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	<title>Donato Speroni &#187; Persone</title>
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		<title>Gaspari al Mezzogiorno: un ottimo ministro in anni difficili</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 15:43:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riprendo a scrivere sul mio sito personale, che ho trascurato in questi mesi per dedicarmi a <a href="http://numerus.corriere.it/">Numerus</a>, il blog su Corriere.it, perché voglio dire la mia su Remo Gaspari, il politico democristiano scomparso ieri a Gissi, il suo paese natale. Non è stato solo in grande protettore del suo Abruzzo, un tipico potente della Dc dorotea che dominava la Prima repubblica. E’ stato anche, per come l’ho conosciuto, un ottimo ministro.</strong></p>
<p><strong>Nell’aprile del 1988, quando divenne ministro del Mezzogiorno, dirigevo Capitale Sud, un settimanale del gruppo Class dedicato appunto all’economia del Mezzogiorno. Ero molto prevenuto e dovetti ricredermi. Era un periodo di grandi speranze e di tanti soldi per il cosiddetto “intervento straordinario”. Due leggi, la legge 44 e la 64 del 1986, avevano annunciato una pioggia di miliardi sul Sud. La 44 per finanziare l’imprenditorialità giovanile, la 64 per una serie di cosiddette “azioni organiche” nelle quali c’era dentro di tutto, dall’informatizzazione della Calabria alle più disparate opere pubbliche.</strong></p>
<p><span id="more-646"></span></p>
<p>In una confusa situazione istituzionale, la gestione dei fondi della 64 era contesa tra due diversi enti: da un lato il Dipartimento per il Mezzogiorno, guidato dal socialista Antonio da Empoli, un economista che si sforzava di dare un senso a una legge così complicata e pericolosa. Dall’altro l’Agenzia per la promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, succeduta alla vecchia Cassa, una colossale struttura guidata dal consigliere di Stato democristiano Giovanni Torregrossa. Quest’ultimo, personaggio brillante e assai potente nella Prima Repubblica, mal sopportava che l’ideazione degli interventi fosse affidata al Dipartimento mentre alla sua Agenzia spettavano compiti esecutivi; cominciò ben presto ad attaccare il Dipartimento.</p>
<p>Il ministro Gaspari però rimase fermo nel far rispettare la legge e non ebbe esitazioni ad appoggiare Da Empoli, al quale riconfermò i compiti di programmazione. Perché “Zio Remo” era così: clientelare senza dubbio quando si trattava del suo Abruzzo, ma anche molto attento al rispetto della legge e ai risultati complessivi, senza limitarsi agli annunci, come fanno quasi tutti i politici.</p>
<p>A un certo punto nella vita del giornale decidemmo che non bastava fare inchieste giornalistiche, bisognava andare più a fondo, per esempio verificando sul campo gli effetti dei tanti finanziamenti erogati alle imprese giovanili, attraverso la legge 44/86, ma anche numerose leggi regionali. Creammo una società di ricerca, la CentoSud, affidata operativamente a Paola De Benedetti Bonaiuto, ed insieme alla Gepi gestimmo il primo monitoraggio in questo settore. Iniziammo la ricerca piuttosto prevenuti, convinti che gran parte di quelle imprese fossero finte. Dovetti ricredermi: grazie al buon lavoro del presidente del Comitato che gestiva la legge 44, Carlo Borgomeo, le imprese giovanili finanziate con la legge nazionale esistevano ed avevano buone possibilità di riuscita: un risultato confermato anche dalle successive verifiche qualche anno dopo. Invece quelle delle leggi regionali erano quasi tutte irrecuperabili, anche nell’Abruzzo dello “Zio Remo”. Quando portai questi risultati a Gaspari (il Ministero finanziava la ricerca) il  ministro mi invitò a organizzare immediatamente una conferenza stampa riferendo tutti i risultati.</p>
<p>Col successivo governo, nell’aprile 1991, il Mezzogiorno passò a Riccardo Misasi e potei constatare la differenza tra due stili di conduzione democristiana: preciso e attento ai minimi particolari quello di Gaspari; interessato solo ai grandi disegni politici, ma ben poco alla buona gestione, quello di Misasi, che arrivava al ministero alle nove di sera e praticamente non aveva rapporti con la struttura.</p>
<p>Fui anche coinvolto nella presentazione di un libro sulla esperienza di Gaspari al Mezzogiorno: un evento al quale parteciparono Luciano Barca, Vincenzo Scotti e altri politici che avevano per “Zio Remo” affetto e stima. Doveva svolgersi a Roma, alla Camera, ma a un certo punto Gaspari mi telefonò: “Senti, quella presentazione ho pensato che è meglio se la facciamo a Gissi&#8230;”. Era fatto così.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cari compagni americani, vi scrivo questa lettera&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 20:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ritornare dopo 50 anni. La mia non è la storia dell’emigrante che torna da pensionato al suo paesello, ma al contrario quella di un adolescente che va con una borsa di studio per un anno a Lincoln, nelle grandi pianure americane, e ci ritorna da anziano, avendo scoperto grazie a Facebook che i suoi compagni di allora hanno organizzato una “50 years celebration”. E’ stata una settimana molto bella, per il calore con cui sono stato accolto, ma anche molto stimolante, perché mi ha fatto riflettere sull’America più profonda e sulle differenze rispetto a noi europei. Ho raccolto queste impressioni in una lettera ai miei compagni, pubblicata integralmente sul mio <a href="http://www.donatosperoni.com/2009/09/24/dear-wandering-knights-i-wonder/#comments">blog</a> inglese. </strong></p>
<p><strong>Sono stato spesso negli Stati Uniti per lavoro o per turismo, ma questa esperienza è stata diversa. Il Nebraska è esattamente al centro degli Stati Uniti. Da queste praterie passavano le carovane dei pionieri prima che la ferrovia facilitasse il viaggio alla costa occidentale. Non si fermavano, i pionieri, perché le grandi pianure erano considerate, a torto, poco fertili. E ancor oggi pochi stranieri visitano il Nebraska. E&#8217; la terra del granoturco e del bestiame, di gente sorridente e aperta, con valori semplici e condivisi. Questo è il cuore dell’America, diverso da New York e da Washington, ma anche dalla California o dal Colorado: un mondo conservatore, ricco di valori profondi, con una religiosità viva e sincera. Un mondo molto lontano dal nostro.<span id="more-233"></span><br />
</strong></p>
<p>Non ho incontrato  government officials oppure opinion leaders, come negli altri miei viaggi negli States, ma ho avuto la possibilità di stabilire un rapporto personale con una comunità di miei coetanei. E anche di verificare che cosa ciascuno di noi aveva fatto nella vita, perché tutti insieme abbiamo aggiornato l’Annuario prodotto dalla scuola nel 1959 con le nostre biografie al 2009. Nella riunione di sabato 19, al Country club di Lincoln, abbiamo anche ricordato quelli che non ci sono più, come Patty Spilker, la reginetta della classe, morta di aneurosi, o Tip Dow il genio della scuola che andò ad Harvard e morì di Aids mentre lavorava per l’Africa. C’è di tutto, nelle storie dell’Annuario, anche qualcuno che ha perso due figlie l’11 settembre e altri che hanno combattuto in Vietnam. Se avessi la penna di Edgar Lee Masters ne potrei ricavare un nuovo Spoon River.</p>
<p>Al termine di queste belle giornate, mi sono interrogato e ho scritto ai miei compagni una lettera che, come ho detto all&#8217;inizio, potete trovare sul mio <a href="http://www.donatosperoni.com/2009/09/24/dear-wandering-knights-i-wonder/">blog inglese</a>. In pratica mi sono fatto due domande, una positiva e una più problematica. La prima nasce dalla costatazione che questa gente, nel complesso, emana una forte sensazione di serenità, direi quasi di vita felice. E’ solo apparenza? Non mi sembra, perché ho parlato abbastanza a lungo con molti di loro per capire che non era una finzione dovuta alla circostanza di ritrovarsi con gli ex compagni. Non da oggi mi occupo di felicità, di come si misura, di che cosa è determinante per il benessere individuale. Ne scrivo spesso sul mio <a href="http://www.donatosperoni.it/category/felicita-e-benessere/">blog</a> e su altri giornali. Ho voluto sapere la loro opinione.</p>
<p>La seconda domanda nasce invece da una sensazione preoccupante che ho avuto in questo viaggio. Anche se il mondo è diventato più piccolo (mezzo secolo fa non parlai mai al telefono con mio padre, nell’arco di un anno, oggi da Lincoln ho parlato quotidianamente con i miei cari attraverso Skype e telefonate da pochi centesimi), anche se tutto ci sembra globale e interconnesso, i miei compagni americani mi sono sembrati lontani anni luce dal nostro modo di affrontare i problemi del mondo. Parlo nel complesso di gente colta, benestante, fortemente motivata al servizio della comunità, ma che fatica molto a interrogarsi sul futuro del mondo. Nella mia lettera, ho cercato di spiegare il mio punto di vista, di chiedere anche a loro di riflettere su questa differenza, di far nascere un dialogo.</p>
<p>Troppi da noi dipingono gli americani come gente arrogante e presuntuosa. L’America che ho incontrato questa volta, il cuore dell’America, è fatto da gente profondamente buona, anche se poco abituata a vedere le cose in una prospettiva globale, come invece facciamo noi problematici europei. E’ gente che fatica ad accettare il rovesciamento di prospettiva operato dalla presidenza Obama a capire che Obama non vuole una America socialista, ma che per la prima volta pone all’America le domande giuste, le domande che riguardano il futuro di noi tutti. Nella mia lettera, ho cercato di spiegare ai miei compagni di allora il mio punto di vista. Scambiarsi impressioni, parlarsi, discutere, approfittando delle possibilità offerte oggi dalla tecnologia, è straordinariamente importante.</p>
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		<title>L’intrigo saudita&#8230; visto dal Nebraska</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 21:46:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblico questo post dall’aeroporto di Chicago. Domani nelle librerie italiane uscirà il mio libro L’Intrigo saudita, nella collana The Cooper Files. Questa mattina Sergio Rizzo ha anticipato la pubblicazione con un bell’articolo sul Corriere. Lo staff di Banda Larga, la società editoriale che gestisce Cooper (oltre ad altre importanti pubblicazioni come Internazionale e East) è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pubblico questo post dall’aeroporto di Chicago. Domani nelle librerie italiane uscirà il mio libro <em>L’Intrigo saudita</em>, nella collana The Cooper Files. Questa mattina Sergio Rizzo ha anticipato la pubblicazione con un bell’<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/settembre/16/007_trame_oscure_della_prima_co_9_090916058.shtml" target="_blank">articolo</a> sul <em>Corriere</em>. Lo staff di <a href="http://www.bandalargaeditore.it/" target="_blank">Banda Larga</a>, la società editoriale che gestisce Cooper (oltre ad altre importanti pubblicazioni come <em>Internazionale</em> e <em>East</em>) è impegnato in queste ore nella promozione del libro. Mi aspetto che il mio lavoro serva ad aprire un dibattito che corregga la memoria storica su un episodio clamoroso della storia italiana di trent’anni fa. E io&#8230; che ci faccio in America?<span id="more-219"></span></strong></p>
<p>No, non me ne sono andato per fare l’autore snob alla Moretti che si fa notare di più quando non c’è. Il fatto è che domani a Lincoln, nel Nebraska, cominciano i festeggiamenti per i 50 anni della mia classe. Cinquant’anni da quando andai in America per un anno come foreign exchange student per l’American Field Service. Cinquant’anni dalla graduation cioè dalla maturità alla Lincoln South East High School. I miei compagni di allora “The knights of Southeast”, si ritrovano in questo week end. Sarà una cosa molto diversa dalle nostre malinconiche cene di classe, perché nella scuola americana si possono scegliere curricula diversi, per cui tra corsi e attività extrascolastiche si interagisce con l’intera scuola. Un po’ come all’università da noi. Sarà una festa grande, con molta gente, cerimonie, visite ufficiali, il discorso di uno storico, l’immancabile torneo di golf. Da allora non sono mai ritornato nel Nebraska. E non ho mai avuto occasione di ritornare negli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Insomma, questo è un viaggio speciale e meriterà un racconto a parte. Dovevo esserci, anche se non gioco a golf.</p>
<p>Ma torniamo all’<em>Intrigo saudita</em>. I contenuti li potete trovare sul <a href="http://www.intrigosaudita.it" target="_blank">sito</a> dedicato dove si potrà anche consultare l’indice, una cronologia della vicenda e l’elenco dei nomi. Le ragioni che mi hanno indotto a spendere un anno di lavoro per questo libro sono oggettive e soggettive. C’era innanzitutto da fare un’operazione di giustizia. Nel ricordo generale, anche dei giornalisti più attenti, la vicenda Eni Petromin fu una storiaccia di finanziamenti ai partiti attraverso la P2 che voleva mettere le mani sui giornali italiani. Quando ho cominciato a studiare i documenti e a cercare i protagonisti di allora, ero quasi certo che non fosse così (il perché lo spiego più avanti), ma la verità era sepolta in un mare di carte parlamentari e giudiziarie. Spero di aver dato risposte esaurienti: i soldi non erano destinati né ai partiti né alla P2, l’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti ha commesso molti errori, come lui stesso ammette nell’intervista che gli ho fatto 30 anni dopo, ma è assolutamente innocente (del resto a suo carico non c’è mai stata non dico una sentenza, ma nemmeno l’inizio di un procedimento giudiziario), la maxitangente aveva altre destinazioni.</p>
<p>Non mi potevo fermare a questo punto. Se si trattò di un falso scandalo, chi armò tutto quel casino per far saltare il contratto? Chi promosse la colossale disinformazione, una campagna da far impallidire gli epigoni di oggi? A questa domanda ho cercato di rispondere nella parte conclusiva del libro e le mie tesi, quando le avevo già scritte, hanno avuto il supporto di un’intervista di Francesco Cossiga realizzata appena prima di andare in stampa.</p>
<p>C’è poi un’altra ragione che mi ha indotto a scrivere questo libro. Nel 1979, quando scoppiò lo scandalo, lavoravo a fianco di Mazzanti come direttore centrale dell’Eni per i rapporti con il governo, il parlamento e la stampa. Rimasi all’Eni sedici mesi, poi fui ben felice di ritornare al giornalismo. In quel periodo avevo maturato convinzioni, ma non certezze. Per esempio, sapevo che Mazzanti non conosceva Gelli al momento della firma del contratto con gli arabi. Ma nel complesso non avevo capito perché era esploso questo enorme scandalo, che fece perdere all’Italia centinaia di miliardi (in lire di allora) e aprì la strada a dieci anni d’involuzione dell’Eni. Per trent’anni mi sono portato dentro la voglia di capire meglio, ma per rispondere dovevo ritagliare molti mesi per dedicarmi esclusivamente a questo libro. Finalmente ho avuto la possibilità di farlo.</p>
<p>Nella narrazione &#8211; come spiego nella Nota introduttiva del libro &#8211; ho cercato per quanto possibile di lavorare su elementi accertati, testimonianze e documenti, utilizzando i ferri del mestiere di cronista della politica e dell’economia che ho esercitato per quarant’anni. Ho isolato in corsivo le mie testimonianze personali in fondo a ciascun capitolo, proprio per non inquinare l’obiettività del racconto, ma semmai per corredarlo con alcuni fatti in più.</p>
<p>Il risultato è una verità complicata. Forse la gente non ama le verità complicate, però si appassiona ai libri di Dan Brown o di Stieg Larsen. <em>L’Intrigo saudita</em> è una storia è tutta vera, ma si legge come un giallo politico.</p>
<p>Insomma&#8230; comprate il mio libro (anche <a href="http://bandashop.it/product.php?id=79&amp;pos=0" target="_blank">on line</a> senza spese di spedizione) e buona lettura. E non mancate di farmi avere i vostri graditi commenti o le vostre graditissime testimonianze su quell’epoca e quella vicenda. La Storia è un puzzle infinito: si può sempre aggiungere qualche tassello.</p>
<p><a href="http://www.intrigosaudita.it" target="_blank">www.intrigosaudita.it</a></p>
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		<title>Riflessione sul libro di Martini: quando arriva l&#8217;ora di sognare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230; Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8220;, Carlo Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230;</strong><span id="more-103"></span></p>
<p>Nelle sue &#8220;<a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458391&amp;autoreUUID=bcb210e1-9ea9-11dc-9517-454a8637094f">Conversazioni notturne a Gerusalemme</a>&#8220;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;.<br />
L&#8217;ex arcivescovo di Milano, che vive in ritiro a Gerusalemme e sta per compiere 82 anni, le spiega così: &#8220;i figli e le figlie (&#8230;) devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe mano al suo dovere se con la sua spigliatezza e il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi&#8230;&#8221;<br />
Per la generazione di mezzo &#8220;avere delle visioni&#8221; significa che &#8220;un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore (&#8230;) dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un&#8217;azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare&#8221;.<br />
Martini aggiunge: &#8220;E&#8217; bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani, Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare&#8221;. A che servono i sognatori?  &#8220;A mantenerci aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi. (&#8230;) Gli anziani devono trasmettere i sogni e  non le delusioni della loro vita&#8221;.<br />
Come tanti altri spunti del bel libro nato dal dialogo di Martini con l&#8217;altro gesuita Georg Sporschill, queste parole hanno fatto riflettere anche un laico come me, che fatica a credere a un disegno costruttivo dello Spirito Santo. Significano innanzitutto che non ci si deve spaventare dello spirito dialettico dei più giovani, che può apparire distruttivo: i profeti del Vecchio Testamento, come anche Cristo, erano antagonisti rispetto alla società del loro tempo.<br />
E&#8217; anche giusto che sia la generazione di mezzo a governare: non un&#8217;oligarchia, come succede  in Italia. A patto però che i nuovi leader sappiano guardare al di là del loro naso e abbiano una &#8220;visione&#8221; di dove vogliono condurre la società.<br />
E gli anziani? Questa parte della profezia mi interessa particolarmente. Ho compiuto da poco sessantasei anni e otto mesi. Se anche vivessi cent&#8217;anni (come spero, alla faccia delle statistiche demografiche che mi attribuiscono una &#8220;speranza di vita&#8221; nettamente minore), sono comunque entrato nella &#8220;terza fase&#8221; indicata dal profeta. Valgono anche considerazioni  non anagrafiche: ho appena completato, dopo sei mesi di lavoro, la prima stesura di un libro che mi &#8220;portavo dentro&#8221; da trent&#8217;anni e  che certamente rappresenta il compimento di tante vicende di impegno diretto e di assunzione di responsabilità.<br />
Sognare per me significa far tesoro delle esperienze accumulate non per contestare, non per gestire, ma per immaginare un futuro possibile per tutti. Saper comporre, nel sogno di un mondo diverso, problemi apparentemente insolubili come la sovrappopolazione della Terra, la spoliazione dell&#8217;ambiente, i crescenti contrasti tra ricchi e poveri certamente peggiorati dalla crisi senza precedenti che ha colpito il mondo. O altri dilemmi angoscianti, contrasti di interessi apparentemente senza soluzione che possono riguardare l&#8217;Europa, l&#8217;Italia, la propria comunità, la propria famiglia.<br />
Questi sogni devono essere stimolati con un cibo adeguato per la mente e il cuore: è necessario avere il tempo e la capacità di ascoltare le persone, di cogliere i segni del cambiamento tra i tanti messaggi che ci bombardano, di immaginare e valorizzare quello che è importante per costruire il domani. In fondo l&#8217;uso dei sogni nella psicanalisi per andare alla radice delle proprie motivazioni non è molto diverso da questo processo.<br />
Per sognare e comunicare i sogni che interessano la comunità bisogna andare oltre la dialettica tra gestione e antagonismo, tra tesi e antitesi, per indicare al meglio le possibili sintesi, senza &#8220;portare i pesi&#8221; delle appartenenze e delle ideologie. E&#8217; paradossale, ma se la mia interpretazione è esatta (e mi piace pensare che lo sia, per trarne una norma di comportamento valida almeno per me) spetta agli anziani mostrare alle generazioni successive il migliore dei mondi che l&#8217;umanità potrà realizzare, lasciando ad altri il compito di costruirlo: quel mondo che essi probabilmente non vedranno, ma che grazie ai loro sogni trasformati da altri in &#8220;visione&#8221; potrà almeno in parte avverarsi.</p>
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		<title>Ugo la Malfa: i beni pubblici per la felicità dei cittadini</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 08:30:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mio figlio Pietro, che è un rigoroso, dice che in questi casi bisogna pubblicare un disclaimer, cioè dichiarare i rapporti di parentela o di amicizia con la persona citata nel blog. E allora dichiaro che conosco Paolo Soddu da più di trent&#8217;anni, per un&#8217;amicizia di famiglia. Questo però non mi impedisce di parlar bene del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Mio figlio  Pietro, che è un rigoroso,  dice che in questi casi bisogna pubblicare un disclaimer, cioè dichiarare i rapporti di parentela o di amicizia con la persona citata nel blog. E allora dichiaro che conosco Paolo Soddu da più di trent&#8217;anni, per un&#8217;amicizia di famiglia. Questo però non mi impedisce di parlar bene del suo lavoro perché si tratta di  uno storico di valore, che ha scelto un tema prezioso anche per riflettere sulla crisi di oggi.</em><br />
Ho assistito al Senato, mercoledì 29, alla <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/265572/presentazione-del-libro-ugo-la-malfa-di-paolo-soddu">presentazione</a> del <a href="http://www.hoepli.it/libro.asp?ib=9788843041923&amp;pc=000004005000000#Abstract">volume</a> &#8220;Ugo La Malfa &#8211; Il riformista moderno&#8221; (Carocci Editore), scritto da <a href="http://musicologia.unipv.it/organizzazione/personale/curricula/soddu.html">Paolo Soddu</a>. Era presente il Capo dello Stato. Il libro ha già avuto, come è giusto, recensioni lusinghiere da giornalisti e storici come Nello Ajello, Piero Craveri, Giuseppe Galasso, Nicola Tranfaglia. Hanno parlato del libro Giovanni De Luna, Galasso, Paolo Savona, mentre Enzo Bianco, Carlo De  Benedetti, Antonio Maccanico, Eugenio Scalfari hanno fornito testimonianze personali. Inevitabile la nota di rimpianto rispetto ai politici e alla politica di oggi.<span id="more-86"></span></p>
<p>Ho ripensato alla sua passione civile, capace anche di &#8220;giocare di sponda&#8221;, come lui stesso teorizzò con Scalfari paragonando la politica al biliardo, tutte le volte che il boccino non si può colpire direttamente; per un partito come il Partito repubblicano italiano, che ad andar bene aveva il 2 per cento dei consensi, giocare di sponda era obbligatorio.<br />
I quattro gatti del Pri  furono il lievito della democrazia, dall&#8217;avvento La Malfa alla segreteria del partito dell&#8217;edera (proveniva dal Partito d&#8217;Azione) fino alla sua morte. A La Malfa si deve la liberalizzazione degli scambi dell&#8217;immediato dopoguerra, imposta contro il parere della Confindustria, ma che si rivelò una frustata salutare per l&#8217;apparato produttivo del Paese. e anche l&#8217;adesione al sistema monetario europeo, premessa all&#8217;adesione all&#8217;euro. Possiamo dire che è grazie a lui che siamo &#8220;aggrappati all&#8217;Europa&#8221;. A lui si deve l&#8217;affrancamento dei socialisti dalla sudditanza al Pci, con la nascita del primo centrosinistra nel 1962, ma anche, negli anni&#8217;70. lo stimolo all&#8217;uscita dei comunisti di Enrico Berlinguer dal ghetto di un&#8217;opposizione sterile e trinariciuta.<br />
Era un uomo di visione e di rigore. Qualche volta sbagliò, come quando ritardò l&#8217;ingresso in Italia della Tv a colori in nome di un&#8217;austerità che era ormai fuori dai tempi. Ma, come ha ricordato Paolo Savona, aveva un concetto cardine che sarebbe bene far rivivere oggi e che la moderna scienza economica sta approfondendo: la felicità dei cittadini non dipende solo dalla disponibilità di beni individuali, ma anche dal buon uso dei beni pubblici. Un concetto molto lontano dal berlusconismo (la felicità dipende dalle disponibilità individuali), ma anche dalla pratica concreta della sinistra italiana  che troppo spesso avalla la realtà corporativa dei beni pubblici gestiti nell&#8217;interesse di chi li produce).<br />
Era un capo carismatico, ma era anche molto attento ai giovani. Le poche volte che l&#8217;ho incontrato (ero un giovane della federazione giovanile) i nostri colloqui finivano invariabilmente con la frase: &#8220;E adesso dimmi che cosa pensi della situazione politica&#8221;. Ero intimidito, ma cercavo di spiaccicare qualche frase, spesso giovanilisticamente critica verso di lui e la sua linea.  Stava a sentire con pazienza e spiegava.<br />
E&#8217; morto nel 1979. Io ero già uscito dal Pri, ma dopo di lui non c&#8217;è mai stato un leader politico in cui sono riuscito a riconoscermi.<br />
Sono uscito dal Senato, nelle strade bagnate di pioggia e segnate poche ore prima dalla violenza scaturita da manifestazioni che fatico a capire, pensando quanto manca alla democrazia di oggi un politico come Ugo La  Malfa e un partito come il suo Pri. Oggi a causa della crisi economica stanno riscoprendo l&#8217;importanza del settore pubblico. Ma non vedo in giro né il suo rigore né il suo disinteressato carisma.</p>
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		<title>Dopo Giuliano, con Giuliano</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 20:24:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Com’è ingiusto quando muore un giovane, soprattutto un giovane intelligente, generoso, animato da una rara passione civile. Com’è ingiusta la morte di Giuliano Gennaio, a 28 anni, senza un motivo, solo perché il suo cuore a un certo punto ha smesso di battere. Chi era Giugen? Potrei raccontare il lavoro fatto insieme a Società Aperta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è ingiusto quando muore un giovane, soprattutto un giovane intelligente, generoso, animato da una rara passione civile. Com’è ingiusta la morte di Giuliano Gennaio, a 28 anni, senza un motivo, solo perché il suo cuore a un certo punto ha smesso di battere. Chi era Giugen? Potrei raccontare il lavoro fatto insieme a <a href="http://www.societa-aperta.org/">Società Aperta</a> e a <a href="http://www.terzarepubblica.it/">Terza Repubblica,</a> ma non potrei aggiungere nulla alla <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=2001">lettera</a> dolorosa e appassionata scritta oggi sul Messaggero da Enrico Cisnetto per ricordarlo.<br />
Chi ha fede cerca in questa ingiustizia un disegno superiore. Io fatico a vederlo e ad accettarlo. Però oggi  a San Lorenzo in  Lucina ho visto giovani commossi, animati dalla stessa passione di Giuliano, che credono che valga la pena di impegnarsi per cambiare l’Italia, per costruire un’Europa diversa. Questa è la certezza che mi rimane dopo questa giornata così triste. Ciao Giuliano, non sarai dimenticato.</p>
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		<title>Sabato mattina, alla Costituente Socialista&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Oct 2007 19:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I giornali non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo che si respirava alla Costituente Socialista. L&#8217;Auditorium della tecnica era strapieno, moltissimi i giovani, interessanti le proposte nelle assise che si sono definite come &#8220;le primarie delle idee&#8221;. Ecco cinque aspetti che ho apprezzato particolarmente. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> I giornali non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo che si respirava alla <a href="http://www.sdionline.it/index.php?option=com_content&#038;task=blogcategory&#038;id=267&#038;Itemid=255">Costituente Socialista</a>. L&#8217;Auditorium della tecnica era strapieno, moltissimi i giovani, interessanti le proposte nelle assise che si sono definite come &#8220;le primarie delle idee&#8221;. Ecco cinque aspetti che ho apprezzato particolarmente. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare la rosa sul cerchio stellato del Partito Socialista Europeo. La capacità di cercare un punto di contatto costruttivo con uomini e storie diverse, anche al di là della diaspora socialista. La compostezza lucida di Boselli. Il discorso del presidente dei socialisti europei Rasmussen, che ha declinato senza imbarazzi il tema della flexicurity. La stella polare di un convinto laicismo, che pone comunque i socialisti a fianco di Pannella e della Bonino. Insomma, anche se ho subito in prima persona qualche prepotenza dei socialisti della Prima repubblica, credo che oggi si possa puntare sul nuovo partito. </strong> <span id="more-41"></span></p>
<p>Avevo un sacco di cose da fare, sabato mattina, come succede normalmente dopo una settimana molto intensa. Invece, sentita <a href="http://www.radio.rai.it/radio3/primapagina/">Prima pagina</a>, il mio cuore e la mia Golf mi hanno portato all&#8217;Eur, alla sessione finale della Costituente socialista.<br />
Con i socialisti ho sempre avuto rapporti difficili. Ho avuto la tessera del Psi per un solo anno, il 1975, dopo una lunga militanza repubblicana. Avevo lasciato il Pri per protesta contro la scelta di Ugo la Malfa di appoggiare la politica milanese dell&#8217;ex sindaco <a href="http://biblio.adm.unipi.it:8081/archiviofoto/entity.jsp?entity=Bucalossi%20Pietro">Pietro Bucalossi</a>. Il Buca era un uomo dell&#8217;800, noi giovani sognavamo un Pri diverso, tanto che a Cinisello Balsamo avevo fondato la sezione Martin Luther King formata soprattutto da immigrati. Nel merito forse aveva ragione lui, perché avevamo idee confuse e sessantottine, ma Bucalossi non aveva pazienza coi giovani e così come altri prima e dopo, me ne andai dal Pri. Per me del resto la politica era solo passione: ero consigliere di zona del centro storico a Milano, presidente della commissione urbanistica (anche allora gli incarichi non andavano alle persone competenti), ma non guadagnavo una lira da queste attività. Com&#8217;è giusto che sia e come dovrebbe tornare ad essere, almeno a livello di municipi.<br />
Entrai nel Psi con una richiesta d&#8217;iscrizione firmata da Bettino Craxi e Claudio Martelli: due autonomisti leader a Milano, ma che all&#8217;epoca erano in minoranza nel partito a livello nazionale. Ricordo che Craxi fu così gentile da ospitare nel suo Centro studi a Brera la presentazione del mio libro <em>Il romanzo della Confindustria</em>. Partecipavano alla tavola rotonda Romano Prodi, Giampaolo Pansa e Siro Lombardini. In sala ci saranno state dieci persone, ma non era certo colpa di Bettino.<br />
Quando nel 1976 mi trasferii da Milano a Roma per dirigere la redazione del <em>Mondo</em> di Paolo Panerai non rinnovai la tessera perché quel tipo di giornalismo d&#8217;informazione si poteva fare certamente meglio senza vincoli politici. Nel frattempo Craxi diventò segretario del Psi, ma i nostri rapporti si raffreddarono: nei miei articoli davo molto più spazio a Claudio Signorile, suo alleato nel rovesciamento di maggioranza all&#8217;interno del Psi, ma suo avversario all&#8217;interno del partito. Era logico, perché il Mondo era un giornale economico e Signorile era il responsabile economico del Psi, ma Craxi e Martelli avevano tra i loro difetti quello di pensare  che &#8220;esistono solo gli amici, i nemici e le puttane&#8221;: chi non era palesemente schierato con loro era comunque un  avversario o un doppiogiochista.<br />
I rapporti non migliorarono quando nel 1979 Giorgio Mazzanti, considerato da Craxi come un pericoloso nemico pur essendo socialista, diventò presidente dell&#8217;Eni e mi chiamò a dirigere i servizi generali del gruppo, comprese comunicazione e relazioni istituzionali. Con alcuni socialisti continuavo ad avere ottimi rapporti: per esempio Walter Tobagi (venne da me pochi giorni prima di essere ucciso dalle Br per sondare le intenzioni dell&#8217;Eni in merito al Giorno) e Ugo Intini, che non cessò mai di manifestarmi la sua amicizia. Si scatenarono invece attacchi diretti alla mia persona, giocati sulla mia presunta incapacità di difendere Mazzanti dagli attacchi che i socialisti stessi all&#8217;interno dell&#8217;Eni contribuivano a scatenare. Ricordo un titolo su <em>Critica Sociale</em>: Mazzanti, una brutta speronata. L&#8217;articolo mi definiva come &#8220;il repubblicano travestito da socialista, dal rado pizzetto e gli occhi di ghiaccio&#8221;. La barba me la sono tagliata quando è diventata bianca, lo sguardo è diventato più caloroso e comprensivo con l&#8217;età, ma per fortuna gli occhi non si sono sciolti.<br />
Scoppiò la vicenda Eni Petromin (una storiaccia che da 30 anni vorrei riuscire a raccontare); io facevo il mio mestiere di comunicatore dell&#8217;Eni spiegando com&#8217;erano andate le cose e i giornalisti, così come vari politici socialisti responsabili quali Giuliano Amato e Franco Bassanini (poi passato al Pci) si muovevano con molta cautela perché non erano affatto certi dei presunti ritorni in Italia delle tangenti pagate ai sauditi per ottenere il petrolio. Il socialista Rino Formica vide in questa prudenza un&#8217;operazione di corruzione.  Mi accusò in Parlamento di comprare giornali e giornalisti, costringendomi a  dimostrare carte alla mano al ministro delle partecipazioni statali Lombardini che non avevo sborsato un soldo né direttamente né indirettamente.<br />
Mazzanti perse la partita, il suo successore Alberto Grandi m&#8217;invitò a rimanere, ma io fuggii da quel lupanare e ritornai al <em>Mondo</em> come vicedirettore. Scoppiò lo scandalo P2. Organizzai per il mio giornale un questionario inchiesta per chiedere ai politici (parlamentari e uomini di governo) se avevano conosciuto Licio Gelli. Rino Formica, ancora lui, all&#8217;epoca ministro delle Finanze, mi attaccò in un&#8217;intervista di <strike>Corrado</strike> Paolo Guzzanti su <em>Repubblica</em> accusandomi di torbidi disegni. Qualche settimana dopo mi arrivò anche un accertamento fiscale nel quale mi si contestava di aver venduto foto al Secolo XIX, quotidiano per il quale avevo lavorato alcuni anni prima. Una contestazione palesemente assurda, di poche centinaia di migliaia di lire, forse un messaggio indiretto&#8230; non so.<br />
Nonostante tutto questo, ho continuato in quegli anni a votare socialista, perché Craxi mi sembrava l&#8217;unico che aveva in mente un disegno di modernizzazione dell&#8217;Italia: un disegno che forse ci avrebbe portato ad una situazione ben migliore di quella attuale se egli stesso e i suoi collaboratori non avessero perso il senso della misura e dell&#8217;etica nei comportamenti pubblici facendosi poi macellare da  Tangentopoli.<br />
Perché racconto tutto questo? Per dire che ieri, entrando alla Costituente socialista, i miei sentimenti erano misti: da un lato la speranza di aver ritrovato una casa, dall&#8217;altro la diffidenza verso tanta parte di quella storia e i personaggi che l&#8217;hanno espressa.<br />
Ebbene, devo dire: mi sono commosso. I giornali, mi sembra, non hanno dato conto dell&#8217;entusiasmo di quella riunione, molto più impegnati a raccontare  la pioggia di coriandoli su Berlusconi e sulla Brambilla a qualche chilometro di distanza. Invece l&#8217;Auditorium della tecnica anche senza effetti speciali era strapieno, moltissimi i giovani,  interessanti le proposte nelle assise che definite come &#8220;Le primarie delle idee&#8221;. Che cosa ho apprezzato particolarmente?  Cito cinque punti. Il simbolo, con il coraggio di dare l&#8217;addio al garofano craxiano per adottare la rosa sul cerchio stellato del Partito Socialista Europeo. La capacità di cercare un punto di contatto costruttivo con uomini e storie diverse, da Cinzia Dato ex Margherita a Gavino Angius ex Ds, anche al di là della diaspora socialista. La compostezza di Enrico Boselli, un leader che non cerca affatto di somigliare a Craxi, ma che nel suo tono dimesso dimostra comunque forza e lucidità. Il bellissimo discorso del presidente dei socialisti europei Poul Nyrup Rasmussen, che ha declinato senza imbarazzi il tema della flexicurity, ottenendo un convinto appoggio della platea. La stella polare di un convinto laicismo, che pone comunque il Partito Socialista a fianco dei radicali di Pannella e della Bonino, nonostante il fallimento purtroppo ormai certo della Rosa nel Pugno&#8230;<br />
Intendiamoci, potrebbe andar tutto a finir male, come spesso accade nella politica italiana. I socialisti hanno una storia fatta di litigi e di scissioni. In platea c&#8217;erano certamente anche i sopravvissuti del vecchio Psi arraffone che cercavano solo l&#8217;occasione di tornare a contare. Non tutti certo erano lì per idealismo&#8230; Ma potrebbe anche non andare così, potrebbe davvero essere l&#8217;inizio di un&#8217;altra storia.<br />
Sapete che vi dico? Questa gente, a cominciare da  Craxi, ha pagato, anche duramente, per i suoi errori. Molto più di altri. Ha idee coraggiose. Molto più di altri. Penso che sia tornato il tempo di ridargli fiducia.</p>
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		<title>La domanda di Libero Grassi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Sep 2007 14:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si parla molto, in questi giorni, di Libero Grassi, l&#8217;imprenditore ucciso dalla mafia nel 1991. Vorrei aggiungere un ricordo personale. Nel 1988 con Paolo Panerai, l&#8217;editore del gruppo Class, eravamo a Palermo a presentare Capitale Sud, la rivista settimanale che dirigevo e che avevo ideato con l&#8217;ambizione di raccontare la crescita dell&#8217;economia meridionale. Erano tempi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla molto, in questi giorni, di Libero Grassi, l&#8217;imprenditore ucciso dalla mafia nel 1991. Vorrei aggiungere un ricordo personale. Nel 1988 con Paolo Panerai, l&#8217;editore del gruppo Class, eravamo a Palermo<span id="more-37"></span> a presentare <em>Capitale Sud,</em> la rivista  settimanale che dirigevo e che avevo ideato  con l&#8217;ambizione di raccontare la crescita dell&#8217;economia meridionale. Erano tempi di grande ottimismo e speranza, dopo il varo di leggi importanti per il Sud. Era diffusa la sensazione che il Mezzogiorno si stesse omologando al resto del Paese.<br />
All&#8217;incontro, svoltosi a Villa Zito, la sede di prestigio del Banco di Sicilia,  c&#8217;era tutta la Palermo importante, dal sindaco Leoluca Orlando agli imprenditori e ai sindacalisti più in vista. Durante il dibattito che seguì la nostra presentazione si alzò Grassi: &#8220;Va bene tutto, ma voi giocate a tennis o a ping pong?&#8221; Qualcuno sbuffò, perché Grassi era considerato un guastafeste, ma aveva ragione lui, perché il Mezzogiorno, per essere raccontato, richiede profondità di campo, dinamismo e tanta fatica.<br />
Più volte le sue parole mi sono tornate in mente. Capitale Sud ha chiuso nel 1993 dopo che le speranze degli anni &#8217;80 sono miseramente fallite. Io ho dedicato  a questa iniziativa sette anni cruciali  della mia vita professionale, ma ancor oggi mi chiedo a  che cosa abbiamo giocato. L&#8217;intenzione era certamente quella di giocare un gioco importante e qualche schiacciata vincente l&#8217;abbiamo pure fatta, su temi come gli sprechi di fondi pubblici, i contrasti tra gli enti del Mezzogiorno, il terremoto dell&#8217;Irpinia,. Ma la nostra capacità d&#8217;indagine non è  stata sufficiente quando parlavamo delle economie locali, dei maneggi di classi dirigenti che per essere rivelati avrebbero richiesto ben altra incisività. Mi sembra del resto che ancor oggi buona parte della stampa economica del Mezzogiorno giochi a ping pong.<br />
A parte il mio ricordo personale, la domanda di Libero Grassi torna ora di attualità, di fronte alla proclamata volontà della Confindustria di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo. Stanno giocando a tennis o a ping pong? E&#8217; davvero l&#8217;annuncio di una politica coraggiosa di &#8220;tolleranza zero&#8221; verso la criminalità (che come è stato giustamente detto dovrebbe estendersi ai casi di corruzione, alle tangenti e perché no all&#8217;evasione fiscale) oppure è solo un modo per &#8220;fare ammoina&#8221;?<br />
Azzardo una risposta: penso che oggi tra gli imprenditori ci siano dei veri giocatori di tennis. E&#8217; assai importante, per esempio, che la rivolta contro il pizzo sia nata da un costruttore catanese, Andrea Vecchio, mentre in passato gli edili erano i più compromessi con la criminalità, sia per spartirsi gli appalti, sia perché i loro cantieri sono più esposti a ritorsioni. E&#8217; anche vero, e fa ben sperare, che il mondo degli imprenditori meridionali sta cambiando, perché non tutti dipendono dalle commesse pubbliche e cresce la presenza di attività manifatturiere e di servizio dove gli operatori sono più insofferenti alle vecchie pastoie. Ma temo che molti considerino tutta questa una finzione. Grassi, se fosse vivo, sarebbe il primo a chiedere: &#8220;Colleghi, a che gioco giocate?&#8221;.</p>
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