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	<title>Donato Speroni &#187; Nord e Sud</title>
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		<title>La questione centrale: mastini o barboncini?</title>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 21:57:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; un facile gioco di parole, dire che tra la &#8220;questione settentrionale&#8221; esplosa prima delle ultime elezioni e la &#8220;questione meridionale&#8221; che si trascina da più di un secolo esiste anche una &#8220;questione centrale&#8221;, cioè di tutti quei territori che non si identificano né con la Padania né col Mezzogiorno, dove gli amministratori legittimamente si interrogano  sulle conseguenze della &#8220;secessione dolce&#8221; mascherata da federalismo che il nuovo governo si troverà a gestire.<br />
In realtà (un altro gioco di parole, chiedo scusa), la questione centrale è davvero centrale, perché è questione nazionale. Solo un governo capace di dare risposte che valgono per tutti, solo una opposizione in grado di costruire un progetto alternativo di società, possono evitare che questo Paese vada a pezzi nell&#8217;illusione di stare meglio senza &#8220;gli altri&#8221;.<span id="more-79"></span></p>
<p>Cominciamo dal governo. Oggi, in attesa del nuovo gabinetto di Silvio Berlusconi, vorrei dire che a me non importa se i ministri saranno dodici, quindici o venti.  Se davvero si vuole risparmiare, basta ridurre la dimensione dei loro uffici, senza accorpare troppe attività che, lo abbiamo visto in passato, faticano a stare insieme. Invece, vorrei che i ministri fossero davvero in grado di guidare il loro ministero. Non importa se sono o non sono tecnici: un bravo politico può anche cogliere l&#8217;essenza di problemi che non conosce a fondo. Quello che conta veramente è la volontà  di seguire le questioni fino all&#8217;effettiva soluzione, senza limitarsi alle comparsate sui giornali. Anche nei governi esistono ministri mastini che aggrediscono le questioni e ministri barboncini che si accontentano di abbaiare.<br />
Dagli anni in cui mi occupavo di Mezzogiorno ricordo con ammirazione Remo Gaspari, sì quel democristiano trattato con sufficienza per la capacità di convogliare soldi pubblici sul suo Abruzzo. Il mastino Gaspari non aveva forse una grande visione strategica, ma stava al suo ministero dal mattino alla sera, e non mollava le pratiche finché non le portava a soluzione. Mentre ricordo come ministri abbaianti Riccardo Misasi e Calogero Mannino, che se ne infischiavano delle pratiche ministeriali (Misasi addirittura andava in ufficio solo dopo le nove di sera)  e usavano solo le strutture di potere. Ma ministri incapaci di concepire una strategia che andasse oltre la rassegna stampa c&#8217;erano anche nel governo Prodi.<br />
M&#8217;importa, invece, che i ministeri abbiano strutture adeguate, che i nuovi ministri non buttino all&#8217;aria le direzioni generali in nome dello spoil system. Perché la pubblica amminstrazione è una macchina complessa. E&#8217; bene inserire competenze nuove, ma guai a cancellare tutto quello che è stato fatto finora, come ho visto succedere, con risultati disastrosi, durante il governo Berlusconi del 2001 &#8211; 2006.</p>
<p>Al tempo stesso, vorrei un&#8217;opposizione meno parolaia e più capace di costruire una prospettiva nuova. Mi ha disturbato, per esempio, che Walter Veltroni abbia sfornato un programma elettorale fatto di progetti di legge di pura facciata, perchè in molti casi o erano irrealistici o erano abbozzati, senza tener conto del lavoro fatto dal governo in alcuni campi negli anni precedenti.<br />
Non mi appassiona il dibattito su quello che farà questa sinistra. Potrà competere per amministrare meglio alcuni territori, ma mi sembra totalmente sprovveduta di fronte alle grandi domande alle quali si dovrà rispondere nel prossimo decennio. Provo a elencarne alcune, utilizzando una riiflessione che ho sottoposto anche agli amici di <a href="http://www.unacitta.org">Una città</a>.</p>
<p><strong>La governance</strong>. La crisi ambientale e quella finanziaria ci hanno dimostrato che non si può affidarsi solamente alle forze del mercato. Ma dalla globalizzazione non si può tornare indetro. E allora? Su quali istituzioni internazionali vogliamo puntare? Per esempio il Wto è cattivo, perché ha accelerato troppo la liberalizzazione dei mercati, come dicono Tremonti e i no global, oppure è una istituzione fondamentale per governare il cambiamento? E a quali condizioni?</p>
<p><strong>L&#8217;ambiente</strong>. Un anno fa l&#8217;Europa ha varato un piano molto ambizioso per contenere le emissioni entro il 2020 e prendere la leadership mondiale del dopo Kyoto. Adesso sono all&#8217;opera tutte le forze che temono conseguenze troppo gravi per le imprese europee e per il nostro stile di vita. Bisogna battersi davvero per obiettivi ambientali ambiziosi o limitarsi ad ipocriti auspici senza alcun impatto politico?<br />
<strong>L&#8217;immigrazione</strong>. E&#8217; fin troppo facile respingere certi toni dei leghisti. Ma quanta e quale immigrazione vogliamo? Con quali criteri di selezione e con che tipo di accoglienza? Dobbiamo accogliere soltanto chi ci serve per far funzionare le nostre industrie e accudire i nostri vecchi, oppure dobbiamo avere una strategia più generale di aiuto verso i Paesi nuovi? Quanto siamo disposti a sacrificare per questo obiettivo?</p>
<p><strong>La vita umana</strong>. Anche se tra laici e cattolici ci sono concezioni profondamente diverse, a certe domande non si può sfuggire. Per esempio: sarà sempre più facile arrivare fino a novant&#8217;anni e oltre. A una condizione: di avere i soldi per pagarsi le cure. Anche qui si profilano temi etici di enorme importanza. Che cosa deve garantire la collettività e che cosa deve rimanere nella sfera delle possibilità individuali?</p>
<p>E si potrebbe continuare con tanti temi globali (l&#8217;importanza di certi interventi militari, i diritti umani, gli ogm, la bioetica, le nuove forme di democrazia legate alla rete) che nel dibattito italiano vengono soltanto sfiorati, solitamente per dire delle banalità, perché sono fonte di troppo divisioni.<br />
Ecco, io credo che il dovere di una forza politica nuova (di sinistra? sì, certo, se sinistra vuol dire affrontare il cambiamento, ma le etichette poco importano) sia di mettere queste domande sul tavolo per elaborare risposte condivise e agire di conseguenza. Altrimenti, se l&#8217;opposizione si limiterà a glissare su queste cose per fare invece il controcanto a Berlusconi e a Bossi sulle banalità di ogni giorno magari accusandoli di favorire i naziskin, se l&#8217;eventuale governo ombra non sarà anch&#8217;esso composta da mastini, ma da barboncini, penso che non solo perderà tutte le battaglie politiche, ma contribuirà a fare dell&#8217;Italia un Paese sempre più marginale e culturalmente provinciale.</p>
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		<title>Tre scenari per il governo Berlusconi</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Apr 2008 11:03:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per il giornale on line Terza Repubblica ho scritto oggi questo articolo. Siamo stati tra i primi, noi di Società aperta, a parlare di Terza Repubblica, tanto da farne, tre anni fa, la testata di questo giornale on line. Ci aspettavamo di arrivarci attraverso un percorso costituente che ridefinisse le regole del “bipolarismo bastardo” che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per il giornale on line <a href="http://www.terzarepubblica.it"><em>Terza</em> <em>Repubblica</em></a> ho scritto oggi questo <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=1975">articolo</a>.</strong></p>
<p>Siamo stati tra i primi, noi di Società aperta, a parlare di Terza Repubblica, tanto da farne, tre anni fa, la testata di questo giornale on line. Ci aspettavamo di arrivarci attraverso un percorso costituente che ridefinisse le regole del “bipolarismo bastardo” che ha caratterizzato la Seconda e che non ha impedito il declino, anzi lo ha accentuato al limite di un degrado irreparabile del Paese.<br />
Oggi invece (si veda per esempio <a href="http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/politica/elezioni-2008-uno/giannini-voto/giannini-voto.html">l’editorale</a> di Massimo Giannini), la Terza Repubblica nasce sull’onda della netta vittoria di Silvio Berlusconi e della Lega: si profila un sistema nettamente bipolare, ma con una maggioranza forte, in grado di tenere saldamente il timone del governo per i prossimi cinque anni.<br />
Le carte sono totalmente rimescolate. La sinistra avrà bisogno di tempo per analizzare le ragioni di una sconfitta così netta, che si è manifestata sia nell’annullamento della sinistra antagonista, sia nel mancato sfondamento al centro del Partito democratico. Anche la sopravvivenza dell’Udc sarà probabilmente irrilevante ai fini della governabilità. Insomma, Berlusconi, Fini e Bossi hanno in mano tutte le carte per governare. Con quali sbocchi? Ne posso immaginare tre: due nefasti e uno positivo, ma molto difficile.<span id="more-77"></span><br />
Il primo scenario negativo è di tipo argentino. Un governo apparentemente forte, ma diviso nel suo interno, incapace di fare le riforme necessarie: per esempio, di tagliare la spesa pubblica e di completare la legge Biagi con la liberalizzazione del mercato del lavoro (anche per i pubblici dipendenti) e la creazione di un sistema adeguato di ammortizzatori sociali. Un governo pronto a scaricare sull’Europa e sulla globalizzazione le sue inefficienze. Se la nuova legislatura che comincia con la vittoria di Berlusconi dovesse somigliare al periodo 2001 &#8211; 2006, il distacco dal resto dell’Europa si accentuerebbe tanto da essere insostenibile. Avrebbero spazio le componenti peroniste del berlusconismo, probabilmente finiremmo con il distacco dall’euro, il consolidamento del debito pubblico, la ripresa dell’inflazione. Insomma, un disastro.<br />
Il secondo scenario negativo è di tipo balcanico, magari senza i fucili, ma con analoghe spinte disgregatrici. Il partito di Umberto Bossi non è certo disposto a dilapidare il grande patrimonio di voti accumulato in alcune regioni del nord e spingerà sul federalismo fiscale e su una diversa ripartizione delle risorse e del potere di decisione sui soldi pubblici. Il Mezzogiorno però ha tutto da perdere da un aumento del federalismo che non è in grado di gestire a causa di istituzioni locali inadeguate e di una società civile debole. Se l’incapacità del governo centrale di elaborare politiche di sicurezza e sviluppo per il Sud dovesse accentuare i divari di prodotto interno lordo pro capite e di produttività tra le diverse regioni sarà difficile tenere insieme il Paese. Ne potrebbe derivare una secessione più o meno dolce, in due tronconi, o magari tre se il resto d’Italia non volesse stare né con i leghisti, né con le regioni troppo a rischio di malavita.<br />
Il terzo difficile percorso è quello di riavvicinamento al nucleo storico dell’Europa, attraverso quelle riforme che tutti sanno essere necessarie, ma che nessuno ha avuto finora il coraggio di affrontare e che riguardano magistratura, scuola, pubblica amministrazione, mondo del lavoro. E’ una strada stretta tra i due rischi che abbiamo  descritto. Presuppone coraggio, ma anche perizia di governo, una perizia che finora Berlusconi non ha dimostrato. La situazione mondiale, così gravida di incognite economiche, non aiuta. E non è d’aiuto nemmeno lo stato dell’Europa, incapace nella dimensione a 27 di darsi una politica efficace come quella che lo stesso Giulio Tremonti ha auspicato nel suo recente libro. Due elementi possono fare ben sperare. Il primo è il corretto rapporto che si è instaurato coll’opposizione di Walter Veltroni, che potrebbe portare a riforme condivise o quanto meno elaborate con una dialettica costruttiva, come per esempio avveniva spesso nella Prima repubblica tra forze di governo e gruppo parlamentare comunista. Il secondo è che il Cavaliere ha saputo tenersi le mani libere, senza promesse mirabolanti. Potrebbe permettersi un programma dei primi cento giorni senza concessioni alla demagogia.<br />
Insomma, i primi segnali importanti si vedranno nei prossimi giorni, con la scelta dei ministri e l’annuncio delle prime riforme. Incrociamo le dita.</p>
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		<title>Attenti alle idee: fanno perdere voti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 20:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questa campagna elettorale i candidati alla guida del governo presentano tanti programmi, ma poche idee. I programmi sono promesse di leggi e leggine per modificare la situazione di questa o quella categoria: i contribuenti, i pensionati, i precari, le famiglie meno abbienti. Le idee sono (dovrebbero essere?) il contenitore generale dei programmi, la visione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>In questa campagna elettorale i candidati alla guida del governo presentano tanti programmi, ma poche idee. I programmi sono promesse di leggi e leggine per modificare la situazione di questa o quella categoria: i contribuenti, i pensionati, i precari, le famiglie meno abbienti. Le idee sono (dovrebbero essere?) il contenitore generale dei programmi, la visione complessiva dell&#8217;evoluzione del Paese nella quale si collocano le iniziative specifiche che ogni schieramento vorrebbe realizzare nel prossimo quinquennio.<br />
Con le promesse e i programmi si spera di guadagnare qualche voto, con le idee si rischia di perderne, perché le coalizioni elettorali sono in realtà piuttosto disomogenee: guai se davvero dovessero cominciare a discutere sui valori. E così non si discute di bioetica (Ferrara a parte, ma la sua atipicità è proprio l&#8217;eccezione che conferma la regola), assai poco di salvaguardia ambientale, ma anche, per esempio, dei modelli di equilibrio demografico: quanti immigrati vogliamo? Con quale politica di accoglienza? Mistero.<br />
Ci sono però due aspetti che personalmente trovo molto interessanti e dei quali si discute, a margine della campagna elettorale, soprattutto grazie a due libri.  LEGGI<span id="more-76"></span><br />
<a href="http://www.giuliotremonti.it/pubblicazioni/visualizza.asp?id=76"> &#8220;La paura e la speranza&#8221;</a> di Giulio Tremonti affronta il tema dell&#8217;Europa e della globalizzazione. Riccardo Illy con il suo pamphlet &#8220;<a href="http://www.babylonbus.org/modules.php?op=modload&amp;name=News&amp;file=article&amp;sid=381503">Così perdiamo il Nord</a>&#8220;ha denunciato l&#8217;incapacità della classe politica di rispondere alle esigenze delle regioni settentrionali. Gli fanno eco, specularmente, le preoccupazioni di quanti, a cominciare dagli economisti della <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000313.html">voce.info</a>, denunciano la scarsa attenzione ai problemi del Mezzogiorno nel dibattito elettorale.<br />
Europa e territorio: i due temi sono a mio giudizio strettamente legati e forse dal dibattito in corso si possono trarre alcune indicazioni valide al di là della scadenza elettorale.<br />
Il primo punto, al centro della &#8220;paura&#8221; denunciata da Tremonti, riguarda la globalizzazione: la velocità con la quale dalla nascita del Wto in poi si è consentito alla Cina di accedere ai mercati mondiali, senza regole in nome del &#8220;mercatismo selvaggio&#8221;. Non so se si poteva fare diversamente, come sostiene Tremonti; quello che è certo, come lui stesso ammette, è che a questo punto non si può tornare indietro. Il miliardo di persone che in nome della globalizzazione oggi in Asia vive meglio non è certo disposto a sacrificarsi per i privilegi di quell&#8217;altro miliardo (noi) che comincia a vedere più danni che vantaggi dall&#8217;apertura dei mercati internazionali.<br />
I mercati del futuro resteranno globalizzati. Ma questo non significa che non possano essere governati meglio. Tremonti auspica &#8220;una nuova Bretton Woods&#8221;, cioè un momento nel quale tutti i Paesi, come avvenne alla fine della seconda guerra mondiale, si mettano insieme per ridefinire le regole internazionali. Credo che si tratti di una semplificazione, ma che in qualche modo questo processo sia già in corso. Non nasce da un unico consesso internazionale, come Tremonti semplicisticamente propone, ma in una pluralità di sedi, come ho raccontato nell&#8217;articolo su East citato nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/03/18/la-governance-tremonti-e-le-elezioni/">post</a>. Il punto più delicato di questo processo di costruzione della nuova governance è indubbiamente la finanza, anche perché nessuno riesce a capire le dimensioni della crisi che si è messa in moto dall&#8217;America. &#8220;Una nuova Bretton Woods&#8221; significherebbe definire anche l&#8217;assetto ottimale dei cambi tra dollaro, euro e renminbi cinese. L&#8217;obiettivo è necessario ma ancora lontano.<br />
In assenza di adeguata governance internazionale, l&#8217;Europa deve rafforzare le sue difese. Anche le attuali regole del commercio mondiale consentono politiche di difesa dalla concorrenza sleale. Sono state applicate per esempio nel campo dei compressori su iniziativa del ministro del commercio estero Emma Bonino, lodata in ciò da Tremonti. Queste forme di protezione  temporanea sono totalmente demandate all&#8217;Europa e non sono prerogative degli stati nazionali. Ma l&#8217;Europa è in grado di difenderci? Su questo punto Tremonti professa il suo europeismo con due proposte: il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e l&#8217;inizio di una vera politica economica comunitaria, finanziata da un debito pubblico europeo. Sfugge però all&#8217;interrogativo se questa Europa sia in grado davvero di darsi regole così incisive.<br />
Io credo che l&#8217;alternativa sulla quale dovremo pronunciarci è tra una graduale maturazione dell&#8217;Europa a 27, attraverso la nuova bozza di <a href="http://europa.eu/lisbon_treaty/index_en.htm">Trattato</a> concordata a Lisbona, con tempi  lunghi ed esiti incerti (magari rifiutando questo Trattato e puntando più in alto, come sostiene il movimento <a href="http://www.newropeans.eu/index.php?lang=it">Newropeans</a>), oppure una cooperazione rafforzata nell&#8217;area dell&#8217;euro, forse più concreta, ma che creerebbe una Unione europea di serie A e una di serie B. Non mi sembra che i candidati alla guida di questo Paese esprimano idee concrete in materia.<br />
In realtà nel Tremontipensiero &#8220;la speranza&#8221;, cioè la parte propositiva del suo libro, non è affidata a meccanismi istituzionali, ma a un rilancio dei valori. L&#8217;Europa cioè non si potrà riscattare se non sarà capace di stringersi attorno ai propri valori fondativi, a cominciare dalle &#8220;radici giudaico cristiane&#8221;. Lo snodo è difficilmente comprensibile, sembra una fuga in avanti. Ma qualcosa di vero c&#8217;è: non può esserci politica incisiva, in un continente democratico come l&#8217;Europa, se ai governanti manca l&#8217;appoggio del popolo. E il consenso non si costruisce solo sugli interessi monetari dei contribuenti, ma appunto su valori condivisi.<br />
Che cosa può unire davvero gli Europei? In un continente che sempre più ha bisogno degli immigrati, il riferimento alle radici religiose è solo un modo di mettere dei paletti che tengono ben distinto &#8220;l&#8217;altro&#8221;. Ma i valori sui quali è necessario cercare la condivisione sono quelli del rispetto dell&#8217;altro, della solidarietà sociale, dell&#8217;uguaglianza tra uomini e donne. Anche quelli dell&#8217;orgoglio di appartenenza un Continente, a una Nazione, a una Regione, a un Comune, espressi dall&#8217;alzabandiera nelle scuole, come auspica Tremonti, ma solo se quel Continente, Nazione Regione o Comune avrà saputo far sì che tutti i cittadini che sul loro territorio vivono e lavorano si sentano parte della collettività.<br />
Qui a mio avviso le tematiche tremontiane si saldano a quelle relative alla gestione del territorio toccate da Illy. Ci sono valori condivisi tra il Nord e il Sud dell&#8217;Italia? Per ora fermiamoci a questa domanda. Ne riparleremo.</p>
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		<title>Mi chiamo Speroni, mio nonno era mugnaio sull&#8217;Olona, però&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Sep 2007 05:41:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni commenti al mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2007/09/23/se-il-belgio-si-divide-litalia-esplode/">post</a> che ho ricevuto sul blog e a voce m&#8217;inducono a una precisazione. Anche se  la mia famiglia proviene dal cuore della Lombardia, anche se porto lo stesso cognome dell&#8217;eurodeputato Francesco, ex segretario di Umberto Bossi, non sono a favore della divisione del Nord dal resto del Paese. Ho solo cercato di descrivere i rischi che il Paese sta correndo e mi sembra che l&#8217;escalation dei toni sul tema della secessione giustifichi la mia preoccupazione.  Ma chi legge articoli sullo schermo anziché su carta  troppo spesso giudica in modo frettoloso. Oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni.<span id="more-40"></span></p>
<p>Il mio post sul blog  sul web&#8230; che parole ragazzi, solo dieci anni fa mi avrebbero preso  per pazzo. o comunque non avrebbero capito un cavolo. Cercherò  invece di spiegarmi in un linguaggio che sarebbe stato comprensibile anche a mio padre ingegnere, che se fosse vivo adesso avrebbe 104 anni, ma che negli anni &#8217;50 era un dirigente della Ibm, una fabbrichetta degli americani in Via Tolmezzo, nelle nebbie di Lambrate. In quei tempi i computer occupavano intere stanze e la memoria era fatta di schede perforate, tanto che mia madre, che pure lavorava all&#8217;Ibm, raccontava che alla Fiera di Milano la gente veniva a chiedere se  quel macchinone serviva a fare i coriandoli.<br />
Ricominciamo. Quello che ho scritto sul mio diario pubblicato sulla rete mondiale  che collega i calcolatori che abbiamo in casa (<em>sì papà, è successo: i computer sono piccolissimi e facilissimi da usare. E&#8217; una cosa bellissima, anche se c&#8217;è gente che li usa per fare del male. E tanti altri che si considerano  troppo vecchi per capirli: magari hanno 50 anni, ma li usano con diffidenza e così  non sanno sfruttarne le possibilità. Invece se tu ci fossi ancora sono sicuro che ti divertiresti un mondo</em>&#8230;) Insomma, quello che ho scritto sul mio post precedente (pubblicato anche da <a href="http://www.terzarepubblica.it/articolo.php?codice=1586">Terza Repubblica</a>) mi ha provocato diversi commenti. Ma dato che ancora non dispongo di una community <em>(papà, ti spiego: è la gente che legge quello che ho scritto e lo commenta, in modo che tutto il mondo possa leggerlo; alla fine costituiscono una comunità di persone collegate tra loro da interessi comuni; pensa che c&#8217;è persino un comico che ne ha fatto uno strumento politico, ma questa è un&#8217;altra storia e  forse è meglio che non te la racconti perchè il contesto in cui avviene probabilmente ti deprimerebbe. Tu partisti da Varese per fare la marcia su Roma, restituisti la tessera fascista dopo il delitto Matteotti, creandoti in questo modo non poche difficoltà, tanto da dover andare a lavorare con gli americani, come mi ha raccontato mio fratello</em><em> che è un po&#8217; più grande di me, ma poi eri di un tale rigore da non sopportare l&#8217;antifascismo dei voltagabbana e il clima opportunista del dopoguerra, tanto che ti sembrava un politicante persino De Gasperi, al quale tra l&#8217;altro somigliavi fisicamente in modo impressionante&#8230;</em><br />
Che tirata. Ma torniamo al post sul blog sul web. Stavo dicendo che, dato che ancora non dispongo di una community, tra i commenti che ho ricevuto i più preoccupati vengono da persone che mi vogliono bene e che si preoccupano.<br />
<strong>Tommaso</strong>: &#8220;A pa&#8217; (<em>lui è romano de Roma , l&#8217;Olona non l&#8217;ha mai vista e forse è meglio, visto lo schifo che è diventato il fiume</em>), ma te pare, col nostro cognome vai a scrivere &#8216;ste cose&#8230;&#8221;.<br />
<strong>Cristina</strong>: &#8220;Attenzione perchè un pubblico meno accorto potrebbe prenderti per un fautore di Bossi. Ma come, qui aumentano di giorno in giorno le bandiere belghe alle finestre (qui a Bruxelles), e tu inciti un federalismo in Italia? Ti assicuro che milanesi e palermitani hanno comunque molte più cose in comune di fiamminghi e walloni&#8230;&#8221;.<br />
Tommaso ha ragione. Io batto (ops, diciamo navigo) i corridoi dei palazzi del potere romano ormai dal lontano 1962, quando venni a Roma con un lavoro all&#8217;Associated Press Photo per seguire la grande avventura del centrosinistra.  <em>Ricordo ancora quando  Ugo la Malfa mi ricevette nella sua stanza di ministro del Bilancio e chiese a me ventenne che cosa pensavo della situazione politica, non perché mi stimasse particolarmente ma perché ero un giovane repubblicano ed egli (scusate, il &#8220;lui&#8221; usato come soggetto non mi viene) sapeva ascoltare. Ma anche questa è un&#8217;altra storia&#8230;</em><br />
Dunque, dicevo, anche se come giornalista sono conosciuto nel Palazzo da tanti anni, certamente Francesco Speroni, attuale eurodeputato, mi ha surclassato. Su Google <em>(papà, è una specie di biblioteca universale immediata: ti farebbe impazzire di gioia e piacerebbe molto anche alla mamma che era piena di curiosità culturali) </em>compare in prima pagina mentre io, mio fratello Gigi e mio figlio <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html"><strong>Pietro</strong></a> (in ordine inverso, per la verità il che mi va bene per Gigi che è più anziano, però Pietro non è carino che ci passi avanti perché sei più alto negli algoritmi dello spider <em>(troppo complicato papà, io non so spiegartelo, chiedilo a tuo nipote Pietro<strong>,</strong> il matematico)</em> che naviga la rete.<br />
Il peggio avvenne nella rassegna stampa dei Ds <em>(gli ex Pci, papà, però ti assicuro che sono cambiati, non c&#8217;è più neanche l&#8217;Urss ma non possiamo divagare in continuazione)</em> quando un anonimo estensore che bene o male  doveva avere anche il mio nome nell&#8217;orecchio, scrisse in una nota  che il segretario particolare del ministro Umberto Bossi anziché Francesco si chiamava Donato Speroni. Apriti cielo, perché la frase finì su Google e  quindi in testa alle citazioni sul mio nome.<br />
Tutto questo per dire che, anche se sono conterraneo del leghista con la cravatta di cuoio il quale se non sbaglio è di Busto Arsizio, apparteniamo a famiglie anagrafiche e politiche diverse.<br />
Più preoccupante l&#8217;obiezione di Cristina. Anche perché non è l&#8217;unica che leggendo il pezzo ha pensato che sono a favore della secessione. In realtà io volevo dire tre cose:<br />
1) Che esiste un rischio oggettivo, aggravato dal fatto che la secessione è tecnicamente più facile;<br />
2) Che la globalizzazione favorisce questo processo contrariamente a quanto può sembrare, perché si accompagna alla rinascita del nazionalismo economico, di fronte al quale l&#8217;Europa di oggi è incapace;<br />
3) Che per l&#8217;Italia sarebbe un disastro, ma purtroppo non è impossibile. E&#8217; vero che gli italiani hanno molte più cose in comune di fiamminghi e valloni e forse anche di baschi e catalani, ma i milanesi ne hanno ormai di più con i bavaresi o gli svizzeri. E le divaricazioni comportamentali aumentano.<br />
Mi sembrava di essere stato chiaro. Perché allora qualcuno mi ha frainteso? La prima ipotesi, ovviamente è che non ho fatto bene il mio mestiere di giornalista. Ma ho la presunzione di credere che ci sia un&#8217;altra spiegazione: che oggi sul web si usa una lettura &#8220;impressionistica&#8221;; difficilmente ci si ferma a leggere fino in fondo un articolo, e comunque lo si fa così in fretta che non se ne colgono tutte le implicazioni. Su un libro ci si ferma a pensare, sul web no. E un bel problema, perché la massa delle informazioni circola e si confronta sulla rete. Ed è sulla rete che si formano forti, vibranti, ma frettolose opinioni. Scrivere testi più brevi? Essere più semplici? E&#8217; possibile. Ma come diceva Albert Einstein, <em>&#8220;Everything should be made as simple as possible, but not simpler&#8221;</em>.</p>
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		<title>La domanda di Libero Grassi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Sep 2007 14:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[Si parla molto, in questi giorni, di Libero Grassi, l&#8217;imprenditore ucciso dalla mafia nel 1991. Vorrei aggiungere un ricordo personale. Nel 1988 con Paolo Panerai, l&#8217;editore del gruppo Class, eravamo a Palermo a presentare Capitale Sud, la rivista settimanale che dirigevo e che avevo ideato con l&#8217;ambizione di raccontare la crescita dell&#8217;economia meridionale. Erano tempi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla molto, in questi giorni, di Libero Grassi, l&#8217;imprenditore ucciso dalla mafia nel 1991. Vorrei aggiungere un ricordo personale. Nel 1988 con Paolo Panerai, l&#8217;editore del gruppo Class, eravamo a Palermo<span id="more-37"></span> a presentare <em>Capitale Sud,</em> la rivista  settimanale che dirigevo e che avevo ideato  con l&#8217;ambizione di raccontare la crescita dell&#8217;economia meridionale. Erano tempi di grande ottimismo e speranza, dopo il varo di leggi importanti per il Sud. Era diffusa la sensazione che il Mezzogiorno si stesse omologando al resto del Paese.<br />
All&#8217;incontro, svoltosi a Villa Zito, la sede di prestigio del Banco di Sicilia,  c&#8217;era tutta la Palermo importante, dal sindaco Leoluca Orlando agli imprenditori e ai sindacalisti più in vista. Durante il dibattito che seguì la nostra presentazione si alzò Grassi: &#8220;Va bene tutto, ma voi giocate a tennis o a ping pong?&#8221; Qualcuno sbuffò, perché Grassi era considerato un guastafeste, ma aveva ragione lui, perché il Mezzogiorno, per essere raccontato, richiede profondità di campo, dinamismo e tanta fatica.<br />
Più volte le sue parole mi sono tornate in mente. Capitale Sud ha chiuso nel 1993 dopo che le speranze degli anni &#8217;80 sono miseramente fallite. Io ho dedicato  a questa iniziativa sette anni cruciali  della mia vita professionale, ma ancor oggi mi chiedo a  che cosa abbiamo giocato. L&#8217;intenzione era certamente quella di giocare un gioco importante e qualche schiacciata vincente l&#8217;abbiamo pure fatta, su temi come gli sprechi di fondi pubblici, i contrasti tra gli enti del Mezzogiorno, il terremoto dell&#8217;Irpinia,. Ma la nostra capacità d&#8217;indagine non è  stata sufficiente quando parlavamo delle economie locali, dei maneggi di classi dirigenti che per essere rivelati avrebbero richiesto ben altra incisività. Mi sembra del resto che ancor oggi buona parte della stampa economica del Mezzogiorno giochi a ping pong.<br />
A parte il mio ricordo personale, la domanda di Libero Grassi torna ora di attualità, di fronte alla proclamata volontà della Confindustria di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo. Stanno giocando a tennis o a ping pong? E&#8217; davvero l&#8217;annuncio di una politica coraggiosa di &#8220;tolleranza zero&#8221; verso la criminalità (che come è stato giustamente detto dovrebbe estendersi ai casi di corruzione, alle tangenti e perché no all&#8217;evasione fiscale) oppure è solo un modo per &#8220;fare ammoina&#8221;?<br />
Azzardo una risposta: penso che oggi tra gli imprenditori ci siano dei veri giocatori di tennis. E&#8217; assai importante, per esempio, che la rivolta contro il pizzo sia nata da un costruttore catanese, Andrea Vecchio, mentre in passato gli edili erano i più compromessi con la criminalità, sia per spartirsi gli appalti, sia perché i loro cantieri sono più esposti a ritorsioni. E&#8217; anche vero, e fa ben sperare, che il mondo degli imprenditori meridionali sta cambiando, perché non tutti dipendono dalle commesse pubbliche e cresce la presenza di attività manifatturiere e di servizio dove gli operatori sono più insofferenti alle vecchie pastoie. Ma temo che molti considerino tutta questa una finzione. Grassi, se fosse vivo, sarebbe il primo a chiedere: &#8220;Colleghi, a che gioco giocate?&#8221;.</p>
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