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	<title>Donato Speroni &#187; www.fainotizia.it</title>
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		<title>La verità in Italia? E’ come il gioco dell’oca&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 14:20:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. Scrive Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità. Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/ottobre/10/critiche_Corriere_Una_risposta_co_9_091010014.shtml">Scrive</a> Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità.</strong></p>
<p><strong>Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a Statera sul <a href="http://intrigosaudita.wordpress.com/2009/10/08/speroni-risponde-a-statera-sette-verita-e-unipotesi/">sito</a> che accompagna il mio libro e non starò a ripetermi. Ma vorrei aggiungere una riflessione più generale, in cinque punti.<span id="more-250"></span></strong></p>
<p><strong>1)</strong> <strong>La verità oggettiva esiste. </strong>Sembra curioso doverlo affermare, ma rapporti indubbi di causa – effetto esistono nella realtà storica e politica, così come nella fisica, anche se non è sempre facile comprenderli e tanto meno prevederli. Qualcosa ha provocato l’esplosione in volo dell’aereo di Ustica, qualcuno ha messo la bomba alla stazione di Bologna, il bacio tra Andreotti e Riina è vero oppure falso: tertium non datur. Quando le vicende hanno rilevanza giudiziaria, la magistratura cerca appunto la verità, anche se non sempre le conclusioni a cui arriva sono esaustive e convincenti.</p>
<p><strong>2) Quasi mai si sa “tutto” di un avvenimento, ma ciò non deve inficiare la verità che si è raggiunta.</strong> Qui prendo un esempio tratto proprio dal mio libro: credo che sia ampiamente dimostrato che i soldi della tangente Eni Petromin non erano destinati a tornare in Italia e non ci tornarono, ma non sappiamo che uso fecero i sauditi di quanto incassarono. Su questo, per ora si possono solo avanzare ipotesi. Anche se andiamo a vedere gli altri cosiddetti “grandi misteri italiani” troviamo sempre zone d’ombra, aspetti insoluti, come avviene in tutte le vicende complesse. Queste zone d’ombra troppo spesso sono usate come alibi per seminare il dubbio su quello che invece è acclarato; così si torna sempre da capo, come nel gioco dell’oca.</p>
<p><strong>3) Esiste un giornalismo obiettivo nella ricerca della verità? Sì, esiste.</strong> Così come esistono giornalisti di parte, che lavorano per testate che hanno dichiaratamente un obiettivo politico, ci sono nel mondo giornalisti che rispondono soltanto alla propria coscienza. Certo, anch’essi si formano delle opinioni sulle vicende che trattano, ma non selezionano i fatti al servizio di una tesi, come giustamente denuncia De Bortoli. Anche nelle vicende giudiziarie esistono gli avvocati di parte e i giudici: questi ultimi decidono in base ai propri convincimenti, ma ciò non giustifica l’accusa che il loro è un giudizio politico.</p>
<p><strong>4) Tra i giornalisti che hanno la possibilità di essere obiettivi, quanti si sforzano davvero di cercare la verità? </strong>Pochi purtroppo, perché molti si accontentano delle verità degli altri. Prendiamo un esempio banalissimo: la quantità di gente alle manifestazioni a Roma. I giornali si limitano a registrare le affermazioni degli organizzatori e quelle della Questura, che di solito sono pari a un quinto delle prime. Non ci vorrebbe molto sforzo per calcolare, per esempio, quanta gente può stare in Piazza del Popolo o al Circo Massimo e quindi esprimere un giudizio obiettivo. Ma si preferisce non farlo, per quieto vivere. Questo vale anche per la statistica. Troppo spesso si mette sullo stesso piano l’indagine scientifica e l’ultimo sondaggio, senza esporsi a dire che quest’ultimo è tarlocco.</p>
<p><strong>5) Ma la gente, il “popolo”, come è diventato di moda dire, vuole la verità?</strong> Questo è il punto più preoccupante, quello che può rendere pessimisti futuro del Paese anche dopo l’era Berlusconi. Se i giornalisti peccano d’ignavia, ciò è anche dovuto al fatto che non devono rispondere a una domanda di verità da parte dei loro utenti. Mi ha molto colpito il film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Videocracy_-_Basta_apparire">Videocracy: basta apparire</a>, che (molto meglio del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_caimano">Caimano</a>, a mio giudizio) descrive la realtà del Paese perché dimostra che il male non è lo strapotere dell’Uno, ma la stupidità dei Tanti. Ci dice il Censis che l’80% degli italiani ha nella televisione la sua principale fonte di informazione. Quattro italiani su cinque si abbeverano nei telegiornali a notizie sfuggenti, giocate sul teatrino delle dichiarazioni contrapposte, mai approfondite. Esistono anche i programmi di approfondimento, ma si tratta quasi sempre di talk show, cioè gare a chi urla di più. Forse  dovremmo imparare dai Dogon del Mali, che tengono le loro discussioni politiche nella <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Toguna.jpg">Toguna</a>, una sala così bassa che non si può stare in piedi. Così nessuno può saltar su e gridare. Probabilmente questa popolazione africana riesce a discutere della sostanza delle questioni che  riguardano la vita della loro comunità, anziché limitarsi  ad “apparire”, come avviene nel villaggio globale.</p>
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		<title>I migranti, la Libia, l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “Come un uomo sulla terra”. E’ stato realizzato su iniziativa di Asinitas, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “<a href="http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/">Come un uomo sulla terra</a>”. E’ stato realizzato su iniziativa di <a href="http://www.asinitas.org/home.html">Asinitas</a>, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei migranti, affidando agli stessi immigrati il compito di raccontare con la macchina da presa il viaggio fino al Mediterraneo. Il risultato, altamente drammatico, viene ora proiettato in molte sedi culturali ed è stato anche mostrato a Piazza Farnese in occasione della visita del dittatore libico.<br />
Gli intervistati sono quasi tutti uomini e donne che provengono dall’Etiopia. Il racconto di quello che hanno subito in Libia è sconvolgente. Al termine di un viaggio difficile e pericoloso attraverso il deserto, dopo essere stati più volte derubati, vengono arrestati dalla polizia libica quando arrivano alla costa e rimandati indietro in oasi dove rimangono a  marcire per mesi in prigione. Le donne spesso stuprate, Poi la polizia stessa li libera e li vende a trafficanti di uomini che consentono loro di rimettersi in contatto con la famiglia d’origine, per farsi mandare altri soldi. A questo punto credono di poter andare liberi, ma quasi sempre sono nuovamente arrestati dalla polizia e la trafila ricomincia. C’è chi ha vissuto questo calvario sei o sette volte.<br />
L’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU">altro film</a> su cui meditare è uno spezzone cinematografico che si trova su You Tube. Con le aride cifre della demografia, mostra la rapida crescita della popolazione musulmana in Europa e in America. Riporta anche una frase dello stesso Gheddafi, sul fatto che ormai è inutile combattere l’Europa con la spada o il terrorismo, perché per vincere la battaglia per l’islamizzazione basterà aspettare gli effetti della diversa prolificità delle famiglie immigrate rispetto a quelle già residenti.<br />
Il filmino antislamico è realizzato da un’associazione fondamentalista cristiana degli Stati Uniti e il suo invito a rispondere all’ondata musulmana con un’intensa opera di evangelizzazione suona un po’ patetico. O anche pericoloso, se ci porta a  immaginare Occidente dilaniato dallo scontro di religioni. Anche le cifre sono forse gonfiate.<br />
Tuttavia la testimonianza della sofferenza  del primo commovente film, unita all’arido e contrapposto linguaggio delle cifre, devono stimolarci a elaborare una politica che non sia soltanto fatta di frasi a effetto o di misure contingenti e inutili. Una politica che mostri pietà, ma tenga conto delle dinamiche di lungo termine. Cerchiamo di fissare alcuni punti.</strong> <span id="more-123"></span><br />
Innanzitutto, la necessità di distinguere tra chi ha e chi non ha diritto alla richiesta d’asilo, invocata in questi giorni come giustificazione per fermare i respingimenti in mare, è solo una foglia di fico anche se è è giuridicamente fondata. Nelle aree dall’Africa al Pakistan è sempre più difficile distinguere chi emigra per sfuggire a guerre o persecuzioni e chi invece lo fa solo per cercare un migliore avvenire per se e per la propria famiglia. Anche se la Marina italiana riuscisse (operazione impossibile) a organizzare questa selezione sulle proprie navi prima di riportare gli altri migranti in Libia, il fatto stesso di condannare migliaia di esseri umani a rivivere le condizioni della detenzione nel Paese di Gheddafi dovrebbe essere considerato ripugnante e indegno di un Paese civile come l’Italia.<br />
D’altra parte è evidente che l’Europa non può accogliere tutti, perché la spinta alla migrazione, stimolata anche dai cambiamenti climatici e più semplicemente dal diffondersi di modelli culturali che fanno apparire la vita in Europa e in America di gran lunga migliore di quella nei Paesi d’origine, coinvolgerà nei prossimi anni decine di milioni di persone. Ho già <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/11/29/sessanta-milioni-ditaliani-non-sono-pochi/">scritto</a> in precedenza che l’Italia, arrivata a sessanta milioni di abitanti e quindi ai livelli di più elevato sovrappopolamento europeo, almeno nelle aree metropolitane, dovrebbe tendere a una politica di mantenimento dell’equilibrio demografico: una politica che darebbe comunque spazio a una immigrazione selettiva (cento – duecentomila immigrati all’anno, considerando la scarsa natalità e i ritorni in patria) in quantità che dovrebbero anche consentire un’accoglienza dignitosa.<br />
E’ evidente però che un grande lavoro va fatto nei Paesi d’origine. Non bloccando la gente in mare, ma facendo di tutto perché i migranti non intraprendano la via del deserto, attraverso Paesi come il Niger e la Libia dove la loro trasformazione in schiavi è pressoché sicura. Iniziative di sviluppo, ma anche d’informazione sono indispensabili per mettere in luce tutti i rischi dell’immigrazione clandestina.<br />
Infine, non c’è dubbio che se anche riusciremo a governare con fermezza e umanità i flussi migratori, l’Europa sarà sempre più una società multiculturale. E allora, anziché negare questa realtà, dovremo interrogarci sul significato profondo della multiculturalità che non significa soltanto apprezzare il kebab o disprezzare il velo delle donne. Ci sono valori importanti di giustizia, diritto, dignità femminile, su cui l’Europa non può transigere. Ed è molto pericoloso dare per scontato che la multiculturalità significhi la creazione di ghetti separati (come abbiamo accettato che avvenisse con i cinesi), senza neppure tentare un’integrazione. Credo però che queste convinzioni siano comuni a molti immigrati che non vivono la loro cultura d’origine come un fondamentalismo. Ecco, forse il grande impegno  nel campo dell’immigrazione in Europa dovrebbe essere proprio questo; non l’evangelizzazione come vorrebbero i fondamentalisti cristiani, ma una grande battaglia laica, per la ricerca di valori comuni su cui costruire un futuro condiviso. Va in questo senso anche l’appello di Obama all’Università del Cairo, segnale di speranza per tutti.</p>
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		<title>Benvenuti nel mondo dei pirati: vinceranno loro</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 09:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer to peer, cioè quei software che consentono di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il <em>peer to peer</em>, cioè quei software che consentono  di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/sentenza-pirate/sentenza-pirate.html" target="_self">notizia</a> della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d&#8217;autore dei quattro giovani che con il sito svedese &#8220;The pirate bay&#8221; hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. &#8220;Don&#8217;t worry&#8221;, hanno risposto i pirati sul loro <a href="http://thepiratebay.org/">sito</a>.<br />
Non ho dubbi sul fatto che  i pirati del Corno d&#8217;Africa alla fine dovranno capitolare. Ma dopo la lettura del <a href="http://www.coopereditore.it/article.php?title=La+baia+dei+pirati">libro </a> </strong><strong> di Luca Neri &#8220;La Baia dei Pirati &#8211; assalto al copyright&#8221; (Cooper editore, supportato da un <a href="http://no-copyright.net/"> sito</a> che segue gli sviluppi della questione), mi sono convinto che invece sul web vinceranno loro. Le ragioni sono spiegate dall&#8217;autore anche in una <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/intervista-neri/intervista-neri.html">intervista</a> sulla <em>Repubblica</em>, rilasciata dopo la sentenza svedese. Quello che invece è ancora molto oscuro è come sarà questo mondo dominato dalle leggi (anzi dalla mancanza di leggi) dei pirati: come se Morgan o l&#8217;Olonese avessero esteso all&#8217;intera America spagnola i costumi debosciati della Tortuga. E val la pena di ragionarci.<span id="more-116"></span></strong>Lo confesso: appartengo a una generazione e ho fatto per oltre quarant&#8217;anni un mestiere, quello del giornalista, che portano a considerare sacro il diritto d&#8217;autore, ma il fenomeno del <em>peer to peer </em>è talmente esteso e talmente radicato come comportamento etico nelle nuove generazioni di tutto il mondo (e i giovani  lo insegnano anche ai loro genitori), da farmi sentire come un Don Chisciotte che ancora crede nella cintura di castità in un mondo dedito al libero amore. D&#8217;altra parte anche noi del Medio Evo qualche peccatuccio l&#8217;abbiamo commesso, quando copiavamo i dischi su cassetta o duplicavamo i cd degli amici&#8230; Anche quello era un <em>peer to peer</em>. La novità è che oggi esistono software che rendono questo processo infinitamente più facile, facendo crollare le entrate delle case discografiche e attentando ai bilanci delle major del cinema.<br />
Se i pirati vinceranno la guerra, il mondo delle produzioni creative sarà totalmente sconvolto. Ma non è detto che diventerà peggiore. Cambieranno invece i modelli di business e in parte i prodotti. Per stimolare la discussione facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i portavoce dei pirati, che in Svezia, come racconta Neri, sono diventati un vero e proprio partito: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi  musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga">coda lunga</a>&#8221; consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. E come camperebbero i musicisti? Risposta: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni che hanno fatto la scelta della musica &#8220;free&#8221;. D&#8217;altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi gruppi superpagati e pompati dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi,  avrà l&#8217;opportunità di far conoscere la propria produzione senza l&#8217;intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
E il cinema? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe quello legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Alla fine però è probabile che  il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno  effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale), film più  corti e magari interrotti dalla pubblicità&#8230;. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca film più corti e &#8220;si stufa&#8221; a vedere un film di due ore.<br />
Non sono sicuro che sia un bene: non tutto è bello, in una rivoluzione. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse  si dovranno cercare dei correttivi pubblici. Analogamente, nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/03/21/il-giornalismo-sopravvivera-ai-giornali/" target="_blank">post</a> ipotizzavo un giornalismo senza giornali, meno spontaneistico dei contributi dei blogger peraltro importanti, ma capace di coprire sistematicamente la cronaca come fa oggi la carta stampata.<br />
E le altre opere dell&#8217;ingegno, i libri, le riviste accademiche e culturali? Ne parleremo la prossima volta.</p>
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		<title>Il giornalismo sopravviverà ai giornali?</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 14:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ paradossale: in un mondo che macina sempre più informazioni il mestiere di cronista rischia di sparire. Internet offre strumenti formidabili: blogs, digg, twitter&#8230; che però non bastano a garantire una copertura adeguata della realtà, ancor oggi raccontata sistematicamente soltanto dalla carta stampata. Nessuno riesce a immaginarsi il giornalismo del futuro, ma dopo uno scambio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> E’ paradossale: in un mondo che macina sempre più informazioni il mestiere di cronista rischia di sparire. Internet offre strumenti formidabili: blogs, digg, twitter&#8230; che però non bastano a garantire una copertura adeguata della realtà, ancor oggi raccontata sistematicamente soltanto dalla carta stampata. Nessuno riesce a immaginarsi il giornalismo del futuro, ma dopo uno scambio di idee con mio figlio, utente avanzato dell’informazione in rete, e riflettendo sulle parole di un esperto come Clay Shirky, ho cercato di fissare alcuni punti.<span id="more-105"></span></strong></p>
<p>Molti giovani vogliono fare i giornalisti: nonostante tutto il mestiere ha ancora il suo fascino. Ma quale sarà il futuro dei giornali e del modo di fare informazione?  Nessuno è in grado di dare risposte certe. Però possiamo provare a fissare alcuni punti, in modo molto sommario, come &#8220;scaletta&#8221; per futuri approfondimenti.<br />
<strong> 1) Il tramonto dei quotidiani. </strong>I media su carta faticano  a sopravvivere, come dimostra la crisi che ha investito i quotidiani negli Stati Uniti. Forse qualcuno si salverà, ancora per qualche anno, ma molti si ridurranno a un&#8217;edizione on line. Anche le grandi reti televisive generaliste entreranno probabilmente in crisi, col frazionarsi dell&#8217;utenza in centinaia di canali tematici e il conseguente crollo  della pubblicità.<br />
<strong> 2) I limiti delle edizioni on line. </strong>In realtà le edizioni on line dei giornali sono il frutto di un fallimento: rispecchiano l’incapacità di tutti gli editori di trovare un modello di business adeguato per finanziare i giornali in rete. Lo spiega <a href="http://www.shirky.com/">Clay Shirky</a>, un esperto internazionale che si occupa degli effetti economici di internet, in un suo recente <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">articolo</a>. Il risultato di questa situazione è che, quando un giornale si limita all&#8217;edizione on line, licenzia un gran numero di redattori perché sostanzialmente taglia il business. E&#8217; dunque probabile che nel complesso i giornalisti come noi li conosciamo, legati a case editrici da contratti sostanzialmente privilegiati rispetto alle altre categorie, ma anche impegnati a rispettare un&#8217;etica professionale, tenderanno se non ad estinguersi di certo  a ridursi fortemente.<br />
<strong> 3) Meno giornalisti, tanti informatori. </strong>Meno giornalisti non significa meno operatori dell&#8217;informazione e della comunicazione. La civiltà moderna macina informazioni che richiedono persone in grado di confezionarle. Può trattarsi d&#8217;informazioni per canali molto specializzati (come quelle prodotte dai  cronisti delle agenzie finanziarie come <a href="http://www.bloomberg.com/">Bloomberg</a> esperti nella copertura di pochi dati economici), oppure d&#8217;informazioni  che devono soprattutto fare spettacolo (per esempio il lavoro dei redattori  di documentari sugli animali) oppure di comunicazioni di parte: ogni soggetto collettivo (imprese, amministrazioni pubbliche, comunità di vario genere) continuerà  ad avere bisogno di produrre proprie informazioni per sopravvivere. Chi intende dedicarsi a  queste produzioni potrà trovare lavoro; ma certo si tratta di un mestiere diverso dal giornalismo che siamo abituati a immaginare, con limiti molto stringenti.<br />
<strong> 4) Ci si farà il proprio giornale.</strong> Nonostante le difficoltà dell’editoria on line, i notiziari su internet sono una fonte importante (ma certo non esclusiva) usata dagli utenti, soprattutto i più giovani, per ottenere notizie. Non più soltanto una singola fonte di notizie (come per esempio la <a href="http://www.bbc.co.uk/">Bbc</a>) ma software di confezionamento come <a href="http://news.google.com/">Google News</a>, che consentono di organizzarsi il proprio giornale sulla base dei propri interessi.<br />
<strong> 5) L’informazione “pull”. </strong>Fino ad ora abbiamo parlato di informazione “push”,filtrata e  proposta da operatori professionisti. C’è poi l’informazione “pull”, cioè quella che si estrae dalla rete. Ognuno ha  accesso a una grande massa di notizie e commenti attraverso i blog, cioè in sostanza attraverso milioni di diari scritti in rete da  altri utenti: annotazioni o filmati che contengono notizie altrimenti introvabili, che possono essere di ottima o di infima qualità: in rete, come si sa, si trova di tutto e bisogna sapere a chi credere.<br />
<strong> 6) I filtri per selezionare l’informazione. </strong>Per usare l&#8217;informazione dal basso senza esserne soffocati abbiamo bisogno di filtri. Il primo di questi è l’algoritmo del motore di ricerca: se cerco un nome, google o sistemi simili ci presenteranno innanzitutto le pagine più segnalate da altre pagine che contengono quel nome, che presumibilmente sono le più attendibili. E’ questo, per esempio, il meccanismo che fa sì che tra le 28mila circa segnalazioni che riguardano il mio nome, <a href="http://www.google.it">Google</a> metta al primo posto l’indirizzo del sito che pubblica questo blog.<br />
Un sistema più sofisticato consiste nell’identificare noi stessi i blog o i siti che ci interessano e “abbonarci” ai loro aggiornamenti attraverso gli “rss feed” cioè dei software  che ci dicono quando compare qualcosa di nuovo. Un ulteriore sistema è avvalersi di aggregatori (come <a href="http://digg.com/">Digg</a> o <a href="http://delicious.com/">Delicious</a>)  che ci indicano, per ciascun argomento, quello che gli altri utenti hanno considerato interessante.<br />
<strong> 7) Lo scambio di notizie tra utenti. </strong>I nuovi strumenti di social networking offrono ulteriori possibilità per accedere a pezzi d’informazione. Attraverso <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>, per esempio, faccio circolare notizie o video; d’altra parte posso decidere se un video che mi viene segnalato merita di essere visto anche sulla base della attendibilità dell&#8217;&#8221;amico&#8221;  che me lo segnala. Sistemi di comunicazione anche più  sintetica come <a href="http://twitter.com/">Twitter</a> vengono usati  per  far girare segnalazioni  di articoli e altro materiale interessante  tra ricercatori o gente interessata allo stesso tema. Twitter è pensato per i cellulari e funziona anche come fornitore di notizie: le brevi segnalazioni che immetti sul sito non soltanto sono viste immediatamente da tutti i tuoi amici come su Facebook, ma sono anche accessibili a tutti gli utenti che cercano determinate parole chiave. Se segnali un evento e i tuoi amici inoltrano ai loro amici la tua segnalazione, o aggiungono ulteriori  informazioni legate alla stessa parola chiave, si crea in breve un effetto valanga che può anche anticipare le agenzie ufficiali. E’ accaduto, per esempio, in occasione degli attentati terroristici di Mumbai.<br />
<strong> 8) Il computer non veicola soltanto contenuti brevi. </strong>Nel complesso, dunque, l&#8217;utente non avrà meno informazioni con il declino dei media tradizionali, ma le riceverà in modo diverso. Non è più  vero che il computer induce a leggere solo testi brevi e sintetici: molte delle segnalazioni che circolano portano ad articoli ponderosi e approfonditi che vengono letti dopo averli stampati oppure, in futuro, sempre più attraverso l&#8217;uso di schermi elettronici portatili in grado di offrire qualità di lettura  simile alla carta.<br />
<strong> 9)  L’obiettività? La valuta l’utente. </strong>Con questo modo di fare informazione il concetto di obiettività diventerà ancora più sfumato. Nei media tradizionali  esiste o dovrebbe esistere l&#8217;etica professionale del giornalista a garanzia del rispetto della verità e dell’uso corretto delle fonti. Ci sono organi professionali(come in Italia l&#8217;Ordine dei giornalisti) che dovrebbero garantire il rispetto di queste regole. Nessun giornalista (almeno in teoria) può inventarsi di sana pianta una notizia per vendere di più. Nel caso dei blog questo limite professionale non esiste. Ci sono bloggisti anche più corretti di molti giornalisti e altri che fanno un uso totalmente distorto e delirante dei fatti. La distinzione di qualità è totalmente affidata all’utente.<br />
<strong> 10) Opinione pubblica a compartimenti stagni? </strong>C’è il rischio che l&#8217;informazione diventi ancora più parcellizzata: oggi chi si appassiona allo sport o allo spettacolo ma non ha alcun interesse per la politica, se usa i media tradizionali, leggendo un giornale cartaceo o sentendo un telegiornale, s&#8217;imbatterà comunque in qualche notizia su come va il mondo. Domani  riceverà  solo notizie di sport o spettacolo, non saprà nulla al di fuori dei suoi settori d&#8217;interesse. Se avrà limitato l&#8217;informazione politica al suo leader preferito, difficilmente cambierà idea.<br />
<strong> 11) Come salvare il buon giornalismo.</strong> Ci mancherà dunque il giornalismo come noi lo conosciamo? Certamente sì. Come scrive lo stesso Shirky, “oggi i media cartacei fanno gran parte del lavoro di ricerca giornalistica, dalla  copertura di ogni possibile aspetto di una grossa storia d’attualità al tran tran della cronaca del consiglio comunale. Questa copertura crea benefici per tutti, anche per chi non legge i giornali, perché il lavoro dei giornalisti della carta stampata è usato da tutti, dai politici ai pubblici ministeri, dagli ospiti di talk show ai bloggers”. Che cosa succederà se questo genere  d’informazione si ridurrà drasticamente? “Non lo so. Nessuno lo sa”, risponde Shirky. Ma apre uno spiraglio. “La  società non ha bisogno di quotidiani. Ha bisogno di giornalisti. Per un secolo, gli imperativi di rafforzare il giornalismo e di rafforzare i quotidiani sono stati connessi così strettamente da non potersi distinguere. Andava bene così, ma adesso la situazione sta cambiando sotto i nostri occhi e avremo bisogno di molti altri modi di rafforzare il giornalismo”. Quali modi? Come si potranno rafforzare le capacità professionali e la capacità di copertura degli eventi da parte di un esercito di “dilettanti trasformati in ricercatori e  scrittori”?  Shirky parla di sponsorizzazioni e donazioni. Si potrebbero anche immaginare altri strumenti più istituzionali e obiettivi: per esempio, analogamente alla convenzione (purtroppo oggi rimessa in discussione) che ha consentito a Radio radicale di garantire la copertura dei lavori del Parlamento, le amministrazioni potrebbero stanziare una certa cifra a favore dei blogger che garantiscono la copertura delle cronache locali. E’ solo un’ipotesi, ma qualcosa in questa direzione dovrà sicuramente avvenire.<br />
<strong> 12) Il valore economico del gratuito. </strong>La rivoluzione dell&#8217;informazione anticipa una problematica ben più ampia sulla creazione di valore. Gran parte della nuova informazione (i blog, le segnalazioni a  rete) non hanno un corrispettivo economico: la gente scrive o segnala per il gusto di farlo. Eppure questa informazione crea valore. Tra un sistema economico che se ne può avvalere e un sistema che ne è privo c&#8217;è  certamente una grande differenza. Le misurazioni dell&#8217;economia avevano già incontrato notevoli difficoltà  nel secolo scorso, con lo sviluppo dell&#8217;economia dei servizi, certamente più difficile da misurare rispetto all&#8217;economia dell&#8217;acciaio o delle automobili. Ma ancor più complesso è il concetto di produzione (e quindi anche di Prodotto interno lordo) in un sistema nel quale ciò che si crea non ha un prezzo riconosciuto, né al momento della creazione, né  al momento della fruizione. Per gli statistici si tratta di un cambiamento radicale, ma le implicazioni riguardano il concetto stesso di lavoro.  Siamo alla vigilia di una grande rivoluzione economica, ma questa è un&#8217;altra storia e  sarà bene riparlarne.</p>
<p><em>Post scritto dopo una conversazione con  mio figlio <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html">Pietro</a>, che peraltro non ha alcuna responsabilità sulle mie conclusioni</em></p>
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		<title>Riflessione sul libro di Martini: quando arriva l&#8217;ora di sognare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230; Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8220;, Carlo Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230;</strong><span id="more-103"></span></p>
<p>Nelle sue &#8220;<a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458391&amp;autoreUUID=bcb210e1-9ea9-11dc-9517-454a8637094f">Conversazioni notturne a Gerusalemme</a>&#8220;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;.<br />
L&#8217;ex arcivescovo di Milano, che vive in ritiro a Gerusalemme e sta per compiere 82 anni, le spiega così: &#8220;i figli e le figlie (&#8230;) devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe mano al suo dovere se con la sua spigliatezza e il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi&#8230;&#8221;<br />
Per la generazione di mezzo &#8220;avere delle visioni&#8221; significa che &#8220;un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore (&#8230;) dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un&#8217;azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare&#8221;.<br />
Martini aggiunge: &#8220;E&#8217; bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani, Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare&#8221;. A che servono i sognatori?  &#8220;A mantenerci aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi. (&#8230;) Gli anziani devono trasmettere i sogni e  non le delusioni della loro vita&#8221;.<br />
Come tanti altri spunti del bel libro nato dal dialogo di Martini con l&#8217;altro gesuita Georg Sporschill, queste parole hanno fatto riflettere anche un laico come me, che fatica a credere a un disegno costruttivo dello Spirito Santo. Significano innanzitutto che non ci si deve spaventare dello spirito dialettico dei più giovani, che può apparire distruttivo: i profeti del Vecchio Testamento, come anche Cristo, erano antagonisti rispetto alla società del loro tempo.<br />
E&#8217; anche giusto che sia la generazione di mezzo a governare: non un&#8217;oligarchia, come succede  in Italia. A patto però che i nuovi leader sappiano guardare al di là del loro naso e abbiano una &#8220;visione&#8221; di dove vogliono condurre la società.<br />
E gli anziani? Questa parte della profezia mi interessa particolarmente. Ho compiuto da poco sessantasei anni e otto mesi. Se anche vivessi cent&#8217;anni (come spero, alla faccia delle statistiche demografiche che mi attribuiscono una &#8220;speranza di vita&#8221; nettamente minore), sono comunque entrato nella &#8220;terza fase&#8221; indicata dal profeta. Valgono anche considerazioni  non anagrafiche: ho appena completato, dopo sei mesi di lavoro, la prima stesura di un libro che mi &#8220;portavo dentro&#8221; da trent&#8217;anni e  che certamente rappresenta il compimento di tante vicende di impegno diretto e di assunzione di responsabilità.<br />
Sognare per me significa far tesoro delle esperienze accumulate non per contestare, non per gestire, ma per immaginare un futuro possibile per tutti. Saper comporre, nel sogno di un mondo diverso, problemi apparentemente insolubili come la sovrappopolazione della Terra, la spoliazione dell&#8217;ambiente, i crescenti contrasti tra ricchi e poveri certamente peggiorati dalla crisi senza precedenti che ha colpito il mondo. O altri dilemmi angoscianti, contrasti di interessi apparentemente senza soluzione che possono riguardare l&#8217;Europa, l&#8217;Italia, la propria comunità, la propria famiglia.<br />
Questi sogni devono essere stimolati con un cibo adeguato per la mente e il cuore: è necessario avere il tempo e la capacità di ascoltare le persone, di cogliere i segni del cambiamento tra i tanti messaggi che ci bombardano, di immaginare e valorizzare quello che è importante per costruire il domani. In fondo l&#8217;uso dei sogni nella psicanalisi per andare alla radice delle proprie motivazioni non è molto diverso da questo processo.<br />
Per sognare e comunicare i sogni che interessano la comunità bisogna andare oltre la dialettica tra gestione e antagonismo, tra tesi e antitesi, per indicare al meglio le possibili sintesi, senza &#8220;portare i pesi&#8221; delle appartenenze e delle ideologie. E&#8217; paradossale, ma se la mia interpretazione è esatta (e mi piace pensare che lo sia, per trarne una norma di comportamento valida almeno per me) spetta agli anziani mostrare alle generazioni successive il migliore dei mondi che l&#8217;umanità potrà realizzare, lasciando ad altri il compito di costruirlo: quel mondo che essi probabilmente non vedranno, ma che grazie ai loro sogni trasformati da altri in &#8220;visione&#8221; potrà almeno in parte avverarsi.</p>
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		<title>Il paradosso dei consumi e la sobrietà di Napolitano</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare la crisi da pericolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare  la crisi da pericolo in opportunità, secondo l’indicazione dell’ideogramma cinese, etimologicamente falsa, ma comunque piena di saggezza.</strong><span id="more-98"></span><br />
&#8220;Consumate  di più, non cambiate il vostro stile di vita&#8221;. Questo sembra essere il messaggio dominante delle forze di governo per far fronte alla crisi economica. Al tempo stesso, sappiamo che, crisi o non crisi, dovremo in prospettiva imporci uno stile più sobrio: il mondo non può reggere gli attuali livelli di consumo individuale dell&#8217;Occidente, soprattutto se aumenteranno le capacità di spesa, com&#8217;è naturale e giusto che sia, di almeno altri due miliardi di persone  che nei prossimi dieci anni si aggiungeranno al miliardo di superconsumatori di Stati Uniti ed Europa.<br />
Anche i più scettici sul riscaldamento globale devono ammettere che non saranno sufficienti le risorse energetiche, l&#8217;acqua, il cibo, i minerali essenziali. A meno di non compiere sostanziali salti tecnologici che ci consentano di sfruttare appieno l&#8217;energia del sole, le risorse dei mari, le terre aride, razionalizzando al tempo stesso l&#8217;impiego dei materiali che scarseggiano nella produzione dei beni che ci sono necessari, dalle case alle automobili.<br />
C&#8217;è insomma un paradosso tra il bisogno di sostenere sic et simpliciter la produzione attraverso i consumi e la necessità di cambiare in prospettiva il modello di sviluppo. Sembra che nel breve temine in Italia non siamo in grado di far nient&#8217;altro che continuare in comportamenti non rispondenti alle esigenze del futuro. Così facendo, con ogni probabilità, l&#8217;Italia rimarrà ancora più indietro rispetto a chi si sta già attrezzando per far fronte alle probabili crisi dei prossimi decenni e per dominare le nuove produzioni del futuro.<br />
Mi sembra che soltanto Giorgio Napolitano, tra i politici italiani, abbia colto le esigenze di cambiamento. in occasione del suo <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37669">messaggio</a> di fine anno. Nel testo pronunciato dal presidente della Repubblica la parola crisi vi ricorre tredici volte (una curiosità: la stessa parola ricorre solo due volte, per riferirsi a crisi internazionali, nell&#8217;analogo messaggio del <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=31865">2006</a> e neanche una volta nel <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorsi.asp?qText=&amp;qData=31+dicembre+2007&amp;x=33&amp;y=13">2007</a>). Napolitano invita a considerare la crisi come un&#8217;occasione per migliorare le nostre istituzioni, a farne &#8220;un&#8217;occasione per impegnarci a ridurre le sempre più acute disparità che si sono determinate nei redditi e nelle condizioni di vita&#8221;, con particolare riferimento al Mezzogiorno. Propone di &#8220;rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza&#8221;. Vorrebbe &#8220;fare della crisi un&#8217;occasione perché l&#8217;Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano&#8221;. Ed invita espressamente a cogliere &#8220;le opportunità offerte dalle tecnologie più avanzate per l&#8217;energia e per l&#8217;ambiente&#8221;.<br />
Non spetta al Presidente della Repubblica indicare un programma di governo, anzi nel suo discorso Napolitano è stato ben attento a non invadere i campi della dialettica tra maggioranza e opposizione. Però l&#8217;uomo del Quirinale ha certamente indicato un terreno di confronto e soprattutto uno stile: quello della &#8220;sobrietà e della lungimiranza&#8221;, oltre che della solidarietà verso i più deboli. E&#8217; da queste indicazioni che dovrebbe scaturire una nuova politica economica: attenta innanzitutto ai più poveri e a chi non ha certezze sulla durata del posto di lavoro, cioè a quelli che rischiano di risentire maggiormente della crisi economica. Ma capace anche di selezionare, nel supporto ai consumi e alle imprese, quei beni, quelle produzioni e quelle ricerche che ci preparano meglio al futuro.<br />
<strong>Post scriptum</strong><br />
Grazie a un <a href="http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=40932774727&amp;h=oieLb&amp;u=MaEWA">post</a> di mio figlio <a href="http://it.pietrosperoni.it/">Pietro</a> su Facebook (che evidentemente non serve solo a scrivere stupidaggini) ho scoperto che il famoso luogo comune secondo il quale l&#8217;ideogramma cinese per &#8220;crisi&#8221; unisce  i concetti di &#8220;pericolo&#8221; e &#8220;opportunità&#8221; è in realtà un fraintendimento nelle traduzioni dal mandarino: lo spiega in un <a href="http://www.pinyin.info/chinese/crisis.html">articolo</a> il professor Victor H. Mair. Ne prendo atto. Ma sono comunque d&#8217;accordo con Napolitano: questa crisi è al tempo stesso un pericolo e un&#8217;opportunità.</p>
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		<title>Un progetto per il dopo Berlusconi</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 08:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. Prendiamo spunto da due episodi delle cronache politiche di questi giorni: il pensionamento delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. Prendiamo spunto da due episodi delle cronache politiche di questi giorni: il pensionamento delle donne e l&#8217;abolizione delle province. Come in tanti altri casi, si tratta di riforme che non si faranno nel corso di una sola legislatura. Ma proprio per questa ragione è necessario avviare un ragionamento bipartisan con tutti i politici di buona volontà. <em><a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=2247">Articolo</a> pubblicato su <a href="http://www.terzarepubblica.it/">Terza Repubblica</a></em>. </strong><span id="more-97"></span><br />
Il meccanismo è sempre lo stesso, più o meno con gli stessi passaggi. Primo: è necessario introdurre un&#8217;innovazione importante nel sistema politico o sociale: sull&#8217;esigenza della riforma si raccoglie un ampio consenso. Secondo: ci sono delle resistenze  che impediscono un&#8217;attuazione troppo  rapida della suddetta innovazione, perché insorgerebbero problemi interni alla maggioranza di governo. E la dialettica del bipolarismo impedisce la formazione di maggioranze trasversali. Si potrebbe ugualmente avviare un percorso graduale di riforma, magari scaglionato in diverse legislature e preparato da un dialogo bipartisan. Invece, e questo è il terzo e inevitabile passaggio, di fronte alla constatazione dei contrasti e all&#8217;impossibilità di sfruttare politicamente la questione nell&#8217;immediato con un bell&#8217;annuncio (fatto!!!&#8230; ricordate?)  si preferisce mettere tutto nel cassetto: se ne riparlerà nella successiva campagna elettorale.<br />
La cronaca politica ci offre almeno due esempi di questo modo di procedere. Il primo riguarda il superamento del pensionamento anticipato delle donne: la proposta caldeggiata da Emma Bonino fin da quando era ministro delle politiche comunitarie (c&#8217;era da adeguarsi a una probabile sentenza dell&#8217;Unione europea, che infatti è puntualmente arrivata), ora ripresa da Renato Brunetta. In realtà il tema  è molto complesso e le posizioni &#8220;pro&#8221; o &#8220;contro&#8221; hanno poco senso. La stessa Bonino, quando partì con decisione su questo tema, si rese conto che andava inquadrato in una strategia più generale per migliorare la condizione femminile nel mondo del lavoro, e dedicò a questo argomento una Nota aggiuntiva al Rapporto 2007 sulle politiche di Lisbona. In ogni caso, il cambiamento dell&#8217;età di ritiro va fatto gradualmente, accompagnato da misure per rendere meno misere le pensioni delle donne. Infatti, con il graduale affermarsi del sistema di calcolo contributivo, le  donne risentiranno sempre di più nei loro trattamenti del ritardato ingresso nel mondo del lavoro e delle interruzioni per esigenze di famiglia. Nessuno pensa che l&#8217;età pensionabile per le lavoratrici possa essere bruscamente spostata da 60 a 65 anni, ma certo è opportuno definire fin da adesso un percorso di equiparazione che, come in Gran Bretagna, potrebbe spingersi anche fino al 2020, accompagnato da misure di sostegno alla maternità e magari da altri interventi per favorire il ruolo delle donne nel mondo del lavoro.<br />
Un discorso analogo si può fare anche per l&#8217;abolizione delle province. Personalmente ho qualche dubbio sul fatto che la loro scomparsa porterebbe a un gran risparmio: la struttura fatta di soggetti amministrativi con competenza territoriale tra i comuni e la regione dovrebbe per forza rimanere e in molti casi la scomparsa degli uffici provinciali ne farebbe nascere altri a carattere consortile tra comuni, se non si vuole fare delle regioni (che non sono più efficienti delle province) dei mostri di burocratica complessità. Però la cancellazione degli organi provinciali elettivi sarebbe certamente un vantaggio per le casse dello Stato. Ma Berlusconi dice che Bossi gli impedisce di mantenere questa promessa elettorale perché non vuole perdere il potere nelle province controllate dalla Lega. Anche in questo caso, il percorso di abolizione potrebbe essere graduale, magari accompagnato dall&#8217;accorpamento dei comuni minori per portarli a una dimensione amministrativa ottimale: tutte cose che non si fanno da un giorno all&#8217;altro, ma che si possono cominciare a progettare senza spaccarsi tra i sì o i no.<br />
La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. I problemi complessi, da risolvere nell&#8217;arco di più legislature, sono quelli  sui quali dovrebbe anche essere più facile realizzare una collaborazione tra maggioranza e opposizione.<br />
Forse sarebbe il caso di mettere nero su bianco un&#8217;agenda di questioni, come quelle che ho citato, che non possono essere totalmente risolte nell&#8217;arco della legislatura e sulle quali chiamare a discutere politici ed esperti dei due schieramenti. Sui grandi temi globali ci stiamo abituando a guardare avanti: entro il 2009 il mondo deciderà che cosa fare per l&#8217;ambiente dopo il trattato di Kyoto, cioè oltre il 2012. Gli obiettivi ambientali europei sono già proiettati al 2020. Forse anche per la politica italiana noi di Società aperta dovremmo cominciare a discutere del prossimo decennio con i leader più capaci di guardare avanti.</p>
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		<title>Gelata economica e riscaldamento globale</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 17:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra. La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra.</strong> <span id="more-96"></span><br />
La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? Così sembra, leggendo il Rapporto 2008 del Censis, che non dedica nemmeno una parola alle tematiche ambientali, né sotto il profilo dei cambiamenti dei modelli di consumo, né sotto quello dei soggetti (e delle tipologie di investimento) che dovrebbero rimettere in moto lo sviluppo del Paese.<br />
Ogni centro di ricerca ha una propria cultura e l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente non fa parte della storia del Censis, peraltro benemerito per aver saputo cogliere e anticipare negli anni molte delle caratteristiche del modello italiano. Anche quest&#8217;anno mi sono sembrate apprezzabili alcune indicazioni sull&#8217;Italia che uscirà dalla crisi: con una popolazione più concentrata  nelle cosiddette &#8220;megacities&#8221; (60% della popolazione in dodici grandi aree), con un ruolo crescente delle donne e degli immigrati, ma con fragilità che derivano innanzitutto dal persistente ritardo del Mezzogiorno e dall&#8217;indebolirsi &#8220;delle capacità di protezione e di sostegno del governo statuale nazionale&#8221;. Ma la disattenzione all&#8217;ambiente non è solo una dimenticanza: è indicativa del modo di pensare della nostra classe dirigente che in buona parte considera le tematiche ambientali come una &#8220;moda&#8221; o una &#8220;bolla&#8221; destinata a ridimensionarsi di fronte a problemi più urgenti.<br />
Prendiamo per esempio l&#8217;obiettivo del &#8220;venti venti venti&#8221; lanciato un anno fa dall&#8217;Unione Europea su iniziativa di Angela Merkel. Prevede che entro il 2020 si ottengano in Europa tre risultati: un aumento dell&#8217;efficienza energetica del 20 per cento, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20 per cento e una quota del 20 per cento dei fabbisogni di energia soddisfatti da energie rinnovabili. Si tratta di obiettivi molto ambiziosi, che ora il governo italiano (e non solo quello italiano) stanno ridiscutendo a Bruxelles. Ma si ha l&#8217;impressione che, al di là di eventuali possibili slittamenti, manchi una strategia globale, nel governo e nel sistema industriale del nostro Paese.<br />
La nuova legge finanzaria riduce gli incentivi per  l&#8217;efficienza energetica nelle abitazioni, dando un segnale di grave disattenzione verso la persistente necessità di un cambiamento dei modelli di consumo di energia. Nel campo delle energie rinnovabili operano alcune imprese italiane virtuose, ma il settore non ha certo l&#8217;importanza che ha per esempio in Germania, dove si prevede che entro il 2020 supererà quello dell&#8217;industria dell&#8217;automobile. E quanto alle emissioni di anidride carbonica, è in corso un braccio di ferro sulla quantità e il costo dei cosiddetti &#8220;certificati di inquinamento&#8221; da rilasciarsi alle industrie per evitarne la delocalizzazione in Paesi meno esigenti, ma non si capisce che ruolo vogliamo svolgere nel complesso meccanismo che con grande fatica ma anche con risultati significativi si è messo in moto a livello internazionale per contrastare le emissioni di CO2.<br />
Quasi tutti gli italiani sanno che cos&#8217;è l&#8217;effetto serra e sono convinti che il clima stia cambiando perché ne vedono gli effetti, per esempio nelle perturbazioni più violente che da qualche anno colpiscono il nostro Paese. Però se li si interrogasse su quello che si sta facendo nel mondo, è probabile che l&#8217;opinione prevalente (a parte l&#8217;altissima percentuale di &#8220;non so&#8221;) sia che il protocollo di Kyoto è fallito e che comunque non si potrà fare niente perché i peggiori inquinatori, dagli Stati Uniti ai grandi Paesi emergenti, non hanno alcuna intenzione di cambiare politica.<br />
Non è così. A parte il fatto che le politiche ambientali saranno uno dei punti di cambiamento più significativo (già annunciato) di Obama rispetto a Bush e che anche Paesi come la Cina stanno cominciando ad affrontare questi temi, la realtà è che il processo di governance internazionale scaturito dal Protocollo di Kyoto, largamente insufficiente ma tutt&#8217;altro che ininfluente, si è già messo in moto. Sul sito della Unfccc, la struttura dell&#8217;Onu che sovraintende alle problematiche del cambiamento di clima, si trova per esempio l&#8217;elenco dei progetti del Clean Development Mechanism (Cdm), che postulano collaborazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In pratica questi progetti fanno risparmiare anidride carbonica (per esempio promuovendo le energie rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo) e consentono così di ottenere &#8220;permessi di inquinamento&#8221; nei Paesi industrializzati dove la riconversione è più lenta e faticosa.<br />
Un sistema macchinoso? Certamente, ma un sistema che sta acquistando consistenza, come dimostra il fatto che nel giro di quattro anni si sono varati circa 1500 progetti. Il meccanismo è stato ampiamente utilizzato da alcuni Paesi (la Cina innanzitutto) per farsi finanziare nuove iniziative ambientali. Tra i Paesi industrializzati, alcuni (per esempio Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Canada, Svizzera) hanno impegnato fortemente risorse e sistema produttivo  nell&#8217;avvio di questi progetti. L&#8217;Italia è presente in una trentina di realizzazioni: non molte, ma con un interesse crescente. La conferenza in corso a Poznan e quella importantissima che si terrà a Copenaghen tra un anno porteranno con ogni probabilità a delineare un futuro, oltre il 2012 quando scadrà il trattato di Kyoto, nel quale questi meccanismi si rafforzeranno.<br />
In conclusione, è possibile che, come sembra credere il Censis, la crisi renda gli italiani insensibili alle problematiche ambientali. Ma il mondo sembra muoversi in un&#8217;altra direzione (anche perché le conferme sul cambiamento di clima sono sempre più evidenti) ed è probabile che anche noi dovremo adeguarci. Ci possiamo arrivare in due modi:  trascinati controvoglia dalle politiche europee, oppure capaci di cavalcare i nuovi modelli di consumo e produzione nel rispetto dell&#8217;ambiente. Se saremo in grado di essere &#8220;global player&#8221; (per usare il linguaggio del Censis) anche in questo campo, potremmo scoprire che gli investimenti ambientali non sono un diversivo, ma piuttosto un elemento fondamentale di risposta alla crisi economica.</p>
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		<title>Sessanta milioni d&#8217;italiani non sono pochi&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Nov 2008 16:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione.</strong><span id="more-94"></span><br />
Fermare l&#8217;immigrazione? La crisi economica ha riaperto il dibattito. Il ministro Maroni ha chiesto uno stop alle quote per due anni, il suo collega Sacconi parla di &#8220;un numero limitato d&#8217;ingressi soltanto per coloro che presentano un contratto di collaborazione familiare&#8221;, la Cgil di Treviso è favorevole allo sto temporaneo ai flussi, il Sole 24 Ore ammonisce che &#8220;settori interi d&#8217;impresa oggi reggono il mercato grazie alla manodopera straniera&#8221;. Posizioni articolate, ma tutte in un&#8217;ottica di breve periodo.<br />
Quando l&#8217;economia tira, lo sappiamo, l&#8217;Italia ha bisogno di braccia perché ci sono  molti lavori che gli italiani si rifiutano di fare. In realtà l&#8217;apporto dell&#8217;immigrazione serve anche per mantenere un ragionevole equilibrio demografico, dati i bassi tassi di natalità delle famiglie italiane e la tendenza all&#8217;invecchiamento della popolazione.<br />
Il flusso degli arrivi può (forse) essere gestito in ragione della situazione congiunturale, ma sarebbe opportuno porsi due domande scomode, che devono portare a risposte di più lungo periodo: quanta immigrazione vogliamo nel Paese? E con quale profilo  dei migranti?<br />
Partiamo da un quadro demografico complessivo. Dopo due decenni di stabilità (dal 1981 al 2001 la popolazione italiana è rimasta al di sotto dei 57 milioni) oggi il numero dei residenti ha ripreso a crescere. Gli ultimi dati diffusi dell&#8217;Istat ci dicono che ad aprile eravamo 59,8 milioni, con una crescita di quasi 144mila unità in quattro mesi. Oggi, insomma, dovremmo avere superato la soglia dei sessanta milioni.<br />
E&#8217; un bene, è un male questa crescita? Bisogna tener presente che, con una densità di quasi 200 abitanti per chilometro quadrato (dati Eurostat 2006), l&#8217;Italia è tra i grandi paesi europei più popolati, superato solo dalla Germania (231) e dal Regno Unito (250). Al confronto, la Francia ha solo 100 abitanti per chilometro quadrato e la Spagna 87! Si deve anche tener presente che le condizioni orografiche del nostro Paese rendono inabitabili vaste aree, aggravando la densità delle altre: secondo dati Istat  del 2007, in Lombardia la densità è di 400 abitanti, nel Lazio  di 319, in Campania addirittura di 426.<br />
Credo che di fronte a queste cifre dovremmo concludere che è bene che la popolazione italiana non cresca ulteriormente, aggravando la pressione antropica su un&#8217;ambiente già messo a dura prova dall&#8217;inquinamento e dalla cementificazione. Attenzione però: questo non significa fermare l&#8217;immigrazione, perché il calo demografico naturale lascia comunque ampio spazio per nuovi arrivi. Si tratta semmai di dimensionarla con una visione di lungo periodo.<br />
Quanti sono gli stranieri residenti e di quanto cresce la loro presenza? In assoluto, il numero è inferiore alla media europea. Al 31 dicembre 2005, ultimo anno per il quale si dispone di dati per tutti i paesi europei, l&#8217;Italia presenta un&#8217;incidenza della popolazione straniera di 45,5 residenti ogni 1000 abitanti, dispetto alla media europea di 56,6. Al confronto, in Spagna ce n&#8217;erano 91,5, in Germania 88,4, nel Regno Unito 56,7, in Francia 55,7. La  presenza straniera in Italia sta però crescendo a ritmi elevati. Nel 2007 la popolazione straniera è cresciuta addirittura di 494mila unità, ma c&#8217;è  stato il forte ed eccezionale apporto dell&#8217;immigrazione rumena (283mila unità) dopo l&#8217;apertura delle barriere della Ue. Nel 2005, il saldo migratorio era stato  di 302mila unità. In futuro, i flussi dovrebbero essere tarati su un target di mantenimento dell&#8217;attuale popolazione nel medio &#8211; lungo termine. Con un calcolo molto approssimativo, si può supporre che si tratti di circa 100mila nuovi ingressi all&#8217;anno. Si tenga anche conto che l&#8217;aumento della presenza straniera in Italia tende ad accrescere la natalità: quindi l&#8217;immigrazione dovrà sempre meno supplire al calo delle nascite per mantenere un numero costante di residenti.<br />
Centomila ingressi: può darsi che dalle famiglie e dal mondo produttivo si prema per numeri più consistenti (quest&#8217;anno, per esempio, si parla di quote per 170mila nuovi ingressi). Ciò è economicamente comprensibile: l&#8217;offerta di manodopera straniera a basso costo è molto elevata (c&#8217;è mezza Africa che è pronta a tutto pur di venire in Europa), ma questo è uno dei casi in cui l&#8217;economia deve essere governata dalla politica: si limitino  gli ingressi e si trovino altre soluzioni, basate su una migliore organizzazione del lavoro e delle tecnologie, per far fronte alla domanda. Né si può pensare che l&#8217;immigrazione sia il toccasana per aiutare i paesi in via di sviluppo, che richiedono invece forme di supporto in loco per aiutarli a crescere.<br />
C&#8217;è comunque spazio per un&#8217;immigrazione consistente  (centomila ingressi non sono pochi), regolamentata, che dobbiamo essere in grado di ricevere con politiche adeguate di accoglienza e d&#8217;integrazione. E a questo punto si pone la seconda, importante domanda: quale immigrazione?<br />
Sgombriamo il campo dal fatto ineluttabile che una quota deve essere riservata a chi richiede asilo perché proviene da  situazioni insostenibili in patria. E&#8217; sempre difficile stabilire a chi deve essere accordato questo diritto, di fronte a milioni di disperati che vorrebbero avvalersene, ma si tratta di un tributo sociale che è necessario continuare a pagare. Nel 2007 avevano presentato istanza per ottenere lo status di rifugiato 14mila persona. Quest&#8217;anno sono già 40mila, ma non è detto che tutte le domande debbano essere accolte.<br />
Si tratta comunque di una minoranza nel quadro della politica degli ingressi. E gli altri? A chi concedere i permessi? In molti Paesi europei sono state introdotte politiche di preparazione all&#8217;immigrazione nei paesi d&#8217;origine e di selezione dei visti sulla base delle qualificazioni, con un occhio anche al fatto che gli immigrati potrebbero un giorno ritornare in patria e apportarvi la loro esperienza. Immigrazione dunque non come spoliazione, ma come cooperazione. La politica europea e quella dell&#8217;Ocse sono particolarmente attente a questi aspetti, che ho cercato di descrivere anche in un mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2008/11/east-20-dossier-it.pdf" title="east-20-dossier-it.pdf">articolo</a> su East.<br />
In Italia, invece, i criteri prevalenti sono la casualità (l&#8217;immigrazione clandestina che si regolarizza) o la domanda di famiglie e imprese, che portano a privilegiare l&#8217;esigenza di coprire i lavori più umili. E&#8217;  proprio questa però la domanda che in un momento di crisi tende a ridursi. Forse sarebbe il momento giusto per cambiare politica: non per chiudere le porte all&#8217;immigrazione, ma per introdurre altri criteri d&#8217;ingresso.</p>
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		<title>L&#8217;Europa ha deciso: donne in pensione più tardi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 21:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi nessuno si è accorto che la Corte di Giustizia europea ha deciso a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;Italia non potrà ignorare questa sentenza, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un percorso graduale per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi nessuno si è accorto che la <strong>Corte di Giustizia europea ha deciso </strong>a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;<strong>Italia non potrà ignorare questa sentenza</strong>, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un <strong>percorso graduale</strong> per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia al fine di aumentare l&#8217;occupazione femminile.<span id="more-93"></span><br />
E adesso? Il 13 novembre la Corte di giustizia europea ha depositato la <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&amp;file=/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/sentenza-corte-ue.pdf">sentenza</a> che ha sancito la violazione del Trattato europeo in materia di parità di trattamento tra uomini e donne perché il regime pensionistico dei dipendenti pubblici stabilisce un&#8217;età diversa per andare in pensione per uomini (65 anni)  e donne (60).<br />
Mi sembra che soltanto il <em>Sole 24 Or</em>e abbia dato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/corte-ue-donne-pensione.shtml?uuid=9daeb22c-b1c6-11dd-8178-818175f7083c&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> di questa sentenza, anche se le conseguenze saranno dirompenti sull&#8217;intero sistema pensionistico. La sentenza riguarda soltanto i trattamenti Inpdap, ma è previsione generale che nuove procedure d&#8217;infrazione potrebbero essere avviate anche per gli altri regimi pensionistici, arrivando ad investire tutte le lavoratrici. Con Emma Bonino, quando Emma era ministro delle politiche europee, ho lavorato nel 2007 alla redazione del <a href="http://www.politichecomunitarie.it/attivita/16205/stato-di-attuazione-anno-2007">rapporto</a> &#8220;Donne, Innovazione Crescita&#8221;, Nota aggiuntiva al rapporto sull&#8217;attuazione delle politiche di Lisbona. Il rapporto individuava nell&#8217;occupazione femminile uno dei più gravi ritardi italiani rispetto agli obiettivi di sviluppo europei e sottolineava l&#8217;importanza del prevedibile  esito sfavorevole all&#8217;Italia della sentenza europea sull&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionistica.<br />
La Nota, trattandosi di un documento governativo che conciliava le posizioni di diversi ministeri, era piuttosto prudente su questo punto, Bonino fu anche più esplicita, facendo (in un articolo su Repubblica che fece molto discutere)  il caso fantasioso ma realistico della &#8220;signora Pina&#8221;, svantaggiata dal pensionamento anticipato perché costretta a casa a fare la badante, a rischio di povertà per gli importi di pensione più ridotti che avrebbe percepito. Per la Bonino, in somma, il pensionamento anticipato non è un privilegio, ma uno svantaggio per le donne. La proposta scaturita da quel dibattito era semplice ed efficace: definire un percorso graduale di equiparazione dell&#8217;età pensionabile e destinare i risparmi previdenziali a un miglioramento delle &#8220;pratiche di conciliazione&#8221; cioè agli investimenti (asili nido, supporti agli anziani e altro) per aiutare le donne ad essere protagoniste nel mondo del lavoro.<br />
La &#8220;Nota aggiuntiva&#8221;, presentata da Romano prodi nell&#8217;ottobre 2007, fu solo l&#8217;abbozzo di una politica, messa nel cassetto dal cambio di maggioranza del 2008.</p>
<p>Non ho notizia di che cosa intende fare il nuovo governo per affrontare questo problema urgente. Ma una cosa è certa: l&#8217;Italia non potrà ignorare la presa di posizione europea, perché rischia di pagare penalità calcolate in base ad ogni giorno di ritardo nell&#8217;esecuzione della pronuncia.<br />
E&#8217; importante aggiungere che l&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile non sarebbe affatto una misura impopolare. Un <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=sondaggio&amp;chId=30&amp;sezId=8719&amp;id_sondaggio=5369&amp;azione=risultati">sondaggio</a> del Sole 24 Ore dimostra infatti che tre quarti degli interpellati sono a favore dell&#8217;equiparazione per tutti i contratti pubblici e privati e dell&#8217;utilizzo dei risparmi a favore delle politiche familiari, come appunto aveva proposto la Bonino.</p>
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