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	<title>Donato Speroni &#187; Africa</title>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Caritas: l’emigrazione non dipende dalla povertà</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 11:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i migranti infatti riequilibreranno il calo naturale. Ma andrà davvero così oppure dovremo fronteggiare una grande impennata degli arrivi? I demografi si interrogano sulla attendibilità delle previsioni dell’Onu, perché nello stesso arco di tempo la popolazione africana aumenterà di un miliardo di persone. Il problema dunque non è il “tappo”, ma la “bottiglia”: per le nuove generazioni africane l’Europa rappresenta un tale cambiamento in meglio in termini di reddito e di aiuti alla famiglia d’origine che tanto vale tentare la lotteria dell’immigrazione clandestina. Come possiamo fronteggiare questa situazione? L&#8217;ultimo rapporto statistico della Caritas fornisce elementi che fanno riflettere, partendo da quella che i demografi chiamano &#8220;migration hump&#8221;, la gobba delle migrazioni.<span id="more-587"></span></p>
<p>E’ chiaro che l’immigrazione deve avere dei limiti. La popolazione italiana ha superato quota sessanta milioni, dopo la grande immigrazione soprattutto rumena avvenuta a seguito dell’apertura dell’Unione ai paesi dell’Est. Abbiamo bisogno dell’apporto degli immigrati, ma le nostre aree metropolitane sono ormai tra le più affollate d’Europa. Per mantenere stabile la popolazione italiana possiamo ricevere ed offrire sistemazioni regolari e decenti a 150/250 mila insediamenti stabili all’anno. Tanti per noi (il decreto flussi ne prevede solo 80mila per il 2011), se davvero vogliamo accogliere bene questi nuovi italiani, pochissimi di fronte alla pressione demografica che proviene dal Sud del mondo.</p>
<p>E allora? “Aiutarli a casa loro” è la risposta ovvia e obbligata. Ha proprio questo titolo un capitolo dell’ultimo <a href="http://www.dossierimmigrazione.it/schede/pres2010.htm">dossier statistico immigrazione</a> della Caritas, che rivela la cosiddetta“gobba migratoria”. Di che si tratta? Se si costruisce un diagramma che incrocia il prodotto interno lordo (Pil) dei paesi in via di sviluppo e la quantità di migranti, appare una sorta di campana: si scopre che si muovono soprattutto gli abitanti dei paesi a reddito intermedio mentre di norma non sono i più poveri che emigrano (non hanno né i mezzi né gli stimoli culturali) e naturalmente neppure quelli che non hanno bisogno di tentare la fortuna perché già vedono migliorare la loro situazione nel paese d’origine. Scrive la Caritas: “Dall’analisi risulta chiaro come non sia possibile delineare un semplice e diretto rapporto di casualità tra povertà ed emigrazione e come, di conseguenza, le azioni di cooperazione allo sviluppo non siano automaticamente adatte a limitare i flussi migratori” Per ragioni umanitarie dobbiamo mantenere mirata la cooperazione pubblica allo sviluppo sui Paesi più poveri del Pianeta, spiega la Caritas, anche se questo potrà far aumentare e non diminuire il numero dei giovani di quei paesi che con più cultura  e qualche soldo in più vorranno emigrare.</p>
<p>Qual è la conseguenza di questa analisi statistica sul flusso dalla sponda Sud del Mediterraneo? Che l’emigrazione dal Nord Africa non nasce dalla  povertà estrema, ma proprio dalla vivacità culturale, dalla voglia di cambiare, dal coraggio dei giovani di quei Paesi. Come possiamo aiutare questi giovani a casa loro? Azzardo una risposta: non aprendo le porte a una immigrazione indiscriminata, ma abbattendo le barriere alle loro esportazioni, favorendo flussi di investimenti e scambi culturali: una politica analoga a quella avviata con successo negli anni scorsi verso l’Europa ex comunista e che invece l’Europa stenta ad avviare verso il mondo arabo.</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>La verità in Italia? E’ come il gioco dell’oca&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 14:20:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. Scrive Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità. Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/ottobre/10/critiche_Corriere_Una_risposta_co_9_091010014.shtml">Scrive</a> Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità.</strong></p>
<p><strong>Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a Statera sul <a href="http://intrigosaudita.wordpress.com/2009/10/08/speroni-risponde-a-statera-sette-verita-e-unipotesi/">sito</a> che accompagna il mio libro e non starò a ripetermi. Ma vorrei aggiungere una riflessione più generale, in cinque punti.<span id="more-250"></span></strong></p>
<p><strong>1)</strong> <strong>La verità oggettiva esiste. </strong>Sembra curioso doverlo affermare, ma rapporti indubbi di causa – effetto esistono nella realtà storica e politica, così come nella fisica, anche se non è sempre facile comprenderli e tanto meno prevederli. Qualcosa ha provocato l’esplosione in volo dell’aereo di Ustica, qualcuno ha messo la bomba alla stazione di Bologna, il bacio tra Andreotti e Riina è vero oppure falso: tertium non datur. Quando le vicende hanno rilevanza giudiziaria, la magistratura cerca appunto la verità, anche se non sempre le conclusioni a cui arriva sono esaustive e convincenti.</p>
<p><strong>2) Quasi mai si sa “tutto” di un avvenimento, ma ciò non deve inficiare la verità che si è raggiunta.</strong> Qui prendo un esempio tratto proprio dal mio libro: credo che sia ampiamente dimostrato che i soldi della tangente Eni Petromin non erano destinati a tornare in Italia e non ci tornarono, ma non sappiamo che uso fecero i sauditi di quanto incassarono. Su questo, per ora si possono solo avanzare ipotesi. Anche se andiamo a vedere gli altri cosiddetti “grandi misteri italiani” troviamo sempre zone d’ombra, aspetti insoluti, come avviene in tutte le vicende complesse. Queste zone d’ombra troppo spesso sono usate come alibi per seminare il dubbio su quello che invece è acclarato; così si torna sempre da capo, come nel gioco dell’oca.</p>
<p><strong>3) Esiste un giornalismo obiettivo nella ricerca della verità? Sì, esiste.</strong> Così come esistono giornalisti di parte, che lavorano per testate che hanno dichiaratamente un obiettivo politico, ci sono nel mondo giornalisti che rispondono soltanto alla propria coscienza. Certo, anch’essi si formano delle opinioni sulle vicende che trattano, ma non selezionano i fatti al servizio di una tesi, come giustamente denuncia De Bortoli. Anche nelle vicende giudiziarie esistono gli avvocati di parte e i giudici: questi ultimi decidono in base ai propri convincimenti, ma ciò non giustifica l’accusa che il loro è un giudizio politico.</p>
<p><strong>4) Tra i giornalisti che hanno la possibilità di essere obiettivi, quanti si sforzano davvero di cercare la verità? </strong>Pochi purtroppo, perché molti si accontentano delle verità degli altri. Prendiamo un esempio banalissimo: la quantità di gente alle manifestazioni a Roma. I giornali si limitano a registrare le affermazioni degli organizzatori e quelle della Questura, che di solito sono pari a un quinto delle prime. Non ci vorrebbe molto sforzo per calcolare, per esempio, quanta gente può stare in Piazza del Popolo o al Circo Massimo e quindi esprimere un giudizio obiettivo. Ma si preferisce non farlo, per quieto vivere. Questo vale anche per la statistica. Troppo spesso si mette sullo stesso piano l’indagine scientifica e l’ultimo sondaggio, senza esporsi a dire che quest’ultimo è tarlocco.</p>
<p><strong>5) Ma la gente, il “popolo”, come è diventato di moda dire, vuole la verità?</strong> Questo è il punto più preoccupante, quello che può rendere pessimisti futuro del Paese anche dopo l’era Berlusconi. Se i giornalisti peccano d’ignavia, ciò è anche dovuto al fatto che non devono rispondere a una domanda di verità da parte dei loro utenti. Mi ha molto colpito il film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Videocracy_-_Basta_apparire">Videocracy: basta apparire</a>, che (molto meglio del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_caimano">Caimano</a>, a mio giudizio) descrive la realtà del Paese perché dimostra che il male non è lo strapotere dell’Uno, ma la stupidità dei Tanti. Ci dice il Censis che l’80% degli italiani ha nella televisione la sua principale fonte di informazione. Quattro italiani su cinque si abbeverano nei telegiornali a notizie sfuggenti, giocate sul teatrino delle dichiarazioni contrapposte, mai approfondite. Esistono anche i programmi di approfondimento, ma si tratta quasi sempre di talk show, cioè gare a chi urla di più. Forse  dovremmo imparare dai Dogon del Mali, che tengono le loro discussioni politiche nella <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Toguna.jpg">Toguna</a>, una sala così bassa che non si può stare in piedi. Così nessuno può saltar su e gridare. Probabilmente questa popolazione africana riesce a discutere della sostanza delle questioni che  riguardano la vita della loro comunità, anziché limitarsi  ad “apparire”, come avviene nel villaggio globale.</p>
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		<title>Baliani: l&#8217;importanza della pietas</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2008 09:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riprendo con grande piacere ad aggiornare il mio blog, dopo la pausa tecnica dovuta alla modifica del sito, peraltro ancora in fase di messa a punto. Queste settimane di &#8220;astinenza&#8221; mi hanno indotto a riflettere su quello che avevo scritto, a rivedere e integrare alcune delle considerazioni espresse in precedenza. Darò un po&#8217; di spazio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo con grande piacere ad aggiornare il mio blog, dopo la pausa tecnica dovuta alla modifica del sito, peraltro ancora in fase di messa a punto. Queste settimane di &#8220;astinenza&#8221; mi hanno indotto a riflettere su quello che avevo scritto, a rivedere e integrare alcune delle considerazioni espresse in precedenza. Darò un po&#8217; di spazio, in questi giorni, ad alcuni aggiornamenti. A cominciare da quello sulla questione del &#8220;top down&#8221; e &#8220;bottom up&#8221; . Forse qualcuno lo ricorda: in un mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">post</a> ho cercato di far vedere come solo la combinazione tra le esperienze che nascono dal basso (bottom up) e la capacità di governo politico (top down)  può dar luogo a cambiamenti davvero significativi.<br />
A questa formula un po&#8217; schematica, ma che oggi più che mai mi sembra giusta, desidero aggiungere un ingrediente fondamentale, un  catalizzatore indispensabile: &#8220;la pietas come sentimento politico che può unire il mondo&#8221;. La riflessione mi deriva dallo <a href="http://bibliogarlasco.blogspot.com/2008/02/marco-baliani-porta-in-scena-sciascia.html" title="Una bella recensione">spettacolo</a> &#8220;La notte delle lucciole&#8221;, scritto e diretto da Roberto Andò e interpretato da Marco Baliani, che ha portato in scena testi di Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, legandoli anche a vicende relative al rapimento di Aldo Moro. Ed è rafforzata dal libro dello stesso Baliani <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788817013581/baliani-marco/amore-buono.html"><em>L&#8217;amore buono</em></a> e dalle recenti vicende del Kenya. <span id="more-71"></span><br />
La necessità della pietas, cioè di un sentimento comune nel nostro modo di porci verso la collettività umana, che si tratti del proprio paese o dell&#8217;umanità, è a mio avviso il filo conduttore del recente lavoro di Baliani, l&#8217;attore che ha dedicato un periodo importante della propria vita ai ragazzi emarginati delle periferie di Nairobi, trasformandoli in attori dapprima nel <a href="http://www.amref.it/PagProgetto.cfm?PageID=218"><em>Pinocchio nero</em></a>, poi organizzando con un gruppo di loro, con il supporto di Amref, uno spettacolo di &#8220;pronto soccorso artistico&#8221; contro l&#8217;Aids. Propagandando, appunto, l&#8217;&#8221;amore buono&#8221; che non solo è fatto col condom, ma presuppone il rispetto reciproco, la non violenza nelle relazioni, la parità tra i sessi.<br />
Nel suo ultimo libro, Baliani ondeggia tra l&#8217;entusiasmo per la risposta dei ragazzi di Nairobi ai suoi stimoli e lo sconforto per la quantità di violenza che pervade il mondo africano. Una violenza che si accentua nelle periferie urbane perché gli uomini, come i grandi e pericolosi bufali, diventano molto più aggressivi quando lasciano il branco (la tribù, il villaggio) e affrontano la savana (o la città) da soli. Il libro di Baliani finisce con una nota positiva (l&#8217;entusiasmo dei ragazzi per il nuovo spettacolo), ma purtroppo le recenti stragi del Kenya dimostrano che il substrato di tensione e di odio è tanto forte da cancellare in pochi giorni il lavoro di anni .<br />
Purtroppo  le tensioni nel mondo aumenteranno: perché la guerra contro il terrorismo fondamentalista non è ancora vinta e c&#8217;è una parte della popolazione mondiale che vede nella distruzione dell&#8217;altro il suo obiettivo di vita; perché aumentano gli squilibri tra ricchi e poveri, che non sono più il Nord contro il Sud, o Ovest contro l&#8217;Est, ma è comunque uno squilibrio che spacca a metà l&#8217;umanità, tra chi fa parte e chi non fa parte di un sistema in crescita; perché la Terra è sovrappopolata e la cecità dei cattolici e degli islamici (testimoniata anche dall&#8217;ostruzionismo al lavoro di Baliani in Kenya) non facilita il contenimento delle nascite; perché il riscaldamento climatico ormai in atto contribuisce alla migrazione di milioni di persone.<br />
Io credo nella <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/16/la-grande-sfida-della-governance-mondiale/">governance</a> mondiale, l&#8217;ho detto e scritto più volte, e credo nell&#8217;importanza sia delle esperienze dal basso che di soluzioni politiche globali valide. Ma da Baliani ho imparato che il modo in cui queste esperienze e soluzioni si praticano è fondamentale. Di fronte al male dilagante non possono nulla né le iniziative locali bottom up né le ricette politiche intelligenti top down, se manca il cuore, la capacità di trasmettere solidarietà ed empatia. La pietas, appunto. E&#8217; una riflessione che vale per l&#8217;Africa, ma non è un caso (mutatis mutandis. per fortuna, perché in Italia non ci ammazziamo con i machete)  vale anche per la lotta partitica in questo Paese. E non a caso proprio in questo momento Baliani ha voluto ricordarci Sciascia, Pasolini e il caso Moro, con scritti e vicende che bollano l&#8217;astrattezza di una politica fatta solo di comportamenti burocratici, di progetti cattivi, di mancato rispetto per l&#8217;altro.</p>
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		<title>Bilal, che fare contro l&#8217;immigrazione clandestina?</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Dec 2007 22:59:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che fare per fermare l&#8217;immigrazione clandestina? Non si può fare a meno di porsi questa domanda dopo aver letto Bilal, il libro del giornalista dell&#8217;Espresso Fabrizio Gatti che racconta il suo viaggio sui camion dei trafficanti di carne umana dai Paesi dell&#8217;Africa subsahariana attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. Anche se l&#8217;Africa migliorerà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che fare per fermare l&#8217;immigrazione clandestina? Non si può fare a meno di porsi questa domanda dopo aver letto <a href="http://www.24sette.it/sclibro.php?isbn=1701842">Bilal</a>, il libro del giornalista dell&#8217;Espresso Fabrizio Gatti che racconta il suo <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6228236.stm#routes">viaggio</a> sui camion dei trafficanti di carne umana dai Paesi dell&#8217;Africa subsahariana attraverso il deserto fino alle coste del Mediterraneo. Anche se l&#8217;Africa migliorerà le sue prospettive economiche, come sembra che stia accadendo, il gap con l&#8217;Europa almeno per una generazione sarà tale da indurre milioni di giovani a sognare l&#8217;avventura. E&#8217; importante comunicare nei Paesi d&#8217;origine la realtà di questa traffico, ma è anche importante aiutare a sviluppare attività economiche locali che diano ai giovani una speranza, senza che debbano partire per questa drammatica avventura.<span id="more-49"></span><br />
<a href="http://www.24sette.it/sclibro.php?isbn=1701842">Bilal</a>, il libro di Fabrizio Gatti, mi ha molto emozionato. E&#8217; la storia del <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/6228236.stm#routes">viaggio</a> attraverso il Sahara, lungo la rotta degli immigrati clandestini, dal Senegal (o dagli altri Paesi dell&#8217;Africa occidentale) al Niger fino alla Libia per imbarcarsi per l&#8217;Europa. Taglieggiati dai trasportatori, dai militari dei posti di blocco molti di loro finiscono &#8220;stranded&#8221;, alla deriva senza un soldo in una delle oasi del Niger o della Libia. Muoiono di stenti o nel migliore dei casi diventano schiavi di un padrone locale che li fa lavorare dall&#8217;alba al tramonto per un pezzo di pane, con la vaga promessa di ricevere un giorno i soldi necessari per continuare il viaggio. Quelli che finalmente arrivano al Mediterraneo affrontano tutti i pericoli del traghettamento sulle carrette del mare. Arrivati in Italia, se non annegano prima, affrontano le umiliazioni dei centri di accoglienza, il rimpatrio o nel migliore dei casi un lungo periodo di lavoro nero in attesa di un permesso di soggiorno.<br />
Gatti è un giornalista di raro coraggio, che già conoscevamo per le sue cronache sull&#8217;Espresso. come finto immigrato nei centri di raccolta di Milano e di Lampedusa. Ma quello che mi ha particolarmente impressionato in questo libro è il contatto diretto con i suoi compagni di viaggio che vogliono tentare la fortuna di Europa. E&#8217; fin troppo facile, per noi, immaginarceli come carne da macello, sprovveduti aspiranti vu cumprà. In realtà si tratta del fiore della gioventù di quei Paesi: spesso laureati, quasi tutti abituati ad usare il computer e dotati di indirizzo email per tenersi in contatto con le famiglie, spinti al viaggio dalla crisi economica o dalle guerre locali, ma anche dalla convinzione che comunque l&#8217;Europa offra possibilità economiche enormemente superiori ai Paesi d&#8217;origine, per chi ce la fa e per le famiglie che riceveranno le rimesse.<br />
Il cronista Gatti si limita ad evidenziare il vergognoso sfruttamento di questa gente da parte dei tanti intermediari, le contraddizioni e le durezze della politica repressiva europea, senza pretendere di indicare soluzioni. Ma non si può leggere un libro come questo senza chiedersi &#8220;che fare?&#8221;.<br />
Già, che fare? Non ho idee ben chiare, ma inizio su questo tema una &#8220;riflessione a voce alta&#8221;, che mi piacerebbe portasse nel tempo a individuare soluzioni concrete. Personalmente non vedo alternative all&#8217;immigrazione regolamentata: se aprissimo le porte a tutti, si attiverebbero flussi giganteschi, ben superiori alla migrazione dei rumeni che abbiamo subito quest&#8217;anno. Possiamo far entrare in Italia 200mila persone all&#8217;anno, ma non due milioni. Non siamo in grado né di offrire lavoro né di garantire un insediamento accettabile. Dunque una qualche forma di contenimento è inevitabile. I centri di accoglienza si possono e si devono migliorare, ma alla fine gli immigrati clandestini, salvo poche eccezioni, devono essere rimandati indietro.<br />
E&#8217; molto importante, però, l&#8217;azione nei Paesi subsahariani. Lo sviluppo in Africa adesso è possibile, come dimostrano i <a href="http://www.oecd.org/dev/publications/africanoutlook">dati recenti</a> che segnalano un miglioramento economico in molti Paesi. Si tratta di una tendenza ancora a rischio, per la fragilità di quei regimi, per le molte minacce di guerra, per gli effetti del cambiamento climatico. Ma anche nella migliore delle ipotesi ci sarà comunque un gap drammatico, almeno per una generazione, tra le condizioni di vita in molti Paesi africani  e quelle in Europa. La comunicazione diventa quindi fondamentale. La voglia di emigrare tra i giovani africani resterà fortissima ed è importante che conoscano esattamente i pericoli e le conseguenze della clandestinità, i canali legali per trovare lavoro in Europa, le restrizioni a cui l&#8217;immigrazione va soggetta, sfatando i tanti miti che circolano. Gatti racconta per esempio di giovani cattolici in viaggio con la convinzione che per loro basti arrivare nella Città del Papa per ottenere il permesso di soggiorno.<br />
Un&#8217;azione di comunicazione è già in corso: durante la partita Svizzera &#8211; Nigeria (vista in molti Paesi africani) è andato in onda uno <a href="http://it.youtube.com/watch?v=AJa8k1FDPeI">spot</a> su un giovane africano che racconta per telefono ai genitori in Africa di frequentare l&#8217;università in Europa mentre invece sta vivendo tutti i drammi della clandestinità. Programmi di dissuasione sono attivati dall&#8217;Europa e all&#8217;<a href="http://www.iom.int/jahia/Jahia/pbnAF/cache/offonce?entryId=13565">Organizzazione internazionale per i Migranti</a>. Mi sembra molto importante che si stiano attivando anche iniziative dal basso, come quella di <a href="http://www.cosinrete.it/2007_04/cosinrete3177_01.htm">Yayi Bayam Diouf</a>, che ha perso il figlio sulla rotta tra il Senegal e la Spagna e guida adesso il gruppo Femmes de Thiaroye contre l&#8217;emigration clandestine. Aggiungo che il ruolo delle donne è importantissimo. Anch&#8217;io, nei miei viaggi nell&#8217;Africa subsahariana, ho riscontrato questa differenza di atteggiamento tra le donne che lavorano, attente a costruire giorno per giorno il miglioramento, e gli uomini che sognano il grande viaggio, la rottura col presente, ma spesso sono meno impegnati nella quotidianità.<br />
La comunicazione in loco però è solo una faccia della medaglia. L&#8217;altra è l&#8217;aiuto allo sviluppo, in forme capillari quali il microcredito o la cooperazione decentrata a livello di comunità. Spesso basterebbe poco per fornire l&#8217;aiuto economico necessario per mantenere un&#8217;attività locale, senza tentare questa drammatica avventura. Il problema è come trovare i canali giusti per fornirlo, questo aiuto. Ci sono molte iniziative, bellissime, per adottare bambini a distanza. Forse bisognerebbe anche, in qualche modo &#8220;adottare&#8221; i giovani, o le loro famiglie per aiutarli a costruirsi una prospettiva sulla loro terra.</p>
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		<title>La grande sfida della governance mondiale</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Nov 2007 17:50:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del World Energy Congress, lavorando su tutti gli interventi e i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel futuro prossimo non ci sarà un governo mondiale, ma non possiamo sopravvivere senza un quadro di accordi e di istituzioni che garantiscano una gestione condivisa dei grandi temi dell&#8217;energia e dell&#8217;ambiente. Sono arrivato a queste conclusioni dopo aver gestito il desk per giornalisti del <a href="http://www.rome2007.it/home/home.asp">World Energy Congress</a>, lavorando su tutti gli interventi e i dibattiti. La governance globale è indispensabile per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, il contenimento delle speculazioni sui prezzi dell&#8217;energia, la crescita sicura del nucleare, un dopo Kyoto accettabile da tutti e davvero efficace nella riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la gestione delle conseguenze inevitabili di cambiamenti di clima. Ci vorranno leader con coraggio e visione e una continua pressione dell&#8217;opinione pubblica.<span id="more-46"></span><br />
Per incarico di Zig-Zag, la società di comunicazione di Andrea Zagami, ho coordinato nei giorni scorsi il desk del media center del World Energy Congress. E&#8217; stato un lavoro intenso e interessante, al servizio di 979 giornalisti accreditati. Con una squadra  di sei giornalisti che voglio ricordare uno per uno, Concita Minutola, Nicola Scevola, Eric Sylvers, Tessa Thorniley, Paola Toscani, Fulvio Totaro, per cinque giorni abbiamo seguito tutti gli eventi di questa gigantesca manifestazione, sfornando un centinaio di comunicati, tra italiano e inglese, per dar conto di tutti i discorsi e i dibattiti.<br />
Essere al centro del flusso informativo di un evento mondiale (quattromila delegati che avevano pagato circa 2000 euro ciascuno per partecipare!) su un tema così importante aiuta anche a chiarirsi le idee. Il World Energy Council che ha organizzato l&#8217;evento ha posto al centro il tema dell&#8217;interdipendenza, che nel campo dell&#8217;energia è fondamentale: basta guardare la carta mondiale dei gasdotti o dei flussi del petrolio per rendersene conto. Nelle discussioni, accanto a questo tema è emerso con forza quello della politica, cioè la necessità di governance globale, sul quale hanno insistito anche Pierluigi Bersani e Massimo D&#8217;Alema. C&#8217;è un insieme complesso di questioni, dalla sicurezza degli approvvigionamenti all&#8217;incentivazione delle politiche di risparmio energetico, dalla transizione verso forme di energia meno inquinanti agli interventi conseguenti al cambiamento di clima, che possono essere affrontati solo con forti accordi internazionali e con organizzazioni internazionali in grado di gestirli.<br />
1) C&#8217;è innanzitutto il grande tema degli approvvigionamenti di idrocarburi. Il dialogo tra Paesi produttori e consumatori è necessario per evitare tensioni tra offerta e domanda, ma soprattutto, in tutti i casi in cui la fornitura avviene attraverso oleodotti o gasdotti, è necessario avere la garanzia che quella fornitura &#8220;rigida&#8221; non verrà utilizzata per condizionamenti politici. Se domani, oltre a trasferire petrolio o gas, cominceremo a trasferire su lunghe distanze anche l&#8217;energia elettrica ottenuta dalla energie rinnovabili, il tema di un soggetto politico internazionale che garantisca la sicurezza degli approvvigionamenti diventerà ancora più importante. Si pensi per esempio ai progetti, a cui ha accennato il premio Nobel Carlo Rubbia al <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/07/01/clima-il-sahara-e-la-nostra-speranza/#more-34">Venice Forum</a>, di produrre energia elettrica per l&#8217;Europa dal sole del Sahara. Si tratta di investimenti giganteschi, che possono essere fatti soltanto in un quadro politico di certezza tra tutti gli Stati coinvolti.<br />
2) C&#8217;è poi (e ne ha parlato al Congresso Romano Prodi) la necessità di limitare la speculazione sul petrolio  e sui prodotti petroliferi: le tensioni reali del mercato sono oggi fortemente amplificate dai meccanismi speculativi. Per noi è normale pensare di avere un&#8217;agenzia di regolazione dei mercati finanziari a livello nazionale come la Sec americana o la nostra Consob, che vigila contro gli eccessi, ma nulla di simile esiste a livello internazionale. Forse si dovrà in qualche modo arrivarci.<br />
3) Altro grande tema di governance è il nucleare, dove il mondo è dibattuto tra il bisogno di nuove centrali, perché assai meno inquinanti di quelle a combustibili tradizionali, e la paura (accanto alle altre sulle scorie e gli incidenti, che però mi sembrano superabili con le nuove tecnologie) che i processi di produzione siano usati anche per mettere da parte una bella scorta di bombe atomiche. Il caso Iran è tipico di questo dilemma ed è anche la dimostrazione di come la governance attuale affidata all&#8217;International Atomic Energy Agency non sia sufficiente.<br />
4) Il tema più complesso  sul quale dovrà comunque esercitarsi la governance internazionale è il cosiddetto &#8220;dopo Kyoto&#8221;. Il problema è  emerso chiaramente al congresso di Roma, ma sulla diagnosi gli esperti convergono da tempo: l&#8217;energia c&#8217;è, anche abbondante, ma gran parte dei combustibili e carburanti impiegati provoca il surriscaldamento del pianeta. Se i nuovi Paesi in via di sviluppo, crescendo, adottassero gli stessi modelli  di consumo di Stati Uniti ed Europa sarebbe un disastro. C&#8217;è un solo  sistema finora ideato per spingere verso un sostanziale risparmio energetico: l&#8217;aumento del prezzo dell&#8217;energia attraverso una tassa su tutte le fonti inquinanti (cioè in pratica sulle emissioni di CO2) i cui proventi potrebbero andare a incentivare le nuove tecnologie o le attività di riequilibrio delle emissioni attraverso iniziative (come per esempio la riforestazione) che riducono l&#8217;anidride carbonica nell&#8217;aria. L&#8217;aumento dei costi energetici che ne derivera  può anche provocare un temporaneo rallentamento economico, bilanciato però dalla sviluppo  (che sta già avvenendo) di tutte le attività anti-inquinanti. Gli impegni assunti dall&#8217;Europa con il  Protocollo di Kyoto vanno già in questa direzione, però è evidente che entro il 2012, quando Kyoto scadrà, si dovrà arrivare a un meccanismo quantificato per tutti i grandi inquinatori, compresi Stati Uniti, India e Cina. Sugli Usa c&#8217;è la speranza che la futura amministrazione riprenda una politica responsabile, anche sulla spinta di un sostanziale cambiamento dell&#8217;opinione pubblica. Quanto ai Paesi in sviluppo, è giusto che chiedano condizioni che non sacrifichino la loro possibilità di crescita, ma è anche necessario che assumano impegni quantificati. Insomma, una trattativa molto complessa, che può avere la possibilità di riuscire solo  perché il cambiamento di clima sta diventando la priorità numero uno per gran parte del pianeta. E così come si è passati dal Gatt (che era solo un accordo commerciale) alla World  Trade Organization per gestire adeguatamente gli impegni, si può immaginare che nel dopo Kyoto anche la gestione di una eventuale carbon tax internazionale richieda strutture internazionali adeguate.<br />
Infine, la governance sarà indispensabile proprio per gestire i cambiamenti di clima: i danni gravissimi dei fenomeni meteorologici estremi, le migrazioni di massa a causa della siccità, l&#8217;abbandono di zone costiere che saranno sommerse dall&#8217;acqua. Sono tutti compiti di cui già si occupano le agenzie dell&#8217;Onu, ma l&#8217;impegno e l&#8217;efficienza richiesta saranno certamente molto maggiori.<br />
In conclusione, penso che possiamo forse permetterci di andare avanti ancora per qualche decennio senza un governo mondiale, in un delicato equilibrio tra grandi potenze e accordi regionali. Ma non possiamo affrontare neanche il futuro prossimo senza una governance globale, fatta di accordi tecnici e politici, istituzioni efficaci per farli rispettare, continua pressione dell&#8217;opinione pubblica. Saranno anche necessari leader politici con capacità e visione. Ricordo una frase di un relatore, nei tanti discorsi di questi giorni al Congresso: &#8220;Una dozzina di persone nel mondo è in grado di avviare a soluzione i nostri problemi&#8221;. Solo da una comune volontà dei leader più importanti può scaturire una governance condivisa.</p>
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		<title>Clima: il Sahara è la nostra speranza</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jul 2007 08:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche. Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due giorni di discussioni sul futuro dell&#8217;energia e del clima hanno consentito di tracciare un quadro aggiornato della situazione e di registrare ancora una volta il ritardo dell&#8217;Italia: un ritardo d&#8217;attenzione ancor prima che di politiche.<span id="more-30"></span><br />
Prima di entrare nel merito vorrei fare una premessa. Io credo nell&#8217;utilità di convegni e seminari dove si confrontano idee ed esperienze senza la ricerca di effetti spettacolari e le costrizioni di tempo che caratterizzano invece  i dibattiti attraverso i media. Però non è un caso che per sentire qualcosa d&#8217;interessante su temi che riguardano il futuro del nostro Paese si debba partecipare a incontri che si svolgono prevalentemente in inglese, dove la presenza prevalente di ospiti internazionali depura anche gli interventi degli italiani dai tatticismi e dagli esibizionismi politici.  La barriera linguistica da noi è tuttora un problema: fa sì che le idee circolino con ritardo e che siano accolte con maggiore scetticismo, perché spesso arrivano ai decisori italiani in sintesi smozzicate e poco credibili.<br />
Ma veniamo al cambiamento di clima. L&#8217;occasione di fare il punto è stata offerta dal <a title="Cronaca su Radio radicale" href="http://www.radioradicale.it/scheda/228859/venice-forum-the-european-energy-policy-enhancing-the-security-of-supply-by-creating-a-single-eu-energy-ma">Venice Forum</a> organizzato il 21 e 22 giugno da Unicredit e dalla rivista <a title="La rivista" href="http://www.bcdeditore.it/East/default.aspx"><em>East</em></a> diretta da Vittorio Borelli.  Il premio Nobel Carlo Rubbia ma anche molti altri partecipanti hanno contribuito a tracciare scenari credibili di quello che ci aspetta in futuro. Ecco una sintesi di quello che ho imparato, in dieci punti.<br />
1. La terra si sta riscaldando, questo ormai è un fatto indiscutibile, così come è certo il rapporto tra cambiamento di clima ed emissioni di anidride carbonica (CO2). Per quanto si possano introdurre comportamenti virtuosi nei Paesi industrializzati, la fame di energia e il giusto bisogno di di crescita di quelli in via di sviluppo farà sì che almeno fino al 2030 le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare. L&#8217;effetto sul clima sarà inevitabile: da due a quattro gradi di aumento nella seconda metà del secolo. Anche senza mettere in conto le accelerazioni dei fenomeni, sempre possibili nei sistemi complessi, ci saranno forti impatti sulle aree coltivabili, aumento del livello dei mari, inevitabili migrazioni di grandi masse di popolazione costrette a lasciare le aree colpite dalla siccità o minacciate dall&#8217;acqua.<br />
2. L&#8217;ineluttabilità di un moderato (ma comunque drammatico) aumento della temperatura non deve essere un alibi per non intervenire nel modo più deciso. Fino a quando le emissioni di CO2 non sarano riportate al limite massimo che la terra e gli oceani possono assorbire senza aumentarne l&#8217;accumulo nell&#8217;atmosfera, continueranno a innescarsi fenomeni gravissimi e imprevedibili. Per ritornare a una situazione d’equilibrio si deve riportare il mondo ad emissioni pari alla metà delle attuali. Considerando le incomprimibili esigenze dei Paesi nuovi, i Paesi di più antica industrializzazione dovranno porre in atto politiche di risparmio e riconversione energetica molto drastiche: difficili, ma non impossibili.<br />
3. Un&#8217;ulteriore spinta a cambiare il modello di sviluppo proverrà dal fatto che comunque nella seconda metà del secolo il petrolio è destinato a finire. Il gas naturale durerà un po&#8217; di più, ma la fonte più economica a disposizione ancora per secoli sarà il carbone. Purtroppo è anche la più inquinante, almeno allo stato attuale delle conoscenze, ma è bene ricordare questa disponibilità: se non metteremo in atto politiche di sviluppo delle energie alternative, la spinta economica sarà ad usare fonti ancor più &#8220;sporche&#8221; di quelle attuali.<br />
4. L&#8217;energia nucleare è una risposta, ma solo in determinate situazioni. I timori sul trattamento delle scorie rendono improponibile il ritorno al nucleare in Italia e in altri Paesi dove l&#8217;opinione pubblica è fortemente contraria. Risultato: le nuove centrali nucleari si faranno (e si stanno già facendo) quasi esclusivamente nei Paesi in via di sviluppo. Ma pongono anche gravi problemi politici, perché è necessario stabilire quali sono i Paesi virtuosi che possono fare uso delle tecnologie nucleari e quali sono invece i Paesi canaglia che potrebbero servirsene per fare ordigni nucleari.<br />
5. Le energie rinnovabili che ci sono più familiari continueranno a dare un apporto molto limitato alla copertura dei nuovi fabbisogni energetici. Il solare fotovoltaico e l&#8217;energia eolica, anche se fortemente incentivati in numerosi Paesi europei, hanno comunque un costo elevato. E&#8217; improbabile in queste condizioni che l&#8217;obiettivo del Consiglio europeo di arrivare a un 20% di produzione da energie rinnovabili entro il 2020 possa davvero essere raggiunto con questi mezzi.<br />
6. Importantissimo sarà invece l&#8217;apporto del risparmio energetico, soprattutto nell&#8217;edilizia. Gli esperimenti compiuti in Germania (ma anche in Alto Adige) dimostrano che è già possibile costruire case che si riscaldano con pochi litri di gasolio all’anno. Per ottenere risultati significativi però sarà necessario incentivare la riconversione dell&#8217;esistente e non solo operare sulle nuove costruzioni e sui nuovi impianti.<br />
7. Il sistema più efficace e meno distorcente per incentivare la riconversione a produzioni e consumi più appropriati è quello della tassazione delle emissioni di CO2. Sull&#8217;onda degli accordi di Kyoto l&#8217;Europa ha avviato questo meccanismo, anche se limitato alle imprese elettriche e a pochi altri casi. Si prevede che anche Stati Uniti e Giappone lo introducano. Il mercato europeo dei diritti d&#8217;inquinamento è stato inizialmente distorto da un eccesso di permessi rilasciati dalle autorità. Si avvia però verso i 25/30 euro per tonnellata di CO2 emesso, un livello che comincia a diventare stringente, ma c&#8217;è chi prevede che nei prossimi anni salirà anche a dieci volte questo prezzo. La tassazione delle emissioni, se estesa a buona parte del sistema industriale, può servire anche agli Stati per finanziare politiche di promozione delle energie pulite, con un limite: poiché questa tassazione non è condivisa da tutti gli Stati, c&#8217;è sempre il rischio che si traduca in un incentivo alla delocalizzazione delle imprese verso Paesi che non applicano la &#8220;carbon tax&#8221;. Sarebbe più equo, anziché tassare le imprese, tassare i consumi finali di beni la cui produzione comporta emissioni. Sarebbe una sorta di &#8220;Ica&#8221;, imposta sul carbonio aggiunto. Qualcuno comincia a  parlarne,  ma si tratta di ipotesi ancora lontane. In ogni caso l&#8217;effetto sulla crescita sarebbe limitato, anche perché la lotta all&#8217;inquinamento (energie alternative e risparmio energetico) incentiva attività nuove: si calcola che in Germania il settore nel 2020 sarà più importante delle produzioni legate all&#8217;automobile.<br />
8. Si è anche creato un fiorente mercato delle attività antinquinanti che possono riequibrare le emissioni dannose. Per esempio, un&#8217;impresa che vuole figurare &#8220;a emissioni zero&#8221;, una volta fatto il conto delle sue emissioni, può acquistare in un apposito mercato attività che riassorbano una pari quantità di anidride carbonica, attraverso riforestazioni o altre azioni virtuose quali l&#8217;incentivazione di produzioni rinnovabili. La Cina ha colto al volo questa opportunità e offre centinaia di opportunità garantite da certificati. In realtà, se i paesi africani ne avessero la capacità, i certificati antinquinamento potrebbero essere una grande opportunità di aiuto allo sviluppo.<br />
9. La grande speranza nel campo delle energie rinnovabili proviene però dalla ricerca. Accantonata per ora la fissione nucleare e anche le tecnologie legate all&#8217;idrogeno, circolano molte idee nuove: dalla scomposizione del gas naturale per far sì che non emetta CO2 all&#8217;interramento delle emissioni delle centrali a carbone, fino alle nuove piante capaci di trasformare in energia una grande quantità della luce e del calore che assorbono. Ma tra questi discorsi il più significativo e importante riguarda il solare di nuova generazione, il cosiddetto Concentrating solar power (Csp). In Spagna, in Algeria, anche in Sicilia sono in sperimentazione stazioni solari che ricoprendo di specchi interi ettari di territorio sono in grado di produrre energia elettrica a costi accettabili. E&#8217; chiaro che richiedono grandi estensioni e tanto sole, ma i progetti, dato che ormai la trasmissione di energia elettrica a distanza è ormai possibile con perdite limitate, si orientano sul deserto del Sahara: basterebbe un quadrato di specchi di alcune decine di chilometri per  fronte al fabbisogni di energia elettrica di tutta l&#8217;Europa. Non è facile arrivarci, naturalmente, perché queste centrali richiedono acqua o altre tecniche di raffreddamento (che comunque esistono). Ma si tratta di una prospettiva molto concreta.<br />
10. Da tutto quanto detto risulta sempre più chiaramente che il sistema energia &#8211; ambiente è fortemente interrelato e richiede una visione globale. I paesi in via di sviluppo non accetteranno di limitare le loro emissioni se quelli industrializzati non cominceranno a ridurre i loro forti consumi. Al tempo stesso molte iniziative di lotta alle emissioni andranno condotte nei paesi nuovi. L&#8217;Europa che è già dipendente da Russia e Medio Oriente per petrolio e gas naturale, può avere tutto l&#8217;interesse a sviluppare rapporti intensi con il continente africano per la produzione di energia elettrica. Il meccanismo, molto schematicamente, dovrebbe essere questo: tassare da noi le produzioni o i consumi a contenuto energetico e reinvestire almeno una parte del ricavato nella realizzazione di nuove centrali solari sull&#8217;altra sponda del Mediterraneo. Se poi queste centrali contribuiranno a creare lavoro, potrebbero anche aiutare a ridurre la spinta migratoria. Utopie? Ma quanti dei discorsi che oggi facciamo, partendo da dati di fatto, dieci anni fa ci sembravano solo fantasie?</p>
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