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	<title>Donato Speroni &#187; Benessere</title>
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		<title>Ma perché Cameron vuole misurare la felicità? E come lo farà?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 12:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
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		<category><![CDATA[Istat]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma perché Cameron vuole misurare la felicità? E come lo farà?
Prima Nicolas Sarkozy, adesso David Cameron. Come mai in un momento di crisi economica e di tagli di bilancio con pesanti implicazioni sociali i governanti europei stimolano i loro uffici di statistica a misurare il benessere dei cittadini?
C’è chi sospetta che sia un modo di “parlar d’altro”, di suggerire che esistono altri valori oltre al denaro, proprio quando di soldi in giro ce ne sono pochini.  Può essere. Ma qualunque governante capace di guardare un po’ avanti sa che gli stili di vita dei paesi più ricchi dovranno cambiare per far fronte alle difficoltà globali, economiche, ambientali e sociali. Proprio in Inghilterra, un anno fa, il capo dei consulenti scientifici del governo annunciò per il 2030 una “tempesta perfetta”. All’epoca a Downing Street c’erano i laburisti, ma la visione dei rischi ai quali andiamo incontro accomuna le diverse parti politiche. 
Il problema dell’immediato futuro, dunque, non è solo che sarà difficile mantenere lo stesso potere d’acquisto, ma che dovremo cambiare vita: adattarci a servizi pubblici meno costosi, accettare nuovi modelli di consumo privato, far fronte alle sfide dei paesi emergenti in termini di competitività, definire i parametri per gestire la pressione delle aree più povere del mondo. Insomma, una vera e propria rivoluzione non solo ambientale, ma economica e sociale. Non c’è da stupirsi se prima di addentrarsi in un terreno inesplorato, che richiede alla politica fantasia e coraggio, i governanti più avveduti vogliano capire “che cosa conta davvero” per i loro cittadini.  
Ma in concreto che cosa succederà in Inghilterra? Consigliamo la lettura di un ampio articolo del Guardian che fa il punto della situazione, precisando come è ovvio (ma non bisogna mai stancarsi di ripeterlo) che la misura del Prodotto interno lordo non sarà cancellata, ma solo integrata. 
Possiamo aggiungere che l’Office for National Statistics inglese, ora ufficialmente investito dell’incarico dal primo ministro, in realtà  sta studiando da tempo il problema, come del resto tutti i grandi istituti nazionali, compreso il nostro Istat. Una ricerca pubblicata recentemente dall’Ons esamina il concetto di “benessere soggettivo” (subjective well being) e recensisce le indagini già in corso. Per esempio, in Gran Bretagna nel 2009 si è rilevato che alla classica domanda “Tutto considerato quanto sei soddisfatto della tua vita da zero a dieci” gli inglesi nel 2009 avevano risposto con una media del 7,4, rispetto al 7,3 del 2007. Ricordiamo che l’Istat è uscita da poco con un comunicato con una indicazione di 7,2  per gli italiani, commentato in un mio precedente post.  
L’indagine inglese del 2009 è ufficiale, col bollo National Statistics. Che cosa cambia dunque con l’annuncio di Camerun? Certamente ci sarà una maggiore attenzione a questi temi: si parla addirittura di una rilevazione trimestrale, anziché quella attuale ogni due anni. Inoltre il campionamento sarà più esteso, in modo da consentire, oltre a una maggiore attendibilità dei dati, anche disaggregazioni ed analisi delle correlazioni con i diversi fattori che determinano il benessere (età, lavoro, salute, ecc.). Tutto questo porterà a un unico indice complesso al quale i media dedicheranno attenzione, come accade per il Pil? Tra gli statistici questa è ancora materia di discussione. E i giornalisti devono stare attenti prima di scrivere che il Pil sarà sostituito dall’”indice della felicità”. Per spiegarsi con una metafora, affermare che per determinare la salute di una persona non basta misurare la pressione arteriosa non significa che si possa far ricorso a un superindice valido e attendibile che ingloba tutte le misure del corpo e ci dice come stiamo. Sarebbe comodo, ma è molto difficile che funzioni. 

http://www.guardian.co.uk/politics/2010/nov/14/david-cameron-wellbeing-inquiry
http://www.statistics.gov.uk/cci/article.asp?ID=2578
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prima Nicolas Sarkozy, adesso David Cameron. Come mai in un momento di crisi economica e di tagli di bilancio con pesanti implicazioni sociali i governanti europei stimolano i loro uffici di statistica a misurare il benessere dei cittadini?<br />
C’è chi sospetta che sia un modo di “parlar d’altro”, di suggerire che esistono altri valori oltre al denaro, proprio quando di soldi in giro ce ne sono pochini.  Può essere. Ma qualunque governante capace di guardare un po’ avanti sa che gli stili di vita dei paesi più ricchi dovranno cambiare per far fronte alle difficoltà globali. Proprio in Inghilterra, </strong><span id="more-510"></span>un anno fa, il capo dei consulenti scientifici del governo, John Beddington, <a href="http://www.populationinstitute.org/external/files/reports/The_Perfect_Storm_Scenario_for_2030.pdf">annunciò</a> per il 2030 una “tempesta perfetta”. Ne ho parlato nel mio <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=1144%3Asfida-alla-terra-da-9-miliardi&#038;catid=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&#038;Itemid=73&#038;lang=it">dossier</a> per East  &#8220;sfida alla terra da 9 miliardi&#8221;. All’epoca a Downing Street c’erano i laburisti, ma la visione dei rischi ai quali andiamo incontro accomuna le diverse parti politiche.<br />
Il problema dell’immediato futuro, dunque, non è solo che sarà difficile mantenere lo stesso potere d’acquisto, ma che dovremo cambiare vita: adattarci a servizi pubblici meno costosi, accettare nuovi modelli di consumo privato, far fronte alle sfide dei paesi emergenti in termini di competitività, definire i parametri per gestire la pressione delle aree più povere del mondo. Insomma, una vera e propria rivoluzione non solo ambientale, ma economica e sociale. Non c’è da stupirsi se prima di addentrarsi in un terreno inesplorato, che richiede alla politica fantasia e coraggio, i governanti più avveduti vogliano capire “che cosa conta davvero” per i loro cittadini e predisporre una base di misurazioni periodiche attendibili per capire successi e insuccessi.<br />
Ma in concreto che cosa succederà in Inghilterra? Consigliamo la lettura di un ampio <a href="http://www.guardian.co.uk/politics/2010/nov/14/david-cameron-wellbeing-inquiry">articolo</a> del Guardian che fa il punto della situazione, precisando come è ovvio (ma non bisogna mai stancarsi di ripeterlo) che la misura del Prodotto interno lordo non sarà cancellata, ma solo integrata.<br />
Possiamo aggiungere che l’Office for National Statistics britannico, ora ufficialmente investito dell’incarico dal primo ministro, in realtà  sta studiando da tempo il problema, come del resto tutti i grandi istituti nazionali, compreso il nostro Istat. Una <a href="http://www.statistics.gov.uk/cci/article.asp?ID=2578">ricerca</a> pubblicata recentemente dall’Ons esamina il concetto di “benessere soggettivo” (subjective well being) e recensisce le indagini già in corso. Per esempio, in Gran Bretagna nel 2009 si è rilevato che alla classica domanda “Tutto considerato quanto sei soddisfatto della tua vita da zero a dieci” gli inglesi nel 2009 avevano risposto con una media del 7,4, rispetto al 7,3 del 2007. Ricordiamo che l’Istat è uscita da poco con un comunicato con una prima indicazione di 7,2  per gli italiani, commentato in un mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/05/quel-7piu-degli-italiani-cio-che-l%e2%80%99istat-ci-dice-e-quello-che-manca/">post</a>.<br />
L’<a href="http://www.defra.gov.uk/evidence/statistics/environment/pubatt/download/090923stats-release-pubatt.pdf">indagine inglese</a> del 2009 è ufficiale, col bollo National Statistics. Che cosa cambia dunque con l’annuncio di Cameron? Certamente ci sarà una maggiore attenzione a questi temi: si parla addirittura di una rilevazione trimestrale, anziché quella attuale ogni due anni. Inoltre il campionamento sarà più esteso, in modo da consentire, oltre a una maggiore attendibilità dei dati, anche disaggregazioni ed analisi delle correlazioni con i diversi fattori che determinano il benessere (età, lavoro, salute, ecc.). Tutto questo porterà a un unico indice complesso al quale i media dedicheranno attenzione, come accade per il Pil? Tra gli statistici questa è ancora materia di discussione. E i giornalisti devono stare attenti prima di scrivere che il Pil sarà sostituito dall’”indice della felicità”. Per spiegarsi con una metafora, affermare che per determinare la salute di una persona non basta misurare la pressione arteriosa non significa annunciare che si potrà far ricorso a un superindice valido e attendibile che inglobi tutte le misure del corpo e ci dica come stiamo. Sarebbe comodo, ma è molto difficile che funzioni. </p>
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		<title>La felicità in tempi di crisi: ricetta danese e riflessione coreana</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti nelle lingue e nelle culture locali?</strong></p>
<p><strong>Confinato per anni nel dibattito tra esperti, il tema della misura del cosiddetto “benessere percepito” è diventato centrale per statistici ed economisti e lo sarà sempre più per i leader politici del 21° secolo. La crisi economica ne ha già oggi accentuato l’importanza. Si coglie meglio il fatto che ci sono altri valori oltre la crescita dei beni e servizi prodotti: la distribuzione della ricchezza, la solidarietà, la serenità sul futuro proprio, dei propri cari e dell’ambiente che ci circonda. La crisi, insomma, può essere il momento giusto per chiedersi che cosa conta veramente, come lo si misura, come si controllano i risultati dell’azione pubblica verso gli obiettivi comuni.</strong></p>
<p><strong>Di felicità e benessere si è discusso per cinque giorni, dal 19 al 23 luglio, nel corso della nona <a href="http://www.isqols.org/">Isqols</a> conference, il congresso di tutti i ricercatori che si occupano di “quality of life”. Il tema, come abbiamo detto, sarà anche al centro del <a href="http://www.oecdworldforum2009.org/">World Forum</a> promosso dall’Ocse su “Statistics, knowledge and policy” che si svolgerà a Busan, in Corea, dal 27 al 30 ottobre. La riunione, terza della  serie  dopo i Forum di Palermo nel 1974 e Istanbul nel 1977 (si veda il mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/09/008-017-Istanbul.pdf">articolo</a> su <a href="http://www.eastonline.it/"><em>East</em></a> n.  17), radunerà 1500 partecipanti di 130 Paesi e certamente offrirà nuovi spunti di riflessione sulla misura del progresso delle collettività umane. L’attenzione internazionale a questi temi è stata fortemente stimolata da Enrico Giovannini, il “chief statistician” dell’Ocse diventato ora presidente dell’Istat.<span id="more-164"></span></strong></p>
<p>Si deve attribuire soprattutto a Giovannini il merito di aver promosso e organizzato dall&#8217;Ocse le grandi assise mondiali su “statistics, knowledge and policy”. Il neopresidente dell&#8217; Istat fa anche parte della commissione creata dal presidente francese Nicolas Sarkozy per studiare un nuovo indice della crescita alternativo al Pil, la misura del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta da  un Paese in un anno, che non è più sufficiente per misurare l’effettivo progresso.</p>
<p><strong>La misura del Pil è indispensabile ma&#8230;</strong></p>
<p>Dai tempi di Adam Smith, il nonno dell’economia moderna, si è sempre supposto che il funzionamento del sistema fosse determinato dal comportamento del cittadino che agisce come Homo oeconomicus, impegnato a massimizzare il proprio vantaggio individuale attraverso comportamenti razionali.</p>
<p>Le teorie più recenti hanno messo in discussione questo assunto. Il comportamento umano è influenzato dalle aspettative, che non sempre sono razionali; gli obiettivi non corrispondono sempre alla massimizzazione della ricchezza individuale.</p>
<p>Il primo a gettare il sasso nello stagno è stato l’economista Richard A. Easterlin della University of Southern California, il quale in un articolo del 1974 ha sostenuto che, una volta soddisfatti i bisogni primari, la felicità non cresce col crescere del reddito. Quali sono, allora, le determinanti del benessere individuale? Su questa domanda è nata “l’economia della felicità”, che si è arricchita di contributi interessanti. Molti seguaci di Easterlin, per esempio sostengono che la felicità dipende soprattutto dal miglioramento di status rispetto al resto della propria comunità (il ben noto “keeping up with the Joneses”, per dirla all’americana) oltre che da fattori relativi alla salute e alla vita sociale.</p>
<p>Il cosiddetto “Paradosso di Easterlin” è stato contestato da altri studiosi con ulteriori dati, ma è interessante registrare che il tema è apertissimo, anche per  le sue evidenti implicazioni politiche. Tuttavia sostituire il Pil è tutt’altro che facile. I tentativi di produrre altri indici complessi, come l’Human Development Index o l’Happy Planet Index si sono rivelati poco  influenti, almeno finora. Come ha <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/08/esplosione_dati_Ora_Istat_riorganizzata_co_8_090808016.shtml">scritto</a> Dario Di  Vico intervistando Giovannini, “la monarchia del Pil sarà superata con un affiancamento democratico di altri indicatori, non con la detronizzazione.</p>
<p>Torniamo alla Danimarca. Perché è tanto felice? “I danesi attribuiscono con orgoglio il loro status di Paese più felice del mondo a un insieme fatto da una economia libera e ben gestita, alti standard di educazione, reti di protezione sociale e l’accoglienza aperta a chi viene da fuori”, ha <a href="http://images.businessweek.com/ss/08/08/0819_happiest_countries/11.htm">scritto</a> <em>Business Week</em> in una inchiesta che accompagna la presentazione di una recente  indagine. Ma c’è anche qualcosa di più: la “hygge” (si pronuncia huga), “un sentimento conviviale e rilassato basato su forti legami familiari”.</p>
<p>Ha <a href=" http://www.businessweek.com/globalbiz/content/aug2008/gb20080820_005351.htm?chan=top+news_top+news+index_global+business">aggiunto</a> un lettore sul sito di <em>Business Week</em>: &#8220;la felicità  danese non dipende solo dalla hygge, ma anche dalla fiducia: nelle autorità, nel sistema giudiziario, nella polizia, negli insegnanti, nei dottori, nei vicini, perfino nei politici&#8230;”.</p>
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