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	<title>Donato Speroni &#187; ambiente</title>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Disoccupazione, ripresa, governance: commenti su F&amp;M</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 02:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Finanza &#38; Mercati, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi: Sulla crescita economica: un articolo del 9 settembre. Sulla disoccupazione, 1l 16 settembre. Sulla ripresa “verde”, il 23 settembre Sulla governance della finanza globale, il 30 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Su <em>Finanza &amp; Mercati</em>, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi:</p>
<p align="left">Sulla<strong> crescita economica</strong>: un articolo del <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeOcse110908.doc">9 settembre</a>.</p>
<p align="left">Sulla <strong>disoccupazione</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915Disocc.pdf">1l 16 settembre.</a><a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915DisoccFM.pdf"><br />
</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>ripresa “verde”</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeCrescita110921.pdf">il 23 settembre</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>governance della finanza globale</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeFsb1109130.pdf">il 30 settembre.</a></p>
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		<title>Il paradosso dei consumi e la sobrietà di Napolitano</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare la crisi da pericolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare  la crisi da pericolo in opportunità, secondo l’indicazione dell’ideogramma cinese, etimologicamente falsa, ma comunque piena di saggezza.</strong><span id="more-98"></span><br />
&#8220;Consumate  di più, non cambiate il vostro stile di vita&#8221;. Questo sembra essere il messaggio dominante delle forze di governo per far fronte alla crisi economica. Al tempo stesso, sappiamo che, crisi o non crisi, dovremo in prospettiva imporci uno stile più sobrio: il mondo non può reggere gli attuali livelli di consumo individuale dell&#8217;Occidente, soprattutto se aumenteranno le capacità di spesa, com&#8217;è naturale e giusto che sia, di almeno altri due miliardi di persone  che nei prossimi dieci anni si aggiungeranno al miliardo di superconsumatori di Stati Uniti ed Europa.<br />
Anche i più scettici sul riscaldamento globale devono ammettere che non saranno sufficienti le risorse energetiche, l&#8217;acqua, il cibo, i minerali essenziali. A meno di non compiere sostanziali salti tecnologici che ci consentano di sfruttare appieno l&#8217;energia del sole, le risorse dei mari, le terre aride, razionalizzando al tempo stesso l&#8217;impiego dei materiali che scarseggiano nella produzione dei beni che ci sono necessari, dalle case alle automobili.<br />
C&#8217;è insomma un paradosso tra il bisogno di sostenere sic et simpliciter la produzione attraverso i consumi e la necessità di cambiare in prospettiva il modello di sviluppo. Sembra che nel breve temine in Italia non siamo in grado di far nient&#8217;altro che continuare in comportamenti non rispondenti alle esigenze del futuro. Così facendo, con ogni probabilità, l&#8217;Italia rimarrà ancora più indietro rispetto a chi si sta già attrezzando per far fronte alle probabili crisi dei prossimi decenni e per dominare le nuove produzioni del futuro.<br />
Mi sembra che soltanto Giorgio Napolitano, tra i politici italiani, abbia colto le esigenze di cambiamento. in occasione del suo <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37669">messaggio</a> di fine anno. Nel testo pronunciato dal presidente della Repubblica la parola crisi vi ricorre tredici volte (una curiosità: la stessa parola ricorre solo due volte, per riferirsi a crisi internazionali, nell&#8217;analogo messaggio del <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=31865">2006</a> e neanche una volta nel <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorsi.asp?qText=&amp;qData=31+dicembre+2007&amp;x=33&amp;y=13">2007</a>). Napolitano invita a considerare la crisi come un&#8217;occasione per migliorare le nostre istituzioni, a farne &#8220;un&#8217;occasione per impegnarci a ridurre le sempre più acute disparità che si sono determinate nei redditi e nelle condizioni di vita&#8221;, con particolare riferimento al Mezzogiorno. Propone di &#8220;rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza&#8221;. Vorrebbe &#8220;fare della crisi un&#8217;occasione perché l&#8217;Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano&#8221;. Ed invita espressamente a cogliere &#8220;le opportunità offerte dalle tecnologie più avanzate per l&#8217;energia e per l&#8217;ambiente&#8221;.<br />
Non spetta al Presidente della Repubblica indicare un programma di governo, anzi nel suo discorso Napolitano è stato ben attento a non invadere i campi della dialettica tra maggioranza e opposizione. Però l&#8217;uomo del Quirinale ha certamente indicato un terreno di confronto e soprattutto uno stile: quello della &#8220;sobrietà e della lungimiranza&#8221;, oltre che della solidarietà verso i più deboli. E&#8217; da queste indicazioni che dovrebbe scaturire una nuova politica economica: attenta innanzitutto ai più poveri e a chi non ha certezze sulla durata del posto di lavoro, cioè a quelli che rischiano di risentire maggiormente della crisi economica. Ma capace anche di selezionare, nel supporto ai consumi e alle imprese, quei beni, quelle produzioni e quelle ricerche che ci preparano meglio al futuro.<br />
<strong>Post scriptum</strong><br />
Grazie a un <a href="http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=40932774727&amp;h=oieLb&amp;u=MaEWA">post</a> di mio figlio <a href="http://it.pietrosperoni.it/">Pietro</a> su Facebook (che evidentemente non serve solo a scrivere stupidaggini) ho scoperto che il famoso luogo comune secondo il quale l&#8217;ideogramma cinese per &#8220;crisi&#8221; unisce  i concetti di &#8220;pericolo&#8221; e &#8220;opportunità&#8221; è in realtà un fraintendimento nelle traduzioni dal mandarino: lo spiega in un <a href="http://www.pinyin.info/chinese/crisis.html">articolo</a> il professor Victor H. Mair. Ne prendo atto. Ma sono comunque d&#8217;accordo con Napolitano: questa crisi è al tempo stesso un pericolo e un&#8217;opportunità.</p>
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		<title>Gelata economica e riscaldamento globale</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 17:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra. La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra.</strong> <span id="more-96"></span><br />
La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? Così sembra, leggendo il Rapporto 2008 del Censis, che non dedica nemmeno una parola alle tematiche ambientali, né sotto il profilo dei cambiamenti dei modelli di consumo, né sotto quello dei soggetti (e delle tipologie di investimento) che dovrebbero rimettere in moto lo sviluppo del Paese.<br />
Ogni centro di ricerca ha una propria cultura e l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente non fa parte della storia del Censis, peraltro benemerito per aver saputo cogliere e anticipare negli anni molte delle caratteristiche del modello italiano. Anche quest&#8217;anno mi sono sembrate apprezzabili alcune indicazioni sull&#8217;Italia che uscirà dalla crisi: con una popolazione più concentrata  nelle cosiddette &#8220;megacities&#8221; (60% della popolazione in dodici grandi aree), con un ruolo crescente delle donne e degli immigrati, ma con fragilità che derivano innanzitutto dal persistente ritardo del Mezzogiorno e dall&#8217;indebolirsi &#8220;delle capacità di protezione e di sostegno del governo statuale nazionale&#8221;. Ma la disattenzione all&#8217;ambiente non è solo una dimenticanza: è indicativa del modo di pensare della nostra classe dirigente che in buona parte considera le tematiche ambientali come una &#8220;moda&#8221; o una &#8220;bolla&#8221; destinata a ridimensionarsi di fronte a problemi più urgenti.<br />
Prendiamo per esempio l&#8217;obiettivo del &#8220;venti venti venti&#8221; lanciato un anno fa dall&#8217;Unione Europea su iniziativa di Angela Merkel. Prevede che entro il 2020 si ottengano in Europa tre risultati: un aumento dell&#8217;efficienza energetica del 20 per cento, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20 per cento e una quota del 20 per cento dei fabbisogni di energia soddisfatti da energie rinnovabili. Si tratta di obiettivi molto ambiziosi, che ora il governo italiano (e non solo quello italiano) stanno ridiscutendo a Bruxelles. Ma si ha l&#8217;impressione che, al di là di eventuali possibili slittamenti, manchi una strategia globale, nel governo e nel sistema industriale del nostro Paese.<br />
La nuova legge finanzaria riduce gli incentivi per  l&#8217;efficienza energetica nelle abitazioni, dando un segnale di grave disattenzione verso la persistente necessità di un cambiamento dei modelli di consumo di energia. Nel campo delle energie rinnovabili operano alcune imprese italiane virtuose, ma il settore non ha certo l&#8217;importanza che ha per esempio in Germania, dove si prevede che entro il 2020 supererà quello dell&#8217;industria dell&#8217;automobile. E quanto alle emissioni di anidride carbonica, è in corso un braccio di ferro sulla quantità e il costo dei cosiddetti &#8220;certificati di inquinamento&#8221; da rilasciarsi alle industrie per evitarne la delocalizzazione in Paesi meno esigenti, ma non si capisce che ruolo vogliamo svolgere nel complesso meccanismo che con grande fatica ma anche con risultati significativi si è messo in moto a livello internazionale per contrastare le emissioni di CO2.<br />
Quasi tutti gli italiani sanno che cos&#8217;è l&#8217;effetto serra e sono convinti che il clima stia cambiando perché ne vedono gli effetti, per esempio nelle perturbazioni più violente che da qualche anno colpiscono il nostro Paese. Però se li si interrogasse su quello che si sta facendo nel mondo, è probabile che l&#8217;opinione prevalente (a parte l&#8217;altissima percentuale di &#8220;non so&#8221;) sia che il protocollo di Kyoto è fallito e che comunque non si potrà fare niente perché i peggiori inquinatori, dagli Stati Uniti ai grandi Paesi emergenti, non hanno alcuna intenzione di cambiare politica.<br />
Non è così. A parte il fatto che le politiche ambientali saranno uno dei punti di cambiamento più significativo (già annunciato) di Obama rispetto a Bush e che anche Paesi come la Cina stanno cominciando ad affrontare questi temi, la realtà è che il processo di governance internazionale scaturito dal Protocollo di Kyoto, largamente insufficiente ma tutt&#8217;altro che ininfluente, si è già messo in moto. Sul sito della Unfccc, la struttura dell&#8217;Onu che sovraintende alle problematiche del cambiamento di clima, si trova per esempio l&#8217;elenco dei progetti del Clean Development Mechanism (Cdm), che postulano collaborazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In pratica questi progetti fanno risparmiare anidride carbonica (per esempio promuovendo le energie rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo) e consentono così di ottenere &#8220;permessi di inquinamento&#8221; nei Paesi industrializzati dove la riconversione è più lenta e faticosa.<br />
Un sistema macchinoso? Certamente, ma un sistema che sta acquistando consistenza, come dimostra il fatto che nel giro di quattro anni si sono varati circa 1500 progetti. Il meccanismo è stato ampiamente utilizzato da alcuni Paesi (la Cina innanzitutto) per farsi finanziare nuove iniziative ambientali. Tra i Paesi industrializzati, alcuni (per esempio Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Canada, Svizzera) hanno impegnato fortemente risorse e sistema produttivo  nell&#8217;avvio di questi progetti. L&#8217;Italia è presente in una trentina di realizzazioni: non molte, ma con un interesse crescente. La conferenza in corso a Poznan e quella importantissima che si terrà a Copenaghen tra un anno porteranno con ogni probabilità a delineare un futuro, oltre il 2012 quando scadrà il trattato di Kyoto, nel quale questi meccanismi si rafforzeranno.<br />
In conclusione, è possibile che, come sembra credere il Censis, la crisi renda gli italiani insensibili alle problematiche ambientali. Ma il mondo sembra muoversi in un&#8217;altra direzione (anche perché le conferme sul cambiamento di clima sono sempre più evidenti) ed è probabile che anche noi dovremo adeguarci. Ci possiamo arrivare in due modi:  trascinati controvoglia dalle politiche europee, oppure capaci di cavalcare i nuovi modelli di consumo e produzione nel rispetto dell&#8217;ambiente. Se saremo in grado di essere &#8220;global player&#8221; (per usare il linguaggio del Censis) anche in questo campo, potremmo scoprire che gli investimenti ambientali non sono un diversivo, ma piuttosto un elemento fondamentale di risposta alla crisi economica.</p>
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		<title>La questione centrale: mastini o barboncini?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 21:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un facile gioco di parole, dire che tra la &#8220;questione settentrionale&#8221; esplosa prima delle ultime elezioni e la &#8220;questione meridionale&#8221; che si trascina da più di un secolo esiste anche una &#8220;questione centrale&#8221;, cioè di tutti quei territori che non si identificano né con la Padania né col Mezzogiorno, dove gli amministratori legittimamente si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un facile gioco di parole, dire che tra la &#8220;questione settentrionale&#8221; esplosa prima delle ultime elezioni e la &#8220;questione meridionale&#8221; che si trascina da più di un secolo esiste anche una &#8220;questione centrale&#8221;, cioè di tutti quei territori che non si identificano né con la Padania né col Mezzogiorno, dove gli amministratori legittimamente si interrogano  sulle conseguenze della &#8220;secessione dolce&#8221; mascherata da federalismo che il nuovo governo si troverà a gestire.<br />
In realtà (un altro gioco di parole, chiedo scusa), la questione centrale è davvero centrale, perché è questione nazionale. Solo un governo capace di dare risposte che valgono per tutti, solo una opposizione in grado di costruire un progetto alternativo di società, possono evitare che questo Paese vada a pezzi nell&#8217;illusione di stare meglio senza &#8220;gli altri&#8221;.<span id="more-79"></span></p>
<p>Cominciamo dal governo. Oggi, in attesa del nuovo gabinetto di Silvio Berlusconi, vorrei dire che a me non importa se i ministri saranno dodici, quindici o venti.  Se davvero si vuole risparmiare, basta ridurre la dimensione dei loro uffici, senza accorpare troppe attività che, lo abbiamo visto in passato, faticano a stare insieme. Invece, vorrei che i ministri fossero davvero in grado di guidare il loro ministero. Non importa se sono o non sono tecnici: un bravo politico può anche cogliere l&#8217;essenza di problemi che non conosce a fondo. Quello che conta veramente è la volontà  di seguire le questioni fino all&#8217;effettiva soluzione, senza limitarsi alle comparsate sui giornali. Anche nei governi esistono ministri mastini che aggrediscono le questioni e ministri barboncini che si accontentano di abbaiare.<br />
Dagli anni in cui mi occupavo di Mezzogiorno ricordo con ammirazione Remo Gaspari, sì quel democristiano trattato con sufficienza per la capacità di convogliare soldi pubblici sul suo Abruzzo. Il mastino Gaspari non aveva forse una grande visione strategica, ma stava al suo ministero dal mattino alla sera, e non mollava le pratiche finché non le portava a soluzione. Mentre ricordo come ministri abbaianti Riccardo Misasi e Calogero Mannino, che se ne infischiavano delle pratiche ministeriali (Misasi addirittura andava in ufficio solo dopo le nove di sera)  e usavano solo le strutture di potere. Ma ministri incapaci di concepire una strategia che andasse oltre la rassegna stampa c&#8217;erano anche nel governo Prodi.<br />
M&#8217;importa, invece, che i ministeri abbiano strutture adeguate, che i nuovi ministri non buttino all&#8217;aria le direzioni generali in nome dello spoil system. Perché la pubblica amminstrazione è una macchina complessa. E&#8217; bene inserire competenze nuove, ma guai a cancellare tutto quello che è stato fatto finora, come ho visto succedere, con risultati disastrosi, durante il governo Berlusconi del 2001 &#8211; 2006.</p>
<p>Al tempo stesso, vorrei un&#8217;opposizione meno parolaia e più capace di costruire una prospettiva nuova. Mi ha disturbato, per esempio, che Walter Veltroni abbia sfornato un programma elettorale fatto di progetti di legge di pura facciata, perchè in molti casi o erano irrealistici o erano abbozzati, senza tener conto del lavoro fatto dal governo in alcuni campi negli anni precedenti.<br />
Non mi appassiona il dibattito su quello che farà questa sinistra. Potrà competere per amministrare meglio alcuni territori, ma mi sembra totalmente sprovveduta di fronte alle grandi domande alle quali si dovrà rispondere nel prossimo decennio. Provo a elencarne alcune, utilizzando una riiflessione che ho sottoposto anche agli amici di <a href="http://www.unacitta.org">Una città</a>.</p>
<p><strong>La governance</strong>. La crisi ambientale e quella finanziaria ci hanno dimostrato che non si può affidarsi solamente alle forze del mercato. Ma dalla globalizzazione non si può tornare indetro. E allora? Su quali istituzioni internazionali vogliamo puntare? Per esempio il Wto è cattivo, perché ha accelerato troppo la liberalizzazione dei mercati, come dicono Tremonti e i no global, oppure è una istituzione fondamentale per governare il cambiamento? E a quali condizioni?</p>
<p><strong>L&#8217;ambiente</strong>. Un anno fa l&#8217;Europa ha varato un piano molto ambizioso per contenere le emissioni entro il 2020 e prendere la leadership mondiale del dopo Kyoto. Adesso sono all&#8217;opera tutte le forze che temono conseguenze troppo gravi per le imprese europee e per il nostro stile di vita. Bisogna battersi davvero per obiettivi ambientali ambiziosi o limitarsi ad ipocriti auspici senza alcun impatto politico?<br />
<strong>L&#8217;immigrazione</strong>. E&#8217; fin troppo facile respingere certi toni dei leghisti. Ma quanta e quale immigrazione vogliamo? Con quali criteri di selezione e con che tipo di accoglienza? Dobbiamo accogliere soltanto chi ci serve per far funzionare le nostre industrie e accudire i nostri vecchi, oppure dobbiamo avere una strategia più generale di aiuto verso i Paesi nuovi? Quanto siamo disposti a sacrificare per questo obiettivo?</p>
<p><strong>La vita umana</strong>. Anche se tra laici e cattolici ci sono concezioni profondamente diverse, a certe domande non si può sfuggire. Per esempio: sarà sempre più facile arrivare fino a novant&#8217;anni e oltre. A una condizione: di avere i soldi per pagarsi le cure. Anche qui si profilano temi etici di enorme importanza. Che cosa deve garantire la collettività e che cosa deve rimanere nella sfera delle possibilità individuali?</p>
<p>E si potrebbe continuare con tanti temi globali (l&#8217;importanza di certi interventi militari, i diritti umani, gli ogm, la bioetica, le nuove forme di democrazia legate alla rete) che nel dibattito italiano vengono soltanto sfiorati, solitamente per dire delle banalità, perché sono fonte di troppo divisioni.<br />
Ecco, io credo che il dovere di una forza politica nuova (di sinistra? sì, certo, se sinistra vuol dire affrontare il cambiamento, ma le etichette poco importano) sia di mettere queste domande sul tavolo per elaborare risposte condivise e agire di conseguenza. Altrimenti, se l&#8217;opposizione si limiterà a glissare su queste cose per fare invece il controcanto a Berlusconi e a Bossi sulle banalità di ogni giorno magari accusandoli di favorire i naziskin, se l&#8217;eventuale governo ombra non sarà anch&#8217;esso composta da mastini, ma da barboncini, penso che non solo perderà tutte le battaglie politiche, ma contribuirà a fare dell&#8217;Italia un Paese sempre più marginale e culturalmente provinciale.</p>
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		<title>Apocalittici e impiegati</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 17:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non possiamo accettare in modo acritico le professioni di fede di chi ci dice che tutto è sotto controllo. Insomma, tra l&#8217;apocalisse e l&#8217;ottimismo ingiustificato c&#8217;è una strada stretta fatta di analisi critica e di governance internazionale.<span id="more-69"></span><br />
&#8220;Prof, ma il capitalismo non finirà di botto, com&#8217;è successo al comunismo? Non riesco immaginare come possa risolvere i problemi di questo secolo&#8230;&#8221;. Mi ha interrogato così un mio studente dell&#8217; <a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> , al termine di una lezione sulle sfide energetiche e ambientali.<br />
Gli ho risposto che il comunismo si confrontava con un altro modello che si era dimostrato più efficiente nell&#8217;allocazione delle risorse: il capitalismo, appunto. Mentre oggi non si vede un&#8217;alternativa  se non una graduale correzione dell&#8217;attuale economia di mercato.<br />
Esistono ancora i rivoluzionari, intesi  come quelli che sognano la rivolta delle masse che rovescia le istituzioni per instaurare un ordine nuovo? Direi di no, tranne poche frange di emarginati. Chi ha fatto il &#8217;68 era davvero convinto che la rivoluzione, cioè un drastico cambiamento verso una società più giusta, fosse davvero a portata di mano. Questa illusione è stata spazzata via non solo dalla delusione dell&#8217;esperienza comunista, ma dalla scoperta che gran parte della popolazione del Sud del mondo vuole soltanto partecipare alla divisione di quei frutti di cui il Nord già gode. I popoli di India, Cina, Sudafrica, Brasile, Messico, Russia tutto vogliono fuorché la rivoluzione. Certo, ci sono ancora sulla Terra miliardi di disperati, ma neanche l&#8217;ideologo più fuori dalla realtà può pensare che la rivolta possa avere come punti di forza il Bangladesh o il Mali. A meno che non si intenda per  rivoluzione quella sognata da Al Qaida, che per gran parte del mondo è invece un incubo da combattere.<br />
No, i rivoluzionari non esistono più  come forza protagonista della scena mondiale. Esistono però, e sono sempre più numerosi, gli apocalittici: quelli cioè che sono convinti che &#8220;il sistema&#8221; non riuscirà a far  fronte alle  sue contraddizioni e imploderà. E&#8217; una nuova forma di rivoluzione &#8220;inevitabile&#8221;, come voleva essere il marxismo scientifico, che immagina che il nuovo mondo si costruirà &#8220;<a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">bottom up</a>&#8221; con piccole comunità che si ricostituiranno le condizioni di vita secondo un nuovo modello di sviluppo più sostenibile per il pianeta. In realtà questo modello comporta la probabile morte di  quei due miliardi almeno di persone che vivono in grandi metropoli e  che dipendono dai sistemi complessi per il loro sostentamento, ma raramente gli apocalittici se  ne preoccupano. O meglio, non sanno che farci, ma intanto si comprano il loro campicello per autoprodurre il necessario.<br />
La  tendenza degli apocalittici è di pensare che siamo sempre alla vigilia del collasso. Adesso, per esempio, di fronte alla recessione innescata dagli Stati Uniti, c&#8217;è chi prevede il crollo del sistema. E&#8217; il caso di Mike Adams,  un pensatore indipendente il cui ultimo articolo  &#8220;Il prossimo collasso finanziario dell&#8217;America&#8221; merita un&#8217;attenta lettura. Intendiamoci, Adams dice molte cose vere e probabilmente descrive con chiarezza l&#8217;insostenibilità dell&#8217;attuale meccanismo economico americano. Forse ha più ragione lui piuttosto che i tanti impiegati del sistema finanziario, che sono tenuti a  minimizzare la gravità della situazione perché la fiducia è il carburante del sistema. Da questo punto di vista anche il <a href="http://www.weforum.org/en/media/Latest%20Press%20Releases/GlobalRisk08Press">rapporto</a> &#8220;Global Risks 2008&#8243; presentato in vista del vertice di Davos dice che il sistema deve essere più governato, ma traccia un quadro che tende probabilmente a sottovalutare la  gravità della situazione.<br />
Anche se l&#8217;ottimismo ufficiale è ingiustificato, non è detto però che il totale pessimismo sull&#8217;efficacia dei meccanismi di correzione del sistema economico globale sia giustificato. Personalmente,  la penso come Fabrizio Galimberti, il commentatore del Sole 24 Ore, che <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=GW1TD">sottolinea</a> come &#8220;la costellazione di fattori favorevoli&#8221; (e cioè &#8220;la voglia di benessere di miliardi di uomini gettati nell&#8217;economia globale, la favolosa stagione di innovazioni tecnologiche, la stessa innovazione finanziaria nonostante gli eccessi&#8221;) farà &#8220;affluire i capitali in ogni utile nicchia del rapporto rischio/rendimento&#8221;, mantenendo in funzione la macchina della globalizzazione.<br />
Non credo dunque che il sistema economico globale sia alla vigilia del collasso, anche se immagino, anche a seguito di questa crisi, una forte redistribuzione dei pesi relativi: una ridistribuzione di cui la crescita dei &#8220;fondi sovrani&#8221; è la prima dimostrazione tangibile. Il potere economico si sposta verso l&#8217;Asia, ma non solo: il peso assunto da Chavez in America Latina grazie ai petrodollari ne è un&#8217;altra dimostrazione. Come è scritto nell&#8217;<a href="http://limes.espresso.repubblica.it/2007/12/21/liturgie-del-tempo-estremo/?p=420">editoriale</a> di Limes, negli anni &#8217;70 le &#8220;sette sorelle&#8221; controllavano il 75% delle riserve petrolifere e l&#8217;80% della produzione. Oggi si devono accontentare rispettivamente del 6 e del 24% (quanto al gas: 20 e 35%). Il 60% delle riserve mondiali appartiene  invece alle prime dieci compagnie controllate dai Paesi produttori&#8221;. Ma fondi  sovrani, caudilli del Sudamerica e National Oil Companies vogliono controllare questo sistema, non certo distruggerlo. E per evitare di diventare una colonia l&#8217;Europa (e anche l&#8217;Italia) deve avere una politica chiara, senza perdere tempo  a discutere di stupidaggini.<br />
Il discorso diventa ancora più serio se torniamo al tema da cui siamo partiti: l&#8217;energia e l&#8217;ambiente. Qui, purtroppo, gli apocalittici potrebbero avere ragione. Per quanto si possa fare per migliorare la governance ambientale (e Bali  rappresenta solo una presa d&#8217;atto della gravità del problema) i risultati sulle emissioni di CO2 non si avranno prima del 2030, nella migliore delle ipotesi. E nessuno sa se nel frattempo il peggioramento del clima avrà un andamento lineare (un paio di gradi di riscaldamento, qualche centimetro d&#8217;innalzamento dei mari, più catastrofi ma non LA catastrofe) oppure avremo un tracollo (cambiamento delle correnti dei mari, scioglimento accelerato delle calotte, inondazioni e migrazioni obbligate per centinaia di milioni di persone). I rischi sono gravissimi, ma lo sono stati in altri momenti a noi vicini, quando per esempio  l&#8217;umanità ha rischiato di essere cancellata per qualche errore di valutazione di chi aveva il dito sul pulsante nucleare. Come allora, l&#8217;unica cosa da fare, a mio giudizio, è ragionare, cercare di migliorare la governance globale, vedere le cose realisticamente senza farsi  abbindolare dall&#8217;ottimismo interessato degli impiegati del sistema, ma anche senza abbandonarsi al pessimismo distruttivo degli apocalittici.</p>
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		<title>Proposta: più aiuto internazionale in telelavoro</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jan 2008 22:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un gran viaggiare nei paesi in via di sviluppo di consulenti pagati  dalle organizzazioni internazionali. In realtà si tratta di schemi organizzativi in molti casi superati, perché buona parte dello sviluppo dei progetti potrebbe essere portato avanti in telelavoro, risparmiando almeno il 50 per cento dei costi, riducendo i viaggi aerei e le emissioni dannose, e anche assicurando più continuità nei risultati e più responsabilità ai funzionari locali. Le capitali dei paesi nuovi hanno ormai buoni collegamenti, ma le attrezzature di telelavoro non fanno parte delle priorità d&#8217;aiuto.<span id="more-67"></span><br />
Si potrebbero risparmiare  soldi, energie ed emissioni dannose se le organizzazioni internazionali facessero un maggior uso delle possibilità di lavoro a distanza offerto dalle nuove tecnologie. Sono arrivato a questa conclusione dopo aver partecipato per anni a missioni di diverse organizzazioni ed aver  seguito lo sviluppo di diversi progetti.<br />
In generale, le organizzazioni internazionali, per le loro missioni di supporto ai paesi in via di sviluppo, preferiscono sempre la presenza &#8220;sul posto&#8221;: anche a costo di pagare molto più cari i giorni di  lavoro. La ragione è facilmente intuibile: si suppone che il contatto diretto con il personale locale ne aiuti la formazione. Allo stesso modo, le organizzazioni internazionali sono prodighe d&#8217;inviti ai quadri dei paesi in via di sviluppo perché partecipino a riunioni e convegni all&#8217;estero.<br />
Le cose però non vanno come dovrebbero andare. Il contatto diretto, di persona, è indubbiamente molto utile per creare un gruppo di lavoro o per svolgere un&#8217;attività di formazione che presuppone l&#8217;interazione con un&#8217;intera classe. Ma spesso si pretende poi che si continui a viaggiare anche quando lo sviluppo di un progetto potrebbe essere seguito facilmente on line.<br />
Le tecnologie moderne offrono ormai la possibilità di interagire in teleconferenza (non più  con i costosi satelliti, ma con software come Skype), scambiarsi  documenti in tempo reale, organizzare presentazioni a distanza. Però, negli uffici pubblici dei paesi in via di sviluppo, destinatari delle missioni di aiuto, raramente ci sono sale attrezzate per queste esigenze, che evidentemente gli investitori internazionali non considerano prioritarie. Eppure i collegamenti adeguati quasi sempre ci sono, almeno nelle capitali, tanto che quegli stessi funzionari che i consulenti vanno a incontrare facendo migliaia di chilometri in aereo parlano correntemente via computer con i loro familiari lontani.<br />
Nei progetti internazionali, si verifica così abbastanza spesso che i consulenti siano costretti a una vita schizofrenica. Magari seguono tre progetti in paesi diversi, una settimana per Paese, più una settimana a casa ogni mese. Il risultato è che spesso nel corso della settimana nel paese A ci sono notevoli tempi morti, e che comunque il progetto procede in modo discontinuo quando poi il consulente si è allontanato.<br />
Sono convinto che in molti casi nei quali si pagano  dieci giorni di presenza in loco ne basterebbero due e che gli altri otto, ridotti alle ore effettivamente necessarie lavorando a distanza, si ridurrebbero a non più di tre. In pratica la spesa  complessiva  si potrebbe ridurre almeno del 50%, ma anche di più. I  viaggi aerei (e relative emissioni di CO 2) sarebbero dimezzati, e i progetti proseguirebbero meglio. E forse il personale locale si sentirebbe anche più responsabilizzato, invece di restare a girarsi i pollici in attesa del ritorno del consulente.<br />
Anche gli inviti all&#8217;estero di funzionari dei paesi in via di sviluppo  andrebbero visti con un attimo d&#8217;attenzione. Quelli per scuole, seminari e corsi di una certa lunghezza e intensità sono preziosi e, se sono ben fatti, valgono tutti i soldi che si spendono. Ma il discorso sui convegni è diverso. Troppo spesso chi ha il potere di decidere si autoseleziona. E così è frequente vedere convegni affollati di presidenti o direttori generali che sanno ben poco dell&#8217;argomento specifico, ma che hanno soffiato il viaggio e la possibilità di scambiare esperienze a chi poi in realtà deve svolgere i compiti operativi. E&#8217; un cattivo costume che si pratica anche in Italia, non possiamo quindi scandalizzarci se avviene in paesi più arretrati. Però in certi casi si può essere più selettivi e mirati negli inviti.<br />
Dobbiamo dirci con chiarezza che tutto questo gran viaggiare è anche un business: per i consulenti internazionali che così sono pagati di più e per le organizzazioni che li mandano e che sono compensate spesso in ragione della durata delle missioni. Cambiare costume va contro molti interessi consolidati. Però è ora di accorgersi che il mondo non è più  quello di una volta.<br />
Credo che una certa frequenza di contatti diretti, di persona, sia necessaria, così come penso che anche chi pratica il telelavoro dovrebbe andare in azienda con una certa assiduità, perché non tutto si può fare o capire a distanza. Però il telelavoro è ormai una realtà (negli Usa per esempio esiste un <a href="http://www.telework.gov/">sito</a> che aiuta tutte le amministrazioni pubbliche a praticarlo) e andrebbe promosso in tutti i casi possibili, nonostante le diffidenze di chi è ancorato alle vecchie scrivanie, perchè migliora la qualità della vita e dell&#8217;ambiente senza diminuire la produttività.<br />
Va promosso anche nelle organizzazioni internazionali, dove già molto si fa attraverso il telelavoro per evitare viaggi tra i quartier generali di New York, Bruxelles, Parigi o Ginevra, ma ben poco ancora coi Paesi nuovi. Io sono convinto che l&#8217;operato delle organizzazioni internazionali sia prezioso, che le missioni di supporto allo sviluppo siano indispensabili, che la rete di relazioni  che così si crea sia fondamentale per un futuro di progresso. Ma  proprio per salvare quello di buono che si fa dalle critiche sempre più forti sugli sprechi è opportuno che la Banca Mondiale, l&#8217;Unione Europea e le altre strutture impegnate negli aiuti applichino fino in fondo le nuove tecnologie e rivedano le loro procedure organizzative.</p>
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		<title>Beyond Gdp, ambientalisti ed economisti a confronto</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Nov 2007 16:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il convegno &#8220;Beyond Gdp&#8221; (Oltre il Pil) a Bruxelles ha messo a confronto ambientalisti ed economisti, facendo registrare, forse per la prima volta, una certa convergenza sul concetto di sviluppo sostenibile e sulle modalità per misurarlo. E&#8217; un progresso importante, ma ci vorrà tempo prima che i nuovi indicatori siano effettivamente condivisi e usati per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il convegno &#8220;<a href="http://www.beyond-gdp.eu/">Beyond Gdp</a>&#8221; (Oltre il Pil) a Bruxelles ha messo a confronto ambientalisti ed economisti, facendo registrare, forse per la prima volta, una certa convergenza sul concetto di sviluppo sostenibile e sulle modalità per misurarlo. E&#8217; un progresso importante, ma ci vorrà tempo prima che i nuovi indicatori siano effettivamente condivisi e usati per promuovere politiche più efficaci.<span id="more-47"></span><br />
Sarà forse perché si svolgeva in un&#8217;aula del Parlamento europeo, di certo il convegno &#8220;Beyond Gdp&#8221; (oltre il Pil) che si è svolto a Bruxelles il 19 e 20 novembre ha avuto un carattere più &#8220;politico&#8221; di quello svoltosi a Istanbul in giugno per iniziativa dell&#8217;Ocse, già <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/10/20/come-nasce-la-statistica-del-21%c2%b0-secolo/#more-44">raccontato</a> su questo blog. Il tema era simile (i nuovi indicatori del progresso umano), ma questa volta oltre all&#8217;Ocse hanno partecipato all&#8217;organizzazione il Parlamento e la Commissione europea, il Club di Roma, il Wwf.<br />
Al di là di certe enunciazioni troppo ottimistiche, che però colpiscono la stampa, sulla possibilità di usare la misura della felicità al posto del Prodotto interno lordo, l&#8217;aspetto più interessante dell&#8217;iniziativa si è visto nel tentativo di far dialogare ambientalisti ed economisti. In  passato, le iniziative sul superamento del Pil erano prese in uno spirito di contrasto ideologico rispetto al cosiddetto &#8220;economicismo&#8221;, nella convinzione che le misure della ricchezza umana basate solo sulla capacità di produrre beni e servizi  finissero col sottovalutare aspetti fondamentali, tanto da portare in ultima analisi a un impoverimento del Pianeta. D&#8217;altra parte, gli economisti vivevano con un certo fastidio queste pressioni che mettevano in discussione misurazioni consolidate senza proporre  sistemi alternativi validi di misurazione del progresso.<br />
L&#8217;incontro di  Bruxelles ha avuto invece il merito di far dialogare i due mondi, che peraltro nel frattempo si sono molto avvicinati: l&#8217;urgenza delle questioni ambientali ha reso ancor più evidente che non basta misurare la ricchezza senza tener conto degli effetti generali, non solo per gli effetti globali sul clima, ma anche per il depauperamento delle risorse economiche che non viene considerato nel calcolo del Pil: tipico il caso, citato al convegno, della Mauritania che ha visto migliorare i suoi conti per qualche anno grazie al più intenso sfruttamento delle risorse ittiche, per poi ripiombare nella crisi quando i banchi di pesce sono stati sfruttati al di là delle capacità di rigenerarsi.<br />
Anche soggetti che in passato sembravano le roccheforti dell&#8217;economicismo, come la Banca Mondiale, parlano oggi sempre più spesso di sviluppo sostenibile. D&#8217;altra parte, il mondo ambientalista, o almeno una grossa parte di esso, sta passando dalla fase di mera denuncia a una fase più costruttiva di lavoro fianco a fianco con gli economisti.<br />
Al convegno sono state presentate diverse proposte di misurazione composita degli effetti economici e di quelli ambientali, ma non mi sembra che possa  esserci un sostituto del Pil di prossima adozione. Così come le perorazioni perché i calcoli aziendali presentino una &#8220;triple bottom line&#8221;, cioè un triplo risultato che tenga conto di Profitto, gente (People) e Pianeta sono interessanti, ma ancora ben lontane da un&#8217;adozione generale. Ma la linea di tendenza è indubbiamente quello di attribuire un diverso valore agli indici che contano per decidere le politiche. Il prossimo passo è far sì che questi indici siano effettivamente usati non per far polemica ma per prendere decisioni condivise.</p>
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		<title>La grande sfida della governance mondiale</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 17:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del World Energy Congress, lavorando su tutti gli interventi e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del <a href="http://www.rome2007.it/home/home.asp">World Energy Congress</a>, lavorando su tutti gli interventi e i dibattiti. La governance globale è indispensabile per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, il contenimento delle speculazioni sui prezzi dell&#8217;energia, la crescita sicura del nucleare, un dopo Kyoto accettabile da tutti e davvero efficace nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la gestione delle conseguenze inevitabili di cambiamenti di clima. Ci vorranno leader con coraggio e visione e una continua pressione dell&#8217;opinione pubblica.<span id="more-46"></span><br />
Per incarico di Zig-Zag, la società di comunicazione di Andrea Zagami, ho coordinato nei giorni scorsi il desk del media center del World Energy Congress. E&#8217; stato un lavoro intenso e interessante, al servizio di 979 giornalisti accreditati. Con una squadra  di sei giornalisti che voglio ricordare uno per uno, Concita Minutola, Nicola Scevola, Eric Sylvers, Tessa Thorniley, Paola Toscani, Fulvio Totaro, per cinque giorni abbiamo seguito tutti gli eventi di questa gigantesca manifestazione, sfornando un centinaio di comunicati, tra italiano e inglese, per dar conto di tutti i discorsi e i dibattiti.<br />
Essere al centro del flusso informativo di un evento mondiale (quattromila delegati che avevano pagato circa 2000 euro ciascuno per partecipare!) su un tema così importante aiuta anche a chiarirsi le idee. Il World Energy Council che ha organizzato l&#8217;evento ha posto al centro il tema dell&#8217;interdipendenza, che nel campo dell&#8217;energia è fondamentale: basta guardare la carta mondiale dei gasdotti o dei flussi del petrolio per rendersene conto. Nelle discussioni, accanto a questo tema è emerso con forza quello della politica, cioè la necessità di governance globale, sul quale hanno insistito anche Pierluigi Bersani e Massimo D&#8217;Alema. C&#8217;è un insieme complesso di questioni, dalla sicurezza degli approvvigionamenti all&#8217;incentivazione delle politiche di risparmio energetico, dalla transizione verso forme di energia meno inquinanti agli interventi conseguenti al cambiamento di clima, che possono essere affrontati solo con forti accordi internazionali e con organizzazioni internazionali in grado di gestirli.<br />
1) C&#8217;è innanzitutto il grande tema degli approvvigionamenti di idrocarburi. Il dialogo tra Paesi produttori e consumatori è necessario per evitare tensioni tra offerta e domanda, ma soprattutto, in tutti i casi in cui la fornitura avviene attraverso oleodotti o gasdotti, è necessario avere la garanzia che quella fornitura &#8220;rigida&#8221; non verrà utilizzata per condizionamenti politici. Se domani, oltre a trasferire petrolio o gas, cominceremo a trasferire su lunghe distanze anche l&#8217;energia elettrica ottenuta dalla energie rinnovabili, il tema di un soggetto politico internazionale che garantisca la sicurezza degli approvvigionamenti diventerà ancora più importante. Si pensi per esempio ai progetti, a cui ha accennato il premio Nobel Carlo Rubbia al <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/#more-34">Venice Forum</a>, di produrre energia elettrica per l&#8217;Europa dal sole del Sahara. Si tratta di investimenti giganteschi, che possono essere fatti soltanto in un quadro politico di certezza tra tutti gli Stati coinvolti.<br />
2) C&#8217;è poi (e ne ha parlato al Congresso Romano Prodi) la necessità di limitare la speculazione sul petrolio  e sui prodotti petroliferi: le tensioni reali del mercato sono oggi fortemente amplificate dai meccanismi speculativi. Per noi è normale pensare di avere un&#8217;agenzia di regolazione dei mercati finanziari a livello nazionale come la Sec americana o la nostra Consob, che vigila contro gli eccessi, ma nulla di simile esiste a livello internazionale. Forse si dovrà in qualche modo arrivarci.<br />
3) Altro grande tema di governance è il nucleare, dove il mondo è dibattuto tra il bisogno di nuove centrali, perché assai meno inquinanti di quelle a combustibili tradizionali, e la paura (accanto alle altre sulle scorie e gli incidenti, che però mi sembrano superabili con le nuove tecnologie) che i processi di produzione siano usati anche per mettere da parte una bella scorta di bombe atomiche. Il caso Iran è tipico di questo dilemma ed è anche la dimostrazione di come la governance attuale affidata all&#8217;International Atomic Energy Agency non sia sufficiente.<br />
4) Il tema più complesso  sul quale dovrà comunque esercitarsi la governance internazionale è il cosiddetto &#8220;dopo Kyoto&#8221;. Il problema è  emerso chiaramente al congresso di Roma, ma sulla diagnosi gli esperti convergono da tempo: l&#8217;energia c&#8217;è, anche abbondante, ma gran parte dei combustibili e carburanti impiegati provoca il surriscaldamento del pianeta. Se i nuovi Paesi in via di sviluppo, crescendo, adottassero gli stessi modelli  di consumo di Stati Uniti ed Europa sarebbe un disastro. C&#8217;è un solo  sistema finora ideato per spingere verso un sostanziale risparmio energetico: l&#8217;aumento del prezzo dell&#8217;energia attraverso una tassa su tutte le fonti inquinanti (cioè in pratica sulle emissioni di CO2) i cui proventi potrebbero andare a incentivare le nuove tecnologie o le attività di riequilibrio delle emissioni attraverso iniziative (come per esempio la riforestazione) che riducono l&#8217;anidride carbonica nell&#8217;aria. L&#8217;aumento dei costi energetici che ne derivera  può anche provocare un temporaneo rallentamento economico, bilanciato però dalla sviluppo  (che sta già avvenendo) di tutte le attività anti-inquinanti. Gli impegni assunti dall&#8217;Europa con il  Protocollo di Kyoto vanno già in questa direzione, però è evidente che entro il 2012, quando Kyoto scadrà, si dovrà arrivare a un meccanismo quantificato per tutti i grandi inquinatori, compresi Stati Uniti, India e Cina. Sugli Usa c&#8217;è la speranza che la futura amministrazione riprenda una politica responsabile, anche sulla spinta di un sostanziale cambiamento dell&#8217;opinione pubblica. Quanto ai Paesi in sviluppo, è giusto che chiedano condizioni che non sacrifichino la loro possibilità di crescita, ma è anche necessario che assumano impegni quantificati. Insomma, una trattativa molto complessa, che può avere la possibilità di riuscire solo  perché il cambiamento di clima sta diventando la priorità numero uno per gran parte del pianeta. E così come si è passati dal Gatt (che era solo un accordo commerciale) alla World  Trade Organization per gestire adeguatamente gli impegni, si può immaginare che nel dopo Kyoto anche la gestione di una eventuale carbon tax internazionale richieda strutture internazionali adeguate.<br />
Infine, la governance sarà indispensabile proprio per gestire i cambiamenti di clima: i danni gravissimi dei fenomeni meteorologici estremi, le migrazioni di massa a causa della siccità, l&#8217;abbandono di zone costiere che saranno sommerse dall&#8217;acqua. Sono tutti compiti di cui già si occupano le agenzie dell&#8217;Onu, ma l&#8217;impegno e l&#8217;efficienza richiesta saranno certamente molto maggiori.<br />
In conclusione, penso che possiamo forse permetterci di andare avanti ancora per qualche decennio senza un governo mondiale, in un delicato equilibrio tra grandi potenze e accordi regionali. Ma non possiamo affrontare neanche il futuro prossimo senza una governance globale, fatta di accordi tecnici e politici, istituzioni efficaci per farli rispettare, continua pressione dell&#8217;opinione pubblica. Saranno anche necessari leader politici con capacità e visione. Ricordo una frase di un relatore, nei tanti discorsi di questi giorni al Congresso: &#8220;Una dozzina di persone nel mondo è in grado di avviare a soluzione i nostri problemi&#8221;. Solo da una comune volontà dei leader più importanti può scaturire una governance condivisa.</p>
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		<title>Clima: il Sahara è la nostra speranza</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2007 08:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche. Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche.<span id="more-30"></span><br />
Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano idee ed esperienze senza la ricerca di effetti spettacolari e le costrizioni di tempo che caratterizzano invece  i dibattiti attraverso i media. Però non è un caso che per sentire qualcosa d&#8217;interessante su temi che riguardano il futuro del nostro Paese si debba partecipare a incontri che si svolgono prevalentemente in inglese, dove la presenza prevalente di ospiti internazionali depura anche gli interventi degli italiani dai tatticismi e dagli esibizionismi politici.  La barriera linguistica da noi è tuttora un problema: fa sì che le idee circolino con ritardo e che siano accolte con maggiore scetticismo, perché spesso arrivano ai decisori italiani in sintesi smozzicate e poco credibili.<br />
Ma veniamo al cambiamento di clima. L&#8217;occasione di fare il punto è stata offerta dal <a title="Cronaca su Radio radicale" href="http://www.radioradicale.it/scheda/228859/venice-forum-the-european-energy-policy-enhancing-the-security-of-supply-by-creating-a-single-eu-energy-ma">Venice Forum</a> organizzato il 21 e 22 giugno da Unicredit e dalla rivista <a title="La rivista" href="http://www.bcdeditore.it/East/default.aspx"><em>East</em></a> diretta da Vittorio Borelli.  Il premio Nobel Carlo Rubbia ma anche molti altri partecipanti hanno contribuito a tracciare scenari credibili di quello che ci aspetta in futuro. Ecco una sintesi di quello che ho imparato, in dieci punti.<br />
1. La terra si sta riscaldando, questo ormai è un fatto indiscutibile, così come è certo il rapporto tra cambiamento di clima ed emissioni di anidride carbonica (CO2). Per quanto si possano introdurre comportamenti virtuosi nei Paesi industrializzati, la fame di energia e il giusto bisogno di di crescita di quelli in via di sviluppo farà sì che almeno fino al 2030 le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare. L&#8217;effetto sul clima sarà inevitabile: da due a quattro gradi di aumento nella seconda metà del secolo. Anche senza mettere in conto le accelerazioni dei fenomeni, sempre possibili nei sistemi complessi, ci saranno forti impatti sulle aree coltivabili, aumento del livello dei mari, inevitabili migrazioni di grandi masse di popolazione costrette a lasciare le aree colpite dalla siccità o minacciate dall&#8217;acqua.<br />
2. L&#8217;ineluttabilità di un moderato (ma comunque drammatico) aumento della temperatura non deve essere un alibi per non intervenire nel modo più deciso. Fino a quando le emissioni di CO2 non sarano riportate al limite massimo che la terra e gli oceani possono assorbire senza aumentarne l&#8217;accumulo nell&#8217;atmosfera, continueranno a innescarsi fenomeni gravissimi e imprevedibili. Per ritornare a una situazione d’equilibrio si deve riportare il mondo ad emissioni pari alla metà delle attuali. Considerando le incomprimibili esigenze dei Paesi nuovi, i Paesi di più antica industrializzazione dovranno porre in atto politiche di risparmio e riconversione energetica molto drastiche: difficili, ma non impossibili.<br />
3. Un&#8217;ulteriore spinta a cambiare il modello di sviluppo proverrà dal fatto che comunque nella seconda metà del secolo il petrolio è destinato a finire. Il gas naturale durerà un po&#8217; di più, ma la fonte più economica a disposizione ancora per secoli sarà il carbone. Purtroppo è anche la più inquinante, almeno allo stato attuale delle conoscenze, ma è bene ricordare questa disponibilità: se non metteremo in atto politiche di sviluppo delle energie alternative, la spinta economica sarà ad usare fonti ancor più &#8220;sporche&#8221; di quelle attuali.<br />
4. L&#8217;energia nucleare è una risposta, ma solo in determinate situazioni. I timori sul trattamento delle scorie rendono improponibile il ritorno al nucleare in Italia e in altri Paesi dove l&#8217;opinione pubblica è fortemente contraria. Risultato: le nuove centrali nucleari si faranno (e si stanno già facendo) quasi esclusivamente nei Paesi in via di sviluppo. Ma pongono anche gravi problemi politici, perché è necessario stabilire quali sono i Paesi virtuosi che possono fare uso delle tecnologie nucleari e quali sono invece i Paesi canaglia che potrebbero servirsene per fare ordigni nucleari.<br />
5. Le energie rinnovabili che ci sono più familiari continueranno a dare un apporto molto limitato alla copertura dei nuovi fabbisogni energetici. Il solare fotovoltaico e l&#8217;energia eolica, anche se fortemente incentivati in numerosi Paesi europei, hanno comunque un costo elevato. E&#8217; improbabile in queste condizioni che l&#8217;obiettivo del Consiglio europeo di arrivare a un 20% di produzione da energie rinnovabili entro il 2020 possa davvero essere raggiunto con questi mezzi.<br />
6. Importantissimo sarà invece l&#8217;apporto del risparmio energetico, soprattutto nell&#8217;edilizia. Gli esperimenti compiuti in Germania (ma anche in Alto Adige) dimostrano che è già possibile costruire case che si riscaldano con pochi litri di gasolio all’anno. Per ottenere risultati significativi però sarà necessario incentivare la riconversione dell&#8217;esistente e non solo operare sulle nuove costruzioni e sui nuovi impianti.<br />
7. Il sistema più efficace e meno distorcente per incentivare la riconversione a produzioni e consumi più appropriati è quello della tassazione delle emissioni di CO2. Sull&#8217;onda degli accordi di Kyoto l&#8217;Europa ha avviato questo meccanismo, anche se limitato alle imprese elettriche e a pochi altri casi. Si prevede che anche Stati Uniti e Giappone lo introducano. Il mercato europeo dei diritti d&#8217;inquinamento è stato inizialmente distorto da un eccesso di permessi rilasciati dalle autorità. Si avvia però verso i 25/30 euro per tonnellata di CO2 emesso, un livello che comincia a diventare stringente, ma c&#8217;è chi prevede che nei prossimi anni salirà anche a dieci volte questo prezzo. La tassazione delle emissioni, se estesa a buona parte del sistema industriale, può servire anche agli Stati per finanziare politiche di promozione delle energie pulite, con un limite: poiché questa tassazione non è condivisa da tutti gli Stati, c&#8217;è sempre il rischio che si traduca in un incentivo alla delocalizzazione delle imprese verso Paesi che non applicano la &#8220;carbon tax&#8221;. Sarebbe più equo, anziché tassare le imprese, tassare i consumi finali di beni la cui produzione comporta emissioni. Sarebbe una sorta di &#8220;Ica&#8221;, imposta sul carbonio aggiunto. Qualcuno comincia a  parlarne,  ma si tratta di ipotesi ancora lontane. In ogni caso l&#8217;effetto sulla crescita sarebbe limitato, anche perché la lotta all&#8217;inquinamento (energie alternative e risparmio energetico) incentiva attività nuove: si calcola che in Germania il settore nel 2020 sarà più importante delle produzioni legate all&#8217;automobile.<br />
8. Si è anche creato un fiorente mercato delle attività antinquinanti che possono riequibrare le emissioni dannose. Per esempio, un&#8217;impresa che vuole figurare &#8220;a emissioni zero&#8221;, una volta fatto il conto delle sue emissioni, può acquistare in un apposito mercato attività che riassorbano una pari quantità di anidride carbonica, attraverso riforestazioni o altre azioni virtuose quali l&#8217;incentivazione di produzioni rinnovabili. La Cina ha colto al volo questa opportunità e offre centinaia di opportunità garantite da certificati. In realtà, se i paesi africani ne avessero la capacità, i certificati antinquinamento potrebbero essere una grande opportunità di aiuto allo sviluppo.<br />
9. La grande speranza nel campo delle energie rinnovabili proviene però dalla ricerca. Accantonata per ora la fissione nucleare e anche le tecnologie legate all&#8217;idrogeno, circolano molte idee nuove: dalla scomposizione del gas naturale per far sì che non emetta CO2 all&#8217;interramento delle emissioni delle centrali a carbone, fino alle nuove piante capaci di trasformare in energia una grande quantità della luce e del calore che assorbono. Ma tra questi discorsi il più significativo e importante riguarda il solare di nuova generazione, il cosiddetto Concentrating solar power (Csp). In Spagna, in Algeria, anche in Sicilia sono in sperimentazione stazioni solari che ricoprendo di specchi interi ettari di territorio sono in grado di produrre energia elettrica a costi accettabili. E&#8217; chiaro che richiedono grandi estensioni e tanto sole, ma i progetti, dato che ormai la trasmissione di energia elettrica a distanza è ormai possibile con perdite limitate, si orientano sul deserto del Sahara: basterebbe un quadrato di specchi di alcune decine di chilometri per  fronte al fabbisogni di energia elettrica di tutta l&#8217;Europa. Non è facile arrivarci, naturalmente, perché queste centrali richiedono acqua o altre tecniche di raffreddamento (che comunque esistono). Ma si tratta di una prospettiva molto concreta.<br />
10. Da tutto quanto detto risulta sempre più chiaramente che il sistema energia &#8211; ambiente è fortemente interrelato e richiede una visione globale. I paesi in via di sviluppo non accetteranno di limitare le loro emissioni se quelli industrializzati non cominceranno a ridurre i loro forti consumi. Al tempo stesso molte iniziative di lotta alle emissioni andranno condotte nei paesi nuovi. L&#8217;Europa che è già dipendente da Russia e Medio Oriente per petrolio e gas naturale, può avere tutto l&#8217;interesse a sviluppare rapporti intensi con il continente africano per la produzione di energia elettrica. Il meccanismo, molto schematicamente, dovrebbe essere questo: tassare da noi le produzioni o i consumi a contenuto energetico e reinvestire almeno una parte del ricavato nella realizzazione di nuove centrali solari sull&#8217;altra sponda del Mediterraneo. Se poi queste centrali contribuiranno a creare lavoro, potrebbero anche aiutare a ridurre la spinta migratoria. Utopie? Ma quanti dei discorsi che oggi facciamo, partendo da dati di fatto, dieci anni fa ci sembravano solo fantasie?</p>
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