terza sinistra, quella che per Ricolfi Ã¨ â€œlâ€™azionista di maggioranza del governo Prodiâ€. I leader di Ds e Margherita. la sinistra che â€œparla come la sinistra modernizzatrice ed agisce come quella conservatrice. Vorrebbe cambiare lâ€™Italia, ma pensa di poterlo fare solo assieme a chi ha paura del cambiamentoâ€. Il Partito democratico che questa sinistra vuole creare rischia di essere un grande coagulo di potere senzâ€™anima e senza idee.<br />
Come si esce da questa situazione? Molto dipenderÃ  dalla futura legge elettorale. ma una cosa mi sembra certa. Se una futura formazione di centro â€“ sinistra nasce senza recuperare la sinistra socialista, liberale, democratica, radicale che Ã¨ autenticamente impegnata  a costruire un diverso progetto di Paese, sarÃ  certamente condannata. Alla sconfitta nella competizione con gli eredi di Berlusconi, nel caso di un sistema bipolare. Alla subalternitÃ  rispetto alle componenti ex democristiane nel caso prevalga un meccanismo proporzionale.</p>
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		<title>Basta, avete vinto: c&#8217;è una sinistra radicale. Anzi due</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Feb 2007 17:02:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bisogna avere il coraggio di ammettere la propria sconfitta. La mia protesta per lâ€™uso improprio del termine â€œsinistra radicaleâ€ Ã¨ stata travolta da una valanga di dichiarazioni, commenti e articoli che preferiscono usare questo termine anzichÃ© â€œsinistra comunistaâ€. La lingua Ã¨ una realtÃ viva, e dopo giorni in cui la â€œsinistra radicaleâ€ Ã¨ stata al [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Bisogna avere il coraggio di ammettere la propria sconfitta. La mia protesta per lâ€™uso improprio del termine â€œsinistra radicaleâ€ Ã¨ stata travolta da una valanga di dichiarazioni, commenti e articoli che preferiscono usare questo termine anzichÃ© â€œsinistra comunistaâ€. <span id="more-22"></span>La lingua Ã¨ una realtÃ   viva,  e dopo giorni in cui la â€œsinistra radicaleâ€ Ã¨ stata al centro della scena, dapprima per la manifestazione di Vicenza, poi per il dibattito sulla politica estera al Senato, devo ammettere che ormai i seguaci di Giordano, Pecoraro e Diliberto si sono appropriati del termine.<br />
Continuo a pensare che storicamente si tratti di appropriazione indebita e mi dispiace  per i miei amici del Partito radicale, che continuano a commentare la cosa con una punta di amarezza alla loro radio, ma non possono farci ormai niente. Azzardo il dubbio che se fossero stati meno litigiosi (contro i socialisti nella Rosa nel Pugno, poi nellâ€™incomprensibile conflitto Pannella â€“ Capezzone) forse avrebbero potuto difendere meglio il loro nome sulla scena politica.<br />
Ma puÃ² anche darsi che non ci fosse nulla da fare, di fronte al bisogno di una certa sinistra, non riformista ma non piÃ¹ antagonista nÃ© marxista, di darsi una bella etichetta: unâ€™etichetta che piace soprattutto ai giovani come dimostra la discussione sul mio blog con mio figlio Pietro, che ha dedicato allâ€™argomento anche una sorta di <a title="Il post di Pietro" href="http://it.pietrosperoni.it/2007/02/11/la-sinistra-radicale-e-i-radicali-di-sinistra/">dissertazione </a>tra il letterario e il matematico.<br />
Aggiungo perÃ², ad uso di Pietro e di quelli come lui, una considerazione politica.  Questa â€œsinistra radicaleâ€ Ã¨ in realtÃ  ben piÃ¹ complicata di quanto vorrebbe far sembrare. Ne fanno parte componenti conservatrici, che si battono per la difesa dei privilegi delle categorie piÃ¹ sindacalizzate, ma anche le frange giovanili giustamente insoddisfatte di un sistema che le condanna a una precarietÃ  perenne. Pacifisti non violenti a ogni costo e gruppi che sarebbero pronti a qualsiasi conflitto pur di dar contro allâ€™America. Gruppi impegnati a ricercare davvero un diverso disegno di crescita che concili la mondializzazione e le esigenze locali e personaggi che nel nome dellâ€™ecologia o del no globalismo sono pronti a bloccare qualsiasi sviluppo e che magari ripropongono barriere protezionistiche a danno dei cittadini piÃ¹ poveri. Esponenti diessini giustamente preoccupati per lâ€™asservimento al Concordato che si delinea nel nuovo programma del Partito democratico, e cattocomunisti che negano la meritocrazia e sognano un egalitarismo da convento, pronti a pagare alla Chiesa qualsiasi prezzo sul piano delle libertÃ  individuali. E si potrebbe continuare.<br />
Una parte di questa â€œsinistra radicaleâ€, quella piÃ¹ seria, che rifiuta con motivazioni politiche il pallido compromesso storico che si delinea tra Ds e Margherita,  potrebbe domani saldarsi con una rinata componente socialista e magari con il laicismo dei Radicali di sinistra. Per me si tratta in realtÃ  della vera sinistra riformista, cioÃ¨ dellâ€™ala sinistra del riformismo costruttivo.<br />
Unâ€™altra parte della â€œsinistra radicaleâ€  sarÃ  sempre condannata al suo destino: mugugnare, protestare nelle piazze, senza la capacitÃ  di una proposta politica che regga un minimo di discussione e tanto meno la prova del governo. Sono â€œradicaliâ€ questi? No, a seconda dei casi si possono definire pasticcioni, populisti, ipocriti, magari idealisti se sono in buona fede. Chiamateli come volete, lâ€™importante Ã¨ starne alla larga, altrimenti davvero riconsegniamo il Paese a Berlusconi.</p>
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