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	<title>Donato Speroni &#187; Politica italiana</title>
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		<title>Come uscire dalla morsa dello spread</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 07:51:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eventuali misure di finanza straordinaria, quali l’imposta patrimoniale proposta dal “Progetto delle imprese per l&#8217;Italia”, o il prestito forzoso delineato nella recente proposta Monorchio – Salerno devono essere innanzitutto destinate alla  riduzione del debito per abbattere lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi. Ma richiedono comunque una serie di condizioni preliminari. Ecco il testo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Eventuali misure di finanza straordinaria, quali l’imposta patrimoniale proposta dal “<a title="Il &quot;Manifestro delle imprese&quot;" href="http://www.reteimpreseitalia.it/Notizie-dalla-Rete/Progetto" target="_blank">Progetto delle imprese per l&#8217;Italia</a>”, o il prestito forzoso delineato nella recente <a title="L'Ansa sulla proposta" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2011/10/07/visualizza_new.html_674327662.html" target="_blank">proposta</a> Monorchio – Salerno devono essere innanzitutto destinate alla  riduzione del debito per abbattere lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi. Ma richiedono comunque una serie di condizioni preliminari. Ecco il testo del commento che ho pubblicato il 7 ottobre sul quotidiano <a title="Il sito di F&amp;M" href="http://www.finanzaemercati.it/" target="_blank"><em>Finanza e Mercati</em></a>.</strong><span id="more-671"></span></p>
<p>Una caccia alla volpe in piena regola, con cavalieri, cani e il cacciatore Obama che suona il corno; le prede sono i ricchi, donne ingioiellate e manager che fuggono con sacchi di soldi. Così l’Economist con la sua <a title="Il commento dell'Economist" href="http://www.economist.com/node/21530104" target="_blank">copertina</a> “Hunting the rich” ha raffigurato la tendenza a imporre nuove tasse ai più abbienti, una tendenza che si sta diffondendo a seguito della necessità di abbattere i debiti sovrani e di reagire alle eccessive sperequazioni sociali che scatenano gli indignados di tutto il mondo. Il giornale inglese riconosce la necessità di contraddire la sua linea generalmente favorevole all’abbassamento delle tasse. Qualcosa bisogna pur fare, in questa situazione di crisi: negli Usa abolendo tutte le esenzioni che, come ha denunciato la stesso Warren Buffett (uno dei finanzieri più ricchi del mondo), consentono ai capitalisti di pagare meno tasse delle loro segretarie; in Europa,  valutando l’opportunità di introdurre una imposta “che sposti gran parte del peso dal reddito alla proprietà, in modo da raccogliere di più dai ricchi ma con meno impatto sulla loro disponibilità a correre rischi”.</p>
<p>La proposta del “<a href="http://www.reteimpreseitalia.it/Notizie-dalla-Rete/Progetto" target="_blank">Manifesto delle imprese</a>” firmato da Confindustria e altre associazioni a favore di un’imposta patrimoniale (1,5 per mille all’anno sui patrimoni oltre 1,5 milioni per generare un reddito annuo di sei miliardi) s’inserisce dunque in un vasto movimento che nasce, se possiamo schematizzare, più da destra che da sinistra, per evitare che il sistema esploda. Il documento degli imprenditori propone un “prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche ad aliquota contenuta e con una soglia di esenzione” da destinare “alla riduzione del prelievo diretto su imprese e persone”. “In alternativa”, afferma ancora il documento, “si renderebbe necessaria una rivisitazione della tassazione sui patrimoni immobiliari”.</p>
<p>La proposta imprenditoriale si presta a molte critiche, anche perché il prelievo dovrebbe riguardare le persone fisiche, generalmente più deboli sul piano patrimoniale, e non toccare le persone giuridiche. Ma l’obiezione più forte è probabilmente un’altra: nella situazione italiana, se si deve arrivare a qualche forma di prelievo forzoso, lo si deve fare non per ridistribuire l’onere fiscale, ma per abbattere il debito pubblico che in questo momento è il maggior problema del Paese. L’aumento dello spread tra titoli italiani e bund tedeschi varrebbe, se tutto il debito dovesse essere rinnovato ai nuovi tassi più alti, circa un punto di Pil per ogni punto di spread. Quattro punti di spread, in prospettiva, possono incidere per sessanta miliardi di euro, l’equivalente di una pesante manovra finanziaria. Il declassamento del debito italiano da parte di Moody conferma l’urgenza di questo obiettivo.</p>
<p>Come si riportano i tassi italiani più vicini ai livelli del bund tedesco? Con un contenimento della spesa pubblica e con politiche adeguate di crescita, in linea con le raccomandazioni della lettera della Bce all’Italia. Ma date le ben note difficoltà, può essere necessaria un’operazione di finanza straordinaria: una massiccia “operazione fiducia” che abbatta il debito pubblico italiano al di sotto del livello del 100 per cento del Pil impegnando nell’operazione almeno 300 miliardi di ricchezza pubblica e privata. Come si mette insieme una cifra così ingente, pari a cinque volte l’ultima manovra? Negli anni si sono succedute molte proposte: da quella dell’ex ministro Giuseppe Guarino, che progettò di mettere il patrimonio pubblico in una società per azioni da collocare sul mercato (il ricavato sarebbe andato ad alleggerimento del debito; ma la proposta sfiorì con la crisi delle borse) a quella più recente illustrata dall’ex ragioniere dello Stato Andrea Monorchio e dall’ex direttore della Fondazione Bordoni Guido Salerno Aletta per “italianizzare il debito” inducendo (o meglio costringendo) gli italiani a sottoscrivere speciali titoli di stato con rendimento ancorato al tasso di riferimento della Bce (attualmente l’1,5%) con la garanzia di non essere gravati da ulteriori oneri.</p>
<p><a title="L'Ansa sulla proposta" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2011/10/07/visualizza_new.html_674327662.html" target="_blank">La proposta Monorchio – Salerno</a> sarebbe un’alternativa alla patrimoniale, forse meno sgradita (si tratterebbe comunque di un prestito anziché di una imposta), ma per funzionare avrebbe bisogno di due condizioni, riconosciute dagli stessi autori. Innanzitutto può essere applicata soltanto da uno Stato che ha raggiunto il pareggio di bilancio, quindi non prima del 2013. In secondo luogo deve essere accompagnata o meglio anticipata da un’operazione di pari entità di smobilizzo del patrimonio pubblico, un tema del quale oggi si parla tanto, ma sul quale si fatica a vedere prospettive rapide e concrete. C’è poi una terza condizione: un assetto politico stabile e credibile, senza il quale ben difficilmente si può fare appello al Paese per un sacrificio straordinario. Lo ha detto anche il ministro Tremonti nella conferenza stampa al termine dell’Ecofin, spiegando che il minore spread dei titoli spagnoli è dovuto al fatto che in Spagna si vota e quindi c’è una “apertura al futuro”. Tremonti ha poi negato il confronto con l’Italia, ma anche le doppie verità dei membri del governo sono parte del problema.</p>
<p>Donato Speroni</p>
<p>Pubblicato da Finanza &amp; Mercati il 7 ottobre</p>
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		<title>Disoccupazione, ripresa, governance: commenti su F&amp;M</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 02:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Finanza &#38; Mercati, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi: Sulla crescita economica: un articolo del 9 settembre. Sulla disoccupazione, 1l 16 settembre. Sulla ripresa “verde”, il 23 settembre Sulla governance della finanza globale, il 30 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Su <em>Finanza &amp; Mercati</em>, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi:</p>
<p align="left">Sulla<strong> crescita economica</strong>: un articolo del <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeOcse110908.doc">9 settembre</a>.</p>
<p align="left">Sulla <strong>disoccupazione</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915Disocc.pdf">1l 16 settembre.</a><a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915DisoccFM.pdf"><br />
</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>ripresa “verde”</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeCrescita110921.pdf">il 23 settembre</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>governance della finanza globale</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeFsb1109130.pdf">il 30 settembre.</a></p>
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		<title>Gaspari al Mezzogiorno: un ottimo ministro in anni difficili</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 15:43:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riprendo a scrivere sul mio sito personale, che ho trascurato in questi mesi per dedicarmi a Numerus, il blog su Corriere.it, perché voglio dire la mia su Remo Gaspari, il politico democristiano scomparso ieri a Gissi, il suo paese natale. Non è stato solo in grande protettore del suo Abruzzo, un tipico potente della Dc [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riprendo a scrivere sul mio sito personale, che ho trascurato in questi mesi per dedicarmi a <a href="http://numerus.corriere.it/">Numerus</a>, il blog su Corriere.it, perché voglio dire la mia su Remo Gaspari, il politico democristiano scomparso ieri a Gissi, il suo paese natale. Non è stato solo in grande protettore del suo Abruzzo, un tipico potente della Dc dorotea che dominava la Prima repubblica. E’ stato anche, per come l’ho conosciuto, un ottimo ministro.</strong></p>
<p><strong>Nell’aprile del 1988, quando divenne ministro del Mezzogiorno, dirigevo Capitale Sud, un settimanale del gruppo Class dedicato appunto all’economia del Mezzogiorno. Ero molto prevenuto e dovetti ricredermi. Era un periodo di grandi speranze e di tanti soldi per il cosiddetto “intervento straordinario”. Due leggi, la legge 44 e la 64 del 1986, avevano annunciato una pioggia di miliardi sul Sud. La 44 per finanziare l’imprenditorialità giovanile, la 64 per una serie di cosiddette “azioni organiche” nelle quali c’era dentro di tutto, dall’informatizzazione della Calabria alle più disparate opere pubbliche.</strong></p>
<p><span id="more-646"></span></p>
<p>In una confusa situazione istituzionale, la gestione dei fondi della 64 era contesa tra due diversi enti: da un lato il Dipartimento per il Mezzogiorno, guidato dal socialista Antonio da Empoli, un economista che si sforzava di dare un senso a una legge così complicata e pericolosa. Dall’altro l’Agenzia per la promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, succeduta alla vecchia Cassa, una colossale struttura guidata dal consigliere di Stato democristiano Giovanni Torregrossa. Quest’ultimo, personaggio brillante e assai potente nella Prima Repubblica, mal sopportava che l’ideazione degli interventi fosse affidata al Dipartimento mentre alla sua Agenzia spettavano compiti esecutivi; cominciò ben presto ad attaccare il Dipartimento.</p>
<p>Il ministro Gaspari però rimase fermo nel far rispettare la legge e non ebbe esitazioni ad appoggiare Da Empoli, al quale riconfermò i compiti di programmazione. Perché “Zio Remo” era così: clientelare senza dubbio quando si trattava del suo Abruzzo, ma anche molto attento al rispetto della legge e ai risultati complessivi, senza limitarsi agli annunci, come fanno quasi tutti i politici.</p>
<p>A un certo punto nella vita del giornale decidemmo che non bastava fare inchieste giornalistiche, bisognava andare più a fondo, per esempio verificando sul campo gli effetti dei tanti finanziamenti erogati alle imprese giovanili, attraverso la legge 44/86, ma anche numerose leggi regionali. Creammo una società di ricerca, la CentoSud, affidata operativamente a Paola De Benedetti Bonaiuto, ed insieme alla Gepi gestimmo il primo monitoraggio in questo settore. Iniziammo la ricerca piuttosto prevenuti, convinti che gran parte di quelle imprese fossero finte. Dovetti ricredermi: grazie al buon lavoro del presidente del Comitato che gestiva la legge 44, Carlo Borgomeo, le imprese giovanili finanziate con la legge nazionale esistevano ed avevano buone possibilità di riuscita: un risultato confermato anche dalle successive verifiche qualche anno dopo. Invece quelle delle leggi regionali erano quasi tutte irrecuperabili, anche nell’Abruzzo dello “Zio Remo”. Quando portai questi risultati a Gaspari (il Ministero finanziava la ricerca) il  ministro mi invitò a organizzare immediatamente una conferenza stampa riferendo tutti i risultati.</p>
<p>Col successivo governo, nell’aprile 1991, il Mezzogiorno passò a Riccardo Misasi e potei constatare la differenza tra due stili di conduzione democristiana: preciso e attento ai minimi particolari quello di Gaspari; interessato solo ai grandi disegni politici, ma ben poco alla buona gestione, quello di Misasi, che arrivava al ministero alle nove di sera e praticamente non aveva rapporti con la struttura.</p>
<p>Fui anche coinvolto nella presentazione di un libro sulla esperienza di Gaspari al Mezzogiorno: un evento al quale parteciparono Luciano Barca, Vincenzo Scotti e altri politici che avevano per “Zio Remo” affetto e stima. Doveva svolgersi a Roma, alla Camera, ma a un certo punto Gaspari mi telefonò: “Senti, quella presentazione ho pensato che è meglio se la facciamo a Gissi&#8230;”. Era fatto così.</p>
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		<title>Seminario Agcom: i sondaggi sono una patacca</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 11:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’iniziativa era certamente commendevole: una giornata di studio organizzata il 25 marzo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) sul nuovo regolamento in materia di diffusione dei sondaggi. Ma al termine dell’incontro c’è da chiedersi se sia davvero possibile stabilire un minimo di serietà e correttezza in questo settore. Le analisi degli esperti hanno infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>L’iniziativa era certamente commendevole: una giornata di studio organizzata il 25 marzo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) sul nuovo regolamento in materia di diffusione dei sondaggi. Ma al termine dell’incontro c’è da chiedersi se sia davvero possibile stabilire un minimo di serietà e correttezza in questo settore. Le analisi degli esperti hanno infatti confermato che i cosiddetti sondaggi d&#8217;opinione in materia politica ed elettorale sono in realtà ben poco attendibili perché basati su campionamenti fasulli e comunque non sono affatto indicativi di quegli scostamenti nel tempo sui quali invece si sbizzarriscono i commentatori. </strong><span id="more-608"></span></p>
<p>Andiamo con ordine. Il nuovo <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=contenuto&amp;DCId=302">regolamento</a>, dopo un’ampia consultazione aperta a tutti gli interessati, è stato approvato dall’Agcom con delibera 256/10 del 9 dicembre 2010. Distingue tra le manifestazioni d’opinione (per esempio le consultazioni tra i lettori di un giornale), che non hanno alcun valore statistico, e i sondaggi d’opinione veri e propri, rilevazioni demoscopiche di tipo campionario con pretesa di scientificità. Questi ultimi, se pubblicati dai media, sono soggetti a un duplice vincolo: il soggetto realizzatore deve presentare un documento descrittivo, con tutte le informazioni tecniche necessarie (dimensione del campione, percentuale di risposta, margine d’errore) che deve essere pubblicato sul sito dell’Agcom o sul sito della Presidenza del Consiglio sondaggipoliticoelettorali.it nel caso, appunto dei sondaggi politici; da parte sua il giornale o il mezzo televisivo deve diffondere accanto al sondaggio una nota informativa più succinta, che non include per esempio il margine d’errore.</p>
<p>Il regolamento ha il pregio di rimettere un po’ d’ordine nella materia, ma non può sanare il vizio di fondo dei sondaggi, che è risultato con grande evidenza dall’analisi di un esperto come  Giorgio Marbach,   rettore dell’Universitas Mercatorum delle Camere di commercio  italiane e che nella sostanza nessuno ha confutato.</p>
<p>Seguiamo  il ragionamento. Di norma, i sondaggi  rappresentativi dell’elettorato  italiano sono fatti su mille  interviste. Già questo fatto comporta un  margine di errore di più o  meno 3 per cento (cioè il 95 per cento di  probabilità che l’errore stia  in quella forchetta) che inficia tutte le  analisi basate per esempio  sugli spostamenti dell’un per cento di voti  da una settimana all’altro.  Ma c’è di peggio, molto di peggio. Le  interviste sono fatte col metodo  Cati, cioè con telefonate ai telefoni  fissi, e questo già esclude una  fascia, soprattutto di giovani, che  usano solo il cellulare. Non solo:  per ottenere mille risposte è  necessario chiamare da cinque a diecimila  persone. Chi risponde è  normalmente di livello culturale più elevato  rispetto a chi rifiuta e  anche questo è un elemento che falsa il  campione. Ma proseguiamo. Su  mille risposte, almeno quattrocento  diranno che non andranno a votare,  che non sanno, che voteranno scheda  bianca. I risultati si costruiscono  quindi su 6oo casi. Bastano cinque o  sei persone per spostare il dato  dell’un per cento! E una persona può  valere uno 0,2% di spostamento.</p>
<p>Insomma, la verità è che i cosiddetti sondaggi scientifici non hanno  nessun valore statistico, sono solo un gioco, al quale gli istituti  demoscopici si prestano perché dà loro visibilità, ma che costituiscono  una parte minima (non più del cinque per cento) del loro fatturato, che  invece deriva da ricerche di mercato e altre commesse ben più ricche.  Forse se si dicesse più chiaramente che questi sondaggi sono una  patacca, anche gli istituti si preoccuperebbero di tutelare il loro buon  nome. E i media? Alcuni giornalisti partecipanti al dibattito (Enrico Mentana, Giovanni Floris, Giovanni Valentini) hanno cercato di glissare affermando che la garanzia della validità di queste rilevazioni sta nella serietà degli istituti realizzatori. Insomma, si fa fatica a rinunciare a un giocattolo che fa audience.</p>
<p>C’è un’alternativa? Si possono fare sondaggi politici fatti bene? La domanda aleggiava sulla tavola rotonda tra i rappresentanti degli istituti di ricerca. La risposta più credibile l’ha fornita Remo Lucchi del Gfk Eurisko: si può ma costano un sacco di soldi. Se per esempio l’istituto intervistatore, invece di ricercare casualmente dei numeri telefonici, costruisce un proprio panel, statisticamente rappresentativo, di persone disponibili a essere intervistate e magari raggiungibili con un palmare concesso ad hoc, si possono avere rilevazioni molto più credibili. Ma la creazione di un panel di questo genere di 10/15mila persone comporta un investimento di 7/8 miliardi. Troppo per molti istituti, troppo per i media. E allora avanti con le patacche.</p>
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		<title>La Caritas: l’emigrazione non dipende dalla povertà</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 11:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i migranti infatti riequilibreranno il calo naturale. Ma andrà davvero così oppure dovremo fronteggiare una grande impennata degli arrivi? I demografi si interrogano sulla attendibilità delle previsioni dell’Onu, perché nello stesso arco di tempo la popolazione africana aumenterà di un miliardo di persone. Il problema dunque non è il “tappo”, ma la “bottiglia”: per le nuove generazioni africane l’Europa rappresenta un tale cambiamento in meglio in termini di reddito e di aiuti alla famiglia d’origine che tanto vale tentare la lotteria dell’immigrazione clandestina. Come possiamo fronteggiare questa situazione? L&#8217;ultimo rapporto statistico della Caritas fornisce elementi che fanno riflettere, partendo da quella che i demografi chiamano &#8220;migration hump&#8221;, la gobba delle migrazioni.<span id="more-587"></span></p>
<p>E’ chiaro che l’immigrazione deve avere dei limiti. La popolazione italiana ha superato quota sessanta milioni, dopo la grande immigrazione soprattutto rumena avvenuta a seguito dell’apertura dell’Unione ai paesi dell’Est. Abbiamo bisogno dell’apporto degli immigrati, ma le nostre aree metropolitane sono ormai tra le più affollate d’Europa. Per mantenere stabile la popolazione italiana possiamo ricevere ed offrire sistemazioni regolari e decenti a 150/250 mila insediamenti stabili all’anno. Tanti per noi (il decreto flussi ne prevede solo 80mila per il 2011), se davvero vogliamo accogliere bene questi nuovi italiani, pochissimi di fronte alla pressione demografica che proviene dal Sud del mondo.</p>
<p>E allora? “Aiutarli a casa loro” è la risposta ovvia e obbligata. Ha proprio questo titolo un capitolo dell’ultimo <a href="http://www.dossierimmigrazione.it/schede/pres2010.htm">dossier statistico immigrazione</a> della Caritas, che rivela la cosiddetta“gobba migratoria”. Di che si tratta? Se si costruisce un diagramma che incrocia il prodotto interno lordo (Pil) dei paesi in via di sviluppo e la quantità di migranti, appare una sorta di campana: si scopre che si muovono soprattutto gli abitanti dei paesi a reddito intermedio mentre di norma non sono i più poveri che emigrano (non hanno né i mezzi né gli stimoli culturali) e naturalmente neppure quelli che non hanno bisogno di tentare la fortuna perché già vedono migliorare la loro situazione nel paese d’origine. Scrive la Caritas: “Dall’analisi risulta chiaro come non sia possibile delineare un semplice e diretto rapporto di casualità tra povertà ed emigrazione e come, di conseguenza, le azioni di cooperazione allo sviluppo non siano automaticamente adatte a limitare i flussi migratori” Per ragioni umanitarie dobbiamo mantenere mirata la cooperazione pubblica allo sviluppo sui Paesi più poveri del Pianeta, spiega la Caritas, anche se questo potrà far aumentare e non diminuire il numero dei giovani di quei paesi che con più cultura  e qualche soldo in più vorranno emigrare.</p>
<p>Qual è la conseguenza di questa analisi statistica sul flusso dalla sponda Sud del Mediterraneo? Che l’emigrazione dal Nord Africa non nasce dalla  povertà estrema, ma proprio dalla vivacità culturale, dalla voglia di cambiare, dal coraggio dei giovani di quei Paesi. Come possiamo aiutare questi giovani a casa loro? Azzardo una risposta: non aprendo le porte a una immigrazione indiscriminata, ma abbattendo le barriere alle loro esportazioni, favorendo flussi di investimenti e scambi culturali: una politica analoga a quella avviata con successo negli anni scorsi verso l’Europa ex comunista e che invece l’Europa stenta ad avviare verso il mondo arabo.</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>La sfida dei nove miliardi &#8211; un dossier per la rivista East</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 18:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi tra padre e figlio]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un dossier che ho preparato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it/">East</a> e che per gentile concessione dell&#8217;editore è accessibile da oggi su questo sito. Il dossier comprende anche un&#8217;intervista al demografo Antonio Golini, un colloquio col presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, la traduzione del Rapporto &#8220;La tempesta perfetta del 2030&#8243; del Population Institute di Washington sulla base delle previsioni del</strong><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>capo dei consulenti scientifici del governo britannico </strong><strong> </strong><strong> John Beddington</strong><strong>, e un dibattito tra esperti: il vero problema è il boom demografico o l&#8217;eccesso di consumi del mondo industrializzato?<strong><span id="more-574"></span> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’evoluzione dei problemi ambientali e sociali da una parte, delle opportunità tecnologiche dall’altra, è talmente rapida che è pressoché impossibile immaginarsi il futuro da qui a 40 anni. C’è però un campo nel quale le previsioni sono già oggi credibili: la demografia. I tassi di fecondità nel mondo cambiano molto lentamente e gli effetti sono spalmati nell’arco di molti anni. Se mettiamo da parte ipotesi catastrofiche come asteroidi e pandemie, possiamo prevedere con ragionevole approssimazione “i numeri dell’umanità” da qui al 2050.</p>
<p>Già, quanti saremo? L’Onu aggiorna ogni due anni le sue proiezioni. “Considerando che i livelli di fecondità continuano a ridursi” è scritto nell’ultimo rapporto che risale al 2008, “si prevede che la popolazione mondiale arriverà a 9,1 miliardi nel 2050, sulla base dell’ipotesi di crescita intermedia”. E dopo? Mentre i demografi sono sostanzialmente concordi sull’aumento di popolazione nella prima metà del secolo, le ipotesi successive sono più incerte, perché molti paesi saranno vicini o al disotto del limite di mantenimento della popolazione che è pari a 2,1 figli per donna. L’umanità insomma dovrebbe stabilizzarsi: sembra improbabile che possa superare i dieci miliardi di individui.</p>
<p>Gli abitanti del 2050 saranno distribuiti in modo assai diverso da oggi: “gran parte dei 2,3 miliardi di individui aggiuntivi andrù a ingrossare la popolazione dei Paesi in via di sviluppo, che passerà da 5,6 miliardi nel 2009 a 7,9 miliardi nel 2050”, scrive l’Onu. “La crescita più forte, 2,3% l’anno, si avrà nei 49 paesi meno sviluppati. Anche se il tasso d’incremento si attenuerà in modo considerevole nei prossimi decenni, si prevede che la popolazione dei paesi più poveri raddoppierà, passando da 0,84 miliardi del 2009 a 1,7 miliardi nel 2050”.</p>
<p>Bastano queste poche cifre per capire che siamo di fronte a una grande sfida: come far convivere non solo la popolazione attuale, ma almeno due miliardi di persone in più, su un pianeta che si sta surriscaldando, nel quale la gente  vuole vivere meglio e consumare di più. Ma i problemi arriveranno ben prima del 2050: autorevoli scienziati prevedono che i nodi verranno al pettine entro il 2030, con una situazione pressoché insostenibile per la civiltà come la conosciamo. Possiamo cambiare? E&#8217; difficile, ma sarebbe il caso di porre anche in Italia questo tema all&#8217;ordine del giorno del dibattito politico. Del resto tutti i nostri politici dicono di parlare di futuro e fanno fondazioni per scrutare quello che ci aspetta&#8230;</p>
<p>Ecco i testi del  dossier che ho preparato per il <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&amp;view=category&amp;id=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&amp;Itemid=62&amp;layout=blog&amp;lang=it&amp;limitstart=5">n. 32 di East,</a> bimestrale che esce in italiano e in inglese:</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->-In italiano:</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-44-51.pdf">44-51</a>: Copertina (Flussi e riflussi nella società globalizzata) &#8211; Sfida alla terra da nove miliardi</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-52-55.pdf">52-55</a>: Intervista al presidente dell’Istat Enrico Giovannini: “Abbiamo bisogno di una nuova teoria  della rivoluzione”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-56-59.pdf">56-59</a>: Intervista al demografo Antonio Golini: “Sarà uno tsunami di flussi migratori”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-60-691.pdf">60-69</a>: 2030, lo scenario della “tempesta perfetta”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-70-75.pdf">70-75</a>: Dibattito tra Fred Pearce e Robert J. Walker: “troppi consumi o troppe bocche?”</p>
<p>E’ disponibile anche la versione dei Pdf in inglese.:</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-622" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-44-45/">45</a>: Cover</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-623" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-46-55/">46-55</a>: &#8220;Nine billion challenges&#8221; and interview with Enrico Giovannini</p>
<p>pag:<a rel="attachment wp-att-626" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-56-59/">56-59</a>: &#8220;Interview with Giuseppe Golini</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-627" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-60-69/">60-69</a>: &#8220;The perfect storm&#8221; scenario</p>
<p>pag <a rel="attachment wp-att-628" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-70-75/">70-75</a>: Debate between Fred Pearce and Robert Walker: &#8220;Too much eating or too many mouths?&#8221;</p>
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		<title>Bes: una sfida per Istat e Cnel, un&#8217;occasione per il Paese</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 17:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<!--:it-->
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’<a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20101227_00/">annuncio</a> dell’Istat e del Cnel di procedere congiuntamente alla determinazione di una misura del “benessere equo e sostenibile” (Bes) merita un plauso, ma richiede anche qualche “avvertenza per l’uso”. Era prevedibile che il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, che aveva fatto nascere il progetto globale “<a href="http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html">Measuring the progress of societies</a>” quando era chief statistician dell’Ocse ed aveva anche partecipato ai lavori della <a href="http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm">Commissione Stiglitz</a>, si sarebbe mosso rapidamente sulla strada di elaborare indicatori “oltre il Pil” anche in Italia.</strong> <span id="more-561"></span>Da parte sua il presidente del Cnel Antonio Marzano aveva intuito da tempo che la determinazione dei nuovi indicatori, attraverso un ampio processo di coinvolgimento delle parti sociali e della società civile, era un modo efficace non solo di rendere un servizio al Paese, ma anche di dare nuova vitalità al Consiglio da lui presieduto. Marzano, che presiede anche l’<a href="http://www.aicesis.org/">Aicesis</a>, la Commissione internazionale dei consigli economici e sociali, e che aveva partecipato al <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3746,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">World Forum </a>di Busan, in Corea, si è mosso anche lui con rapidità dopo la sua riconferma al Cnel l’estate scorsa.<br />
C’è da sperare che l’iniziativa non si fermi ad una elaborazione teorica. La domanda che i nuovi indicatori devono soddisfare è fondamentale per qualsiasi programma politico: che cosa è davvero importante per il benessere degli italiani? Su questo interrogativo, prima di dare la parola ai tecnici per la elaborazione degli indicatori più corretti per ciascuna dimensione del benessere, si lavorerà con tre strumenti: un “Gruppo di indirizzo” con la partecipazione di rappresentanti delle parti sociali e della società civile,  una consultazione on line aperta a tutti i cittadini e alcune domande specifiche nella prossima indagine multiscopo dell’Istat. Sarebbe auspicabile che questo processo fosse seguito con attenzione dai media, perché potrebbe anche servire a dare al dibattito politico qualche contenuto un po’ più importante e vicino agli interessi degli italiani rispetto alle escort e agli appartamentini a Montecarlo.<br />
L’iniziativa Istat – Cnel ha anche un altro pregio: la determinazione di un “tavolo” ufficiale ha fermato sul nascere la tentazione di procedere ad indicatori “fai da te” magari inventati per addolcire i dati sulla crisi economica e per far uscire meglio l’Italia nelle classifiche internazionali. Ricordiamo che il ministro Tremonti aveva annunciato l’intenzione di includere questi indicatori già nel documento di programmazione finanziaria recentemente approvato. Poi per fortuna non se n’è fatto nulla, attendendo qualche elaborazione con seria base scientifica, come dovranno essere appunto quelle prodotte da Istat e Cnel.<br />
Ciò detto, dobbiamo anche avvertire con franchezza che Marzano e Giovannini hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, perché si sono dati tempi ristretti: un anno e mezzo. Più o meno sei mesi per decidere le “dimensioni” cioè gli elementi determinanti  del benessere, sei mesi per sperimentare i nuovi indicatori, sei mesi per redigere un primo rapporto congiunto. Ricordiamo che molti Paesi stanno percorrendo la stessa strada, ma che nessuno ha ancora raggiunto risultati definitivi, né il mitico Butan, che tutti citano perché misurerebbe la “<a href="http://www.grossnationalhappiness.com/Default.aspx">felicità interna lorda</a>”, ma che in realtà finora si è limitato a qualche sperimentazione, né il Canada, dotato di uno dei migliori apparati statistici del mondo, che finora ha solo elaborato alcune delle determinanti del  suo “<a href="http://www.ciw.ca/en/Home.aspx">Canadian Index of Well being</a>”.<br />
Insomma, il lavoro necessario per determinare l’indicatore (o più probabilmente gli indicatori, al plurale) del benessere equo e sostenibile è molto impegnativo. Certamente ne vale la pena, soprattutto se il Paese sarà disposto a prenderlo sul serio, con un grande dibattito aperto: le sfida nel campo della comunicazione non è minore della sfida tecnico-statistica.<br />
<em>Su questo argomento sono stato intervistato il 28 dicembre 2010 da Diego Galli di Radio Radicale. Per sentire l’intervista cliccate <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/318314/oltre-il-pil-intervista-a-donato-speroni-sui-nuovi-indicatori-del-benessere-annunciati-dallistat">qui</a>.</em></p>
<p><!-- @font-face {   font-family: "Calibri"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }h3 { margin: 12pt 0cm 3pt; page-break-after: avoid; font-size: 13pt; font-family: "Times New Roman"; }span.Titolo3Carattere { font-family: Calibri; font-weight: bold; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>Quel &#8220;7più&#8221; degli italiani: ciò che l’Istat ci dice e quello che manca</title>
		<link>http://www.donatosperoni.it/2010/11/05/quel-7piu-degli-italiani-cio-che-l%e2%80%99istat-ci-dice-e-quello-che-manca/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
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		<description><![CDATA[La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul Giornale che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul Messaggero, alla polemica delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul <em>Giornale </em>che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul <em>Messaggero</em>, alla polemica delle associazioni dei consumatori che si sono chieste “in quale remoto Paese l’Istat abbia condotto la sua indagine sulla soddisfazione delle famiglie circa la propria condizione economica”.</strong></p>
<p><strong>Eppure la rilevazione conteneva importanti elementi di novit</strong>à,<span id="more-423"></span> come segnalato anche nella premessa del <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/sodcit/20101104_00/">comunicato</a> del 4 novembre: per la prima volta si è voluto rilevare un indice di soddisfazione della vita nel suo complesso (altrove lo si chiama indice di felicità o di benessere, ma in italiano questi termini possono essere fuorvianti, come ho spiegato <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/">in precedenz</a>a) e lo si è fatto secondo la cosiddetta scala di Cantril, da zero a dieci.  L’innovazione rispecchia il processo di ricerca di nuove misure del progresso avviato dall’Ocse e testimoniato anche dalla commissione Stiglitz.</p>
<p>Finora l’unico dato di soddisfazione globale a disposizione per l’Italia veniva dalla rilevazione che ogni due anni la Gallup compie in circa 150 Paesi. Com’è riportato nel mio <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">libro</a> “I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere” – Edizioni Cooper l’Italia nell’ultima indagine Gallup si collocava al 36mo posto, con un misero voto di 6,3 che gli italiani nel maggio 2009 avevano attribuito in media alle proprie condizioni di vita. Se prendiamo invece per buona la rilevazione Istat relativa al febbraio 2010, che ci dà una media di voto di 7,2, l’Italia si collocherebbe al 12mo posto, alla pari con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Venezuela (non stupitevi: i latinoamericani sono sempre molto in alto in queste classifiche). Il campione interpellato dall’Istat è molto più numeroso di quello della Gallup e quindi la rilevazione è più attendibile. Ma ovviamente le metodologie non sono perfettamente coincidenti: per valutare appieno il senso di quel “7 più” che gli italiani si attribuiscono in base all’Istat bisognerà aspettare di disporre di una serie storica che ci possa dire se quella soddisfazione sale o scende, perché la variazione nel tempo è certamente l’aspetto più significativo.</p>
<p>Nel comunicato diffuso dall’Istat non sono ancora esaminate le correlazioni tra la soddisfazione complessiva e le determinanti del benessere: relazioni familiari e con amici, salute, condizione economica, soddisfazione sul lavoro, uso del tempo libero. Sappiamo cioè quanto gli italiani sono soddisfatti per ciascun fattore, sulla base della vecchia scala a quattro (molto, abbastanza, poco, per niente), ma non sappiamo quanto quello specifico fattore incide sulla soddisfazione complessiva.</p>
<p>Per chi fa politica, quest’ultima è una informazione importante. Se è vero (premessa della commissione Stiglitz) che gli obiettivi dell’azione pubblica nel ventunesimo secolo saranno sempre più quelli di garantire ai cittadini le condizioni del benessere complessivo e non solo la crescita economica, è importante sapere “che cosa conta veramente”. Per esempio, la rilevazione Istat ci dice che in Italia c’è una profonda sfiducia verso il prossimo, ma evidentemente questo elemento, che renderebbe infelice uno scandinavo, incide poco sul nostro cittadino medio che conta invece soprattutto su famiglia e amici.  Aspettiamo dunque l’analisi delle correlazioni. Sarebbe inoltre interessante che l’Istat, con metodologia omogenea, verificasse anche il grado di soddisfazione per la situazione ambientale e il grado di fiducia nelle istituzioni, come suggerito dalla Commissione Stiglitz.</p>
<p>Il documento Istat è anche corredato da un corposo documento metodologico su strategia di campionamento e livello di precisione dei risultati. Si tratta di un testo molto tecnico, che però vuole arrivare anche a esempi concreti: per esempio, ci dice che l’intervallo di confidenza rispetto alle famiglie che in Piemonte considerano la loro situazione peggiorata (219mila) è pari all’incirca al 13 per cento in più o in meno. Non è un piccolo margine d’errore. Per i dati nazionali, basati su stime molto più numerose, il margine è molto più ristretto, ma tale comunque da mettere in dubbio la validità di certi confronti. Penso che l’Istat faccia opera meritoria nel chiarire i limiti delle sue rilevazioni campionarie, anzi dovrebbe farlo sempre in modo più chiaro e comprensibile a tutti, anche perché sarebbe d&#8217;esempio ai tanti che diffondono <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/03/sondaggi-rispettare-o-cambiare-le-regole-del-gioco/">sondaggi</a> poco attendibili. Ma giornalisti e commentatori dovrebbero anche tenerne conto prima di gridare allo scandalo o battere il tamburo perché le famiglie “molto o abbastanza soddisfatte della loro situazione economica” sono passate dal 47 al 48 per cento. Il senso della rilevazione è molto semplice: la crisi, nonostante tutto, non ha ancora inciso sui livelli di vita di una parte consistente della popolazione italiana. Filosofeggiare sull’un per cento di variazione in un anno non serve a nulla, rende solo un cattivo servizio alla cultura statistica.</p>
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		<title>Sondaggi: rispettare o cambiare le regole del gioco</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Nov 2010 15:45:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[Informazione politica]]></category>
		<category><![CDATA[Sondaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[L’astrologia non ha basi scientifiche, ma quando vediamo un oroscopo non resistiamo alla tentazione di guardare il nostro segno zodiacale. Succede più o meno la stessa cosa per i sondaggi pubblicati dai giornali: li leggiamo, esaminiamo i grafici, le variazioni magari di zero virgola qualcosa rispetto al passato, ascoltiamo chi li commenta. Ma i sondaggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>L’astrologia non ha basi scientifiche, ma quando vediamo un oroscopo non resistiamo alla tentazione di guardare il nostro segno zodiacale. Succede più o meno la stessa cosa per i sondaggi pubblicati dai giornali: li leggiamo, esaminiamo i grafici, le variazioni magari di zero virgola qualcosa rispetto al passato, ascoltiamo chi li commenta.</strong></p>
<p><strong>Ma i sondaggi sono veramente attendibili? Parliamo ovviamente di quelli che hanno una pretesa di scientificità, basati su un campione d’intervistati selezionato secondo criteri statistici e che dovrebbero di norma descriverci un “universo” costituito dalla popolazione italiana maggiorenne. </strong><span id="more-417"></span>Non ci riferiamo ai sondaggi fatti dai giornali o dalle televisioni invitando il pubblico a rispondere, sia perché si tratta solo di un campione rappresentativo di quello specifico pubblico (è ovvio che quello dei lettori dell’Unità è diverso da quello del Giornale), sia perché chi è a favore o contro una determinata tesi può reagire diversamente, decidendo o no di partecipare.</p>
<p>Anche sui sondaggi telefonici ci sarebbe molto da dire, se non altro perché i dati elaborati riguardano soltanto quelli che accettano di rispondere, che in molti casi sono solo un quarto o un terzo degli interpellati. Il problema più grave, però, è che non vengono quasi mai descritti i margini di errore. Prendiamo per esempio il <a href="http://www.sondaggipoliticoelettorali.it">sito</a> a cura del Dipartimento per l’Informazione della Presidenza del Consiglio. Il 3 novembre sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio trasmesso su <em>La 7</em> la sera precedente, compiuto per telefono su mille casi. La scheda non ci dice quanti sono stati in realtà i rispondenti e neppure i margini di errore. Ci informa solo sulle percentuali di voto, dal 28,8% del Popolo della libertà allo 0,3% dei Verdi.</p>
<p>Un po’ più correttamente, per un altro sondaggio pubblicato dall’edizione milanese di <em>Repubblica</em> il 30 ottobre e relativo alle primarie che si terranno per la scelta del candidato di centrosinistra in città, ci si dice che hanno partecipato 800 persone che hanno dichiarato l’intenzione di partecipare alle primarie e si specifica che con un livello di affidabilità del 95% il margine di errore è dell’1,8%.</p>
<p>Che cosa significano queste due percentuali? Che c’è una probabilità del 95% che i dati veri siano compresi in una “forchetta” dell’1,8% in più o in meno rispetto al dato presentato. C’è insomma una probabilità su venti che il sondaggista sia stato particolarmente sfortunato nella scelta del suo campione, ma suvvia possiamo sperare che questo non sia accaduto e che il margine di errore sia solo dell’1,8%.</p>
<p>Per gran parte dei sondaggi presentati sui giornali, il livello di affidabilità dei dati è del 95%, ma il margine di errore arriva al 2 o addirittura al 3%.</p>
<p>Non ha dunque alcun senso brindare sulla variazione in due settimane consecutive del partito X, magari dal 2 al 3%, o piangere sulla perdita di un 1% del partito Y. I sondaggi ci danno informazioni preziose, ma non quelle che ci aspettiamo. Ci dicono la dimensione di massima del consenso (per un partito al 30% un margine di errore del 2 ha un significato limitato, per un partitino rende il dato irrilevante) e ci dicono nel tempo come questo consenso si evolve: di fronte a una serie di sondaggi (non due soltanto) che costantemente indicano un trend, è legittimo credere che il campione rispecchi le tendenze effettive dell’elettorato.</p>
<p>La materia dei sondaggi è delicata, politicamente scottante; giustamente la legge indica una serie di prescrizioni sul loro uso e prescrive la pubblicità sulla metodologia, affidando all’<a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=contenuto&amp;DCId=302">Autorità per le garanzie nelle comunicazioni</a> il compito di vigilare. Le informazioni sui sondaggi politici nel <a href="http://www.sondaggipoliticoelettorali.it/">sito</a> gestito dalla Presidenza sono estremamente carenti. Un po’ meglio quelle sugli altri sondaggi, sepolte in una <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=4553">pagina</a> quasi irraggiungibile del sito dell’Agcom e che comunque sono molto meno numerose di quelle che si pubblicavano in passato. Ora l’Agcom sta elaborando un nuovo regolamento e ha messo on line la <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=4553&amp;Search=consultazione_sondaggi">bozza</a>: sarà bene esaminarla a fondo.</p>
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		<title>Statistiche come e perché</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 14:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Giovannini]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Una volta la politica veniva prima dei numeri, oggi sono i numeri che fanno la politica e la politica è l&#8217;arte di adeguarsi ai numeri”. Se è così, si pongono almeno tre interrogativi: perché i numeri sono diventati così importanti, chi decide quali sono i numeri che contano, quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Una volta la politica veniva prima dei numeri, oggi sono i numeri che fanno la politica e la politica è l&#8217;arte di adeguarsi ai numeri”. Se è così, si pongono almeno tre interrogativi: perché i numeri sono diventati così importanti, chi decide quali sono i numeri che contano, quanto sono attendibili i processi di elaborazione di questi dati.<span id="more-408"></span></strong></p>
<p>L’importanza della statistica per le scelte politiche non è cosa nuova. Le novità, semmai, derivano dal fatto che una buona parte dell’opinione pubblica si è abituata a valutare i risultati dell’azione politica attraverso risultati numerici: un processo accentuato dal fatto che anche l’Unione europea prende a riferimento dei numeri (i parametri di Maastricht) per valutare i comportamenti più o meno virtuosi degli stati membri. Si tratta insomma di una crescita d’importanza dovuta a una molteplicità di fattori, ma non siamo certo di fronte a una dittatura degli istituti di statistica che impongono le loro priorità ai politici. A meno che Tremonti  non volesse riferirsi ad altri numeri, quelli dei sondaggi di popolarità, che sembrano sempre più importanti per le scelte politiche; malauguratamente, perché il politico che guarda solo alla popolarità immediata difficilmente compie scelte valide nel medio e lungo termine.</p>
<p>Ma lasciamo perdere i sondaggi e torniamo alle statistiche. Ci sono tanti dati, forse troppi. Giornalisti e opinione pubblica faticano a orientarsi, mentre i politici scelgono quelli più confacenti alle loro tesi. In questo campo però bisogna evitare i malintesi: è giusto cercare il dato più significativo, ma è sbagliato credere che un complesso fenomeno sociale si possa descrivere con un unico dato. Due episodi recenti ci aiutano a spiegare il concetto. Il 15 ottobre nel suo Bollettino la Banca d’Italia ha presentato un dato della disoccupazione che somma a chi cerca lavoro anche i cassintegrati e gli scoraggiati. In questo modo la percentuale di disoccupati sale dall’8,5 per cento all’11 per cento. “Non commento dati esoterici”, ha replicato stizzito il ministro del lavoro Maurizio Sacconi. Ed anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha detto che è bene attenersi ai dati Eurostat.</p>
<p>In realtà non c’è alcun esoterismo nelle elaborazioni della Banca d’Italia, né i dati statistici sono un catechismo. Da tempo si sapeva che il tasso di disoccupazione è in parte fuorviante perché non tiene conto di chi ha rinunciato a cercare lavoro. Ed è perfettamente legittimo che la Banca d’Italia, senza negare la validità del dato Istat, aggiunga una ulteriore elaborazione per tener conto delle persone in cassa integrazione. Si tratta di contributi alla descrizione della realtà sociale, che devono essere accettati per il loro valore, anziché reagire con fastidio.</p>
<p>Un discorso analogo si può fare per la povertà in Italia. Anche qui c’è un dato ufficiale calcolato dall’Istat e c’è una ulteriore elaborazione della Caritas che avverte: per l’Istat la povertà relativa non è aumentata perché in una situazione di calo generalizzato dei redditi si è abbassata anche l’asticella di chi è considerato povero. Se invece si guardano i dati dell’anno precedente e si aggiunge il tasso d’inflazione, si ottiene una diversa soglia di povertà che ingloba altre 560mila persone. In questo caso i giornali hanno scritto che la Caritas contesta l’Istat e l’Istat ha dovuto replicare che le due istituzioni da tempo lavorano insieme.</p>
<p>In realtà, nel caso della povertà “relativa” (che è pari alla metà del reddito medio) così come nel caso del tasso di disoccupazione, ci troviamo di fronte a un dato di valore limitato, come spiegano da tempo gli statistici che misurano queste cose. Sia all’Istat che alla Caritas sanno bene che la povertà “relativa” è un’astrattezza statistica. E’ molto più significativo misurare la “povertà assoluta”, cioè la quantità di persone che non possono soddisfare i bisogni primari per una vita dignitosa: un calcolo molto più complesso, che l’Istat ha ricominciato a fare da pochi anni dopo una rigorosa revisione metodologica.</p>
<p>Abbiamo citato questi esempi per sottolineare come, soprattutto in materia sociale, ben difficilmente esista un dato unico che soddisfa tutti. La statistica ufficiale fornisce i dati di base, altri fanno ulteriori doverose elaborazioni. Tutto bene e tutto giusto a condizione che i media aiutino a capire e che i politici non strumentalizzino i dati.</p>
<p>Serve più cultura numerica. Il 20 ottobre si è celebrata anche in Italia la “giornata della statistica” voluta dall’Onu. Il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha sottolineato che sta per nascere la Scuola superiore di statistica e analisi sociali ed economiche, ed è una buona cosa. Nel corso della presentazione del suo libro “Statistiche come e perché” (Donzelli Editore)  all’Istituto per l’Enciclopedia italiana, l’ex presidente dell’Istat Alberto Zuliani ha ricordato che per i cittadini di domani la conoscenza di base della statistica è certamente più importante dell’analisi matematica che si impara al liceo e si dimentica subito dopo. Il libro di Zuliani è una buona base per usare meglio i dati che ci piovono addosso in continuazione. Ma le buone statistiche, come dice Giovannini, non crescono sugli alberi. Richiedono fondi, conoscenza, impegno di diffusione. Una grande scommessa per la cultura italiana.</p>
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