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	<title>Donato Speroni &#187; Anziani</title>
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		<title>Riflessione sul libro di Martini: quando arriva l&#8217;ora di sognare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230; Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8220;, Carlo Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230;</strong><span id="more-103"></span></p>
<p>Nelle sue &#8220;<a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458391&amp;autoreUUID=bcb210e1-9ea9-11dc-9517-454a8637094f">Conversazioni notturne a Gerusalemme</a>&#8220;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;.<br />
L&#8217;ex arcivescovo di Milano, che vive in ritiro a Gerusalemme e sta per compiere 82 anni, le spiega così: &#8220;i figli e le figlie (&#8230;) devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe mano al suo dovere se con la sua spigliatezza e il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi&#8230;&#8221;<br />
Per la generazione di mezzo &#8220;avere delle visioni&#8221; significa che &#8220;un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore (&#8230;) dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un&#8217;azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare&#8221;.<br />
Martini aggiunge: &#8220;E&#8217; bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani, Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare&#8221;. A che servono i sognatori?  &#8220;A mantenerci aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi. (&#8230;) Gli anziani devono trasmettere i sogni e  non le delusioni della loro vita&#8221;.<br />
Come tanti altri spunti del bel libro nato dal dialogo di Martini con l&#8217;altro gesuita Georg Sporschill, queste parole hanno fatto riflettere anche un laico come me, che fatica a credere a un disegno costruttivo dello Spirito Santo. Significano innanzitutto che non ci si deve spaventare dello spirito dialettico dei più giovani, che può apparire distruttivo: i profeti del Vecchio Testamento, come anche Cristo, erano antagonisti rispetto alla società del loro tempo.<br />
E&#8217; anche giusto che sia la generazione di mezzo a governare: non un&#8217;oligarchia, come succede  in Italia. A patto però che i nuovi leader sappiano guardare al di là del loro naso e abbiano una &#8220;visione&#8221; di dove vogliono condurre la società.<br />
E gli anziani? Questa parte della profezia mi interessa particolarmente. Ho compiuto da poco sessantasei anni e otto mesi. Se anche vivessi cent&#8217;anni (come spero, alla faccia delle statistiche demografiche che mi attribuiscono una &#8220;speranza di vita&#8221; nettamente minore), sono comunque entrato nella &#8220;terza fase&#8221; indicata dal profeta. Valgono anche considerazioni  non anagrafiche: ho appena completato, dopo sei mesi di lavoro, la prima stesura di un libro che mi &#8220;portavo dentro&#8221; da trent&#8217;anni e  che certamente rappresenta il compimento di tante vicende di impegno diretto e di assunzione di responsabilità.<br />
Sognare per me significa far tesoro delle esperienze accumulate non per contestare, non per gestire, ma per immaginare un futuro possibile per tutti. Saper comporre, nel sogno di un mondo diverso, problemi apparentemente insolubili come la sovrappopolazione della Terra, la spoliazione dell&#8217;ambiente, i crescenti contrasti tra ricchi e poveri certamente peggiorati dalla crisi senza precedenti che ha colpito il mondo. O altri dilemmi angoscianti, contrasti di interessi apparentemente senza soluzione che possono riguardare l&#8217;Europa, l&#8217;Italia, la propria comunità, la propria famiglia.<br />
Questi sogni devono essere stimolati con un cibo adeguato per la mente e il cuore: è necessario avere il tempo e la capacità di ascoltare le persone, di cogliere i segni del cambiamento tra i tanti messaggi che ci bombardano, di immaginare e valorizzare quello che è importante per costruire il domani. In fondo l&#8217;uso dei sogni nella psicanalisi per andare alla radice delle proprie motivazioni non è molto diverso da questo processo.<br />
Per sognare e comunicare i sogni che interessano la comunità bisogna andare oltre la dialettica tra gestione e antagonismo, tra tesi e antitesi, per indicare al meglio le possibili sintesi, senza &#8220;portare i pesi&#8221; delle appartenenze e delle ideologie. E&#8217; paradossale, ma se la mia interpretazione è esatta (e mi piace pensare che lo sia, per trarne una norma di comportamento valida almeno per me) spetta agli anziani mostrare alle generazioni successive il migliore dei mondi che l&#8217;umanità potrà realizzare, lasciando ad altri il compito di costruirlo: quel mondo che essi probabilmente non vedranno, ma che grazie ai loro sogni trasformati da altri in &#8220;visione&#8221; potrà almeno in parte avverarsi.</p>
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		<title>Riflessioni per i miei 65 anni</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2007 07:50:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Compiere 65 anni, quando si è in buona salute, si è circondati da persone che ti vogliono bene, si gode di una pensione adeguata, non è poi così male. La prima cosa che ho scoperto è che ora posso entrare gratis in quasi tutti i musei&#8230; Ci sono tante cose che vorrei fare, vuoti culturali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Compiere 65 anni, quando si è in buona salute, si è circondati da persone che ti vogliono bene, si gode di una pensione adeguata, non è poi così male. La prima cosa che ho scoperto<span id="more-28"></span> è che ora posso entrare gratis in quasi tutti i musei&#8230; Ci sono tante cose che vorrei fare, vuoti culturali da colmare, idee da scrivere, tecniche da apprendere, luoghi da vivere&#8230;<br />
I pensieri si affollano, all&#8217;indomani del mio compleanno. Però la mia propensione per la statistica mi fa anche pensare che adesso ho una speranza di vita  di 16 anni.  Metti pure che siano 18 o anche 20, considerando le mie caratteristiche individuali, sono comunque pochi. Soprattutto perché la speranza di vita significa soltanto che ho il 50% di probabilità di morire prima e 50% di morire dopo quella soglia limite.<br />
Ecco, il vero problema della vita nella &#8220;terza età&#8221; è che è una roulette russa. Anno dopo anno, le probabilità di morte aumentano. Ti dicessero &#8220;tu morirai tra sedici anni&#8221;, beh uno si organizza, decide che cosa val la pena di fare e che cosa è meglio lasciar perdere, si fa un po&#8217; di programmi: come passare le prossime 16 estati, come scegliere  i circa duecento libri per il tempo libero, magari anche quando cominciare a distaccarsi dalle cose terrene per non soffrirne troppo al momento del gran passo&#8230;<br />
Invece non funziona così. E allora bisogna essere pronti a un distacco più vicino. Non ho fatto il conto esatto, ma se anche le probabilità di morte nei prossimi cinque anni fossero solo  del 10% non sarebbero comunque poche: comunque superiori a quelle di un soldato in prima linea in una battaglia particolarmente pericolosa. Ma bisogna anche essere pronti a una lunga sopravvivenza; ed è altrettanto difficile. Ho sempre nell&#8217;orecchio la raccomandazione di uno dei miei primi capi  e maestri. E&#8217; andato in pensione a poco più di 50 anni e adesso che ne ha più di 80 mi dice: attento che la vita può essere molto lunga&#8230;<br />
Insomma, bisogna riempirla di cose belle, questa terza età. Che diano soddisfazione, approfittando della libertà dal lavoro e dalla cura quotidiana dei figli ormai cresciuti, e  che abbiano un senso qualunque sia l&#8217;esito della roulette russa&#8230; Ma come? Io qualche idea me la sono fatta e provo  ad esporla, ben cosciente che si tratta di consigli che valgono per me stesso, ma che probabilmente dicono poco agli altri.<br />
1) Non inseguire i ruoli del passato. Come molti giornalisti, talvolta sogno le riunioni di redazione: quel momento bellissimo, di scambio di informazioni e di idee, nelle quali viene concepito il nuovo giornale, con il vantaggio, rispetto a  tante altre infruttuose riunioni di lavoro, che un giorno o una settimana dopo il prodotto sarà già pronto e si vedranno i frutti di quello scambio. Ecco, questo è certamente finito. Così come è finito il glamour, la &#8220;visibilità&#8221;  che ti garantisce la professione. Si possono avere ancora attimi di attenzione scrivendo un buon articolo o un libro indovinato. Ma bisogna scriverlo, l&#8217;articolo o il libro, perché quella è la cosa giusta da scrivere, non per soldi o per ricerca di fama perché si sarebbe inevitabilmente delusi.<br />
2) Non farsi intrappolare dalle routine improduttive. Mi accorgo per esempio che una quantità crescente del mio tempo è assorbito dalla necessità  di capire le novità che mi sono imposte dalle nuove tecnologie. E&#8217; anche un modo di tenere  sveglia la mente, ma c&#8217;è un limite, così come c&#8217;è un limite nel tempo passato a fare parole crociate, sudoku o altri passatempi consigliati agli anziani. Una cosa è fare i salti tecnologici fondamentali. Per esempio, da poco sono passato da Windows a Apple e ho accettato di buon grado i disagi iniziali che questo mi ha comportato. Altra cosa è subire i meccanismi di &#8220;trial and error&#8221; che l&#8217;informatica ti impone, in mancanza di manuali facilmente consultabili. Faccio un esempio. Come forse hanno visto i sette lettori del mio blog, da qualche giorno, per motivi sconosciuti, le accentate così frequenti in italiano  nei miei testi sono state sostituite da altri strani segni. Per risolvere il problema dovrei tentare tutti i pulsanti disponibili, fare ricerche su google, magari consultare qualche forum tecnico. Questo meccanismo, che per i più giovani è una procedura abituale, diventa un grande spreco di tempo. Mi rifiuto, ho cose più importanti da fare.<br />
3) Non &#8220;lavorare&#8221; più, ma accettare solo incarichi che mi danno soddisfazione. Capita (ancora) abbastanza spesso che si voglia utilizzare la mia esperienza in campi dei quali attualmente non mi importa assolutamente nulla. Mi sono riproposto, dopo i miei 65 anni, di dire no con fermezza. Ma qual è la discriminante tra lavori utili e non utili? Me lo dice l&#8217;istinto: può trattarsi dell&#8217;utilità generale, dell&#8217;occasione che certi incarichi offrono di trasmettere conoscenze ai giovani (una delle cose che per me restano più belle), della qualità delle persone con le quali dovrei lavorare. Insomma, bisogna essere più selettivi, per non trovarsi a dire &#8220;ma io che cosa ci faccio qui?&#8221;.<br />
4) Avere un disegno generale. Questo è  forse il punto più  difficile. Per anni, dopo essere andato in pensione, ho pensato che fosse sufficiente &#8220;lavorare per progetti&#8221;, prendere impegni  a  tre o a sei mesi e cercare di portarli a termine nel migliore dei modi. A un certo punto però ci si rende conto che la vita, anche quella parte di vita che rimane dopo aver tirato su i figli  e aver dimesso gli obblighi di lavoro,  deve avere un senso importante, se non altro perché questo enorme privilegio che ci è stato concesso, di essere benestanti, sani, ragionevolmente felici, in un bel paese, comporta  anche degli obblighi verso gli altri. Non è necessario essere cristiani e neppure credere in Dio per avvertire il valore della parabola dei talenti. Già ma qual è il proprio disegno? Se ci penso, me lo immagino come un albero, che ha continuamente nuove ramificazioni (le occasioni di ricerca e di impegno) e rami che invece diventano secchi e bisogna lasciar cadere. L&#8217;importante è che cresca: nell&#8217;esplorazione del mondo che ci circonda e di quello che lasceremo alle prossime generazioni, nella disponibilità verso gli altri, nella conoscenza di se  stessi.<br />
5) Essere indulgenti. Il bisogno di un disegno generale non significa che si debba portare il cilicio, anzi. Bisogna lasciar spazio alla gioia di vivere, alle cose che oggi si possono fare e  magari domani non più (l’amore, la barca, i viaggi più difficili…) essere attenti alle necessità  del corpo e non mortificare lo spirito. Troppo spesso si vedono vecchi che non accettano quello che sono diventati e  si mostrano anche rancorosi verso il prossimo. E’ difficile amare gli altri se non amiamo noi stessi.</p>
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