<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Donato Speroni &#187; Clima</title>
	<atom:link href="http://www.donatosperoni.it/tag/clima/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.donatosperoni.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Feb 2012 21:05:38 +0000</lastBuildDate>
	<language>it</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3</generator>
		<item>
		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2012/01/27/2030-la-tempesta-perfetta-una-proposta-new-global/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2012/01/27/2030-la-tempesta-perfetta-una-proposta-new-global/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi tra padre e figlio]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Governance]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=713</guid>
		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2012/01/27/2030-la-tempesta-perfetta-una-proposta-new-global/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La sfida dei nove miliardi &#8211; un dossier per la rivista East</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 18:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi tra padre e figlio]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[2030]]></category>
		<category><![CDATA[2050]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Demografia]]></category>
		<category><![CDATA[East]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>
		<category><![CDATA[Tempesta perfetta]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=574</guid>
		<description><![CDATA[Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un dossier che ho preparato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it/">East</a> e che per gentile concessione dell&#8217;editore è accessibile da oggi su questo sito. Il dossier comprende anche un&#8217;intervista al demografo Antonio Golini, un colloquio col presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, la traduzione del Rapporto &#8220;La tempesta perfetta del 2030&#8243; del Population Institute di Washington sulla base delle previsioni del</strong><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>capo dei consulenti scientifici del governo britannico </strong><strong> </strong><strong> John Beddington</strong><strong>, e un dibattito tra esperti: il vero problema è il boom demografico o l&#8217;eccesso di consumi del mondo industrializzato?<strong><span id="more-574"></span> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’evoluzione dei problemi ambientali e sociali da una parte, delle opportunità tecnologiche dall’altra, è talmente rapida che è pressoché impossibile immaginarsi il futuro da qui a 40 anni. C’è però un campo nel quale le previsioni sono già oggi credibili: la demografia. I tassi di fecondità nel mondo cambiano molto lentamente e gli effetti sono spalmati nell’arco di molti anni. Se mettiamo da parte ipotesi catastrofiche come asteroidi e pandemie, possiamo prevedere con ragionevole approssimazione “i numeri dell’umanità” da qui al 2050.</p>
<p>Già, quanti saremo? L’Onu aggiorna ogni due anni le sue proiezioni. “Considerando che i livelli di fecondità continuano a ridursi” è scritto nell’ultimo rapporto che risale al 2008, “si prevede che la popolazione mondiale arriverà a 9,1 miliardi nel 2050, sulla base dell’ipotesi di crescita intermedia”. E dopo? Mentre i demografi sono sostanzialmente concordi sull’aumento di popolazione nella prima metà del secolo, le ipotesi successive sono più incerte, perché molti paesi saranno vicini o al disotto del limite di mantenimento della popolazione che è pari a 2,1 figli per donna. L’umanità insomma dovrebbe stabilizzarsi: sembra improbabile che possa superare i dieci miliardi di individui.</p>
<p>Gli abitanti del 2050 saranno distribuiti in modo assai diverso da oggi: “gran parte dei 2,3 miliardi di individui aggiuntivi andrù a ingrossare la popolazione dei Paesi in via di sviluppo, che passerà da 5,6 miliardi nel 2009 a 7,9 miliardi nel 2050”, scrive l’Onu. “La crescita più forte, 2,3% l’anno, si avrà nei 49 paesi meno sviluppati. Anche se il tasso d’incremento si attenuerà in modo considerevole nei prossimi decenni, si prevede che la popolazione dei paesi più poveri raddoppierà, passando da 0,84 miliardi del 2009 a 1,7 miliardi nel 2050”.</p>
<p>Bastano queste poche cifre per capire che siamo di fronte a una grande sfida: come far convivere non solo la popolazione attuale, ma almeno due miliardi di persone in più, su un pianeta che si sta surriscaldando, nel quale la gente  vuole vivere meglio e consumare di più. Ma i problemi arriveranno ben prima del 2050: autorevoli scienziati prevedono che i nodi verranno al pettine entro il 2030, con una situazione pressoché insostenibile per la civiltà come la conosciamo. Possiamo cambiare? E&#8217; difficile, ma sarebbe il caso di porre anche in Italia questo tema all&#8217;ordine del giorno del dibattito politico. Del resto tutti i nostri politici dicono di parlare di futuro e fanno fondazioni per scrutare quello che ci aspetta&#8230;</p>
<p>Ecco i testi del  dossier che ho preparato per il <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&amp;view=category&amp;id=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&amp;Itemid=62&amp;layout=blog&amp;lang=it&amp;limitstart=5">n. 32 di East,</a> bimestrale che esce in italiano e in inglese:</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->-In italiano:</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-44-51.pdf">44-51</a>: Copertina (Flussi e riflussi nella società globalizzata) &#8211; Sfida alla terra da nove miliardi</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-52-55.pdf">52-55</a>: Intervista al presidente dell’Istat Enrico Giovannini: “Abbiamo bisogno di una nuova teoria  della rivoluzione”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-56-59.pdf">56-59</a>: Intervista al demografo Antonio Golini: “Sarà uno tsunami di flussi migratori”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-60-691.pdf">60-69</a>: 2030, lo scenario della “tempesta perfetta”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-70-75.pdf">70-75</a>: Dibattito tra Fred Pearce e Robert J. Walker: “troppi consumi o troppe bocche?”</p>
<p>E’ disponibile anche la versione dei Pdf in inglese.:</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-622" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-44-45/">45</a>: Cover</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-623" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-46-55/">46-55</a>: &#8220;Nine billion challenges&#8221; and interview with Enrico Giovannini</p>
<p>pag:<a rel="attachment wp-att-626" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-56-59/">56-59</a>: &#8220;Interview with Giuseppe Golini</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-627" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-60-69/">60-69</a>: &#8220;The perfect storm&#8221; scenario</p>
<p>pag <a rel="attachment wp-att-628" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-70-75/">70-75</a>: Debate between Fred Pearce and Robert Walker: &#8220;Too much eating or too many mouths?&#8221;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Apocalittici e impiegati</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2008/01/29/apocalittici-e-impiegati/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2008/01/29/apocalittici-e-impiegati/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 17:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Declino]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Economisti]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Financiarisation]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Wealth]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=69</guid>
		<description><![CDATA[Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non possiamo accettare in modo acritico le professioni di fede di chi ci dice che tutto è sotto controllo. Insomma, tra l&#8217;apocalisse e l&#8217;ottimismo ingiustificato c&#8217;è una strada stretta fatta di analisi critica e di governance internazionale.<span id="more-69"></span><br />
&#8220;Prof, ma il capitalismo non finirà di botto, com&#8217;è successo al comunismo? Non riesco immaginare come possa risolvere i problemi di questo secolo&#8230;&#8221;. Mi ha interrogato così un mio studente dell&#8217; <a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> , al termine di una lezione sulle sfide energetiche e ambientali.<br />
Gli ho risposto che il comunismo si confrontava con un altro modello che si era dimostrato più efficiente nell&#8217;allocazione delle risorse: il capitalismo, appunto. Mentre oggi non si vede un&#8217;alternativa  se non una graduale correzione dell&#8217;attuale economia di mercato.<br />
Esistono ancora i rivoluzionari, intesi  come quelli che sognano la rivolta delle masse che rovescia le istituzioni per instaurare un ordine nuovo? Direi di no, tranne poche frange di emarginati. Chi ha fatto il &#8217;68 era davvero convinto che la rivoluzione, cioè un drastico cambiamento verso una società più giusta, fosse davvero a portata di mano. Questa illusione è stata spazzata via non solo dalla delusione dell&#8217;esperienza comunista, ma dalla scoperta che gran parte della popolazione del Sud del mondo vuole soltanto partecipare alla divisione di quei frutti di cui il Nord già gode. I popoli di India, Cina, Sudafrica, Brasile, Messico, Russia tutto vogliono fuorché la rivoluzione. Certo, ci sono ancora sulla Terra miliardi di disperati, ma neanche l&#8217;ideologo più fuori dalla realtà può pensare che la rivolta possa avere come punti di forza il Bangladesh o il Mali. A meno che non si intenda per  rivoluzione quella sognata da Al Qaida, che per gran parte del mondo è invece un incubo da combattere.<br />
No, i rivoluzionari non esistono più  come forza protagonista della scena mondiale. Esistono però, e sono sempre più numerosi, gli apocalittici: quelli cioè che sono convinti che &#8220;il sistema&#8221; non riuscirà a far  fronte alle  sue contraddizioni e imploderà. E&#8217; una nuova forma di rivoluzione &#8220;inevitabile&#8221;, come voleva essere il marxismo scientifico, che immagina che il nuovo mondo si costruirà &#8220;<a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">bottom up</a>&#8221; con piccole comunità che si ricostituiranno le condizioni di vita secondo un nuovo modello di sviluppo più sostenibile per il pianeta. In realtà questo modello comporta la probabile morte di  quei due miliardi almeno di persone che vivono in grandi metropoli e  che dipendono dai sistemi complessi per il loro sostentamento, ma raramente gli apocalittici se  ne preoccupano. O meglio, non sanno che farci, ma intanto si comprano il loro campicello per autoprodurre il necessario.<br />
La  tendenza degli apocalittici è di pensare che siamo sempre alla vigilia del collasso. Adesso, per esempio, di fronte alla recessione innescata dagli Stati Uniti, c&#8217;è chi prevede il crollo del sistema. E&#8217; il caso di Mike Adams,  un pensatore indipendente il cui ultimo articolo  &#8220;Il prossimo collasso finanziario dell&#8217;America&#8221; merita un&#8217;attenta lettura. Intendiamoci, Adams dice molte cose vere e probabilmente descrive con chiarezza l&#8217;insostenibilità dell&#8217;attuale meccanismo economico americano. Forse ha più ragione lui piuttosto che i tanti impiegati del sistema finanziario, che sono tenuti a  minimizzare la gravità della situazione perché la fiducia è il carburante del sistema. Da questo punto di vista anche il <a href="http://www.weforum.org/en/media/Latest%20Press%20Releases/GlobalRisk08Press">rapporto</a> &#8220;Global Risks 2008&#8243; presentato in vista del vertice di Davos dice che il sistema deve essere più governato, ma traccia un quadro che tende probabilmente a sottovalutare la  gravità della situazione.<br />
Anche se l&#8217;ottimismo ufficiale è ingiustificato, non è detto però che il totale pessimismo sull&#8217;efficacia dei meccanismi di correzione del sistema economico globale sia giustificato. Personalmente,  la penso come Fabrizio Galimberti, il commentatore del Sole 24 Ore, che <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=GW1TD">sottolinea</a> come &#8220;la costellazione di fattori favorevoli&#8221; (e cioè &#8220;la voglia di benessere di miliardi di uomini gettati nell&#8217;economia globale, la favolosa stagione di innovazioni tecnologiche, la stessa innovazione finanziaria nonostante gli eccessi&#8221;) farà &#8220;affluire i capitali in ogni utile nicchia del rapporto rischio/rendimento&#8221;, mantenendo in funzione la macchina della globalizzazione.<br />
Non credo dunque che il sistema economico globale sia alla vigilia del collasso, anche se immagino, anche a seguito di questa crisi, una forte redistribuzione dei pesi relativi: una ridistribuzione di cui la crescita dei &#8220;fondi sovrani&#8221; è la prima dimostrazione tangibile. Il potere economico si sposta verso l&#8217;Asia, ma non solo: il peso assunto da Chavez in America Latina grazie ai petrodollari ne è un&#8217;altra dimostrazione. Come è scritto nell&#8217;<a href="http://limes.espresso.repubblica.it/2007/12/21/liturgie-del-tempo-estremo/?p=420">editoriale</a> di Limes, negli anni &#8217;70 le &#8220;sette sorelle&#8221; controllavano il 75% delle riserve petrolifere e l&#8217;80% della produzione. Oggi si devono accontentare rispettivamente del 6 e del 24% (quanto al gas: 20 e 35%). Il 60% delle riserve mondiali appartiene  invece alle prime dieci compagnie controllate dai Paesi produttori&#8221;. Ma fondi  sovrani, caudilli del Sudamerica e National Oil Companies vogliono controllare questo sistema, non certo distruggerlo. E per evitare di diventare una colonia l&#8217;Europa (e anche l&#8217;Italia) deve avere una politica chiara, senza perdere tempo  a discutere di stupidaggini.<br />
Il discorso diventa ancora più serio se torniamo al tema da cui siamo partiti: l&#8217;energia e l&#8217;ambiente. Qui, purtroppo, gli apocalittici potrebbero avere ragione. Per quanto si possa fare per migliorare la governance ambientale (e Bali  rappresenta solo una presa d&#8217;atto della gravità del problema) i risultati sulle emissioni di CO2 non si avranno prima del 2030, nella migliore delle ipotesi. E nessuno sa se nel frattempo il peggioramento del clima avrà un andamento lineare (un paio di gradi di riscaldamento, qualche centimetro d&#8217;innalzamento dei mari, più catastrofi ma non LA catastrofe) oppure avremo un tracollo (cambiamento delle correnti dei mari, scioglimento accelerato delle calotte, inondazioni e migrazioni obbligate per centinaia di milioni di persone). I rischi sono gravissimi, ma lo sono stati in altri momenti a noi vicini, quando per esempio  l&#8217;umanità ha rischiato di essere cancellata per qualche errore di valutazione di chi aveva il dito sul pulsante nucleare. Come allora, l&#8217;unica cosa da fare, a mio giudizio, è ragionare, cercare di migliorare la governance globale, vedere le cose realisticamente senza farsi  abbindolare dall&#8217;ottimismo interessato degli impiegati del sistema, ma anche senza abbandonarsi al pessimismo distruttivo degli apocalittici.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2008/01/29/apocalittici-e-impiegati/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>2008: un po&#8217; d&#8217;ottimismo, nonostante il degrado</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/12/31/dopo-un-altro-anno-di-degrado-un-po-di-ottimismo/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/12/31/dopo-un-altro-anno-di-degrado-un-po-di-ottimismo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 31 Dec 2007 11:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Declino]]></category>
		<category><![CDATA[Degrado]]></category>
		<category><![CDATA[Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mezzogiorno]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=61</guid>
		<description><![CDATA[Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia vivendo una fase di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia  vivendo una fase  di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori  sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al declinismo, è stato costretto ad affidare le sue speranze a minoranze che emergono dalla  poltiglia nella quale si è  disfatto il Paese. Mi sembra anche innegabile che il declino  rischi di trasformarsi in degrado, ma il realismo sullo stato del Paese non significa dare per scontato o crogiolarsi nel fatto che il Paese va alla malora. Bene ha fatto, dunque, il <em>Sole 24 Ore</em> a improntare all&#8217;ottimismo i suoi articoli di fine anno.<span id="more-61"></span><br />
<em>&#8220;Italiani depressi, clima impazzito, mondo fuori controllo: il nuovo anno si apre all&#8217;insegna dell&#8217;ansia e del malumore. Ma forse, nelle pieghe del presente, si possono trovare ragioni anche minime, apparentemente marginali, per non vedere tutto nero&#8221;</em>. Si apre così lo &#8220;speciale Capodanno&#8221; del <em>Sole 24 Ore</em>, significativamente intitolato &#8220;2008ttimisti&#8221;.<br />
La  scelta del giornale di infondere fiducia nei lettori si vede anche da altri articoli in positivo usciti negli ultimi giorni dell&#8217;anno: soprattutto un lungo articolo di Marco Vitale, un uomo d&#8217;impresa che ha molti meriti (tra gli altri il riscatto del porto di Gioia Tauro) e che non parla  mai a vanvera. Il quale elenca &#8220;cinque ragioni non scontate per essere ottimisti&#8221; e cioè  la rimonta contro la mafia,  la tenuta della media impresa italiana, il recupero della grande industria, la crescita dello spirito d&#8217;impresa anche in zone soffocate dalla cattiva politica e dalla mentalità assistenziale come la Campania, i progressi verso la semplificazione del sistema istituzionale.<br />
Qualche dietrologo vedrà in questa scelta una decisione della Confindustria, che controlla la quota di maggioranza del quotidiano, di avallare la linea del bicchiere mezzo pieno del primo ministro  Romano Prodi. Personalmente, ci vedo solo l&#8217;intelligenza del direttore Ferruccio De Bortoli e dei suoi collaboratori che sanno bene che un giornale che fa opinione come il Sole non può limitarsi  a denunciare ciò che non funziona, ma deve dare ai  suoi lettori ragioni per sperare e per battersi verso il cambiamento.<br />
Oggi in Italia è più  che mai importante distinguere tra il pessimismo dell&#8217;intelligenza e l&#8217;ottimismo della volontà, se mi si passa la frase gramsciana ormai trita e ritrita. Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia  vivendo una fase  di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori  sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al declinismo, è stato costretto ad affidare le sue speranze a minoranze che emergono dalla  poltiglia nella quale si è  disfatto il Paese. Mi sembra anche innegabile che il declino  rischi di trasformarsi in degrado, come afferma da tempo l&#8217;associazione <em>Società Aperta</em>, la quale ebbe il merito, ancora ai tempi del governo Berlusconi (che era altrettanto immotivatamente ottimista quanto l&#8217;attuale) di segnalare per prima il declino.<br />
Ma il realismo sullo stato del Paese non significa dare per scontato o crogiolarsi nel fatto che il Paese va alla malora. Significa invece battersi, con la consapevolezza dei rischi che corriamo, per invertire la tendenza.<br />
Nel marzo scorso <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/03/22/dal-declino-al-degrado/#more-28">scrivevo</a> sul mio blog: &#8220;<em>il vero rischio dell&#8217;Italia, in questo momento, è di passare dal declino al degrado: da una graduale involuzione economica dovuta alla mancanza di una politica adeguata, a una situazione di deterioramento strutturale: delle istituzioni politiche, ma anche della società civile, a causa dell&#8217;impoverimento del capitale umano, della diffusione di costumi clientelari e comportamenti malavitosi, della sfiducia nelle possibilità di cambiamento. Ci sono fenomeni, ampiamente documentati, che segnano un nostro graduale distacco dal resto dell&#8217;Europa. La qualità delle scuole e delle università con l&#8217;incapacità di applicare al sistema educativo dei criteri di selezione dei finanziamenti in base al merito è certamente uno di questi. La paralisi della giustizia; la constatazione che intere regioni sono costantemente dominate dalla malavita organizzata; lo stile politico prevalente in molte amministrazioni locali, ben raccontato da trasmissioni televisive di fronte alle quali non si sa se ridere o piangere; tutto porta a dipingere un quadro di un Paese magari con qualche decimo di punto di Pil in più, ma sostanzialmente allo sbando, con una sinistra di governo che minimizza la gravità dei fenomeni e una destra d&#8217;opposizione che fa di tutto per impedire anche quel poco che il governo vorrebbe fare</em>&#8220;. Scusate la lunga autocitazione, ma purtroppo non credo che la situazione sia cambiata. Aggiungevo però che questo &#8220;<em>è anche un Paese meraviglioso, di gente che si dà da fare, inventa imprese e nuovi lavori, manifesta solidarietà in mille iniziative sociali, dimostra intensi interessi culturali nonostante le carenze della scuola e i messaggi negativi della televisione</em>&#8220;. E anche questa parte della diagnosi mi sembra confermata.<br />
Di nuovo, forse, sul versante dell&#8217;ottimismo, ci sono due fenomeni: la rinnovata vitalità del sistema delle imprese  e la maggiore consapevolezza del fatto che senza una  maggiore sensibilità agli interessi collettivi, come ha sottolineato il fondo dell&#8217;economista Carlo Trigilia sempre sul <em>Sole</em>, non si va da nessuna parte. Non si può scaricare tutte le responsabilità sulla &#8220;casta&#8221;, sui politici che meritano mille volte di essere mandati dove li manda Beppe Grillo, e dimenticare che troppi italiani appena possono si comportano allo stesso modo. Serve un nuovo sistema politico, certamente. Ma  serve anche un nuovo rigore individuale. E&#8217; un po&#8217; come il discorso sul cambiamento di clima: speriamo che i grandi della terra si mettano d&#8217;accordo per un trattato che migliori il Protocollo di Kyoto, ma intanto ricordiamoci di spegnere la luce quando non serve.<br />
In questa situazione italiana così confusa, vedo  spesso che i giovani con i quali mi confronto sono incerti tra rimanere (o tornare) in Italia oppure costruirsi un futuro all&#8217;estero. Io  credo che la scelta migliore, se possibile, è l&#8217;insieme delle due. Costruirsi opportunità di lavoro, capacità linguistiche, conoscenze e relazioni su dimensioni internazionali. Ma mantenere un piede in Italia perché senza la capacità  dei giovani di indignarsi, la voglia di cambiare le cose, le loro energie, questo Paese è condannato. E&#8217; bello essere cittadini del mondo, ma è  anche bello avere alle spalle una Patria di cui essere orgogliosi, perché, come diceva Giorgio Gaber, anche quando non ci sentiamo italiani, per disgrazia o per fortuna lo siamo. Auguri.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/12/31/dopo-un-altro-anno-di-degrado-un-po-di-ottimismo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Bilal, che fare contro l&#8217;immigrazione clandestina?</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/12/02/bilal-che-fare-contro-limmigrazione-clandestina/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/12/02/bilal-che-fare-contro-limmigrazione-clandestina/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 22:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=49</guid>
		<description><![CDATA[Che fare per fermare l&#8217;immigrazione clandestina? Non si può fare a meno di porsi questa domanda dopo aver letto Bilal, il libro del giornalista dell&#8217;Espresso Fabrizio Gatti che racconta il suo viaggio sui camion dei trafficanti di carne umana dai Paesi dell&#8217;Africa subsahariana attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. Anche se l&#8217;Africa migliorerà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che fare per fermare l&#8217;immigrazione clandestina? Non si può fare a meno di porsi questa domanda dopo aver letto <a href="http://www.24sette.it/sclibro.php?isbn=1701842">Bilal</a>, il libro del giornalista dell&#8217;Espresso Fabrizio Gatti che racconta il suo <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6228236.stm#routes">viaggio</a> sui camion dei trafficanti di carne umana dai Paesi dell&#8217;Africa subsahariana attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. Anche se l&#8217;Africa migliorerà le sue prospettive economiche, come sembra che stia accadendo, il gap con l&#8217;Europa almeno per una generazione sarà tale da indurre milioni di giovani a sognare l&#8217;avventura. E&#8217; importante comunicare nei Paesi d&#8217;origine la realtà di questa traffico, ma è anche importante aiutare a sviluppare attività economiche locali che diano ai giovani una speranza, senza che debbano partire per questa drammatica avventura.<span id="more-49"></span><br />
<a href="http://www.24sette.it/sclibro.php?isbn=1701842">Bilal</a>, il libro di Fabrizio Gatti, mi ha molto emozionato. E&#8217; la storia del <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6228236.stm#routes">viaggio</a> attraverso il Sahara, lungo la rotta degli immigrati clandestini, dal Senegal (o dagli altri Paesi dell&#8217;Africa occidentale) al Niger fino alla Libia per imbarcarsi per l&#8217;Europa. Taglieggiati dai trasportatori, dai militari dei posti di blocco molti di loro finiscono &#8220;stranded&#8221;, alla deriva senza un soldo in una delle oasi del Niger o della Libia. Muoiono di stenti o nel migliore dei casi diventano schiavi di un padrone locale che li fa lavorare dall&#8217;alba al tramonto per un pezzo di pane, con la vaga promessa di ricevere un giorno i soldi necessari per continuare il viaggio. Quelli che finalmente arrivano al Mediterraneo affrontano tutti i pericoli del traghettamento sulle carrette del mare. Arrivati in Italia, se non annegano prima, affrontano le umiliazioni dei centri di accoglienza, il rimpatrio o nel migliore dei casi un lungo periodo di lavoro nero in attesa di un permesso di soggiorno.<br />
Gatti è un giornalista di raro coraggio, che già conoscevamo per le sue cronache sull&#8217;Espresso. come finto immigrato nei centri di raccolta di Milano e di Lampedusa. Ma quello che mi ha particolarmente impressionato in questo libro è il contatto diretto con i suoi compagni di viaggio che vogliono tentare la fortuna di Europa. E&#8217; fin troppo facile, per noi, immaginarceli come carne da macello, sprovveduti aspiranti vu cumprà. In realtà si tratta del fiore della gioventù di quei Paesi: spesso laureati, quasi tutti abituati ad usare il computer e dotati di indirizzo email per tenersi in contatto con le famiglie, spinti al viaggio dalla crisi economica o dalle guerre locali, ma anche dalla convinzione che comunque l&#8217;Europa offra possibilità economiche enormemente superiori ai Paesi d&#8217;origine, per chi ce la fa e per le famiglie che riceveranno le rimesse.<br />
Il cronista Gatti si limita ad evidenziare il vergognoso sfruttamento di questa gente da parte dei tanti intermediari, le contraddizioni e le durezze della politica repressiva europea, senza pretendere di indicare soluzioni. Ma non si può leggere un libro come questo senza chiedersi &#8220;che fare?&#8221;.<br />
Già, che fare? Non ho idee ben chiare, ma inizio su questo tema una &#8220;riflessione a voce alta&#8221;, che mi piacerebbe portasse nel tempo a individuare soluzioni concrete. Personalmente non vedo alternative all&#8217;immigrazione regolamentata: se aprissimo le porte a tutti, si attiverebbero flussi giganteschi, ben superiori alla migrazione dei rumeni che abbiamo subito quest&#8217;anno. Possiamo far entrare in Italia 200mila persone all&#8217;anno, ma non due milioni. Non siamo in grado né di offrire lavoro né di garantire un insediamento accettabile. Dunque una qualche forma di contenimento è inevitabile. I centri di accoglienza si possono e si devono migliorare, ma alla fine gli immigrati clandestini, salvo poche eccezioni, devono essere rimandati indietro.<br />
E&#8217; molto importante, però, l&#8217;azione nei Paesi subsahariani. Lo sviluppo in Africa adesso è possibile, come dimostrano i <a href="http://www.oecd.org/dev/publications/africanoutlook">dati recenti</a> che segnalano un miglioramento economico in molti Paesi. Si tratta di una tendenza ancora a rischio, per la fragilità di quei regimi, per le molte minacce di guerra, per gli effetti del cambiamento climatico. Ma anche nella migliore delle ipotesi ci sarà comunque un gap drammatico, almeno per una generazione, tra le condizioni di vita in molti Paesi africani  e quelle in Europa. La comunicazione diventa quindi fondamentale. La voglia di emigrare tra i giovani africani resterà fortissima ed è importante che conoscano esattamente i pericoli e le conseguenze della clandestinità, i canali legali per trovare lavoro in Europa, le restrizioni a cui l&#8217;immigrazione va soggetta, sfatando i tanti miti che circolano. Gatti racconta per esempio di giovani cattolici in viaggio con la convinzione che per loro basti arrivare nella Città del Papa per ottenere il permesso di soggiorno.<br />
Un&#8217;azione di comunicazione è già in corso: durante la partita Svizzera &#8211; Nigeria (vista in molti Paesi africani) è andato in onda uno <a href="http://it.youtube.com/watch?v=AJa8k1FDPeI">spot</a> su un giovane africano che racconta per telefono ai genitori in Africa di frequentare l&#8217;università in Europa mentre invece sta vivendo tutti i drammi della clandestinità. Programmi di dissuasione sono attivati dall&#8217;Europa e all&#8217;<a href="http://www.iom.int/jahia/Jahia/pbnAF/cache/offonce?entryId=13565">Organizzazione internazionale per i Migranti</a>. Mi sembra molto importante che si stiano attivando anche iniziative dal basso, come quella di <a href="http://www.cosinrete.it/2007_04/cosinrete3177_01.htm">Yayi Bayam Diouf</a>, che ha perso il figlio sulla rotta tra il Senegal e la Spagna e guida adesso il gruppo Femmes de Thiaroye contre l&#8217;emigration clandestine. Aggiungo che il ruolo delle donne è importantissimo. Anch&#8217;io, nei miei viaggi nell&#8217;Africa subsahariana, ho riscontrato questa differenza di atteggiamento tra le donne che lavorano, attente a costruire giorno per giorno il miglioramento, e gli uomini che sognano il grande viaggio, la rottura col presente, ma spesso sono meno impegnati nella quotidianità.<br />
La comunicazione in loco però è solo una faccia della medaglia. L&#8217;altra è l&#8217;aiuto allo sviluppo, in forme capillari quali il microcredito o la cooperazione decentrata a livello di comunità. Spesso basterebbe poco per fornire l&#8217;aiuto economico necessario per mantenere un&#8217;attività locale, senza tentare questa drammatica avventura. Il problema è come trovare i canali giusti per fornirlo, questo aiuto. Ci sono molte iniziative, bellissime, per adottare bambini a distanza. Forse bisognerebbe anche, in qualche modo &#8220;adottare&#8221; i giovani, o le loro famiglie per aiutarli a costruirsi una prospettiva sulla loro terra.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/12/02/bilal-che-fare-contro-limmigrazione-clandestina/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Beyond Gdp, ambientalisti ed economisti a confronto</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/11/22/beyond-gdp-ambientalisti-ed-economisti-a-confronto/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/11/22/beyond-gdp-ambientalisti-ed-economisti-a-confronto/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 22 Nov 2007 16:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Economisti]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Gdp]]></category>
		<category><![CDATA[Indicators]]></category>
		<category><![CDATA[Oecd]]></category>
		<category><![CDATA[Profit]]></category>
		<category><![CDATA[Ricchezza]]></category>
		<category><![CDATA[Sistema statistico internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=47</guid>
		<description><![CDATA[Il convegno &#8220;Beyond Gdp&#8221; (Oltre il Pil) a Bruxelles ha messo a confronto ambientalisti ed economisti, facendo registrare, forse per la prima volta, una certa convergenza sul concetto di sviluppo sostenibile e sulle modalità per misurarlo. E&#8217; un progresso importante, ma ci vorrà tempo prima che i nuovi indicatori siano effettivamente condivisi e usati per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il convegno &#8220;<a href="http://www.beyond-gdp.eu/">Beyond Gdp</a>&#8221; (Oltre il Pil) a Bruxelles ha messo a confronto ambientalisti ed economisti, facendo registrare, forse per la prima volta, una certa convergenza sul concetto di sviluppo sostenibile e sulle modalità per misurarlo. E&#8217; un progresso importante, ma ci vorrà tempo prima che i nuovi indicatori siano effettivamente condivisi e usati per promuovere politiche più efficaci.<span id="more-47"></span><br />
Sarà forse perché si svolgeva in un&#8217;aula del Parlamento europeo, di certo il convegno &#8220;Beyond Gdp&#8221; (oltre il Pil) che si è svolto a Bruxelles il 19 e 20 novembre ha avuto un carattere più &#8220;politico&#8221; di quello svoltosi a Istanbul in giugno per iniziativa dell&#8217;Ocse, già <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/10/20/come-nasce-la-statistica-del-21%c2%b0-secolo/#more-44">raccontato</a> su questo blog. Il tema era simile (i nuovi indicatori del progresso umano), ma questa volta oltre all&#8217;Ocse hanno partecipato all&#8217;organizzazione il Parlamento e la Commissione europea, il Club di Roma, il Wwf.<br />
Al di là di certe enunciazioni troppo ottimistiche, che però colpiscono la stampa, sulla possibilità di usare la misura della felicità al posto del Prodotto interno lordo, l&#8217;aspetto più interessante dell&#8217;iniziativa si è visto nel tentativo di far dialogare ambientalisti ed economisti. In  passato, le iniziative sul superamento del Pil erano prese in uno spirito di contrasto ideologico rispetto al cosiddetto &#8220;economicismo&#8221;, nella convinzione che le misure della ricchezza umana basate solo sulla capacità di produrre beni e servizi  finissero col sottovalutare aspetti fondamentali, tanto da portare in ultima analisi a un impoverimento del Pianeta. D&#8217;altra parte, gli economisti vivevano con un certo fastidio queste pressioni che mettevano in discussione misurazioni consolidate senza proporre  sistemi alternativi validi di misurazione del progresso.<br />
L&#8217;incontro di  Bruxelles ha avuto invece il merito di far dialogare i due mondi, che peraltro nel frattempo si sono molto avvicinati: l&#8217;urgenza delle questioni ambientali ha reso ancor più evidente che non basta misurare la ricchezza senza tener conto degli effetti generali, non solo per gli effetti globali sul clima, ma anche per il depauperamento delle risorse economiche che non viene considerato nel calcolo del Pil: tipico il caso, citato al convegno, della Mauritania che ha visto migliorare i suoi conti per qualche anno grazie al più intenso sfruttamento delle risorse ittiche, per poi ripiombare nella crisi quando i banchi di pesce sono stati sfruttati al di là delle capacità di rigenerarsi.<br />
Anche soggetti che in passato sembravano le roccheforti dell&#8217;economicismo, come la Banca Mondiale, parlano oggi sempre più spesso di sviluppo sostenibile. D&#8217;altra parte, il mondo ambientalista, o almeno una grossa parte di esso, sta passando dalla fase di mera denuncia a una fase più costruttiva di lavoro fianco a fianco con gli economisti.<br />
Al convegno sono state presentate diverse proposte di misurazione composita degli effetti economici e di quelli ambientali, ma non mi sembra che possa  esserci un sostituto del Pil di prossima adozione. Così come le perorazioni perché i calcoli aziendali presentino una &#8220;triple bottom line&#8221;, cioè un triplo risultato che tenga conto di Profitto, gente (People) e Pianeta sono interessanti, ma ancora ben lontane da un&#8217;adozione generale. Ma la linea di tendenza è indubbiamente quello di attribuire un diverso valore agli indici che contano per decidere le politiche. Il prossimo passo è far sì che questi indici siano effettivamente usati non per far polemica ma per prendere decisioni condivise.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/11/22/beyond-gdp-ambientalisti-ed-economisti-a-confronto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La grande sfida della governance mondiale</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/11/16/la-grande-sfida-della-governance-mondiale/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/11/16/la-grande-sfida-della-governance-mondiale/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 17:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Eni]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nazioni unite]]></category>
		<category><![CDATA[Onu]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Un]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=46</guid>
		<description><![CDATA[Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del World Energy Congress, lavorando su tutti gli interventi e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del <a href="http://www.rome2007.it/home/home.asp">World Energy Congress</a>, lavorando su tutti gli interventi e i dibattiti. La governance globale è indispensabile per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, il contenimento delle speculazioni sui prezzi dell&#8217;energia, la crescita sicura del nucleare, un dopo Kyoto accettabile da tutti e davvero efficace nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la gestione delle conseguenze inevitabili di cambiamenti di clima. Ci vorranno leader con coraggio e visione e una continua pressione dell&#8217;opinione pubblica.<span id="more-46"></span><br />
Per incarico di Zig-Zag, la società di comunicazione di Andrea Zagami, ho coordinato nei giorni scorsi il desk del media center del World Energy Congress. E&#8217; stato un lavoro intenso e interessante, al servizio di 979 giornalisti accreditati. Con una squadra  di sei giornalisti che voglio ricordare uno per uno, Concita Minutola, Nicola Scevola, Eric Sylvers, Tessa Thorniley, Paola Toscani, Fulvio Totaro, per cinque giorni abbiamo seguito tutti gli eventi di questa gigantesca manifestazione, sfornando un centinaio di comunicati, tra italiano e inglese, per dar conto di tutti i discorsi e i dibattiti.<br />
Essere al centro del flusso informativo di un evento mondiale (quattromila delegati che avevano pagato circa 2000 euro ciascuno per partecipare!) su un tema così importante aiuta anche a chiarirsi le idee. Il World Energy Council che ha organizzato l&#8217;evento ha posto al centro il tema dell&#8217;interdipendenza, che nel campo dell&#8217;energia è fondamentale: basta guardare la carta mondiale dei gasdotti o dei flussi del petrolio per rendersene conto. Nelle discussioni, accanto a questo tema è emerso con forza quello della politica, cioè la necessità di governance globale, sul quale hanno insistito anche Pierluigi Bersani e Massimo D&#8217;Alema. C&#8217;è un insieme complesso di questioni, dalla sicurezza degli approvvigionamenti all&#8217;incentivazione delle politiche di risparmio energetico, dalla transizione verso forme di energia meno inquinanti agli interventi conseguenti al cambiamento di clima, che possono essere affrontati solo con forti accordi internazionali e con organizzazioni internazionali in grado di gestirli.<br />
1) C&#8217;è innanzitutto il grande tema degli approvvigionamenti di idrocarburi. Il dialogo tra Paesi produttori e consumatori è necessario per evitare tensioni tra offerta e domanda, ma soprattutto, in tutti i casi in cui la fornitura avviene attraverso oleodotti o gasdotti, è necessario avere la garanzia che quella fornitura &#8220;rigida&#8221; non verrà utilizzata per condizionamenti politici. Se domani, oltre a trasferire petrolio o gas, cominceremo a trasferire su lunghe distanze anche l&#8217;energia elettrica ottenuta dalla energie rinnovabili, il tema di un soggetto politico internazionale che garantisca la sicurezza degli approvvigionamenti diventerà ancora più importante. Si pensi per esempio ai progetti, a cui ha accennato il premio Nobel Carlo Rubbia al <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/#more-34">Venice Forum</a>, di produrre energia elettrica per l&#8217;Europa dal sole del Sahara. Si tratta di investimenti giganteschi, che possono essere fatti soltanto in un quadro politico di certezza tra tutti gli Stati coinvolti.<br />
2) C&#8217;è poi (e ne ha parlato al Congresso Romano Prodi) la necessità di limitare la speculazione sul petrolio  e sui prodotti petroliferi: le tensioni reali del mercato sono oggi fortemente amplificate dai meccanismi speculativi. Per noi è normale pensare di avere un&#8217;agenzia di regolazione dei mercati finanziari a livello nazionale come la Sec americana o la nostra Consob, che vigila contro gli eccessi, ma nulla di simile esiste a livello internazionale. Forse si dovrà in qualche modo arrivarci.<br />
3) Altro grande tema di governance è il nucleare, dove il mondo è dibattuto tra il bisogno di nuove centrali, perché assai meno inquinanti di quelle a combustibili tradizionali, e la paura (accanto alle altre sulle scorie e gli incidenti, che però mi sembrano superabili con le nuove tecnologie) che i processi di produzione siano usati anche per mettere da parte una bella scorta di bombe atomiche. Il caso Iran è tipico di questo dilemma ed è anche la dimostrazione di come la governance attuale affidata all&#8217;International Atomic Energy Agency non sia sufficiente.<br />
4) Il tema più complesso  sul quale dovrà comunque esercitarsi la governance internazionale è il cosiddetto &#8220;dopo Kyoto&#8221;. Il problema è  emerso chiaramente al congresso di Roma, ma sulla diagnosi gli esperti convergono da tempo: l&#8217;energia c&#8217;è, anche abbondante, ma gran parte dei combustibili e carburanti impiegati provoca il surriscaldamento del pianeta. Se i nuovi Paesi in via di sviluppo, crescendo, adottassero gli stessi modelli  di consumo di Stati Uniti ed Europa sarebbe un disastro. C&#8217;è un solo  sistema finora ideato per spingere verso un sostanziale risparmio energetico: l&#8217;aumento del prezzo dell&#8217;energia attraverso una tassa su tutte le fonti inquinanti (cioè in pratica sulle emissioni di CO2) i cui proventi potrebbero andare a incentivare le nuove tecnologie o le attività di riequilibrio delle emissioni attraverso iniziative (come per esempio la riforestazione) che riducono l&#8217;anidride carbonica nell&#8217;aria. L&#8217;aumento dei costi energetici che ne derivera  può anche provocare un temporaneo rallentamento economico, bilanciato però dalla sviluppo  (che sta già avvenendo) di tutte le attività anti-inquinanti. Gli impegni assunti dall&#8217;Europa con il  Protocollo di Kyoto vanno già in questa direzione, però è evidente che entro il 2012, quando Kyoto scadrà, si dovrà arrivare a un meccanismo quantificato per tutti i grandi inquinatori, compresi Stati Uniti, India e Cina. Sugli Usa c&#8217;è la speranza che la futura amministrazione riprenda una politica responsabile, anche sulla spinta di un sostanziale cambiamento dell&#8217;opinione pubblica. Quanto ai Paesi in sviluppo, è giusto che chiedano condizioni che non sacrifichino la loro possibilità di crescita, ma è anche necessario che assumano impegni quantificati. Insomma, una trattativa molto complessa, che può avere la possibilità di riuscire solo  perché il cambiamento di clima sta diventando la priorità numero uno per gran parte del pianeta. E così come si è passati dal Gatt (che era solo un accordo commerciale) alla World  Trade Organization per gestire adeguatamente gli impegni, si può immaginare che nel dopo Kyoto anche la gestione di una eventuale carbon tax internazionale richieda strutture internazionali adeguate.<br />
Infine, la governance sarà indispensabile proprio per gestire i cambiamenti di clima: i danni gravissimi dei fenomeni meteorologici estremi, le migrazioni di massa a causa della siccità, l&#8217;abbandono di zone costiere che saranno sommerse dall&#8217;acqua. Sono tutti compiti di cui già si occupano le agenzie dell&#8217;Onu, ma l&#8217;impegno e l&#8217;efficienza richiesta saranno certamente molto maggiori.<br />
In conclusione, penso che possiamo forse permetterci di andare avanti ancora per qualche decennio senza un governo mondiale, in un delicato equilibrio tra grandi potenze e accordi regionali. Ma non possiamo affrontare neanche il futuro prossimo senza una governance globale, fatta di accordi tecnici e politici, istituzioni efficaci per farli rispettare, continua pressione dell&#8217;opinione pubblica. Saranno anche necessari leader politici con capacità e visione. Ricordo una frase di un relatore, nei tanti discorsi di questi giorni al Congresso: &#8220;Una dozzina di persone nel mondo è in grado di avviare a soluzione i nostri problemi&#8221;. Solo da una comune volontà dei leader più importanti può scaturire una governance condivisa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/11/16/la-grande-sfida-della-governance-mondiale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Clima: il Sahara è la nostra speranza</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Jul 2007 08:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[East]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=30</guid>
		<description><![CDATA[Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche. Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche.<span id="more-30"></span><br />
Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano idee ed esperienze senza la ricerca di effetti spettacolari e le costrizioni di tempo che caratterizzano invece  i dibattiti attraverso i media. Però non è un caso che per sentire qualcosa d&#8217;interessante su temi che riguardano il futuro del nostro Paese si debba partecipare a incontri che si svolgono prevalentemente in inglese, dove la presenza prevalente di ospiti internazionali depura anche gli interventi degli italiani dai tatticismi e dagli esibizionismi politici.  La barriera linguistica da noi è tuttora un problema: fa sì che le idee circolino con ritardo e che siano accolte con maggiore scetticismo, perché spesso arrivano ai decisori italiani in sintesi smozzicate e poco credibili.<br />
Ma veniamo al cambiamento di clima. L&#8217;occasione di fare il punto è stata offerta dal <a title="Cronaca su Radio radicale" href="http://www.radioradicale.it/scheda/228859/venice-forum-the-european-energy-policy-enhancing-the-security-of-supply-by-creating-a-single-eu-energy-ma">Venice Forum</a> organizzato il 21 e 22 giugno da Unicredit e dalla rivista <a title="La rivista" href="http://www.bcdeditore.it/East/default.aspx"><em>East</em></a> diretta da Vittorio Borelli.  Il premio Nobel Carlo Rubbia ma anche molti altri partecipanti hanno contribuito a tracciare scenari credibili di quello che ci aspetta in futuro. Ecco una sintesi di quello che ho imparato, in dieci punti.<br />
1. La terra si sta riscaldando, questo ormai è un fatto indiscutibile, così come è certo il rapporto tra cambiamento di clima ed emissioni di anidride carbonica (CO2). Per quanto si possano introdurre comportamenti virtuosi nei Paesi industrializzati, la fame di energia e il giusto bisogno di di crescita di quelli in via di sviluppo farà sì che almeno fino al 2030 le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare. L&#8217;effetto sul clima sarà inevitabile: da due a quattro gradi di aumento nella seconda metà del secolo. Anche senza mettere in conto le accelerazioni dei fenomeni, sempre possibili nei sistemi complessi, ci saranno forti impatti sulle aree coltivabili, aumento del livello dei mari, inevitabili migrazioni di grandi masse di popolazione costrette a lasciare le aree colpite dalla siccità o minacciate dall&#8217;acqua.<br />
2. L&#8217;ineluttabilità di un moderato (ma comunque drammatico) aumento della temperatura non deve essere un alibi per non intervenire nel modo più deciso. Fino a quando le emissioni di CO2 non sarano riportate al limite massimo che la terra e gli oceani possono assorbire senza aumentarne l&#8217;accumulo nell&#8217;atmosfera, continueranno a innescarsi fenomeni gravissimi e imprevedibili. Per ritornare a una situazione d’equilibrio si deve riportare il mondo ad emissioni pari alla metà delle attuali. Considerando le incomprimibili esigenze dei Paesi nuovi, i Paesi di più antica industrializzazione dovranno porre in atto politiche di risparmio e riconversione energetica molto drastiche: difficili, ma non impossibili.<br />
3. Un&#8217;ulteriore spinta a cambiare il modello di sviluppo proverrà dal fatto che comunque nella seconda metà del secolo il petrolio è destinato a finire. Il gas naturale durerà un po&#8217; di più, ma la fonte più economica a disposizione ancora per secoli sarà il carbone. Purtroppo è anche la più inquinante, almeno allo stato attuale delle conoscenze, ma è bene ricordare questa disponibilità: se non metteremo in atto politiche di sviluppo delle energie alternative, la spinta economica sarà ad usare fonti ancor più &#8220;sporche&#8221; di quelle attuali.<br />
4. L&#8217;energia nucleare è una risposta, ma solo in determinate situazioni. I timori sul trattamento delle scorie rendono improponibile il ritorno al nucleare in Italia e in altri Paesi dove l&#8217;opinione pubblica è fortemente contraria. Risultato: le nuove centrali nucleari si faranno (e si stanno già facendo) quasi esclusivamente nei Paesi in via di sviluppo. Ma pongono anche gravi problemi politici, perché è necessario stabilire quali sono i Paesi virtuosi che possono fare uso delle tecnologie nucleari e quali sono invece i Paesi canaglia che potrebbero servirsene per fare ordigni nucleari.<br />
5. Le energie rinnovabili che ci sono più familiari continueranno a dare un apporto molto limitato alla copertura dei nuovi fabbisogni energetici. Il solare fotovoltaico e l&#8217;energia eolica, anche se fortemente incentivati in numerosi Paesi europei, hanno comunque un costo elevato. E&#8217; improbabile in queste condizioni che l&#8217;obiettivo del Consiglio europeo di arrivare a un 20% di produzione da energie rinnovabili entro il 2020 possa davvero essere raggiunto con questi mezzi.<br />
6. Importantissimo sarà invece l&#8217;apporto del risparmio energetico, soprattutto nell&#8217;edilizia. Gli esperimenti compiuti in Germania (ma anche in Alto Adige) dimostrano che è già possibile costruire case che si riscaldano con pochi litri di gasolio all’anno. Per ottenere risultati significativi però sarà necessario incentivare la riconversione dell&#8217;esistente e non solo operare sulle nuove costruzioni e sui nuovi impianti.<br />
7. Il sistema più efficace e meno distorcente per incentivare la riconversione a produzioni e consumi più appropriati è quello della tassazione delle emissioni di CO2. Sull&#8217;onda degli accordi di Kyoto l&#8217;Europa ha avviato questo meccanismo, anche se limitato alle imprese elettriche e a pochi altri casi. Si prevede che anche Stati Uniti e Giappone lo introducano. Il mercato europeo dei diritti d&#8217;inquinamento è stato inizialmente distorto da un eccesso di permessi rilasciati dalle autorità. Si avvia però verso i 25/30 euro per tonnellata di CO2 emesso, un livello che comincia a diventare stringente, ma c&#8217;è chi prevede che nei prossimi anni salirà anche a dieci volte questo prezzo. La tassazione delle emissioni, se estesa a buona parte del sistema industriale, può servire anche agli Stati per finanziare politiche di promozione delle energie pulite, con un limite: poiché questa tassazione non è condivisa da tutti gli Stati, c&#8217;è sempre il rischio che si traduca in un incentivo alla delocalizzazione delle imprese verso Paesi che non applicano la &#8220;carbon tax&#8221;. Sarebbe più equo, anziché tassare le imprese, tassare i consumi finali di beni la cui produzione comporta emissioni. Sarebbe una sorta di &#8220;Ica&#8221;, imposta sul carbonio aggiunto. Qualcuno comincia a  parlarne,  ma si tratta di ipotesi ancora lontane. In ogni caso l&#8217;effetto sulla crescita sarebbe limitato, anche perché la lotta all&#8217;inquinamento (energie alternative e risparmio energetico) incentiva attività nuove: si calcola che in Germania il settore nel 2020 sarà più importante delle produzioni legate all&#8217;automobile.<br />
8. Si è anche creato un fiorente mercato delle attività antinquinanti che possono riequibrare le emissioni dannose. Per esempio, un&#8217;impresa che vuole figurare &#8220;a emissioni zero&#8221;, una volta fatto il conto delle sue emissioni, può acquistare in un apposito mercato attività che riassorbano una pari quantità di anidride carbonica, attraverso riforestazioni o altre azioni virtuose quali l&#8217;incentivazione di produzioni rinnovabili. La Cina ha colto al volo questa opportunità e offre centinaia di opportunità garantite da certificati. In realtà, se i paesi africani ne avessero la capacità, i certificati antinquinamento potrebbero essere una grande opportunità di aiuto allo sviluppo.<br />
9. La grande speranza nel campo delle energie rinnovabili proviene però dalla ricerca. Accantonata per ora la fissione nucleare e anche le tecnologie legate all&#8217;idrogeno, circolano molte idee nuove: dalla scomposizione del gas naturale per far sì che non emetta CO2 all&#8217;interramento delle emissioni delle centrali a carbone, fino alle nuove piante capaci di trasformare in energia una grande quantità della luce e del calore che assorbono. Ma tra questi discorsi il più significativo e importante riguarda il solare di nuova generazione, il cosiddetto Concentrating solar power (Csp). In Spagna, in Algeria, anche in Sicilia sono in sperimentazione stazioni solari che ricoprendo di specchi interi ettari di territorio sono in grado di produrre energia elettrica a costi accettabili. E&#8217; chiaro che richiedono grandi estensioni e tanto sole, ma i progetti, dato che ormai la trasmissione di energia elettrica a distanza è ormai possibile con perdite limitate, si orientano sul deserto del Sahara: basterebbe un quadrato di specchi di alcune decine di chilometri per  fronte al fabbisogni di energia elettrica di tutta l&#8217;Europa. Non è facile arrivarci, naturalmente, perché queste centrali richiedono acqua o altre tecniche di raffreddamento (che comunque esistono). Ma si tratta di una prospettiva molto concreta.<br />
10. Da tutto quanto detto risulta sempre più chiaramente che il sistema energia &#8211; ambiente è fortemente interrelato e richiede una visione globale. I paesi in via di sviluppo non accetteranno di limitare le loro emissioni se quelli industrializzati non cominceranno a ridurre i loro forti consumi. Al tempo stesso molte iniziative di lotta alle emissioni andranno condotte nei paesi nuovi. L&#8217;Europa che è già dipendente da Russia e Medio Oriente per petrolio e gas naturale, può avere tutto l&#8217;interesse a sviluppare rapporti intensi con il continente africano per la produzione di energia elettrica. Il meccanismo, molto schematicamente, dovrebbe essere questo: tassare da noi le produzioni o i consumi a contenuto energetico e reinvestire almeno una parte del ricavato nella realizzazione di nuove centrali solari sull&#8217;altra sponda del Mediterraneo. Se poi queste centrali contribuiranno a creare lavoro, potrebbero anche aiutare a ridurre la spinta migratoria. Utopie? Ma quanti dei discorsi che oggi facciamo, partendo da dati di fatto, dieci anni fa ci sembravano solo fantasie?</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Quella voglia di addolcire la verità</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/04/17/quella-voglia-di-addolcire-la-verita/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/04/17/quella-voglia-di-addolcire-la-verita/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2007 19:53:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[AlGore]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=26</guid>
		<description><![CDATA[Sono in partenza per la Grecia, per andare a trovare Phileas e metterla in acqua. Per un paio di settimane non sarÃ² in condizione di scrivere. PerÃ² volevo sottolineare alcune cose. 1) Un hacker Ã¨ entrato nel mio sito e ha sostituito mia home page con un suo annuncio. Mio figlio Pietro, che ha riparato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono in partenza per la Grecia, per andare a trovare Phileas e metterla in acqua. Per un paio di settimane non sarÃ² in condizione di scrivere. PerÃ² volevo sottolineare alcune cose.<span id="more-26"></span><br />
1) Un hacker Ã¨ entrato nel mio sito e ha sostituito mia home page con un suo annuncio. Mio figlio <a href="http://www.pietrosperoni.it/">Pietro</a>, che ha riparato il guasto, mi dice che l&#8217;intruso poteva fare ben di peggio e che la colpa Ã¨ mia perchÃ© la password (ora cambiata) era troppo facile.  Ne prendo atto.  E ringrazio l&#8217;hacker di non aver fatto guasti irreparabili e di essersi limitato a piantare sul sito la sua bandiera. Turca.<br />
2) Rispondo al commento di <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/04/03/se-in-italia-ci-fosse-un-al-gore/#comments">Fabio</a> al mio precedente <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/04/03/se-in-italia-ci-fosse-un-al-gore/">post</a>. Sono sostanzialmente d&#8217;accordo con la sua domanda finale: la classe politica sarÃ  in grado, in Italia come negli altri Paesi, di introdurre misure coraggiose che penalizzino le emissioni di CO2, anche se comporteranno drastici mutamenti nella struttura dei consumi? Non lo so, temo di no. Ma proprio per questo apprezzo il coraggio di Al Gore e non credo che la sua azione si possa collocare soltanto nella logica delle prossima campagna elettorale americana. Anzi, dopo aver scritto il precedente post ho visto &#8220;An inconvenient truth&#8221;, il film di Gore, e mi sono rafforzato in questa convinzione. Se poi in Europa si sceglie una strategia di lotta al cambiamento di clima per dipendere meno dai produttori d&#8217;idrocarburi, come Fabio ipotizza, vorrÃ  dire che c&#8217;Ã¨ un doppio motivo per benedire questa politica. Mi preoccupa perÃ² che sono stati annunciati obiettivi importanti da raggiungersi in meno di 15 anni, ma non si fa abbastanza per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica.<br />
3) Forse la chiave di lettura Ã¨ questa: i governi sanno di dover fare qualcosa contro il riscaldamento  globale, ma vogliono essere liberi di  agire senza rischiare conflitti interni. Come dire, &#8220;lasciateci lavorare  e non allarmate l&#8217;opinione pubblica&#8221;. E&#8217; un atteggiamento clamorosamente sbagliato perchÃ© senza una mobilitazione delle coscienze non saremo in grado di adottare politiche adeguate e quindi non raggiungeremo gli obiettivi.  Ma Ã¨ quanto sta accadendo, confermato  dalle modalitÃ  di presentazione della seconda parte del Rapporto dell&#8217;<a href="http://www.ipcc.ch/">Ipcc</a>, il panel di  scienziati che studia il cambiamento di clima per conto dell&#8217;Onu. Le rappresentanze diplomatiche non si sono preoccupate di discutere le 1500 pagine di contenuti scientifici (che tanto sono solo per addetti ai lavori) ma hanno limato riga per riga le poche pagine della sintesi destinata a circolare sui giornali. Insomma i politici dicono: &#8220;Scienziati, ci va bene che voi indaghiate e ci serve che ci diciate senza reticenze i vostri risultati. Ma lasciate che poi la partita con l&#8217;opinione pubblica mondiale ce la giochiamo quando e come ci pare meglio&#8221;. Non ci piace, ma Ã¨ quello che sta accadendo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/04/17/quella-voglia-di-addolcire-la-verita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Se in Italia ci fosse un Al Gore</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2007/04/03/se-in-italia-ci-fosse-un-al-gore/</link>
		<comments>http://www.donatosperoni.it/2007/04/03/se-in-italia-ci-fosse-un-al-gore/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Apr 2007 17:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[AlGore]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Clima]]></category>
		<category><![CDATA[Environment]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Governo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Repubblica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.donatosperoni.it/?p=25</guid>
		<description><![CDATA[Mettiamo insieme un po&#8217; di fatti, pubblicati di recente. 1) Il Quarto Rapporto dell&#8217;International Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo di 2500 scienziati impegnati dall&#8217;Onu a studiare il cambiamento di clima, ci dice che la temperatura media della terra Ã¨ giÃ aumentata di un grado dal 1900 e aumenterÃ almeno di un altro grado [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mettiamo insieme un po&#8217; di fatti, pubblicati di recente.</p>
<p>1) <a title="Ipcc Home Page" href="http://www.ipcc.ch/">Il Quarto Rapporto dell&#8217;International Panel on Climate Change (Ipcc)</a>, il gruppo di 2500 scienziati impegnati dall&#8217;Onu a studiare il cambiamento di clima, ci dice che  la temperatura media della terra Ã¨ giÃ  aumentata di un grado dal 1900 e aumenterÃ  almeno di un altro grado entro il 2100. Sembra poco, ma l&#8217;analisi sugli effetti (in corso di pubblicazione, sempre a cura dellÃ­Ipcc) rivela che Ã¨ sufficiente per mettere in discussione le condizioni di vita di miliardi di persone. <span id="more-25"></span></p>
<p>2) Le pur prudenti analisi dell&#8217;Ipcc si basano sull&#8217;ipotesi che le emissioni di biossido di carbonio (CO2) rimangano agli attuali livelli. Invece, sappiamo dall&#8217;<a title="World Energy Outlook" href="http://www.worldenergyoutlook.org/">International Energy Agency</a> che non sarÃ  cosÃ¬: a causa soprattutto della crescita dei Paesi in via di sviluppo antro il 2030 le emissioni di CO2 cresceranno dal 39 al 55%.</p>
<p>3) Nessuno sa davvero quali saranno le conseguenze di questa accelerazione dell&#8217;effetto serra. Cresce comunque la preoccupazione che le conseguenze non siano lineari: che cioÃ¨, data la complessitÃ  del sistema, ci possano essere effetti accelerati e imprevedibili. Se ne preoccupano le compagnie di assicurazioni, ma anche il Pentagono, che contempla scenari apocalittici: <a title="L'articolo" href="http://www.environmentaldefense.org/documents/3566_AbruptClimateChange.pdf">una delle ipotesi pubblicate</a> Ã¨ che l&#8217;Europa cominci a raffreddarsi fin dal 2010 (domani) a causa della deviazione della Corrente del Golfo.</p>
<p>E&#8217; questo il quadro, altamente incerto ma comunque drammatico, che ha indotto Al Gore, dopo aver mancato per un soffio la presidenza Usa nel 2000, a intraprendere una <a title="Il sito della campagna di Gore" href="http://www.climatecrisis.net/">crociata</a> per promuovere una drastica revisione della politica ambientale negli Stati Uniti. CosÃ¬ facendo con ogni probabilitÃ  Gore rinuncia a candidarsi alla presidenza nel 2008, perchÃ© oggi meno del 10 per cento degli americani pensa che il clima sia un problema prioritario; ma le sue scelte nascono da una profonda convinzione personale e forse dalla certezza che alla lunga i suoi concittadini dovranno dargli ragione.</p>
<p>Anche nel nostro Continente qualcosa si muove. L&#8217;Europa ha fatto un passo avanti importante con le decisioni adottate dal <a title="Il documento finale" href="http://www.consilium.europa.eu/cms3_applications/applications/newsroom/LoadDocument.asp?directory=it/ec/&#038;filename=93153.pdf">Consiglio europeo dell&#8217;8 e 9 marzo</a>, basate sul principio del 20 &#8211; 20 -20: ridurre del 20% entro il 2020 le emissioni di gas serra e per quella data incrementare della stessa percentuale l&#8217;uso delle energie rinnovabili e i sistemi di risparmio energetico. Si tratta dell&#8217;iniziativa piÃ¹ significativa adottata finora in vista del rinnovo del Protocollo di Kyoto, nel 2012, con l&#8217;ambizione di coinvolgere fortemente nelle politiche ambientali anche gli Usa, la Cina e l&#8217;India. Ma questi impegni sono tutt&#8217;altro che lievi e probabilmente comporteranno non solo politiche di settore, ma modifiche sostanziali del nostro modello economico, come del resto molte imprese (e molte societÃ  di consulenza) stanno cominciando a capire.</p>
<p>Anche l&#8217;Italia si dÃ  da fare. Il 19 febbraio Romano Prodi e Pier Luigi Bersani hanno presentato il nuovo <a title="La presentazione del piano" href="http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/energia_clima/index.html">piano sull&#8217;efficienza energetica</a> che prevede incentivi per le energie rinnovabili e misure per ridurre i consumi energetici, per esempio attraverso tecniche di bioedilizia. A un gruppo di lavoro guidato dall&#8217;imprenditore Pasquale Pistorio Ã¨ stato affidato il compito di presentare un progetto entro quattro mesi per favorire l&#8217;innovazione e &#8220;la nascita di un&#8217;ecoindustria&#8221;.</p>
<p>EÃ­ sufficiente? Difficile dirlo. Per ora, certamente, il problema non Ã¨ entrato nella coscienza collettiva. E&#8217; un tema di settore, uno dei tanti, caro in particolare ai Verdi. Ma dato che i Verdi sono un partito con precise connotazioni politiche, questo rende le cose ancor piÃ¹ complicate. Se in Italia ci fosse un Al Gore verrebbe immediatamente etichettato e di conseguenza perderebbe gran parte della sua credibilitÃ .</p>
<p>In realtÃ , le misure che si dovranno adottare per combattere il cambiamento climatico non si collocano da una parte politica e non sono necessariamente gradite alla sinistra radicale. Ci si puÃ² affidare a una ricetta piÃ¹ dirigista (piÃ¹ norme restrittive, piÃ¹ incentivi per le rinnovabili), ma anche a una ricetta liberista, caldeggiata dallÃ­Economist: piÃ¹ tasse su tutte le attivitÃ  inquinanti. Forse la ricetta giusta Ã¨ un mix delle due. Ma in ogni caso, c&#8217;Ã¨ una domanda alla quale la politica, presto o tardi, ci chiamerÃ  a rispondere: quanto siamo disposti a sacrificare del nostro benessere e del nostro modo di vivere per rallentare il cambiamento di clima? Forse oggi ben poco, ma Ã¨ bene cominciare almeno a parlarne un po&#8217; di piÃ¹, come avviene nel resto del mondo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.donatosperoni.it/2007/04/03/se-in-italia-ci-fosse-un-al-gore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

