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	<title>Donato Speroni &#187; Belgio</title>
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		<title>Mi chiamo Speroni, mio nonno era mugnaio sull&#8217;Olona, però&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2007 05:41:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcuni commenti al mio precedente post che ho ricevuto sul blog e a voce m&#8217;inducono a una precisazione. Anche se la mia famiglia proviene dal cuore della Lombardia, anche se porto lo stesso cognome dell&#8217;eurodeputato Francesco, ex segretario di Umberto Bossi, non sono a favore della divisione del Nord dal resto del Paese. Ho solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni commenti al mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/09/23/se-il-belgio-si-divide-litalia-esplode/">post</a> che ho ricevuto sul blog e a voce m&#8217;inducono a una precisazione. Anche se  la mia famiglia proviene dal cuore della Lombardia, anche se porto lo stesso cognome dell&#8217;eurodeputato Francesco, ex segretario di Umberto Bossi, non sono a favore della divisione del Nord dal resto del Paese. Ho solo cercato di descrivere i rischi che il Paese sta correndo e mi sembra che l&#8217;escalation dei toni sul tema della secessione giustifichi la mia preoccupazione.  Ma chi legge articoli sullo schermo anziché su carta  troppo spesso giudica in modo frettoloso. Oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni.<span id="more-40"></span></p>
<p>Il mio post sul blog  sul web&#8230; che parole ragazzi, solo dieci anni fa mi avrebbero preso  per pazzo. o comunque non avrebbero capito un cavolo. Cercherò  invece di spiegarmi in un linguaggio che sarebbe stato comprensibile anche a mio padre ingegnere, che se fosse vivo adesso avrebbe 104 anni, ma che negli anni &#8217;50 era un dirigente della Ibm, una fabbrichetta degli americani in Via Tolmezzo, nelle nebbie di Lambrate. In quei tempi i computer occupavano intere stanze e la memoria era fatta di schede perforate, tanto che mia madre, che pure lavorava all&#8217;Ibm, raccontava che alla Fiera di Milano la gente veniva a chiedere se  quel macchinone serviva a fare i coriandoli.<br />
Ricominciamo. Quello che ho scritto sul mio diario pubblicato sulla rete mondiale  che collega i calcolatori che abbiamo in casa (<em>sì papà, è successo: i computer sono piccolissimi e facilissimi da usare. E&#8217; una cosa bellissima, anche se c&#8217;è gente che li usa per fare del male. E tanti altri che si considerano  troppo vecchi per capirli: magari hanno 50 anni, ma li usano con diffidenza e così  non sanno sfruttarne le possibilità. Invece se tu ci fossi ancora sono sicuro che ti divertiresti un mondo</em>&#8230;) Insomma, quello che ho scritto sul mio post precedente (pubblicato anche da <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=1586">Terza Repubblica</a>) mi ha provocato diversi commenti. Ma dato che ancora non dispongo di una community <em>(papà, ti spiego: è la gente che legge quello che ho scritto e lo commenta, in modo che tutto il mondo possa leggerlo; alla fine costituiscono una comunità di persone collegate tra loro da interessi comuni; pensa che c&#8217;è persino un comico che ne ha fatto uno strumento politico, ma questa è un&#8217;altra storia e  forse è meglio che non te la racconti perchè il contesto in cui avviene probabilmente ti deprimerebbe. Tu partisti da Varese per fare la marcia su Roma, restituisti la tessera fascista dopo il delitto Matteotti, creandoti in questo modo non poche difficoltà, tanto da dover andare a lavorare con gli americani, come mi ha raccontato mio fratello</em><em> che è un po&#8217; più grande di me, ma poi eri di un tale rigore da non sopportare l&#8217;antifascismo dei voltagabbana e il clima opportunista del dopoguerra, tanto che ti sembrava un politicante persino De Gasperi, al quale tra l&#8217;altro somigliavi fisicamente in modo impressionante&#8230;</em><br />
Che tirata. Ma torniamo al post sul blog sul web. Stavo dicendo che, dato che ancora non dispongo di una community, tra i commenti che ho ricevuto i più preoccupati vengono da persone che mi vogliono bene e che si preoccupano.<br />
<strong>Tommaso</strong>: &#8220;A pa&#8217; (<em>lui è romano de Roma , l&#8217;Olona non l&#8217;ha mai vista e forse è meglio, visto lo schifo che è diventato il fiume</em>), ma te pare, col nostro cognome vai a scrivere &#8216;ste cose&#8230;&#8221;.<br />
<strong>Cristina</strong>: &#8220;Attenzione perchè un pubblico meno accorto potrebbe prenderti per un fautore di Bossi. Ma come, qui aumentano di giorno in giorno le bandiere belghe alle finestre (qui a Bruxelles), e tu inciti un federalismo in Italia? Ti assicuro che milanesi e palermitani hanno comunque molte più cose in comune di fiamminghi e walloni&#8230;&#8221;.<br />
Tommaso ha ragione. Io batto (ops, diciamo navigo) i corridoi dei palazzi del potere romano ormai dal lontano 1962, quando venni a Roma con un lavoro all&#8217;Associated Press Photo per seguire la grande avventura del centrosinistra.  <em>Ricordo ancora quando  Ugo la Malfa mi ricevette nella sua stanza di ministro del Bilancio e chiese a me ventenne che cosa pensavo della situazione politica, non perché mi stimasse particolarmente ma perché ero un giovane repubblicano ed egli (scusate, il &#8220;lui&#8221; usato come soggetto non mi viene) sapeva ascoltare. Ma anche questa è un&#8217;altra storia&#8230;</em><br />
Dunque, dicevo, anche se come giornalista sono conosciuto nel Palazzo da tanti anni, certamente Francesco Speroni, attuale eurodeputato, mi ha surclassato. Su Google <em>(papà, è una specie di biblioteca universale immediata: ti farebbe impazzire di gioia e piacerebbe molto anche alla mamma che era piena di curiosità culturali) </em>compare in prima pagina mentre io, mio fratello Gigi e mio figlio <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html"><strong>Pietro</strong></a> (in ordine inverso, per la verità il che mi va bene per Gigi che è più anziano, però Pietro non è carino che ci passi avanti perché sei più alto negli algoritmi dello spider <em>(troppo complicato papà, io non so spiegartelo, chiedilo a tuo nipote Pietro<strong>,</strong> il matematico)</em> che naviga la rete.<br />
Il peggio avvenne nella rassegna stampa dei Ds <em>(gli ex Pci, papà, però ti assicuro che sono cambiati, non c&#8217;è più neanche l&#8217;Urss ma non possiamo divagare in continuazione)</em> quando un anonimo estensore che bene o male  doveva avere anche il mio nome nell&#8217;orecchio, scrisse in una nota  che il segretario particolare del ministro Umberto Bossi anziché Francesco si chiamava Donato Speroni. Apriti cielo, perché la frase finì su Google e  quindi in testa alle citazioni sul mio nome.<br />
Tutto questo per dire che, anche se sono conterraneo del leghista con la cravatta di cuoio il quale se non sbaglio è di Busto Arsizio, apparteniamo a famiglie anagrafiche e politiche diverse.<br />
Più preoccupante l&#8217;obiezione di Cristina. Anche perché non è l&#8217;unica che leggendo il pezzo ha pensato che sono a favore della secessione. In realtà io volevo dire tre cose:<br />
1) Che esiste un rischio oggettivo, aggravato dal fatto che la secessione è tecnicamente più facile;<br />
2) Che la globalizzazione favorisce questo processo contrariamente a quanto può sembrare, perché si accompagna alla rinascita del nazionalismo economico, di fronte al quale l&#8217;Europa di oggi è incapace;<br />
3) Che per l&#8217;Italia sarebbe un disastro, ma purtroppo non è impossibile. E&#8217; vero che gli italiani hanno molte più cose in comune di fiamminghi e valloni e forse anche di baschi e catalani, ma i milanesi ne hanno ormai di più con i bavaresi o gli svizzeri. E le divaricazioni comportamentali aumentano.<br />
Mi sembrava di essere stato chiaro. Perché allora qualcuno mi ha frainteso? La prima ipotesi, ovviamente è che non ho fatto bene il mio mestiere di giornalista. Ma ho la presunzione di credere che ci sia un&#8217;altra spiegazione: che oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni. Su un libro ci si ferma a pensare, sul web no. E un bel problema, perché la massa delle informazioni circola e si confronta sulla rete. Ed è sulla rete che si formano forti, vibranti, ma frettolose opinioni. Scrivere testi più brevi? Essere più semplici? E&#8217; possibile. Ma come diceva Albert Einstein, <em>&#8220;Everything should be made as simple as possible, but not simpler&#8221;</em>.</p>
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		<title>Se il Belgio si divide l&#8217;Italia esplode</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Sep 2007 13:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La possibile secessione del Belgio rende più probabile anche una divisione dell’Italia. Non è una prospettiva auspicabile, anzi, sarebbe un disastro per molte regioni. Ma è tecnicamente più facile, oggi, sotto l’ombrello di Bruxelles e della moneta unica. E la voglia di divorzio potrebbe rafforzarsi anche tra gli imprenditori, perché oggi in economia non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La possibile secessione del Belgio rende più probabile anche una divisione dell’Italia. Non è una prospettiva auspicabile, anzi, sarebbe un disastro per molte regioni. Ma è tecnicamente più facile, oggi, sotto l’ombrello di Bruxelles e della moneta unica. E la voglia di divorzio potrebbe rafforzarsi anche tra gli imprenditori, perché oggi in economia non è più tanto importante disporre di un mercato unico nazionale, quanto piuttosto rispondere con un governo  efficiente alle sfide della globalizzazione e all&#8217;aggressivo nazionalismo economico  dei nuovi Paesi. </strong> <span id="more-39"></span><br />
***</p>
<p>&#8220;I Paesi non sono eterni, a  volte è giusto che si riconosca che hanno fatto il loro tempo&#8221;, ha  scritto <a href="http://www.economist.com/opinion/displaystory.cfm?story_id=9767681">l&#8217;Economist</a> a proposito del Belgio. Della divisione tra Valloni e Fiamminghi (più il distretto &#8220;europeo&#8221; di Bruxelles) si parla ancora poco sulla stampa italiana, anche se qualcuno ha segnalato il pericolo, vedi per esempio <a href="http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=205690">il Giornale</a>. Ma in Europa è il tema del momento e l&#8217;Express suggerisce paradossalmente di vendere il Belgio all&#8217;asta su e Bay.<br />
La prospettiva della disgregazione di quelli che una volta consideravamo gli Stati nazionali europei, ma che in realtà aggregano nazionalità, etnie, culture, interessi diversi, sarebbe stata fantapolitica quindici  fa (vi ricordate quando sfottevamo la Lega ridendo su una falsa mappa con l&#8217;Italia divisa in Padania e Terronia?) ma sta diventano attualissima oggi.<br />
I precedenti cominciano a diventare numerosi. Non solo il dramma della ex Yugoslavia, ormai divisa in sei Stati che probabilmente diventeranno sette, non solo la dissoluzione dell&#8217;Urss che ha anche messo in moto un processo di disgregazione all&#8217;interno dei nuovi Stati (ho scoperto solo ieri l&#8217;esistenza della <a href="http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3428/1/48/">Transnistria</a>); la voglia di trasformare il federalismo in indipendenza serpeggia in molte aree d&#8217;Europa. L&#8217;esempio della  Repubblica ceca e della Slovacchia dimostra che il processo può svolgersi senza grandi drammi, anzi che è meglio che avvenga prima  che qualcuno ricorra alle armi.<br />
Paradossalmente, <strong>l&#8217;ombrello europeo</strong> rende tutto questo molto più facile. Non c&#8217;è bisogno di inventarsi una moneta, grazie all&#8217;euro, né di attrezzare nuovi varchi doganali. Merci e capitali girano già abbastanza liberamente. Anche al quadro legislativo è garantita una certa omogeneità  grazie ai burocrati di Bruxelles. La secessione diventa allora una questione eminentemente di politica di bilancio e di gestione dei servizi per i cittadini; ognuno si tiene i suoi soldi pubblici, tranne quanto si ridistribuisce attraverso le istituzioni europee; ognuno sceglie quanto tassare e le priorità nella spesa;  quanto dedicare per esempio alle carceri rispetto agli ospedali.<br />
Bisogna aggiungere, anche se può sembrare un ulteriore paradosso,  che questo processo avviene in un momento in cui gli Stati indipendenti stanno ridiventando molto importanti, soprattutto sul piano economico (*). Ma proprio per questo devono essere omogenei. Le istituzioni globali, dal Fondo monetario al Wto, non contano più nulla; semmai  si ritorna ad intese bilaterali o multilaterali d&#8217;area geografica gestiti dagli Stati. I nuovi Paesi in crescita, dalla Cina all&#8217;India. sono decisi a usare tutti gli strumenti politici per affermarsi nell&#8217;economia mondiale. Anche i fondi sovrani, nuovi strumenti d&#8217;investimento gestiti da alcuni Paesi in via di sviluppo grazie ai surplus di bilancio, stanno favorendo nei paesi industrializzati politiche nazionali di difesa delle proprie strutture produttive (e quindi un abbandono del liberismo duro e puro) per non passare dal &#8220;made in China&#8221; all&#8217;&#8221;owned by China&#8221;.<br />
Un tempo si diceva che gli interessi economici avrebbero bloccato qualsiasi rischio di secessione per salvaguardare l’esistenza di un unico mercato nazionale. Oggi non è più così importante, anzi. La globalizzazione impone di accelerare le riforme per essere competitivi; le grandi sfide di questo secolo, dai cambiamenti di clima alle migrazioni, dalle politiche energetiche alle difficoltà strutturali del dollaro, richiedono governi forti ed efficienti. Altrimenti aumentano le spinte centrifughe. Ma un governo può essere forte ed efficiente solo se nel  Paese esiste un consenso di fondo e la capacità di esprimerlo attraverso il sistema politico.<br />
L&#8217;Italia non ha né l&#8217;una né l&#8217;altra di queste caratteristiche. Sul sistema politico stendiamo un velo pietoso: siamo costretti a sperare in un referendum un po&#8217; folle pur di cambiare qualcosa. E sull&#8217;omogeneità dei valori, degli stili di vita, dei comportamenti, senza fare tante citazioni rimandiamo alle belle trasmissioni televisive e ai libri che documentano come il Nord e il Sud si stanno divaricando ancora di più. Del resto i dati statistici ci dicono che l&#8217;Italia è l&#8217;unico Paese europeo dove il divario tra regioni ricche e regioni povere in termini economici e sociali sta aumentando anziché diminuire.<br />
I politici col naso più fino queste cose cominciano a capirle e credo che ciò spieghi il cambio di tono di Umberto Bossi che è tornato a parlare di secessione, ma al tempo stesso cerca di intavolare una trattativa con Roma. Ma anche se i fucili più volte minacciati restassero solo metaforici, la secessione italiana non sarebbe comunque un processo indolore e per questo si dovrà fare di tutto (di tutto, s’intende, tranne il suicidio collettivo) perché non avvenga. In una divisione i prezzi sarebbero altissimi. E&#8217; vero che la Repubblica del Nord  diventerà una delle zone più ricche d&#8217;Europa, ma la Repubblica del Sud partirà con una zavorra spaventosa in termini di clientelismo e malavita, oltre che con notevoli sacche di povertà e mancanza di lavoro. Forse di Italie a  quel punto ne nascerebbero almeno tre, perché è probabile che le regioni del centro non sarebbero disposte né ad andare con una Padania nella quale almeno all&#8217;inizio i seguaci di Bossi e della Brambilla la farebbero da vittoriosi padroni, né con una Terronia al fondo della  scala europea in tutte le classifiche economiche e sociali.<br />
Non so che cosa accadrà, in questo Paese sempre più disomogeneo, ma la storia procede per salti. Nessuno era in grado di prevedere le conseguenze della morte di Tito e della caduta del Muro, anche se c&#8217;era chi presagì il collasso. Anche la  caduta della Prima repubblica si consumò nel giro di pochi incredibili anni. Se non si cambia in fretta, la dissoluzione della  Seconda rischia di essere ricordata sui libri di storia non solo  perché una casta politica sarà mandata a quel paese (con la p minuscola), ma perché l&#8217;Italia ridiventerà &#8220;soltanto un&#8217;espressione geografica&#8221;, come diceva forse giustamente Klemens Von Metternich.</p>
<p>(*) Di grande interesse, a questo proposito, il <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/235385">dibattito</a> coordinato da Roberto Ippolito sul libro di Mario Baldassarri e Pasquale Capretta &#8220;The world economy toward global disequilibrium&#8221; promosso da <a href="http://www.economiareale.it/">Economia Reale</a>. Jean Paul Fitoussi, Marcello De Cecco, Paolo Guerrieri, Gustavo Piga e Paolo Savona si sono trovati d&#8217;accordo nel diagnosticare il rinascente nazionalismo economico e nel lamentare l&#8217;impotenza dell&#8217;Unione europea nell&#8217;attuale configurazione: un&#8217;impotenza che si spera un giorno di superare, ma che intanto rafforza il bisogno di efficienti Stati nazionali.</p>
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