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	<title>Donato Speroni &#187; Senza categoria</title>
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		<title>Disoccupazione, ripresa, governance: commenti su F&amp;M</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 02:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Finanza &#38; Mercati, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi: Sulla crescita economica: un articolo del 9 settembre. Sulla disoccupazione, 1l 16 settembre. Sulla ripresa “verde”, il 23 settembre Sulla governance della finanza globale, il 30 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Su <em>Finanza &amp; Mercati</em>, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi:</p>
<p align="left">Sulla<strong> crescita economica</strong>: un articolo del <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeOcse110908.doc">9 settembre</a>.</p>
<p align="left">Sulla <strong>disoccupazione</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915Disocc.pdf">1l 16 settembre.</a><a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915DisoccFM.pdf"><br />
</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>ripresa “verde”</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeCrescita110921.pdf">il 23 settembre</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>governance della finanza globale</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeFsb1109130.pdf">il 30 settembre.</a></p>
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		<title>Quel &#8220;7più&#8221; degli italiani: ciò che l’Istat ci dice e quello che manca</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
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		<description><![CDATA[La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul Giornale che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul Messaggero, alla polemica delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul <em>Giornale </em>che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul <em>Messaggero</em>, alla polemica delle associazioni dei consumatori che si sono chieste “in quale remoto Paese l’Istat abbia condotto la sua indagine sulla soddisfazione delle famiglie circa la propria condizione economica”.</strong></p>
<p><strong>Eppure la rilevazione conteneva importanti elementi di novit</strong>à,<span id="more-423"></span> come segnalato anche nella premessa del <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/sodcit/20101104_00/">comunicato</a> del 4 novembre: per la prima volta si è voluto rilevare un indice di soddisfazione della vita nel suo complesso (altrove lo si chiama indice di felicità o di benessere, ma in italiano questi termini possono essere fuorvianti, come ho spiegato <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/">in precedenz</a>a) e lo si è fatto secondo la cosiddetta scala di Cantril, da zero a dieci.  L’innovazione rispecchia il processo di ricerca di nuove misure del progresso avviato dall’Ocse e testimoniato anche dalla commissione Stiglitz.</p>
<p>Finora l’unico dato di soddisfazione globale a disposizione per l’Italia veniva dalla rilevazione che ogni due anni la Gallup compie in circa 150 Paesi. Com’è riportato nel mio <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">libro</a> “I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere” – Edizioni Cooper l’Italia nell’ultima indagine Gallup si collocava al 36mo posto, con un misero voto di 6,3 che gli italiani nel maggio 2009 avevano attribuito in media alle proprie condizioni di vita. Se prendiamo invece per buona la rilevazione Istat relativa al febbraio 2010, che ci dà una media di voto di 7,2, l’Italia si collocherebbe al 12mo posto, alla pari con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Venezuela (non stupitevi: i latinoamericani sono sempre molto in alto in queste classifiche). Il campione interpellato dall’Istat è molto più numeroso di quello della Gallup e quindi la rilevazione è più attendibile. Ma ovviamente le metodologie non sono perfettamente coincidenti: per valutare appieno il senso di quel “7 più” che gli italiani si attribuiscono in base all’Istat bisognerà aspettare di disporre di una serie storica che ci possa dire se quella soddisfazione sale o scende, perché la variazione nel tempo è certamente l’aspetto più significativo.</p>
<p>Nel comunicato diffuso dall’Istat non sono ancora esaminate le correlazioni tra la soddisfazione complessiva e le determinanti del benessere: relazioni familiari e con amici, salute, condizione economica, soddisfazione sul lavoro, uso del tempo libero. Sappiamo cioè quanto gli italiani sono soddisfatti per ciascun fattore, sulla base della vecchia scala a quattro (molto, abbastanza, poco, per niente), ma non sappiamo quanto quello specifico fattore incide sulla soddisfazione complessiva.</p>
<p>Per chi fa politica, quest’ultima è una informazione importante. Se è vero (premessa della commissione Stiglitz) che gli obiettivi dell’azione pubblica nel ventunesimo secolo saranno sempre più quelli di garantire ai cittadini le condizioni del benessere complessivo e non solo la crescita economica, è importante sapere “che cosa conta veramente”. Per esempio, la rilevazione Istat ci dice che in Italia c’è una profonda sfiducia verso il prossimo, ma evidentemente questo elemento, che renderebbe infelice uno scandinavo, incide poco sul nostro cittadino medio che conta invece soprattutto su famiglia e amici.  Aspettiamo dunque l’analisi delle correlazioni. Sarebbe inoltre interessante che l’Istat, con metodologia omogenea, verificasse anche il grado di soddisfazione per la situazione ambientale e il grado di fiducia nelle istituzioni, come suggerito dalla Commissione Stiglitz.</p>
<p>Il documento Istat è anche corredato da un corposo documento metodologico su strategia di campionamento e livello di precisione dei risultati. Si tratta di un testo molto tecnico, che però vuole arrivare anche a esempi concreti: per esempio, ci dice che l’intervallo di confidenza rispetto alle famiglie che in Piemonte considerano la loro situazione peggiorata (219mila) è pari all’incirca al 13 per cento in più o in meno. Non è un piccolo margine d’errore. Per i dati nazionali, basati su stime molto più numerose, il margine è molto più ristretto, ma tale comunque da mettere in dubbio la validità di certi confronti. Penso che l’Istat faccia opera meritoria nel chiarire i limiti delle sue rilevazioni campionarie, anzi dovrebbe farlo sempre in modo più chiaro e comprensibile a tutti, anche perché sarebbe d&#8217;esempio ai tanti che diffondono <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/03/sondaggi-rispettare-o-cambiare-le-regole-del-gioco/">sondaggi</a> poco attendibili. Ma giornalisti e commentatori dovrebbero anche tenerne conto prima di gridare allo scandalo o battere il tamburo perché le famiglie “molto o abbastanza soddisfatte della loro situazione economica” sono passate dal 47 al 48 per cento. Il senso della rilevazione è molto semplice: la crisi, nonostante tutto, non ha ancora inciso sui livelli di vita di una parte consistente della popolazione italiana. Filosofeggiare sull’un per cento di variazione in un anno non serve a nulla, rende solo un cattivo servizio alla cultura statistica.</p>
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		<title>Baliani: l&#8217;importanza della pietas</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2008 09:31:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riprendo con grande piacere ad aggiornare il mio blog, dopo la pausa tecnica dovuta alla modifica del sito, peraltro ancora in fase di messa a punto. Queste settimane di &#8220;astinenza&#8221; mi hanno indotto a riflettere su quello che avevo scritto, a rivedere e integrare alcune delle considerazioni espresse in precedenza. Darò un po&#8217; di spazio, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo con grande piacere ad aggiornare il mio blog, dopo la pausa tecnica dovuta alla modifica del sito, peraltro ancora in fase di messa a punto. Queste settimane di &#8220;astinenza&#8221; mi hanno indotto a riflettere su quello che avevo scritto, a rivedere e integrare alcune delle considerazioni espresse in precedenza. Darò un po&#8217; di spazio, in questi giorni, ad alcuni aggiornamenti. A cominciare da quello sulla questione del &#8220;top down&#8221; e &#8220;bottom up&#8221; . Forse qualcuno lo ricorda: in un mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">post</a> ho cercato di far vedere come solo la combinazione tra le esperienze che nascono dal basso (bottom up) e la capacità di governo politico (top down)  può dar luogo a cambiamenti davvero significativi.<br />
A questa formula un po&#8217; schematica, ma che oggi più che mai mi sembra giusta, desidero aggiungere un ingrediente fondamentale, un  catalizzatore indispensabile: &#8220;la pietas come sentimento politico che può unire il mondo&#8221;. La riflessione mi deriva dallo <a href="http://bibliogarlasco.blogspot.com/2008/02/marco-baliani-porta-in-scena-sciascia.html" title="Una bella recensione">spettacolo</a> &#8220;La notte delle lucciole&#8221;, scritto e diretto da Roberto Andò e interpretato da Marco Baliani, che ha portato in scena testi di Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia, legandoli anche a vicende relative al rapimento di Aldo Moro. Ed è rafforzata dal libro dello stesso Baliani <a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788817013581/baliani-marco/amore-buono.html"><em>L&#8217;amore buono</em></a> e dalle recenti vicende del Kenya. <span id="more-71"></span><br />
La necessità della pietas, cioè di un sentimento comune nel nostro modo di porci verso la collettività umana, che si tratti del proprio paese o dell&#8217;umanità, è a mio avviso il filo conduttore del recente lavoro di Baliani, l&#8217;attore che ha dedicato un periodo importante della propria vita ai ragazzi emarginati delle periferie di Nairobi, trasformandoli in attori dapprima nel <a href="http://www.amref.it/PagProgetto.cfm?PageID=218"><em>Pinocchio nero</em></a>, poi organizzando con un gruppo di loro, con il supporto di Amref, uno spettacolo di &#8220;pronto soccorso artistico&#8221; contro l&#8217;Aids. Propagandando, appunto, l&#8217;&#8221;amore buono&#8221; che non solo è fatto col condom, ma presuppone il rispetto reciproco, la non violenza nelle relazioni, la parità tra i sessi.<br />
Nel suo ultimo libro, Baliani ondeggia tra l&#8217;entusiasmo per la risposta dei ragazzi di Nairobi ai suoi stimoli e lo sconforto per la quantità di violenza che pervade il mondo africano. Una violenza che si accentua nelle periferie urbane perché gli uomini, come i grandi e pericolosi bufali, diventano molto più aggressivi quando lasciano il branco (la tribù, il villaggio) e affrontano la savana (o la città) da soli. Il libro di Baliani finisce con una nota positiva (l&#8217;entusiasmo dei ragazzi per il nuovo spettacolo), ma purtroppo le recenti stragi del Kenya dimostrano che il substrato di tensione e di odio è tanto forte da cancellare in pochi giorni il lavoro di anni .<br />
Purtroppo  le tensioni nel mondo aumenteranno: perché la guerra contro il terrorismo fondamentalista non è ancora vinta e c&#8217;è una parte della popolazione mondiale che vede nella distruzione dell&#8217;altro il suo obiettivo di vita; perché aumentano gli squilibri tra ricchi e poveri, che non sono più il Nord contro il Sud, o Ovest contro l&#8217;Est, ma è comunque uno squilibrio che spacca a metà l&#8217;umanità, tra chi fa parte e chi non fa parte di un sistema in crescita; perché la Terra è sovrappopolata e la cecità dei cattolici e degli islamici (testimoniata anche dall&#8217;ostruzionismo al lavoro di Baliani in Kenya) non facilita il contenimento delle nascite; perché il riscaldamento climatico ormai in atto contribuisce alla migrazione di milioni di persone.<br />
Io credo nella <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/16/la-grande-sfida-della-governance-mondiale/">governance</a> mondiale, l&#8217;ho detto e scritto più volte, e credo nell&#8217;importanza sia delle esperienze dal basso che di soluzioni politiche globali valide. Ma da Baliani ho imparato che il modo in cui queste esperienze e soluzioni si praticano è fondamentale. Di fronte al male dilagante non possono nulla né le iniziative locali bottom up né le ricette politiche intelligenti top down, se manca il cuore, la capacità di trasmettere solidarietà ed empatia. La pietas, appunto. E&#8217; una riflessione che vale per l&#8217;Africa, ma non è un caso (mutatis mutandis. per fortuna, perché in Italia non ci ammazziamo con i machete)  vale anche per la lotta partitica in questo Paese. E non a caso proprio in questo momento Baliani ha voluto ricordarci Sciascia, Pasolini e il caso Moro, con scritti e vicende che bollano l&#8217;astrattezza di una politica fatta solo di comportamenti burocratici, di progetti cattivi, di mancato rispetto per l&#8217;altro.</p>
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		<title>Apocalittici e impiegati</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2008 17:21:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna persona di buon senso oggi crede in una rivoluzione che abbatta il sistema capitalistico, ma molti sono convinti che il capitalismo non sia in grado di risolvere i problemi economici, energetici e ambientali del 21° secolo. In realtà un collasso del sistema peggiorerebbe le condizioni di vita di miliardi di persone. D&#8217;altra parte, non possiamo accettare in modo acritico le professioni di fede di chi ci dice che tutto è sotto controllo. Insomma, tra l&#8217;apocalisse e l&#8217;ottimismo ingiustificato c&#8217;è una strada stretta fatta di analisi critica e di governance internazionale.<span id="more-69"></span><br />
&#8220;Prof, ma il capitalismo non finirà di botto, com&#8217;è successo al comunismo? Non riesco immaginare come possa risolvere i problemi di questo secolo&#8230;&#8221;. Mi ha interrogato così un mio studente dell&#8217; <a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> , al termine di una lezione sulle sfide energetiche e ambientali.<br />
Gli ho risposto che il comunismo si confrontava con un altro modello che si era dimostrato più efficiente nell&#8217;allocazione delle risorse: il capitalismo, appunto. Mentre oggi non si vede un&#8217;alternativa  se non una graduale correzione dell&#8217;attuale economia di mercato.<br />
Esistono ancora i rivoluzionari, intesi  come quelli che sognano la rivolta delle masse che rovescia le istituzioni per instaurare un ordine nuovo? Direi di no, tranne poche frange di emarginati. Chi ha fatto il &#8217;68 era davvero convinto che la rivoluzione, cioè un drastico cambiamento verso una società più giusta, fosse davvero a portata di mano. Questa illusione è stata spazzata via non solo dalla delusione dell&#8217;esperienza comunista, ma dalla scoperta che gran parte della popolazione del Sud del mondo vuole soltanto partecipare alla divisione di quei frutti di cui il Nord già gode. I popoli di India, Cina, Sudafrica, Brasile, Messico, Russia tutto vogliono fuorché la rivoluzione. Certo, ci sono ancora sulla Terra miliardi di disperati, ma neanche l&#8217;ideologo più fuori dalla realtà può pensare che la rivolta possa avere come punti di forza il Bangladesh o il Mali. A meno che non si intenda per  rivoluzione quella sognata da Al Qaida, che per gran parte del mondo è invece un incubo da combattere.<br />
No, i rivoluzionari non esistono più  come forza protagonista della scena mondiale. Esistono però, e sono sempre più numerosi, gli apocalittici: quelli cioè che sono convinti che &#8220;il sistema&#8221; non riuscirà a far  fronte alle  sue contraddizioni e imploderà. E&#8217; una nuova forma di rivoluzione &#8220;inevitabile&#8221;, come voleva essere il marxismo scientifico, che immagina che il nuovo mondo si costruirà &#8220;<a href="http://www.donatosperoni.it/2007/11/26/sei-top-down-o-bottom-up/">bottom up</a>&#8221; con piccole comunità che si ricostituiranno le condizioni di vita secondo un nuovo modello di sviluppo più sostenibile per il pianeta. In realtà questo modello comporta la probabile morte di  quei due miliardi almeno di persone che vivono in grandi metropoli e  che dipendono dai sistemi complessi per il loro sostentamento, ma raramente gli apocalittici se  ne preoccupano. O meglio, non sanno che farci, ma intanto si comprano il loro campicello per autoprodurre il necessario.<br />
La  tendenza degli apocalittici è di pensare che siamo sempre alla vigilia del collasso. Adesso, per esempio, di fronte alla recessione innescata dagli Stati Uniti, c&#8217;è chi prevede il crollo del sistema. E&#8217; il caso di Mike Adams,  un pensatore indipendente il cui ultimo articolo  &#8220;Il prossimo collasso finanziario dell&#8217;America&#8221; merita un&#8217;attenta lettura. Intendiamoci, Adams dice molte cose vere e probabilmente descrive con chiarezza l&#8217;insostenibilità dell&#8217;attuale meccanismo economico americano. Forse ha più ragione lui piuttosto che i tanti impiegati del sistema finanziario, che sono tenuti a  minimizzare la gravità della situazione perché la fiducia è il carburante del sistema. Da questo punto di vista anche il <a href="http://www.weforum.org/en/media/Latest%20Press%20Releases/GlobalRisk08Press">rapporto</a> &#8220;Global Risks 2008&#8243; presentato in vista del vertice di Davos dice che il sistema deve essere più governato, ma traccia un quadro che tende probabilmente a sottovalutare la  gravità della situazione.<br />
Anche se l&#8217;ottimismo ufficiale è ingiustificato, non è detto però che il totale pessimismo sull&#8217;efficacia dei meccanismi di correzione del sistema economico globale sia giustificato. Personalmente,  la penso come Fabrizio Galimberti, il commentatore del Sole 24 Ore, che <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=GW1TD">sottolinea</a> come &#8220;la costellazione di fattori favorevoli&#8221; (e cioè &#8220;la voglia di benessere di miliardi di uomini gettati nell&#8217;economia globale, la favolosa stagione di innovazioni tecnologiche, la stessa innovazione finanziaria nonostante gli eccessi&#8221;) farà &#8220;affluire i capitali in ogni utile nicchia del rapporto rischio/rendimento&#8221;, mantenendo in funzione la macchina della globalizzazione.<br />
Non credo dunque che il sistema economico globale sia alla vigilia del collasso, anche se immagino, anche a seguito di questa crisi, una forte redistribuzione dei pesi relativi: una ridistribuzione di cui la crescita dei &#8220;fondi sovrani&#8221; è la prima dimostrazione tangibile. Il potere economico si sposta verso l&#8217;Asia, ma non solo: il peso assunto da Chavez in America Latina grazie ai petrodollari ne è un&#8217;altra dimostrazione. Come è scritto nell&#8217;<a href="http://limes.espresso.repubblica.it/2007/12/21/liturgie-del-tempo-estremo/?p=420">editoriale</a> di Limes, negli anni &#8217;70 le &#8220;sette sorelle&#8221; controllavano il 75% delle riserve petrolifere e l&#8217;80% della produzione. Oggi si devono accontentare rispettivamente del 6 e del 24% (quanto al gas: 20 e 35%). Il 60% delle riserve mondiali appartiene  invece alle prime dieci compagnie controllate dai Paesi produttori&#8221;. Ma fondi  sovrani, caudilli del Sudamerica e National Oil Companies vogliono controllare questo sistema, non certo distruggerlo. E per evitare di diventare una colonia l&#8217;Europa (e anche l&#8217;Italia) deve avere una politica chiara, senza perdere tempo  a discutere di stupidaggini.<br />
Il discorso diventa ancora più serio se torniamo al tema da cui siamo partiti: l&#8217;energia e l&#8217;ambiente. Qui, purtroppo, gli apocalittici potrebbero avere ragione. Per quanto si possa fare per migliorare la governance ambientale (e Bali  rappresenta solo una presa d&#8217;atto della gravità del problema) i risultati sulle emissioni di CO2 non si avranno prima del 2030, nella migliore delle ipotesi. E nessuno sa se nel frattempo il peggioramento del clima avrà un andamento lineare (un paio di gradi di riscaldamento, qualche centimetro d&#8217;innalzamento dei mari, più catastrofi ma non LA catastrofe) oppure avremo un tracollo (cambiamento delle correnti dei mari, scioglimento accelerato delle calotte, inondazioni e migrazioni obbligate per centinaia di milioni di persone). I rischi sono gravissimi, ma lo sono stati in altri momenti a noi vicini, quando per esempio  l&#8217;umanità ha rischiato di essere cancellata per qualche errore di valutazione di chi aveva il dito sul pulsante nucleare. Come allora, l&#8217;unica cosa da fare, a mio giudizio, è ragionare, cercare di migliorare la governance globale, vedere le cose realisticamente senza farsi  abbindolare dall&#8217;ottimismo interessato degli impiegati del sistema, ma anche senza abbandonarsi al pessimismo distruttivo degli apocalittici.</p>
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		<title>Proposta: più aiuto internazionale in telelavoro</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jan 2008 22:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un gran viaggiare nei paesi in via di sviluppo di consulenti pagati dalle organizzazioni internazionali. In realtà si tratta di schemi organizzativi in molti casi superati, perché buona parte dello sviluppo dei progetti potrebbe essere portato avanti in telelavoro, risparmiando almeno il 50 per cento dei costi, riducendo i viaggi aerei e le emissioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un gran viaggiare nei paesi in via di sviluppo di consulenti pagati  dalle organizzazioni internazionali. In realtà si tratta di schemi organizzativi in molti casi superati, perché buona parte dello sviluppo dei progetti potrebbe essere portato avanti in telelavoro, risparmiando almeno il 50 per cento dei costi, riducendo i viaggi aerei e le emissioni dannose, e anche assicurando più continuità nei risultati e più responsabilità ai funzionari locali. Le capitali dei paesi nuovi hanno ormai buoni collegamenti, ma le attrezzature di telelavoro non fanno parte delle priorità d&#8217;aiuto.<span id="more-67"></span><br />
Si potrebbero risparmiare  soldi, energie ed emissioni dannose se le organizzazioni internazionali facessero un maggior uso delle possibilità di lavoro a distanza offerto dalle nuove tecnologie. Sono arrivato a questa conclusione dopo aver partecipato per anni a missioni di diverse organizzazioni ed aver  seguito lo sviluppo di diversi progetti.<br />
In generale, le organizzazioni internazionali, per le loro missioni di supporto ai paesi in via di sviluppo, preferiscono sempre la presenza &#8220;sul posto&#8221;: anche a costo di pagare molto più cari i giorni di  lavoro. La ragione è facilmente intuibile: si suppone che il contatto diretto con il personale locale ne aiuti la formazione. Allo stesso modo, le organizzazioni internazionali sono prodighe d&#8217;inviti ai quadri dei paesi in via di sviluppo perché partecipino a riunioni e convegni all&#8217;estero.<br />
Le cose però non vanno come dovrebbero andare. Il contatto diretto, di persona, è indubbiamente molto utile per creare un gruppo di lavoro o per svolgere un&#8217;attività di formazione che presuppone l&#8217;interazione con un&#8217;intera classe. Ma spesso si pretende poi che si continui a viaggiare anche quando lo sviluppo di un progetto potrebbe essere seguito facilmente on line.<br />
Le tecnologie moderne offrono ormai la possibilità di interagire in teleconferenza (non più  con i costosi satelliti, ma con software come Skype), scambiarsi  documenti in tempo reale, organizzare presentazioni a distanza. Però, negli uffici pubblici dei paesi in via di sviluppo, destinatari delle missioni di aiuto, raramente ci sono sale attrezzate per queste esigenze, che evidentemente gli investitori internazionali non considerano prioritarie. Eppure i collegamenti adeguati quasi sempre ci sono, almeno nelle capitali, tanto che quegli stessi funzionari che i consulenti vanno a incontrare facendo migliaia di chilometri in aereo parlano correntemente via computer con i loro familiari lontani.<br />
Nei progetti internazionali, si verifica così abbastanza spesso che i consulenti siano costretti a una vita schizofrenica. Magari seguono tre progetti in paesi diversi, una settimana per Paese, più una settimana a casa ogni mese. Il risultato è che spesso nel corso della settimana nel paese A ci sono notevoli tempi morti, e che comunque il progetto procede in modo discontinuo quando poi il consulente si è allontanato.<br />
Sono convinto che in molti casi nei quali si pagano  dieci giorni di presenza in loco ne basterebbero due e che gli altri otto, ridotti alle ore effettivamente necessarie lavorando a distanza, si ridurrebbero a non più di tre. In pratica la spesa  complessiva  si potrebbe ridurre almeno del 50%, ma anche di più. I  viaggi aerei (e relative emissioni di CO 2) sarebbero dimezzati, e i progetti proseguirebbero meglio. E forse il personale locale si sentirebbe anche più responsabilizzato, invece di restare a girarsi i pollici in attesa del ritorno del consulente.<br />
Anche gli inviti all&#8217;estero di funzionari dei paesi in via di sviluppo  andrebbero visti con un attimo d&#8217;attenzione. Quelli per scuole, seminari e corsi di una certa lunghezza e intensità sono preziosi e, se sono ben fatti, valgono tutti i soldi che si spendono. Ma il discorso sui convegni è diverso. Troppo spesso chi ha il potere di decidere si autoseleziona. E così è frequente vedere convegni affollati di presidenti o direttori generali che sanno ben poco dell&#8217;argomento specifico, ma che hanno soffiato il viaggio e la possibilità di scambiare esperienze a chi poi in realtà deve svolgere i compiti operativi. E&#8217; un cattivo costume che si pratica anche in Italia, non possiamo quindi scandalizzarci se avviene in paesi più arretrati. Però in certi casi si può essere più selettivi e mirati negli inviti.<br />
Dobbiamo dirci con chiarezza che tutto questo gran viaggiare è anche un business: per i consulenti internazionali che così sono pagati di più e per le organizzazioni che li mandano e che sono compensate spesso in ragione della durata delle missioni. Cambiare costume va contro molti interessi consolidati. Però è ora di accorgersi che il mondo non è più  quello di una volta.<br />
Credo che una certa frequenza di contatti diretti, di persona, sia necessaria, così come penso che anche chi pratica il telelavoro dovrebbe andare in azienda con una certa assiduità, perché non tutto si può fare o capire a distanza. Però il telelavoro è ormai una realtà (negli Usa per esempio esiste un <a href="http://www.telework.gov/">sito</a> che aiuta tutte le amministrazioni pubbliche a praticarlo) e andrebbe promosso in tutti i casi possibili, nonostante le diffidenze di chi è ancorato alle vecchie scrivanie, perchè migliora la qualità della vita e dell&#8217;ambiente senza diminuire la produttività.<br />
Va promosso anche nelle organizzazioni internazionali, dove già molto si fa attraverso il telelavoro per evitare viaggi tra i quartier generali di New York, Bruxelles, Parigi o Ginevra, ma ben poco ancora coi Paesi nuovi. Io sono convinto che l&#8217;operato delle organizzazioni internazionali sia prezioso, che le missioni di supporto allo sviluppo siano indispensabili, che la rete di relazioni  che così si crea sia fondamentale per un futuro di progresso. Ma  proprio per salvare quello di buono che si fa dalle critiche sempre più forti sugli sprechi è opportuno che la Banca Mondiale, l&#8217;Unione Europea e le altre strutture impegnate negli aiuti applichino fino in fondo le nuove tecnologie e rivedano le loro procedure organizzative.</p>
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		<title>&#8220;Tolleranza zero&#8221;: quando è necessaria</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 21:06:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prendendo spunto dal mio invito alla &#8220;tolleranza zero&#8221; verso i comportamenti illegali, Pietro nel suo blog pone una questione interessante. Sostiene che non si può reprimere la rabbia sociale, altrimenti essa troverà forme anche più violente per esplodere. Come la foresta, dice, dove se si impediscono i piccoli fuochi aumenta la legna secca, fino a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prendendo spunto dal mio invito alla &#8220;tolleranza zero&#8221; verso i comportamenti illegali, Pietro nel suo <a href="http://it.pietrosperoni.it/2008/01/15/la-rivoluzione-a-rate-napoletana/">blog</a> pone una questione interessante. Sostiene che non si può reprimere la rabbia sociale, altrimenti essa troverà forme anche più violente per esplodere. Come la foresta, dice, dove se si impediscono i piccoli fuochi aumenta la legna secca, fino a un incendio molto più violento.<span id="more-65"></span><br />
In realtà negli Stati Uniti c&#8217;è stata una lunga polemica su come trattare i fuochi nei parchi naturali e dopo l&#8217;incendio, volutamente lasciato incontrollato, che negli anni &#8217;90 bruciò gran parte dello Yellowstone, mi sembra che oggi si preferiscano forme di contenimento più elastiche.<br />
Ma seguiamo il filo del ragionamento. Io credo che quando si parla di realtà sociale non si può essere troppo schematici, come sono certi matematici, e si devono quanto meno distinguere tre situazioni diverse.<br />
1) C&#8217;è innanzitutto la situazione &#8220;esplosiva&#8221; o &#8220;incendiaria&#8221;, come la foresta che ha accumulato una grande quantità di legna secca. Non c&#8217;è dubbio che in quel caso non servono né i cannoni di Bava Beccaris, né gli idranti dei pompieri. Quando la protesta arriva a un certo livello, la repressione è inevitabile, altrimenti piccoli gruppi possono bloccare la nostra società complessa. Però ci vuole buon senso e intelligenza, con la consapevolezza che si può soltanto contenere i danni di una battaglia perduta in partenza perché si è lasciato che la situazione si deteriorasse. E questo è il caso della spazzatura in Campania.<br />
2) Bisogna intervenire prima, invece, senza lasciare che si arrivi a questo stato di tensione. E il &#8220;prima&#8221;si può presentare in due modi. Immaginiamo innanzitutto una società &#8220;normale&#8221; nella quale si accumulano le normali tensioni, fisiologiche in ogni comunità umana, ma nelle quali la politica fa il suo mestiere, che è appunto quello di mediare tra gli interessi, dare delle regole e farle rispettare, appunto con l&#8217;obiettivo di evitare l&#8217;accumularsi di tensioni eccessive. E&#8217; una società governata, paragonabile a una foresta nella quale ci si preoccupa di evitare l&#8217;accumulo di legna secca. Non è mai una società perfetta, ma è una comunità umana che sopravvive e progredisce, nella quale gli interventi repressivi sono contenuti al minimo.<br />
3) C&#8217;è però l&#8217;altra ipotesi, quella della società non governata. Qui non ci sono valori comuni, non si riconosce il ruolo della legge, ognuno cura soltanto gli interessi propri e della &#8220;famiglia&#8221;, nella convinzione che comunque i reati non saranno perseguiti. Le stesse tensioni che si verificano nella società &#8220;normale&#8221; in questo caso assumono un potere dirompente. E&#8217; per questo tipo di società che invoco  la &#8220;tolleranza zero&#8221;. Continuando nella metafora botanica, è come una foresta dove nessuno toglie la legna secca e non ci sono proibizioni nell&#8217;accendere fuochi e nel buttare le cicche accese. Per cambiare la situazione è necessario uno stacco netto, un messaggio d&#8217;autorità che indichi chiaramente che certi comportamenti non sono più ammessi.<br />
In conclusione, io non credo che il mio invocare la &#8220;tolleranza zero&#8221; per certe situazioni sia la reazione di un giornalista frustrato per come vanno le cose in Italia e che quindi invoca una palingenesi purificatrice. Penso solo che ci sia una parte d&#8217;Italia dove non  si persegue chi incendia le foreste, anzi, le si incendia apposta per creare situazioni vantaggiose. E per favore non<br />
veniteci a raccontare che questo è il frutto delle tensioni sociali e del bisogno di lavoro, altrimenti davvero divento secessionista anch&#8217;io.</p>
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		<title>Contro la secessione, l&#8217;alleanza dei &#8220;polentoni&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2008 21:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché quello che è successo a Napoli non potrebbe succedere a Udine, a Vigevano, ad Abbiategrasso? La domanda posta da Iuri Maria Prado nella sua rubrica su Radio Radicale a mio giudizio va al cuore del problema e mi spinge a intervenire nuovamente su questo tema. Anche se i cultori della napoletanità si stracciano le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché quello che è successo a Napoli non potrebbe succedere a Udine, a Vigevano, ad Abbiategrasso? La domanda posta da <strong>Iuri Maria Prado</strong> nella sua <a href="http://download.radioradicale.it/store-4/2008/20080109_08.48.28.mp3">rubrica</a> su <em>Radio Radicale </em>a mio giudizio va al cuore del problema e mi spinge a intervenire nuovamente su questo tema.<span id="more-64"></span><br />
Anche se i cultori della napoletanità si stracciano le vesti di fronte a questi discorsi (a cominciare da <strong>Raffaele La Capria </strong>che su <em>Corriere della Sera </em>di martedì 8 ha riaffermato che la vera colpa dei napoletani sarebbe &#8220;la sopportazione di tutte le inadempienze secolari della politica italiana&#8221;), il vero problema di Napoli, della Campania, di buona parte del Mezzogiorno è la mancanza di una cultura della legalità e del rispetto verso chi esprime l&#8217;autorità. La malavita organizzata è l&#8217;effetto e non la causa di questa situazione che si manifesta in mille comportamenti, dal fatto che il casco in moto diventa un optional sotto il Garigliano al menefreghismo degli operai di Pomigliano d&#8217;Arco, la fabbrica che ha dovuto essere chiusa e ripensata perché aveva i più bassi standard qualitativi in campo automobilistico. Per non parlare della cultura della raccomandazione, che c&#8217;è anche nel resto d&#8217;Italia, ma nel Sud è il prerequisito di qualsiasi comportamento, dall&#8217;esame all&#8217;università alla ricerca del posto di lavoro.<br />
Colpa della povertà, del sottosviluppo che costringe a questi comportamenti? Ma per piacere. Il Veneto nel dopoguerra non stava meglio del Mezzogiorno. Perché si è sviluppato in modo diverso? Anche il Veneto, per dirla con La Capria, subisce il peso di &#8220;inadempienze secolari&#8221; (basta pensare allo stato delle sue strade), ma certo ha reagito diversamente. Forse perché i veneti sono più polentoni e più rispettosi dell&#8217;ordine costituito&#8230;<br />
Non c&#8217;è da farne colpa a nessuno, ma è un dato di fatto che la cultura prevalente in molte aree del Sud è diversa da quella del resto d&#8217;Italia e d&#8217;Europa, dove pure si ruba e si corrompe, ma dove esiste un sistema sociale e politico in grado di limitare i danni dei comportamenti devianti. Ci sono, lo ribadisco per evitare obiezioni scontate, anche nel Sud persone splendide, amministratori onesti, aree che si sottraggono alla criminalità, alla corruzione e al menefreghismo. Ma finché non affronteremo il problema dei comportamenti prevalenti, che come dice Prado sono diversi da quelli di Udine o Vigevano, non ne verremo a capo.<br />
Che fare? Un taglio netto e lasciamo il Sud al suo destino? Io penso che questo sarà l&#8217;esito inevitabile, un esito, come ho già <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/09/23/se-il-belgio-si-divide-litalia-esplode/#more-40">scritto</a>, forse più vicino di quel che ci aspettiamo, se non si corre ai ripari, ma dico anche che sarebbe una soluzione catastrofica. Non solo perché credo nell&#8217;Unità d&#8217;Italia che ci hanno consegnato i nostri padri, ma anche perché banalmente vivendo a Roma non voglio a trovarmi a far parte della nuova Repubblica borbonica.<br />
Proviamo infatti a ipotizzare la secessione. Per ovvie ragioni politiche a muoversi sarebbe la Padania, con le regioni del centro Italia schierate invece a difesa dell&#8217;Unità. Risultato: il Nord se ne andrebbe per conto suo e il resto d&#8217;Italia si troverebbe ancor più nelle peste, con un peso crescente delle regioni e dei comportamenti meridionali.<br />
E allora? E&#8217; necessario mettere insieme tutte le forze che pensano che i comportamenti illegali sono davvero inaccettabili e che sono disposte a battersi per una &#8220;tolleranza zero&#8221; non solo verso malavita organizzata, microcriminalità e corruzione, ma anche verso motorinisti senza caschi, cassonetti rovesciati e altri comportamenti devianti.<br />
Non c&#8217;è bisogno di mandare l&#8217;esercito nel Sud, se non in casi molto specifici: basta pretendere, nel Sud come nel Nord, che chi ha il potere faccia rispettare le norme. Non accettare come fatti inevitabili i blocchi stradali (neppure quelli degli scioperanti); e commissariare le autorità inadempienti come si fa con i comuni infiltrati dalla mafia.<br />
Insomma, è necessario creare un blocco per la legalità che avrà il suo cuore nella parte del Paese che crede nello stato di diritto, ma che dovrà contare su importanti alleanze. E&#8217; probabile che le forze a favore della legalità siano soprattutto nel Nord, ma non è detto: la battaglia che la Confindustra siciliana sta combattendo contro le aziende che pagano il pizzo è un segno importante di cambiamento di mentalità, e faccio ammenda se in passato ho avanzato qualche <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/09/08/la-domanda-di-libero-grassi/#more-38">dubbio</a> sull&#8217;effettiva volontà di impegnarsi in questa direzione.<br />
Il discorso riguarda anche la scuola e i giovani. Ai ragazzi calabresi che giustamente si dichiarano contro la ndrangheta c&#8217;è da chiedere se sono disposti a battersi più in generale per il rispetto della legge in tutte le sue forme. Riguarda la magistratura, frustrata da un sistema che di fatto impedisce di punire chi viola la legge. Riguarda i media, che troppo spesso danno per scontate le manifestazioni di illegalità.<br />
Soprattutto, un blocco per la legalità presuppone schieramenti politici diversi. Certo è inimmaginabile che sia guidato dal cavalier Berlusconi, ma non si può neppure pensare che inglobi le forze di sinistra che fanno l&#8217;occhiolino a qualsiasi capopopolo in nome delle ingiustizie sociali. Non so se e come potremo arrivarci. Ma nello stato di degrado in cui siamo, questo è il cuore della nuova politica che vogliamo, per poter tornare a dire ai nostri figli che possono credere in questo Paese e non andarsene necessariamente a lavorare all&#8217;estero.</p>
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		<title>Supercommissari per le tante spazzature del Sud</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jan 2008 21:46:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi servirebbero due politiche diverse: al Sud più commissari che riportino al centro i poteri male usati, senza però tagliare i fondi perché senza finanziamenti non può esserci sviluppo; nel resto del Paese più autonomia alle Regioni che hanno dimostrato di sapersi amministrare. Una fase straordinaria, di legalità e di sviluppo, che solo un governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi servirebbero due politiche diverse: al Sud più commissari che riportino al centro i poteri male usati, senza però tagliare i fondi perché senza finanziamenti non può esserci sviluppo; nel resto del Paese più autonomia alle Regioni che hanno dimostrato di sapersi amministrare. Una fase straordinaria, di legalità e di sviluppo, che solo un governo straordinario di grande coalizione può attuare contro gli interessi di buona parte della classe politica meridionale. Se invece non ci si riuscirà, la palla al piede Mezzogiorno condurrà il Paese al declino o alla frammentazione.<span id="more-63"></span><br />
&#8220;Questo giornale non vi parlerà di Mezzogiorno&#8230;&#8221;. Cominciava così l&#8217;editoriale del primo numero di <em>Capitale Sud</em>, la rivista del gruppo Class che progettai e diressi dal 1987 al 1993 e che era dedicata proprio all&#8217;economia meridionale. Intendevamo dire, con quell&#8217;affermazione, che volevamo uscire dalle consuete lamentele del meridionalismo per raccontare invece tutto quello che c&#8217;era di nuovo nello sviluppo del Sud. Già allora, del resto, il termine &#8220;Mezzogiorno&#8221; faceva venire il latte alle ginocchia a  gran parte degli italiani.<br />
Il settimanale impegnava anche giornalisti coraggiosi (uno per tutti: <strong>Sergio Rizzo</strong>, oggi diventato famoso per &#8220;La Casta&#8221; con <strong>Gian Antonio Stella</strong>), però le cose non andarono come speravamo. Il Sud non decollò, il giornale dovette chiudere, ma i sette anni di vita professionale dedicati a &#8220;non parlare del Mezzogiorno&#8221; mi danno diritto a una provocazione che non deve apparire antimeridionale.<br />
Il fatto è che i problemi si ripresentano oggi tal quali. Di fronte al divario crescente tra alcune regioni del Sud e il resto del Paese, divario di situazione economica, ma ancor più di comportamenti e legalità, non si può far finta di niente, perchè si tratta di una palla al piede che blocca anche lo sviluppo delle regioni più avanzate ed è causa primaria del declino.  Ci sono solo due soluzioni: o la separazione del Nord, traumatica per tante ragioni che ho già <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/09/23/se-il-belgio-si-divide-litalia-esplode/#more-40">spiegato</a>, ma non così impossibile, oppure portare anche il Sud, tutto il Sud, al passo con i comportamenti del resto d&#8217;Italia. Già, ma come?<br />
Sul <em>Corriere della Sera</em> di oggi, lo scrittore <strong>Raffaele la Capria</strong> sollecita un&#8217;assunzione di responsabilità del governo centrale nei confronti delle regioni meridionali. Richiesta giusta, ma che può essere fuorviante se non ci ricordiamo che cosa è successo finora.<br />
L&#8217;assunzione di responsabilità ci fu, almeno in termini economici, nell&#8217;immediato dopoguerra, con la creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Poi, dopo la nascita delle Regioni, la Cassa venne di fatto smantellata, sostituita da un complesso sistema di erogazioni miranti a finanziare progetti nati soprattutto dagli enti territoriali. Furono soprattutto la Dc e il Pci a portare avanti questo disegno di riappropriazione dei fondi per il Sud da parte della classe politica meridionale che questi partiti dominavano.<br />
L&#8217;intervento straordinario fu sminuzzato in tanti progetti locali. Rimasero in piedi alcuni strumenti di incentivazione industriale gestiti a livello nazionale, ma la responsabilità politica si spostò marcatamente verso la periferia: un processo che continuò anche negli anni &#8217;90, dopo la fine ufficiale dell&#8217;intervento straordinario, perché la discesa in campo della Lega accentuò le spinte verso il federalismo e il decentramento, con effetti anche sul Mezzogiorno. Quando la politica per le aree depresse passò al Ministero dell&#8217;Economia (oggi è allo Sviluppo Economico, ma il discorso non cambia), un gruppo di tecnici guidato dall&#8217;economista <strong>Fabrizio Barca</strong> si prodigò in modo meritorio per introdurre parametri oggettivi nell&#8217;uso di fondi pubblici, nazionali e comunitari, da parte delle regioni meridionali. Ma rimettere ordine non poteva bastare per cambiare la qualità dei progetti di base e tanto meno per dare un messaggio di rinnovamento politico. Nel frattempo, invece, la politica diventava sempre più pervasiva, trasformandosi, in termini di quantità di redditi che condiziona, nella più grande industria del Mezzogiorno.<br />
E oggi? Chi deve assumersi la responsabilità delle politiche di emergenza sempre più necessarie non solo per smaltire la spazzatura in Campania, ma per imporre la legalità? Nel Sud ci sono  anche amministratori locali competenti e capaci, per esempio <strong>Vincenzo De Luca</strong>, il primo cittadino di Salerno che risulta al primo posto nelle classifiche di popolarità tra i sindaci dei capoluoghi italiani per il suo coraggio nell&#8217;affrontare inefficienza e malavita. Ma lo stesso De Luca, come emerge dall&#8217;intervista rilasciata al <em>Sole 24 Ore</em>, è in polemica frequente con la regione, con il suo partito (il Pd), con il centrosinistra e dichiara &#8220;Se non accelerano anche Napoli, la Campania, il Mezzogiorno, certo non riusciremo ad arrivare lontano&#8221;. Uno o dieci buoni sindaci non bastano insomma per invertire la rotta.<br />
Che fare dunque? Il contrario di quello che chiede il leader di An <strong>Gianfranco Fini</strong> che vorrebbe porre fine alla politica  dei commissari straordinari e lasciar fare agli enti locali: non dimentichiamo che Alleanza nazionale ha nel Sud una parte molto importante della sua base elettorale. Io credo invece che senza un intervento centrale molto forte non si riuscirà mai a dare al Sud un messaggio di legalità. Al tempo stesso credo che abbia torto l&#8217;economista <strong>Nicola Rossi</strong>, che propone di abolire tutti i fondi per il Sud e lasciar fare al mercato. L&#8217;esperienza dell&#8217;Europa ci dice che i fondi per le aree sottosviluppate sono indispensabili. Il problema è spenderli bene e non disperderli a pioggia, cosa rivelatasi impossibile con questa classe dirigente. Ma non dare i soldi necessari perché non si è capaci di spenderli bene vuol dire impedire lo sviluppo.<br />
Insomma, nel Sud bisogna investire, ma in molti casi riportare a Roma la responsabilità delle decisioni. Questo inevitabilmente creerà una disparità nei confronti del Nord, che ha invece bisogno di meno centralismo e di più autonomia nella gestione dei propri fondi, pur pagando il giusto prezzo della solidarietà verso il Sud.<br />
Ma è possibile una politica  che dia più autonomia al Centronord e metta il Mezzogiorno sotto tutela non solo per la spazzatura ma per tutte le attività infiltrate da  mafia, camorra ndrangheta e sacra corona unita? Certamente no, almeno nell&#8217;attuale contesto politico, perché questa linea politica si scontrerebbe con buona parte dei parlamentari meridionali, che anche quando non sono mafiosi non vogliono comunque perdere potere. Solo un governo di grande coalizione, con maggioranze molto ampie, potrebbe adottare le politiche necessarie. Gira e rigira, il discorso va sempre a spiovere qui: il Paese ha bisogno di una fase politica straordinaria e di leader  adeguati, capaci di raccogliere un ampio consenso trasversale rispetto agli attuali schieramenti.</p>
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		<title>Si può battere il record di Nelly Bly?</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jan 2008 22:21:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Leggendo &#8220;Il giro del mondo in 72 giorni&#8220;, di Nelly Bly, curato in italiano da Luisa Cetti, mi chiedo se il suo record del 1889 può essere battuto, usando come la Bly e come Fogg soltanto mezzi pubblici (aereo escluso). Non è facile, perché sui lunghi percorsi non esistono più le navi passeggeri. Ma usando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo &#8220;<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/giro-mondo-72-giorni-bly/libro/9788842534105">Il giro del mondo in 72 giorni</a>&#8220;, di Nelly Bly, curato in italiano da Luisa Cetti, mi chiedo se il suo record del 1889 può essere battuto, usando come la Bly e come Fogg soltanto mezzi pubblici (aereo escluso). Non è facile, perché sui lunghi percorsi non esistono più le navi passeggeri. Ma usando una nave da crociera, un cargo e lunghi viaggi in treno, dovrebbe essere possibile compiere il periplo in 60 giorni.<span id="more-62"></span><br />
Ho appena finito di leggere &#8220;Il giro del mondo in 72 giorni&#8221;, pubblicato da  Mursia e introdotto da una bella presentazione di Luisa Cetti, che ha curato anche la traduzione. E&#8217; il resoconto di una giornalista, Nelly Bly, che nel 1889 sfidò Phileas Fogg, l&#8217;immaginario protagonista del romanzo di Jules Verne uscito nel 1873 e riuscì a completare il periplo della  Terra in otto giorni in meno dei fatidici 80. Così facendo battè anche il recordo di George Francis Train, un eccentrico americano che effettivamente nel 1870 compì il giro del mondo in 80 giorni e le cui gesta fornirono lo spunto a Verne.<br />
La Bly, come Fogg e come Train, fece il percorso in nave e in treno: da New York a Londra e poi a Calais, Brindisi, Port Said, Ismailia, Suez, Aden, Colombo, Penang, Singapore, Hong Kong, Yokohama, San Francisco e infine di nuovo a New York. Oggi, a distanza di 120 anni, mi chiedo se è possibile battere il suo record.<br />
Perché la domanda abbia un senso, bisogna naturalmente  porre delle limitazioni: non va considerato l&#8217;uso dell&#8217;aereo e neanche l&#8217;eventualità che un eccentrico miliardario, organizzando punti di appoggio in tutti gli oceani, riesca a compiere il periplo con un veloce yacht.<br />
Immaginiamo invece di realizzare l&#8217;impresa utilizzando mezzi pubblici, come fecero i nostri eroi dell&#8217;ottocento. E qui scopriamo la prima grossa difficoltà: le navi da trasporto passeggeri sulle lunghe rotte non esistono più, ormai soppiantate dagli aerei. C&#8217;è un&#8217;ampia e costosa offerta di crociere attorno al mondo: basta digitare su Google &#8220;round the world cruise&#8221; per verificarlo. Però impiegano tutte come minimo cento giorni. Oppure ci si può avvalersi dell&#8217;offerta di cabine su navi commerciali. Per esempio, la <a href="http://freighterworld.com/index.html">Freighter World Cruises</a> offre giri dall&#8217;Europa all&#8217;Europa in circa 102 &#8211; 104 giorni (età limite, è specificato: 80 anni).<br />
Insomma, farcela in 72 giorni, come fece Nellie Bly sulla base di un percorso prevalentemente marittimo, oggi è quasi impossibile. Del resto si tratta di una velocità di tutto rispetto, sia per terra che per mare: circa 500 chilometri al giorno. Vista la scarsa disponibilità di navi, si può tentare di compiere il percorso per quanto possibile via terra cioè in treno. Per esempio, da New York si può prendere una crociera transatlantica (circa 12 giorni), poi andare a Mosca in treno (un paio di giorni) e quindi a Shangai attraverso la transiberiana e le ferrovie cinesi in una quindicina di giorni, seguendo all&#8217;inverso un percorso analogo a quello raccontato da Tiziano Terzani in &#8220;Un indovino mi disse&#8221;, quando il giornalista, per sfuggire a una predizione, per un anno intero non prese l&#8217;aereo per i suoi spostamenti. Arrivati a Shangai, ci si può imbarcare su una nave della compagnia Hanjin che in dodici giorni ci porterà a Long Beach, e da qui attraversare gli Stati Uniti in treno per ritornare al punto di partenza. Considerando anche l&#8217;attesa delle coincidenze, ci vorranno una sessantina di giorni.</p>
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		<title>2008: un po&#8217; d&#8217;ottimismo, nonostante il degrado</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2007 11:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia vivendo una fase di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia  vivendo una fase  di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori  sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al declinismo, è stato costretto ad affidare le sue speranze a minoranze che emergono dalla  poltiglia nella quale si è  disfatto il Paese. Mi sembra anche innegabile che il declino  rischi di trasformarsi in degrado, ma il realismo sullo stato del Paese non significa dare per scontato o crogiolarsi nel fatto che il Paese va alla malora. Bene ha fatto, dunque, il <em>Sole 24 Ore</em> a improntare all&#8217;ottimismo i suoi articoli di fine anno.<span id="more-61"></span><br />
<em>&#8220;Italiani depressi, clima impazzito, mondo fuori controllo: il nuovo anno si apre all&#8217;insegna dell&#8217;ansia e del malumore. Ma forse, nelle pieghe del presente, si possono trovare ragioni anche minime, apparentemente marginali, per non vedere tutto nero&#8221;</em>. Si apre così lo &#8220;speciale Capodanno&#8221; del <em>Sole 24 Ore</em>, significativamente intitolato &#8220;2008ttimisti&#8221;.<br />
La  scelta del giornale di infondere fiducia nei lettori si vede anche da altri articoli in positivo usciti negli ultimi giorni dell&#8217;anno: soprattutto un lungo articolo di Marco Vitale, un uomo d&#8217;impresa che ha molti meriti (tra gli altri il riscatto del porto di Gioia Tauro) e che non parla  mai a vanvera. Il quale elenca &#8220;cinque ragioni non scontate per essere ottimisti&#8221; e cioè  la rimonta contro la mafia,  la tenuta della media impresa italiana, il recupero della grande industria, la crescita dello spirito d&#8217;impresa anche in zone soffocate dalla cattiva politica e dalla mentalità assistenziale come la Campania, i progressi verso la semplificazione del sistema istituzionale.<br />
Qualche dietrologo vedrà in questa scelta una decisione della Confindustria, che controlla la quota di maggioranza del quotidiano, di avallare la linea del bicchiere mezzo pieno del primo ministro  Romano Prodi. Personalmente, ci vedo solo l&#8217;intelligenza del direttore Ferruccio De Bortoli e dei suoi collaboratori che sanno bene che un giornale che fa opinione come il Sole non può limitarsi  a denunciare ciò che non funziona, ma deve dare ai  suoi lettori ragioni per sperare e per battersi verso il cambiamento.<br />
Oggi in Italia è più  che mai importante distinguere tra il pessimismo dell&#8217;intelligenza e l&#8217;ottimismo della volontà, se mi si passa la frase gramsciana ormai trita e ritrita. Nessuno che sia in buona fede può negare che il Paese stia  vivendo una fase  di declino. Lo dicono le statistiche sul Prodotto interno lordo pro capite, sempre più in basso rispetto alla media europea, e molti indicatori  sulla qualità dei servizi pubblici. Persino il Censis, che col suo ultimo rapporto ha voluto opporsi al declinismo, è stato costretto ad affidare le sue speranze a minoranze che emergono dalla  poltiglia nella quale si è  disfatto il Paese. Mi sembra anche innegabile che il declino  rischi di trasformarsi in degrado, come afferma da tempo l&#8217;associazione <em>Società Aperta</em>, la quale ebbe il merito, ancora ai tempi del governo Berlusconi (che era altrettanto immotivatamente ottimista quanto l&#8217;attuale) di segnalare per prima il declino.<br />
Ma il realismo sullo stato del Paese non significa dare per scontato o crogiolarsi nel fatto che il Paese va alla malora. Significa invece battersi, con la consapevolezza dei rischi che corriamo, per invertire la tendenza.<br />
Nel marzo scorso <a href="http://blog.donatosperoni.it/2007/03/22/dal-declino-al-degrado/#more-28">scrivevo</a> sul mio blog: &#8220;<em>il vero rischio dell&#8217;Italia, in questo momento, è di passare dal declino al degrado: da una graduale involuzione economica dovuta alla mancanza di una politica adeguata, a una situazione di deterioramento strutturale: delle istituzioni politiche, ma anche della società civile, a causa dell&#8217;impoverimento del capitale umano, della diffusione di costumi clientelari e comportamenti malavitosi, della sfiducia nelle possibilità di cambiamento. Ci sono fenomeni, ampiamente documentati, che segnano un nostro graduale distacco dal resto dell&#8217;Europa. La qualità delle scuole e delle università con l&#8217;incapacità di applicare al sistema educativo dei criteri di selezione dei finanziamenti in base al merito è certamente uno di questi. La paralisi della giustizia; la constatazione che intere regioni sono costantemente dominate dalla malavita organizzata; lo stile politico prevalente in molte amministrazioni locali, ben raccontato da trasmissioni televisive di fronte alle quali non si sa se ridere o piangere; tutto porta a dipingere un quadro di un Paese magari con qualche decimo di punto di Pil in più, ma sostanzialmente allo sbando, con una sinistra di governo che minimizza la gravità dei fenomeni e una destra d&#8217;opposizione che fa di tutto per impedire anche quel poco che il governo vorrebbe fare</em>&#8220;. Scusate la lunga autocitazione, ma purtroppo non credo che la situazione sia cambiata. Aggiungevo però che questo &#8220;<em>è anche un Paese meraviglioso, di gente che si dà da fare, inventa imprese e nuovi lavori, manifesta solidarietà in mille iniziative sociali, dimostra intensi interessi culturali nonostante le carenze della scuola e i messaggi negativi della televisione</em>&#8220;. E anche questa parte della diagnosi mi sembra confermata.<br />
Di nuovo, forse, sul versante dell&#8217;ottimismo, ci sono due fenomeni: la rinnovata vitalità del sistema delle imprese  e la maggiore consapevolezza del fatto che senza una  maggiore sensibilità agli interessi collettivi, come ha sottolineato il fondo dell&#8217;economista Carlo Trigilia sempre sul <em>Sole</em>, non si va da nessuna parte. Non si può scaricare tutte le responsabilità sulla &#8220;casta&#8221;, sui politici che meritano mille volte di essere mandati dove li manda Beppe Grillo, e dimenticare che troppi italiani appena possono si comportano allo stesso modo. Serve un nuovo sistema politico, certamente. Ma  serve anche un nuovo rigore individuale. E&#8217; un po&#8217; come il discorso sul cambiamento di clima: speriamo che i grandi della terra si mettano d&#8217;accordo per un trattato che migliori il Protocollo di Kyoto, ma intanto ricordiamoci di spegnere la luce quando non serve.<br />
In questa situazione italiana così confusa, vedo  spesso che i giovani con i quali mi confronto sono incerti tra rimanere (o tornare) in Italia oppure costruirsi un futuro all&#8217;estero. Io  credo che la scelta migliore, se possibile, è l&#8217;insieme delle due. Costruirsi opportunità di lavoro, capacità linguistiche, conoscenze e relazioni su dimensioni internazionali. Ma mantenere un piede in Italia perché senza la capacità  dei giovani di indignarsi, la voglia di cambiare le cose, le loro energie, questo Paese è condannato. E&#8217; bello essere cittadini del mondo, ma è  anche bello avere alle spalle una Patria di cui essere orgogliosi, perché, come diceva Giorgio Gaber, anche quando non ci sentiamo italiani, per disgrazia o per fortuna lo siamo. Auguri.</p>
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