Chi era l’economista che cambiò la vita a Monti

L’enciclopedia Treccani gli dedica dieci righe. Scrive che Ferdinando di Fenizio visse dal 1906 al 1974, che insegnò in varie università e ne elenca le opere. Oggi pochi addetti ai lavori ricordano che il grande merito di questo economista fu di portare Keynes in Italia, divulgandone il pensiero nell’immediato dopoguerra e influenzando profondamente la politica economica di allora per favorire la ricostruzione dopo le distruzioni belliche e il successivo “miracolo economico”.

Alla fine della guerra fece parte della Commissione economica del Comitato di  liberazione nazionale Alta Italia, fu amico di Ezio Vanoni, ma non volle mai entrare in politica, preferendo esercitare la sua influenza con gli editoriali sulla Stampa (sempre chiarissimi, in competizione con quelli del suo collega ed amico Libero Lenti sul Corriere) e con la rivista scientifica l’Industria che dirigeva.

Di Fenizio fu anche un grande maestro e molti dei migliori economisti italiani si sono formati alla sua scuola. Tra questi Mario Monti, che lo ha ricordato di recente nell’intervista concessa a Ferruccio Pinotti per Sette: un dialogo che rivela molti aspetti personali del Presidente del Consiglio.

Il ’68 con un tigre nel motore

All’inizio del 1968, quando il mondo giovanile stava per vivere la più grande ribellione collettiva del secolo, io avevo 25 anni ed ero capo dell’ufficio stampa della Esso Standard Italiana. Ero certamente un giovane sveglio, favorito dalla conoscenza dell’inglese: da ragazzo avevo trascorso dodici mesi nel Nebraska con una borsa di studio dell’American Field Service, poi a 19 anni avevo lasciato Milano per Roma, con un lavoro come operatore alle telefoto dell’Associated Press, ma soprattutto con la voglia di vivere da vicino l’avventura del primo centrosinistra, con Ugo La Malfa al ministero del bilancio. Non avevo le idee chiare, ma ero un giovane repubblicano e “volevo esserci”.