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	<title>Donato Speroni &#187; Unacittà</title>
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		<title>Un progetto per il dopo Berlusconi</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 08:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. Prendiamo spunto da due episodi delle cronache politiche di questi giorni: il pensionamento delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. Prendiamo spunto da due episodi delle cronache politiche di questi giorni: il pensionamento delle donne e l&#8217;abolizione delle province. Come in tanti altri casi, si tratta di riforme che non si faranno nel corso di una sola legislatura. Ma proprio per questa ragione è necessario avviare un ragionamento bipartisan con tutti i politici di buona volontà. <em><a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=2247">Articolo</a> pubblicato su <a href="http://www.terzarepubblica.it/">Terza Repubblica</a></em>. </strong><span id="more-97"></span><br />
Il meccanismo è sempre lo stesso, più o meno con gli stessi passaggi. Primo: è necessario introdurre un&#8217;innovazione importante nel sistema politico o sociale: sull&#8217;esigenza della riforma si raccoglie un ampio consenso. Secondo: ci sono delle resistenze  che impediscono un&#8217;attuazione troppo  rapida della suddetta innovazione, perché insorgerebbero problemi interni alla maggioranza di governo. E la dialettica del bipolarismo impedisce la formazione di maggioranze trasversali. Si potrebbe ugualmente avviare un percorso graduale di riforma, magari scaglionato in diverse legislature e preparato da un dialogo bipartisan. Invece, e questo è il terzo e inevitabile passaggio, di fronte alla constatazione dei contrasti e all&#8217;impossibilità di sfruttare politicamente la questione nell&#8217;immediato con un bell&#8217;annuncio (fatto!!!&#8230; ricordate?)  si preferisce mettere tutto nel cassetto: se ne riparlerà nella successiva campagna elettorale.<br />
La cronaca politica ci offre almeno due esempi di questo modo di procedere. Il primo riguarda il superamento del pensionamento anticipato delle donne: la proposta caldeggiata da Emma Bonino fin da quando era ministro delle politiche comunitarie (c&#8217;era da adeguarsi a una probabile sentenza dell&#8217;Unione europea, che infatti è puntualmente arrivata), ora ripresa da Renato Brunetta. In realtà il tema  è molto complesso e le posizioni &#8220;pro&#8221; o &#8220;contro&#8221; hanno poco senso. La stessa Bonino, quando partì con decisione su questo tema, si rese conto che andava inquadrato in una strategia più generale per migliorare la condizione femminile nel mondo del lavoro, e dedicò a questo argomento una Nota aggiuntiva al Rapporto 2007 sulle politiche di Lisbona. In ogni caso, il cambiamento dell&#8217;età di ritiro va fatto gradualmente, accompagnato da misure per rendere meno misere le pensioni delle donne. Infatti, con il graduale affermarsi del sistema di calcolo contributivo, le  donne risentiranno sempre di più nei loro trattamenti del ritardato ingresso nel mondo del lavoro e delle interruzioni per esigenze di famiglia. Nessuno pensa che l&#8217;età pensionabile per le lavoratrici possa essere bruscamente spostata da 60 a 65 anni, ma certo è opportuno definire fin da adesso un percorso di equiparazione che, come in Gran Bretagna, potrebbe spingersi anche fino al 2020, accompagnato da misure di sostegno alla maternità e magari da altri interventi per favorire il ruolo delle donne nel mondo del lavoro.<br />
Un discorso analogo si può fare anche per l&#8217;abolizione delle province. Personalmente ho qualche dubbio sul fatto che la loro scomparsa porterebbe a un gran risparmio: la struttura fatta di soggetti amministrativi con competenza territoriale tra i comuni e la regione dovrebbe per forza rimanere e in molti casi la scomparsa degli uffici provinciali ne farebbe nascere altri a carattere consortile tra comuni, se non si vuole fare delle regioni (che non sono più efficienti delle province) dei mostri di burocratica complessità. Però la cancellazione degli organi provinciali elettivi sarebbe certamente un vantaggio per le casse dello Stato. Ma Berlusconi dice che Bossi gli impedisce di mantenere questa promessa elettorale perché non vuole perdere il potere nelle province controllate dalla Lega. Anche in questo caso, il percorso di abolizione potrebbe essere graduale, magari accompagnato dall&#8217;accorpamento dei comuni minori per portarli a una dimensione amministrativa ottimale: tutte cose che non si fanno da un giorno all&#8217;altro, ma che si possono cominciare a progettare senza spaccarsi tra i sì o i no.<br />
La politica, quella vera che risolve i problemi, non è quella dei talk show dove la gente litiga artificiosamente per avere più audience. E&#8217; fatta invece di elaborazioni complesse, sulle quali si deve ricercare il massimo possibile consenso e poi decidere. I problemi complessi, da risolvere nell&#8217;arco di più legislature, sono quelli  sui quali dovrebbe anche essere più facile realizzare una collaborazione tra maggioranza e opposizione.<br />
Forse sarebbe il caso di mettere nero su bianco un&#8217;agenda di questioni, come quelle che ho citato, che non possono essere totalmente risolte nell&#8217;arco della legislatura e sulle quali chiamare a discutere politici ed esperti dei due schieramenti. Sui grandi temi globali ci stiamo abituando a guardare avanti: entro il 2009 il mondo deciderà che cosa fare per l&#8217;ambiente dopo il trattato di Kyoto, cioè oltre il 2012. Gli obiettivi ambientali europei sono già proiettati al 2020. Forse anche per la politica italiana noi di Società aperta dovremmo cominciare a discutere del prossimo decennio con i leader più capaci di guardare avanti.</p>
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		<title>Gelata economica e riscaldamento globale</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 17:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra. La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra.</strong> <span id="more-96"></span><br />
La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? Così sembra, leggendo il Rapporto 2008 del Censis, che non dedica nemmeno una parola alle tematiche ambientali, né sotto il profilo dei cambiamenti dei modelli di consumo, né sotto quello dei soggetti (e delle tipologie di investimento) che dovrebbero rimettere in moto lo sviluppo del Paese.<br />
Ogni centro di ricerca ha una propria cultura e l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente non fa parte della storia del Censis, peraltro benemerito per aver saputo cogliere e anticipare negli anni molte delle caratteristiche del modello italiano. Anche quest&#8217;anno mi sono sembrate apprezzabili alcune indicazioni sull&#8217;Italia che uscirà dalla crisi: con una popolazione più concentrata  nelle cosiddette &#8220;megacities&#8221; (60% della popolazione in dodici grandi aree), con un ruolo crescente delle donne e degli immigrati, ma con fragilità che derivano innanzitutto dal persistente ritardo del Mezzogiorno e dall&#8217;indebolirsi &#8220;delle capacità di protezione e di sostegno del governo statuale nazionale&#8221;. Ma la disattenzione all&#8217;ambiente non è solo una dimenticanza: è indicativa del modo di pensare della nostra classe dirigente che in buona parte considera le tematiche ambientali come una &#8220;moda&#8221; o una &#8220;bolla&#8221; destinata a ridimensionarsi di fronte a problemi più urgenti.<br />
Prendiamo per esempio l&#8217;obiettivo del &#8220;venti venti venti&#8221; lanciato un anno fa dall&#8217;Unione Europea su iniziativa di Angela Merkel. Prevede che entro il 2020 si ottengano in Europa tre risultati: un aumento dell&#8217;efficienza energetica del 20 per cento, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20 per cento e una quota del 20 per cento dei fabbisogni di energia soddisfatti da energie rinnovabili. Si tratta di obiettivi molto ambiziosi, che ora il governo italiano (e non solo quello italiano) stanno ridiscutendo a Bruxelles. Ma si ha l&#8217;impressione che, al di là di eventuali possibili slittamenti, manchi una strategia globale, nel governo e nel sistema industriale del nostro Paese.<br />
La nuova legge finanzaria riduce gli incentivi per  l&#8217;efficienza energetica nelle abitazioni, dando un segnale di grave disattenzione verso la persistente necessità di un cambiamento dei modelli di consumo di energia. Nel campo delle energie rinnovabili operano alcune imprese italiane virtuose, ma il settore non ha certo l&#8217;importanza che ha per esempio in Germania, dove si prevede che entro il 2020 supererà quello dell&#8217;industria dell&#8217;automobile. E quanto alle emissioni di anidride carbonica, è in corso un braccio di ferro sulla quantità e il costo dei cosiddetti &#8220;certificati di inquinamento&#8221; da rilasciarsi alle industrie per evitarne la delocalizzazione in Paesi meno esigenti, ma non si capisce che ruolo vogliamo svolgere nel complesso meccanismo che con grande fatica ma anche con risultati significativi si è messo in moto a livello internazionale per contrastare le emissioni di CO2.<br />
Quasi tutti gli italiani sanno che cos&#8217;è l&#8217;effetto serra e sono convinti che il clima stia cambiando perché ne vedono gli effetti, per esempio nelle perturbazioni più violente che da qualche anno colpiscono il nostro Paese. Però se li si interrogasse su quello che si sta facendo nel mondo, è probabile che l&#8217;opinione prevalente (a parte l&#8217;altissima percentuale di &#8220;non so&#8221;) sia che il protocollo di Kyoto è fallito e che comunque non si potrà fare niente perché i peggiori inquinatori, dagli Stati Uniti ai grandi Paesi emergenti, non hanno alcuna intenzione di cambiare politica.<br />
Non è così. A parte il fatto che le politiche ambientali saranno uno dei punti di cambiamento più significativo (già annunciato) di Obama rispetto a Bush e che anche Paesi come la Cina stanno cominciando ad affrontare questi temi, la realtà è che il processo di governance internazionale scaturito dal Protocollo di Kyoto, largamente insufficiente ma tutt&#8217;altro che ininfluente, si è già messo in moto. Sul sito della Unfccc, la struttura dell&#8217;Onu che sovraintende alle problematiche del cambiamento di clima, si trova per esempio l&#8217;elenco dei progetti del Clean Development Mechanism (Cdm), che postulano collaborazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In pratica questi progetti fanno risparmiare anidride carbonica (per esempio promuovendo le energie rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo) e consentono così di ottenere &#8220;permessi di inquinamento&#8221; nei Paesi industrializzati dove la riconversione è più lenta e faticosa.<br />
Un sistema macchinoso? Certamente, ma un sistema che sta acquistando consistenza, come dimostra il fatto che nel giro di quattro anni si sono varati circa 1500 progetti. Il meccanismo è stato ampiamente utilizzato da alcuni Paesi (la Cina innanzitutto) per farsi finanziare nuove iniziative ambientali. Tra i Paesi industrializzati, alcuni (per esempio Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Canada, Svizzera) hanno impegnato fortemente risorse e sistema produttivo  nell&#8217;avvio di questi progetti. L&#8217;Italia è presente in una trentina di realizzazioni: non molte, ma con un interesse crescente. La conferenza in corso a Poznan e quella importantissima che si terrà a Copenaghen tra un anno porteranno con ogni probabilità a delineare un futuro, oltre il 2012 quando scadrà il trattato di Kyoto, nel quale questi meccanismi si rafforzeranno.<br />
In conclusione, è possibile che, come sembra credere il Censis, la crisi renda gli italiani insensibili alle problematiche ambientali. Ma il mondo sembra muoversi in un&#8217;altra direzione (anche perché le conferme sul cambiamento di clima sono sempre più evidenti) ed è probabile che anche noi dovremo adeguarci. Ci possiamo arrivare in due modi:  trascinati controvoglia dalle politiche europee, oppure capaci di cavalcare i nuovi modelli di consumo e produzione nel rispetto dell&#8217;ambiente. Se saremo in grado di essere &#8220;global player&#8221; (per usare il linguaggio del Censis) anche in questo campo, potremmo scoprire che gli investimenti ambientali non sono un diversivo, ma piuttosto un elemento fondamentale di risposta alla crisi economica.</p>
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		<title>Sessanta milioni d&#8217;italiani non sono pochi&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Nov 2008 16:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione.</strong><span id="more-94"></span><br />
Fermare l&#8217;immigrazione? La crisi economica ha riaperto il dibattito. Il ministro Maroni ha chiesto uno stop alle quote per due anni, il suo collega Sacconi parla di &#8220;un numero limitato d&#8217;ingressi soltanto per coloro che presentano un contratto di collaborazione familiare&#8221;, la Cgil di Treviso è favorevole allo sto temporaneo ai flussi, il Sole 24 Ore ammonisce che &#8220;settori interi d&#8217;impresa oggi reggono il mercato grazie alla manodopera straniera&#8221;. Posizioni articolate, ma tutte in un&#8217;ottica di breve periodo.<br />
Quando l&#8217;economia tira, lo sappiamo, l&#8217;Italia ha bisogno di braccia perché ci sono  molti lavori che gli italiani si rifiutano di fare. In realtà l&#8217;apporto dell&#8217;immigrazione serve anche per mantenere un ragionevole equilibrio demografico, dati i bassi tassi di natalità delle famiglie italiane e la tendenza all&#8217;invecchiamento della popolazione.<br />
Il flusso degli arrivi può (forse) essere gestito in ragione della situazione congiunturale, ma sarebbe opportuno porsi due domande scomode, che devono portare a risposte di più lungo periodo: quanta immigrazione vogliamo nel Paese? E con quale profilo  dei migranti?<br />
Partiamo da un quadro demografico complessivo. Dopo due decenni di stabilità (dal 1981 al 2001 la popolazione italiana è rimasta al di sotto dei 57 milioni) oggi il numero dei residenti ha ripreso a crescere. Gli ultimi dati diffusi dell&#8217;Istat ci dicono che ad aprile eravamo 59,8 milioni, con una crescita di quasi 144mila unità in quattro mesi. Oggi, insomma, dovremmo avere superato la soglia dei sessanta milioni.<br />
E&#8217; un bene, è un male questa crescita? Bisogna tener presente che, con una densità di quasi 200 abitanti per chilometro quadrato (dati Eurostat 2006), l&#8217;Italia è tra i grandi paesi europei più popolati, superato solo dalla Germania (231) e dal Regno Unito (250). Al confronto, la Francia ha solo 100 abitanti per chilometro quadrato e la Spagna 87! Si deve anche tener presente che le condizioni orografiche del nostro Paese rendono inabitabili vaste aree, aggravando la densità delle altre: secondo dati Istat  del 2007, in Lombardia la densità è di 400 abitanti, nel Lazio  di 319, in Campania addirittura di 426.<br />
Credo che di fronte a queste cifre dovremmo concludere che è bene che la popolazione italiana non cresca ulteriormente, aggravando la pressione antropica su un&#8217;ambiente già messo a dura prova dall&#8217;inquinamento e dalla cementificazione. Attenzione però: questo non significa fermare l&#8217;immigrazione, perché il calo demografico naturale lascia comunque ampio spazio per nuovi arrivi. Si tratta semmai di dimensionarla con una visione di lungo periodo.<br />
Quanti sono gli stranieri residenti e di quanto cresce la loro presenza? In assoluto, il numero è inferiore alla media europea. Al 31 dicembre 2005, ultimo anno per il quale si dispone di dati per tutti i paesi europei, l&#8217;Italia presenta un&#8217;incidenza della popolazione straniera di 45,5 residenti ogni 1000 abitanti, dispetto alla media europea di 56,6. Al confronto, in Spagna ce n&#8217;erano 91,5, in Germania 88,4, nel Regno Unito 56,7, in Francia 55,7. La  presenza straniera in Italia sta però crescendo a ritmi elevati. Nel 2007 la popolazione straniera è cresciuta addirittura di 494mila unità, ma c&#8217;è  stato il forte ed eccezionale apporto dell&#8217;immigrazione rumena (283mila unità) dopo l&#8217;apertura delle barriere della Ue. Nel 2005, il saldo migratorio era stato  di 302mila unità. In futuro, i flussi dovrebbero essere tarati su un target di mantenimento dell&#8217;attuale popolazione nel medio &#8211; lungo termine. Con un calcolo molto approssimativo, si può supporre che si tratti di circa 100mila nuovi ingressi all&#8217;anno. Si tenga anche conto che l&#8217;aumento della presenza straniera in Italia tende ad accrescere la natalità: quindi l&#8217;immigrazione dovrà sempre meno supplire al calo delle nascite per mantenere un numero costante di residenti.<br />
Centomila ingressi: può darsi che dalle famiglie e dal mondo produttivo si prema per numeri più consistenti (quest&#8217;anno, per esempio, si parla di quote per 170mila nuovi ingressi). Ciò è economicamente comprensibile: l&#8217;offerta di manodopera straniera a basso costo è molto elevata (c&#8217;è mezza Africa che è pronta a tutto pur di venire in Europa), ma questo è uno dei casi in cui l&#8217;economia deve essere governata dalla politica: si limitino  gli ingressi e si trovino altre soluzioni, basate su una migliore organizzazione del lavoro e delle tecnologie, per far fronte alla domanda. Né si può pensare che l&#8217;immigrazione sia il toccasana per aiutare i paesi in via di sviluppo, che richiedono invece forme di supporto in loco per aiutarli a crescere.<br />
C&#8217;è comunque spazio per un&#8217;immigrazione consistente  (centomila ingressi non sono pochi), regolamentata, che dobbiamo essere in grado di ricevere con politiche adeguate di accoglienza e d&#8217;integrazione. E a questo punto si pone la seconda, importante domanda: quale immigrazione?<br />
Sgombriamo il campo dal fatto ineluttabile che una quota deve essere riservata a chi richiede asilo perché proviene da  situazioni insostenibili in patria. E&#8217; sempre difficile stabilire a chi deve essere accordato questo diritto, di fronte a milioni di disperati che vorrebbero avvalersene, ma si tratta di un tributo sociale che è necessario continuare a pagare. Nel 2007 avevano presentato istanza per ottenere lo status di rifugiato 14mila persona. Quest&#8217;anno sono già 40mila, ma non è detto che tutte le domande debbano essere accolte.<br />
Si tratta comunque di una minoranza nel quadro della politica degli ingressi. E gli altri? A chi concedere i permessi? In molti Paesi europei sono state introdotte politiche di preparazione all&#8217;immigrazione nei paesi d&#8217;origine e di selezione dei visti sulla base delle qualificazioni, con un occhio anche al fatto che gli immigrati potrebbero un giorno ritornare in patria e apportarvi la loro esperienza. Immigrazione dunque non come spoliazione, ma come cooperazione. La politica europea e quella dell&#8217;Ocse sono particolarmente attente a questi aspetti, che ho cercato di descrivere anche in un mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2008/11/east-20-dossier-it.pdf" title="east-20-dossier-it.pdf">articolo</a> su East.<br />
In Italia, invece, i criteri prevalenti sono la casualità (l&#8217;immigrazione clandestina che si regolarizza) o la domanda di famiglie e imprese, che portano a privilegiare l&#8217;esigenza di coprire i lavori più umili. E&#8217;  proprio questa però la domanda che in un momento di crisi tende a ridursi. Forse sarebbe il momento giusto per cambiare politica: non per chiudere le porte all&#8217;immigrazione, ma per introdurre altri criteri d&#8217;ingresso.</p>
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		<title>L&#8217;Europa ha deciso: donne in pensione più tardi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 21:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi nessuno si è accorto che la Corte di Giustizia europea ha deciso a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;Italia non potrà ignorare questa sentenza, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un percorso graduale per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi nessuno si è accorto che la <strong>Corte di Giustizia europea ha deciso </strong>a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;<strong>Italia non potrà ignorare questa sentenza</strong>, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un <strong>percorso graduale</strong> per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia al fine di aumentare l&#8217;occupazione femminile.<span id="more-93"></span><br />
E adesso? Il 13 novembre la Corte di giustizia europea ha depositato la <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&amp;file=/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/sentenza-corte-ue.pdf">sentenza</a> che ha sancito la violazione del Trattato europeo in materia di parità di trattamento tra uomini e donne perché il regime pensionistico dei dipendenti pubblici stabilisce un&#8217;età diversa per andare in pensione per uomini (65 anni)  e donne (60).<br />
Mi sembra che soltanto il <em>Sole 24 Or</em>e abbia dato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/corte-ue-donne-pensione.shtml?uuid=9daeb22c-b1c6-11dd-8178-818175f7083c&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> di questa sentenza, anche se le conseguenze saranno dirompenti sull&#8217;intero sistema pensionistico. La sentenza riguarda soltanto i trattamenti Inpdap, ma è previsione generale che nuove procedure d&#8217;infrazione potrebbero essere avviate anche per gli altri regimi pensionistici, arrivando ad investire tutte le lavoratrici. Con Emma Bonino, quando Emma era ministro delle politiche europee, ho lavorato nel 2007 alla redazione del <a href="http://www.politichecomunitarie.it/attivita/16205/stato-di-attuazione-anno-2007">rapporto</a> &#8220;Donne, Innovazione Crescita&#8221;, Nota aggiuntiva al rapporto sull&#8217;attuazione delle politiche di Lisbona. Il rapporto individuava nell&#8217;occupazione femminile uno dei più gravi ritardi italiani rispetto agli obiettivi di sviluppo europei e sottolineava l&#8217;importanza del prevedibile  esito sfavorevole all&#8217;Italia della sentenza europea sull&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionistica.<br />
La Nota, trattandosi di un documento governativo che conciliava le posizioni di diversi ministeri, era piuttosto prudente su questo punto, Bonino fu anche più esplicita, facendo (in un articolo su Repubblica che fece molto discutere)  il caso fantasioso ma realistico della &#8220;signora Pina&#8221;, svantaggiata dal pensionamento anticipato perché costretta a casa a fare la badante, a rischio di povertà per gli importi di pensione più ridotti che avrebbe percepito. Per la Bonino, in somma, il pensionamento anticipato non è un privilegio, ma uno svantaggio per le donne. La proposta scaturita da quel dibattito era semplice ed efficace: definire un percorso graduale di equiparazione dell&#8217;età pensionabile e destinare i risparmi previdenziali a un miglioramento delle &#8220;pratiche di conciliazione&#8221; cioè agli investimenti (asili nido, supporti agli anziani e altro) per aiutare le donne ad essere protagoniste nel mondo del lavoro.<br />
La &#8220;Nota aggiuntiva&#8221;, presentata da Romano prodi nell&#8217;ottobre 2007, fu solo l&#8217;abbozzo di una politica, messa nel cassetto dal cambio di maggioranza del 2008.</p>
<p>Non ho notizia di che cosa intende fare il nuovo governo per affrontare questo problema urgente. Ma una cosa è certa: l&#8217;Italia non potrà ignorare la presa di posizione europea, perché rischia di pagare penalità calcolate in base ad ogni giorno di ritardo nell&#8217;esecuzione della pronuncia.<br />
E&#8217; importante aggiungere che l&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile non sarebbe affatto una misura impopolare. Un <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=sondaggio&amp;chId=30&amp;sezId=8719&amp;id_sondaggio=5369&amp;azione=risultati">sondaggio</a> del Sole 24 Ore dimostra infatti che tre quarti degli interpellati sono a favore dell&#8217;equiparazione per tutti i contratti pubblici e privati e dell&#8217;utilizzo dei risparmi a favore delle politiche familiari, come appunto aveva proposto la Bonino.</p>
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		<title>Pierferdi, perché fai così?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 23:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del dibattito promosso da Società aperta il 4 novembre a Roma, ho fatto un salto sulla sedia. Per caso mi ero appena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del <a href="http://www.societa-aperta.org/sito_templare/allegati/invito24ottobre.jpg">dibattito</a> promosso da Società aperta il 4 novembre a  Roma, ho fatto un salto sulla sedia.<br />
Per caso mi ero appena stampato la nota che l&#8217;Istat aveva diffuso quel giorno stesso. In realtà, dal 2006 al 2007 le famiglie povere sono passate da 2milioni 623mila a 2milioni 653 mila, mentre gli individui in povertà da 7milioni 537mila a 7milioni 542mila. In percentuale, le famiglie povere sono rimaste all&#8217;11,1% del totale e gli individui in povertà sono scesi dal 12,9 al 12,8%. Insomma, la situazione era rimasta stabile, altro che povertà triplicata.<br />
Pur non conoscendo personalmente  Casini, mi sono permesso di portargli il <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20081104_00/">comunicato</a> Istat e di fargli presente l&#8217;errore. <span id="more-91"></span>Mi ha ringraziato; si è intascato il documento dicendo: &#8220;stasera devo andare a Ballarò, meno male che lei mi ha avvertito, altrimenti avrei detto la stessa cazzata&#8221;.<br />
Non so come sia andata quella puntata di Ballarò. Ma oggi alla Camera, nella dichiarazione di voto sulla legge finanziaria, l&#8217;esponente dell&#8217;Udc ha ripetuto &#8220;la stessa cazzata&#8221;: &#8220;le famiglie povere sono passate da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;.<br />
Non ce l&#8217;ho con Pierferdinando Casini. Anzi, avevo apprezzato il discorso fatto al convegno di Società Aperta e il coraggio col quale ha definito il federalismo, nell&#8217;attuale contesto italiano, &#8220;una puttanata bestiale&#8221;. Ma mi disturba profondamente questa convinzione comune a molti politici che i numeri siano un&#8217;entità che si può stiracchiare a piacimento, tanto nessuno controlla. Se qualcuno sa che le cifre sono sbagliate, o sta zitto o non viene creduto, perché viene anche lui considerato parte della generale mistificazione su cui è costruito il teatrino della nostra politica.<br />
I  numeri si aggiustano a piacimento. Le piazze possono contenere centomila persone o un milione, a seconda di chi le racconta. Eppure esiste una realtà oggettiva: tot persone a quell&#8217;ora erano in quella piazza e non sarebbe neppure tanto difficile accertarlo. Lo faceva la polizia, prima di esserne diffidata dai politici, lo potrebbero fare i media.<br />
L&#8217;inflazione è al due per cento oppure al dieci, a  seconda di come si vogliono leggere gli indici. Si può discutere la metodologia, ma una volta raggiunto il consenso sulle modalità di elaborazione si dovrebbero prendere per buoni i risultati.<br />
Il Prodotto interno lordo italiano decresce, ma forse se è vero che abbiamo un trenta per cento di sommerso come dice il nostro presidente del consiglio potrebbe anche essere aumentato. Poco importa che tutti gli statistici in Italia e all&#8217;estero neghino che la cifra del sommerso possa essere tanto maggiore di quel 15% che è già compreso nel calcolo del Pil.<br />
Con questo uso delle cifre non c&#8217;è più alcuna certezza. Tranne una: la connivenza di tutti i politici nel confondere la verità. Una delle ragioni del collasso della Germania comunista, come testimoniò un&#8217;indagine parlamentare dopo l&#8217;unificazione, fu che i dirigenti dell&#8217;est avevano finito col convincersi delle stesse statistiche fasulle che fornivano ai loro cittadini. Così facendo persero il contatto con la realtà. Forse Casini crede davvero che sette milioni e mezzo (cioè un terzo delle famiglie italiane) sia in condizione di povertà, cioè campi con meno di 987 euro.  Ma se davvero ha una visione così distorta di questo Paese, è bene che stia all&#8217;opposizione e che ci rimanga a lungo.</p>
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		<title>Ugo la Malfa: i beni pubblici per la felicità dei cittadini</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 08:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mio figlio Pietro, che è un rigoroso, dice che in questi casi bisogna pubblicare un disclaimer, cioè dichiarare i rapporti di parentela o di amicizia con la persona citata nel blog. E allora dichiaro che conosco Paolo Soddu da più di trent&#8217;anni, per un&#8217;amicizia di famiglia. Questo però non mi impedisce di parlar bene del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mio figlio  Pietro, che è un rigoroso,  dice che in questi casi bisogna pubblicare un disclaimer, cioè dichiarare i rapporti di parentela o di amicizia con la persona citata nel blog. E allora dichiaro che conosco Paolo Soddu da più di trent&#8217;anni, per un&#8217;amicizia di famiglia. Questo però non mi impedisce di parlar bene del suo lavoro perché si tratta di  uno storico di valore, che ha scelto un tema prezioso anche per riflettere sulla crisi di oggi.</em><br />
Ho assistito al Senato, mercoledì 29, alla <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/265572/presentazione-del-libro-ugo-la-malfa-di-paolo-soddu">presentazione</a> del <a href="http://www.hoepli.it/libro.asp?ib=9788843041923&amp;pc=000004005000000#Abstract">volume</a> &#8220;Ugo La Malfa &#8211; Il riformista moderno&#8221; (Carocci Editore), scritto da <a href="http://musicologia.unipv.it/organizzazione/personale/curricula/soddu.html">Paolo Soddu</a>. Era presente il Capo dello Stato. Il libro ha già avuto, come è giusto, recensioni lusinghiere da giornalisti e storici come Nello Ajello, Piero Craveri, Giuseppe Galasso, Nicola Tranfaglia. Hanno parlato del libro Giovanni De Luna, Galasso, Paolo Savona, mentre Enzo Bianco, Carlo De  Benedetti, Antonio Maccanico, Eugenio Scalfari hanno fornito testimonianze personali. Inevitabile la nota di rimpianto rispetto ai politici e alla politica di oggi.<span id="more-86"></span></p>
<p>Ho ripensato alla sua passione civile, capace anche di &#8220;giocare di sponda&#8221;, come lui stesso teorizzò con Scalfari paragonando la politica al biliardo, tutte le volte che il boccino non si può colpire direttamente; per un partito come il Partito repubblicano italiano, che ad andar bene aveva il 2 per cento dei consensi, giocare di sponda era obbligatorio.<br />
I quattro gatti del Pri  furono il lievito della democrazia, dall&#8217;avvento La Malfa alla segreteria del partito dell&#8217;edera (proveniva dal Partito d&#8217;Azione) fino alla sua morte. A La Malfa si deve la liberalizzazione degli scambi dell&#8217;immediato dopoguerra, imposta contro il parere della Confindustria, ma che si rivelò una frustata salutare per l&#8217;apparato produttivo del Paese. e anche l&#8217;adesione al sistema monetario europeo, premessa all&#8217;adesione all&#8217;euro. Possiamo dire che è grazie a lui che siamo &#8220;aggrappati all&#8217;Europa&#8221;. A lui si deve l&#8217;affrancamento dei socialisti dalla sudditanza al Pci, con la nascita del primo centrosinistra nel 1962, ma anche, negli anni&#8217;70. lo stimolo all&#8217;uscita dei comunisti di Enrico Berlinguer dal ghetto di un&#8217;opposizione sterile e trinariciuta.<br />
Era un uomo di visione e di rigore. Qualche volta sbagliò, come quando ritardò l&#8217;ingresso in Italia della Tv a colori in nome di un&#8217;austerità che era ormai fuori dai tempi. Ma, come ha ricordato Paolo Savona, aveva un concetto cardine che sarebbe bene far rivivere oggi e che la moderna scienza economica sta approfondendo: la felicità dei cittadini non dipende solo dalla disponibilità di beni individuali, ma anche dal buon uso dei beni pubblici. Un concetto molto lontano dal berlusconismo (la felicità dipende dalle disponibilità individuali), ma anche dalla pratica concreta della sinistra italiana  che troppo spesso avalla la realtà corporativa dei beni pubblici gestiti nell&#8217;interesse di chi li produce).<br />
Era un capo carismatico, ma era anche molto attento ai giovani. Le poche volte che l&#8217;ho incontrato (ero un giovane della federazione giovanile) i nostri colloqui finivano invariabilmente con la frase: &#8220;E adesso dimmi che cosa pensi della situazione politica&#8221;. Ero intimidito, ma cercavo di spiaccicare qualche frase, spesso giovanilisticamente critica verso di lui e la sua linea.  Stava a sentire con pazienza e spiegava.<br />
E&#8217; morto nel 1979. Io ero già uscito dal Pri, ma dopo di lui non c&#8217;è mai stato un leader politico in cui sono riuscito a riconoscermi.<br />
Sono uscito dal Senato, nelle strade bagnate di pioggia e segnate poche ore prima dalla violenza scaturita da manifestazioni che fatico a capire, pensando quanto manca alla democrazia di oggi un politico come Ugo La  Malfa e un partito come il suo Pri. Oggi a causa della crisi economica stanno riscoprendo l&#8217;importanza del settore pubblico. Ma non vedo in giro né il suo rigore né il suo disinteressato carisma.</p>
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		<title>Il &#8217;68 con un tigre nel motore</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Oct 2008 18:56:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[All&#8217;inizio del 1968, quando il mondo giovanile stava per vivere la più grande ribellione collettiva del secolo, io avevo 25 anni ed ero capo dell&#8217;ufficio stampa della Esso Standard Italiana. Ero certamente un giovane sveglio, favorito dalla conoscenza dell&#8217;inglese: da ragazzo avevo trascorso dodici mesi nel Nebraska con una borsa di studio dell&#8217;American Field Service, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio del 1968, quando il mondo giovanile stava per vivere la più grande ribellione collettiva del secolo, io avevo 25 anni ed ero capo dell&#8217;ufficio stampa della Esso Standard Italiana. Ero certamente un giovane sveglio, favorito   dalla conoscenza dell&#8217;inglese: da ragazzo avevo trascorso dodici mesi nel Nebraska con una borsa di studio dell&#8217;American Field Service, poi a 19 anni avevo lasciato Milano per Roma, con un lavoro come  operatore alle telefoto dell&#8217;Associated Press, ma soprattutto con la voglia di vivere da vicino l&#8217;avventura del primo centrosinistra, con Ugo La Malfa al ministero del bilancio. Non avevo le idee chiare, ma ero un giovane repubblicano e &#8220;volevo esserci&#8221;.<span id="more-85"></span><br />
Sempre grazie all&#8217;inglese, a 20 anni ero entrato all&#8217;Agenzia Italia (Agi) e a 22 ero diventato giornalista professionista.  Due anni dopo, però, l&#8217;Agi mi aveva licenziato: una decisione che mi sembrò inevitabile, visto che l&#8217;Agi doveva ridurre il personale (l&#8217;Eni non aveva ancora comprato l&#8217;agenzia) e io ero il giornalista più giovane. Ma i miei genitori non c&#8217;erano più, io dovevo lavorare e volevo metter su famiglia: fu così che, dopo il servizio militare e la laurea in scienze politiche  presa nel frattempo, mi ritrovai alla Esso, in quella grande scuola che fu la Direzione relazioni pubbliche di Lorenzo Cantini, che impegnava l&#8217;azienda su progetti di grande respiro, col pieno appoggio del presidente di allora, Vincenzo Cazzaniga. Lavoravo per una multinazionale senza nessun senso di colpa, anzi sentendo che in quel momento eravamo i costruttori di una cultura più avanzata e internazionale rispetto all&#8217;Italia. Avevamo un tigre nel motore, come diceva la pubblicità dell&#8217;epoca. Convinsi Cantini a farmi organizzare nei licei delle lezioni sperimentali di economia sponsorizzate dalla Esso e tenute da giornalisti economici di chiara fama. Andai a chiedere consiglio sull&#8217;iniziativa a un grande economista, Ferdinando di Fenizio, e fu così che mi fidanzai con sua figlia Myriam, che sarebbe diventata mia moglie e la madre di <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html">Pietro</a>, il mio primo figlio.<br />
Nel giugno del 1968 mi dimisi dalla Esso perché  volevo ritornare a fare il giornalista. Lasciai Roma, mi sposai e andai a vivere con Myriam a Cinisello Balsamo, nell&#8217;hinterland milanese, dove l&#8217;editore Palazzi stampava il mensile economico Successo diretto da Gianni Baldi, altro grande maestro della mia vita professionale. Ne approfittai per aprire a Cinisello una sezione del Partito repubblicano italiano. Volevo lavorare con gli immigrati e la chiamai &#8220;Martin Luther King&#8221;. Il mio entusiasmo creava diffidenze sia nei repubblicani tradizionali che non capivano questo pericoloso esotismo, sia negli immigrati meridionali che non volevano essere paragonati ai negri. I quali allora, consentitemi la digressione, si chiamavano tranquillamente &#8220;negri&#8221; perché a differenza del dispregiativo inglese &#8220;nigger&#8221;, da noi &#8220;negro&#8221; non è mai stata una parola offensiva.<br />
Mi dilungo su questi particolari autobiografici per inquadrare  la mia ambivalenza di giovane riformista. Del movimento del &#8217;68 condividevo, dall&#8217;esterno, molte aspirazioni. Il mio cantante preferito era Giorgio Gaber, il Gaber prima maniera, carico di speranze e di ideali. Ascoltavo con gli amici i Cantacronache; speravo anch&#8217;io di fare qualcosa di socialmente utile. Ma credevo fermamente che il sistema si dovesse cambiare e non abbattere; le mie idealità non erano certo quelle del libretto rosso di Mao, ma quelle dell&#8217;America kennediana, ancora molto forti all&#8217;epoca (Robert Kennedy fu ucciso nel &#8217;68); la falce e martello provocava in me una diffidenza pari a quella per la fiamma tricolore.<br />
Quarant&#8217;anni dopo, penso che quell&#8217;ambivalenza sia stata salutare perché mi consentì di avere degli ideali senza distaccarmi dalla realtà. Arrivo a pensare che anche oggi un po&#8217; di ambivalenza sia indispensabile per costruire un mondo migliore.<br />
La crisi economica che stiamo vivendo è molto grave, ma mi sembra soprattutto preoccupante l&#8217;illusione che si possa uscirne attraverso qualche scorciatoia.  Lo slogan &#8220;non pagheremo noi la vostra crisi&#8221; mi sembra altrettanto utopistico quanto il sessantottino &#8220;vietato vietare&#8221;.<br />
C&#8217;è in giro la pericolosa illusione che il futuro non debba essere caratterizzato da un mercato globale governato, ma da altre soluzioni: forse un ritorno a uno statalismo protettivo, nel quale il ruolo dello Stato si spinge ben al di là dei necessari interventi temporanei di queste settimane. Si sogna un sistema in cui &#8220;qualcuno&#8221; si prende comunque cura di te, non soltanto nel senso di proteggerti contro la povertà, le malattie, il degrado ambientale, come deve fare un moderno sistema basato sull&#8217;equilibrio tra poteri pubblici e mercato, ma nel senso di essere in grado di fare le scelte ottimali per i cittadini. E&#8217; legittimo perseguire la riforma del sistema; ma quando non si hanno le idee chiare su un percorso riformista, c&#8217;è sempre la pericolosa illusione del &#8220;tanto peggio tanto meglio&#8221;: lasciamo che il sistema collassi, così i &#8220;cattivi&#8221; pagano, poi si vedrà; senza rendersi conto che il collasso del sistema sarebbe un disastro per miliardi di persone.<br />
Questa crisi in Europa è crisi psicologica, d&#8217;idee e di valori, ancor prima che economica. L&#8217;eccesso di finanza di questi anni ha portato a molte assurdità: le forme eccessive e perniciose di credito al consumo, i mutui subprime per comprarsi la casa, le speculazioni sui derivati, i compensi vergognosamente alti dei capi delle istituzioni finanziarie poi collassate. Queste aberrazioni non vanno però confuse con le regole stesse del sistema economico, disconoscendo la funzione fisiologica della finanza per portare il risparmio verso investimenti produttivi.<br />
C&#8217;è molto da riformare, nel sistema globale e per farlo ci vuole fantasia creativa, coraggio, e idealità. Ma la soluzione non è &#8220;un non sistema&#8221;, in cui l&#8217;allocazione delle risorse è decisa da un soggetto che cura i nostri interessi, senza saper definire se si tratta di un Grande fratello, di un ritorno al socialismo reale o di forme di economia tribale. C&#8217;è in giro una confusione che, oggi come nel &#8217;68, è favorita dalla diffidenza nei confronti del sistema economico in cui viviamo. L&#8217;economia va riformata, dopo le follie iperliberiste di questi anni: con gli amici di <a href="http://www.societa-aperta.org/">Società aperta</a> lo diciamo da anni, chiedendo &#8220;più stato, più mercato, più Europa&#8221;. Ma oggi come nel &#8217;68, è anche fondamentale insegnare a tutti come funziona questa insostuibile economia globale. Non si può buttar via l&#8217;auto perché abbiamo sbagliato benzina: meglio mettere nel motore il tigre giusto.</p>
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		<title>Perché l&#8217;opposizione irrita la gente</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Oct 2008 20:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come mai Berlusconi, nonostante le sue molteplici gaffe e i pericoli che il suo modo di governare pone alla democrazia, è sempre più in alto nei sondaggi? I programmi dell&#8217;opposizione non sono credibili, dicono in molti. Ma forse c&#8217;è qualcosa d&#8217;altro e me ne sono reso conto guardando l&#8217;intervista di Lilli Gruber a Renato Brunetta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come mai Berlusconi, nonostante le sue molteplici gaffe e i pericoli che il suo modo di governare pone alla democrazia, è sempre più in alto nei sondaggi? I  programmi dell&#8217;opposizione non sono credibili, dicono in molti. Ma forse c&#8217;è qualcosa d&#8217;altro e me ne sono reso conto guardando l&#8217;intervista di Lilli Gruber a Renato Brunetta, nella rubrica &#8220;Otto e mezzo&#8221; di giovedì 16 ottobre: c&#8217;è uno stile di comunicazione sgradevole e perdente. <span id="more-84"></span><br />
La  Gruber, ex parlamentare europea diessina, ha esordito cercando di mettere in imbarazzo il ministro con una domanda trabocchetto sulle sue previsioni apparentemente errate in merito alla crisi economica e alle conseguenze sull&#8217;Europa della crisi dei mutui subprime. Quando invece Brunetta ha risposto tranquillo e documentato, ha cercato di cambiar subito discorso. Magari il ministro aveva torto marcio e si stava arrampicando sugli specchi, ma la fretta di parlar d&#8217;altro dopo aver buttato il sasso ha impedito agli spettatori di capire e ha fatto apparire la Gruber antipatica e scorretta. Questo penoso andazzo è continuato per tutta la trasmissione: domande vagamente accusatorie profferite dalle labbra più vistose del Pd, provocando risposte fulminanti che mettevano in imbarazzo la conduttrice. Insomma, un cappotto che ha fatto apparire Brunetta un gigante della comunicazione.<br />
Non c&#8217;è niente di male ad essere dichiaratamente &#8220;di parte&#8221; quando si conduce una trasmissione televisiva. Giuliano Ferrara lo era sfacciatamente. Ma si dovrebbe avere la capacità di entrare nel merito, di dimostrare dove le ricette dell&#8217;attuale governo non sono convincenti, dove l&#8217;opposizione sarebbe in grado di fare qualcosa di meglio. Invece si ondeggia dalla puntura di spillo alla denuncia magniloquente, dalla lagna sui soldi che mancano a quella sui posti che si perdono, senza tirar fuori un&#8217;idea credibile. Bondi dice che bisogna concentrare i fondi dello Stato sulla Scala e l&#8217;orchestra Santa Cecilia di Roma anziché disperderli in 14 enti lirici? Reazioni: &#8220;Orrore, 5mila persone perderebbero il lavoro&#8221;. Non si ragiona sulla qualità della musica, tanto per fare un esempio, ma sempre e soltanto sulle garanzie corporative.<br />
Magari i programmi ci sono e alcuni ministri ombra come Bersani e Chiamparino lavorano seriamente. Ma la strategia di comunicazione veltroniana punta sulle apparenze, quando la gente vuole più sostanza. I messaggi che arrivano ai media non sono mai sulla sostanza.<br />
Il governo ombra ha presentato il 16 ottobre <a href="http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=61637">11 proposte contro la crisi</a>: ve ne siete accorti? Sarà anche colpa dei giornali, ma non si può dire che il Partito democratico si stia dato molto da fare per farle conoscere.<br />
Il governo Berlusconi, invece, concilia apparenza e sostanza. Il nostro è uno strano premier, che preferisce esprimersi dal palcoscenico del Bagaglino anziché in parlamento. Così sfoggia al meglio le sue doti istrioniche. Però ha saputo puntare su alcuni ministri esperti e grintosi, che mostrano all&#8217;opinione pubblica un&#8217;effettiva volontà di cambiare. Questa è la sostanza, o almeno appare come tale. Magari nelle loro ricette gli è tutto sbagliato, come diceva il vecchio Bartali. Ma vivaddio, alla gente piace chi finalmente mostra la volontà di scuotere questo Paese. Gelmini compresa, come dimostra l&#8217;ottimo articolo di Galli Della Loggia sul Corriere della Sera di qualche giorno fa e la debole difesa del ministro ombra Maria Pia Garavaglia il giorno successivo. Perché ho la sgradevole sensazione che più gli studenti e gli insegnanti si agitano sulla riforma della scuola più sale il gradimento a questo governo?</p>
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