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	<title>Donato Speroni &#187; Media</title>
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		<title>Seminario Agcom: i sondaggi sono una patacca</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Mar 2011 11:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[L’iniziativa era certamente commendevole: una giornata di studio organizzata il 25 marzo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) sul nuovo regolamento in materia di diffusione dei sondaggi. Ma al termine dell’incontro c’è da chiedersi se sia davvero possibile stabilire un minimo di serietà e correttezza in questo settore. Le analisi degli esperti hanno infatti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>L’iniziativa era certamente commendevole: una giornata di studio organizzata il 25 marzo dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) sul nuovo regolamento in materia di diffusione dei sondaggi. Ma al termine dell’incontro c’è da chiedersi se sia davvero possibile stabilire un minimo di serietà e correttezza in questo settore. Le analisi degli esperti hanno infatti confermato che i cosiddetti sondaggi d&#8217;opinione in materia politica ed elettorale sono in realtà ben poco attendibili perché basati su campionamenti fasulli e comunque non sono affatto indicativi di quegli scostamenti nel tempo sui quali invece si sbizzarriscono i commentatori. </strong><span id="more-608"></span></p>
<p>Andiamo con ordine. Il nuovo <a href="http://www.agcom.it/Default.aspx?message=contenuto&amp;DCId=302">regolamento</a>, dopo un’ampia consultazione aperta a tutti gli interessati, è stato approvato dall’Agcom con delibera 256/10 del 9 dicembre 2010. Distingue tra le manifestazioni d’opinione (per esempio le consultazioni tra i lettori di un giornale), che non hanno alcun valore statistico, e i sondaggi d’opinione veri e propri, rilevazioni demoscopiche di tipo campionario con pretesa di scientificità. Questi ultimi, se pubblicati dai media, sono soggetti a un duplice vincolo: il soggetto realizzatore deve presentare un documento descrittivo, con tutte le informazioni tecniche necessarie (dimensione del campione, percentuale di risposta, margine d’errore) che deve essere pubblicato sul sito dell’Agcom o sul sito della Presidenza del Consiglio sondaggipoliticoelettorali.it nel caso, appunto dei sondaggi politici; da parte sua il giornale o il mezzo televisivo deve diffondere accanto al sondaggio una nota informativa più succinta, che non include per esempio il margine d’errore.</p>
<p>Il regolamento ha il pregio di rimettere un po’ d’ordine nella materia, ma non può sanare il vizio di fondo dei sondaggi, che è risultato con grande evidenza dall’analisi di un esperto come  Giorgio Marbach,   rettore dell’Universitas Mercatorum delle Camere di commercio  italiane e che nella sostanza nessuno ha confutato.</p>
<p>Seguiamo  il ragionamento. Di norma, i sondaggi  rappresentativi dell’elettorato  italiano sono fatti su mille  interviste. Già questo fatto comporta un  margine di errore di più o  meno 3 per cento (cioè il 95 per cento di  probabilità che l’errore stia  in quella forchetta) che inficia tutte le  analisi basate per esempio  sugli spostamenti dell’un per cento di voti  da una settimana all’altro.  Ma c’è di peggio, molto di peggio. Le  interviste sono fatte col metodo  Cati, cioè con telefonate ai telefoni  fissi, e questo già esclude una  fascia, soprattutto di giovani, che  usano solo il cellulare. Non solo:  per ottenere mille risposte è  necessario chiamare da cinque a diecimila  persone. Chi risponde è  normalmente di livello culturale più elevato  rispetto a chi rifiuta e  anche questo è un elemento che falsa il  campione. Ma proseguiamo. Su  mille risposte, almeno quattrocento  diranno che non andranno a votare,  che non sanno, che voteranno scheda  bianca. I risultati si costruiscono  quindi su 6oo casi. Bastano cinque o  sei persone per spostare il dato  dell’un per cento! E una persona può  valere uno 0,2% di spostamento.</p>
<p>Insomma, la verità è che i cosiddetti sondaggi scientifici non hanno  nessun valore statistico, sono solo un gioco, al quale gli istituti  demoscopici si prestano perché dà loro visibilità, ma che costituiscono  una parte minima (non più del cinque per cento) del loro fatturato, che  invece deriva da ricerche di mercato e altre commesse ben più ricche.  Forse se si dicesse più chiaramente che questi sondaggi sono una  patacca, anche gli istituti si preoccuperebbero di tutelare il loro buon  nome. E i media? Alcuni giornalisti partecipanti al dibattito (Enrico Mentana, Giovanni Floris, Giovanni Valentini) hanno cercato di glissare affermando che la garanzia della validità di queste rilevazioni sta nella serietà degli istituti realizzatori. Insomma, si fa fatica a rinunciare a un giocattolo che fa audience.</p>
<p>C’è un’alternativa? Si possono fare sondaggi politici fatti bene? La domanda aleggiava sulla tavola rotonda tra i rappresentanti degli istituti di ricerca. La risposta più credibile l’ha fornita Remo Lucchi del Gfk Eurisko: si può ma costano un sacco di soldi. Se per esempio l’istituto intervistatore, invece di ricercare casualmente dei numeri telefonici, costruisce un proprio panel, statisticamente rappresentativo, di persone disponibili a essere intervistate e magari raggiungibili con un palmare concesso ad hoc, si possono avere rilevazioni molto più credibili. Ma la creazione di un panel di questo genere di 10/15mila persone comporta un investimento di 7/8 miliardi. Troppo per molti istituti, troppo per i media. E allora avanti con le patacche.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel &#8220;7più&#8221; degli italiani: ciò che l’Istat ci dice e quello che manca</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
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		<description><![CDATA[La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul Giornale che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul Messaggero, alla polemica delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul <em>Giornale </em>che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul <em>Messaggero</em>, alla polemica delle associazioni dei consumatori che si sono chieste “in quale remoto Paese l’Istat abbia condotto la sua indagine sulla soddisfazione delle famiglie circa la propria condizione economica”.</strong></p>
<p><strong>Eppure la rilevazione conteneva importanti elementi di novit</strong>à,<span id="more-423"></span> come segnalato anche nella premessa del <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/sodcit/20101104_00/">comunicato</a> del 4 novembre: per la prima volta si è voluto rilevare un indice di soddisfazione della vita nel suo complesso (altrove lo si chiama indice di felicità o di benessere, ma in italiano questi termini possono essere fuorvianti, come ho spiegato <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/">in precedenz</a>a) e lo si è fatto secondo la cosiddetta scala di Cantril, da zero a dieci.  L’innovazione rispecchia il processo di ricerca di nuove misure del progresso avviato dall’Ocse e testimoniato anche dalla commissione Stiglitz.</p>
<p>Finora l’unico dato di soddisfazione globale a disposizione per l’Italia veniva dalla rilevazione che ogni due anni la Gallup compie in circa 150 Paesi. Com’è riportato nel mio <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">libro</a> “I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere” – Edizioni Cooper l’Italia nell’ultima indagine Gallup si collocava al 36mo posto, con un misero voto di 6,3 che gli italiani nel maggio 2009 avevano attribuito in media alle proprie condizioni di vita. Se prendiamo invece per buona la rilevazione Istat relativa al febbraio 2010, che ci dà una media di voto di 7,2, l’Italia si collocherebbe al 12mo posto, alla pari con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Venezuela (non stupitevi: i latinoamericani sono sempre molto in alto in queste classifiche). Il campione interpellato dall’Istat è molto più numeroso di quello della Gallup e quindi la rilevazione è più attendibile. Ma ovviamente le metodologie non sono perfettamente coincidenti: per valutare appieno il senso di quel “7 più” che gli italiani si attribuiscono in base all’Istat bisognerà aspettare di disporre di una serie storica che ci possa dire se quella soddisfazione sale o scende, perché la variazione nel tempo è certamente l’aspetto più significativo.</p>
<p>Nel comunicato diffuso dall’Istat non sono ancora esaminate le correlazioni tra la soddisfazione complessiva e le determinanti del benessere: relazioni familiari e con amici, salute, condizione economica, soddisfazione sul lavoro, uso del tempo libero. Sappiamo cioè quanto gli italiani sono soddisfatti per ciascun fattore, sulla base della vecchia scala a quattro (molto, abbastanza, poco, per niente), ma non sappiamo quanto quello specifico fattore incide sulla soddisfazione complessiva.</p>
<p>Per chi fa politica, quest’ultima è una informazione importante. Se è vero (premessa della commissione Stiglitz) che gli obiettivi dell’azione pubblica nel ventunesimo secolo saranno sempre più quelli di garantire ai cittadini le condizioni del benessere complessivo e non solo la crescita economica, è importante sapere “che cosa conta veramente”. Per esempio, la rilevazione Istat ci dice che in Italia c’è una profonda sfiducia verso il prossimo, ma evidentemente questo elemento, che renderebbe infelice uno scandinavo, incide poco sul nostro cittadino medio che conta invece soprattutto su famiglia e amici.  Aspettiamo dunque l’analisi delle correlazioni. Sarebbe inoltre interessante che l’Istat, con metodologia omogenea, verificasse anche il grado di soddisfazione per la situazione ambientale e il grado di fiducia nelle istituzioni, come suggerito dalla Commissione Stiglitz.</p>
<p>Il documento Istat è anche corredato da un corposo documento metodologico su strategia di campionamento e livello di precisione dei risultati. Si tratta di un testo molto tecnico, che però vuole arrivare anche a esempi concreti: per esempio, ci dice che l’intervallo di confidenza rispetto alle famiglie che in Piemonte considerano la loro situazione peggiorata (219mila) è pari all’incirca al 13 per cento in più o in meno. Non è un piccolo margine d’errore. Per i dati nazionali, basati su stime molto più numerose, il margine è molto più ristretto, ma tale comunque da mettere in dubbio la validità di certi confronti. Penso che l’Istat faccia opera meritoria nel chiarire i limiti delle sue rilevazioni campionarie, anzi dovrebbe farlo sempre in modo più chiaro e comprensibile a tutti, anche perché sarebbe d&#8217;esempio ai tanti che diffondono <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/03/sondaggi-rispettare-o-cambiare-le-regole-del-gioco/">sondaggi</a> poco attendibili. Ma giornalisti e commentatori dovrebbero anche tenerne conto prima di gridare allo scandalo o battere il tamburo perché le famiglie “molto o abbastanza soddisfatte della loro situazione economica” sono passate dal 47 al 48 per cento. Il senso della rilevazione è molto semplice: la crisi, nonostante tutto, non ha ancora inciso sui livelli di vita di una parte consistente della popolazione italiana. Filosofeggiare sull’un per cento di variazione in un anno non serve a nulla, rende solo un cattivo servizio alla cultura statistica.</p>
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		<title>I miei auguri di San Valentino</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amarcord]]></category>
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		<category><![CDATA["Falsi amici"]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Brown]]></category>
		<category><![CDATA[San Valentino. Nebraska]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo video Charlie Brown è molto triste per non aver ricevuto neanche un biglietto di auguri per San Valentino. Com’è possibile? Quante fidanzate pretende di avere quel ragazzino con la testa rotonda? E che dire di Linus con i cioccolatini a forma di cuore per la maestra? Shultz immagina forse che sia stato irretito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5vQ6cGpiong">video</a> Charlie Brown è molto triste per non aver ricevuto neanche un biglietto di auguri per San Valentino. Com’è possibile? Quante fidanzate pretende di avere quel ragazzino con la testa rotonda? E che dire di Linus con i cioccolatini a forma di cuore per la maestra? Shultz immagina forse che sia stato irretito da una insegnante pedofila? Tranquilli. in realtà il Valentine Day in America è qualcosa di diverso dalla Festa di San Valentino in Italia. Per rendersene conto basta guardare wikipedia in inglese e in italiano.<span id="more-305"></span></strong></p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/San_Valentino_%28festa%29"><strong>Italiano</strong></a>: <em>La festa di San Valentino è una ricorrenza dedicata agli innamorati e celebrata in gran parte del mondo il 14 febbraio. </em>Insomma, una definizione che fa subito pensare ai <a href="http://images.google.com/images?q=fidanzatini+di+Peynet&amp;oe=utf-http://www.youtube.com/watch?v=5vQ6cGpiong">fidanzatini di Peynet</a>.</p>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Valentine%27s_Day"><strong>Inglese</strong></a>: <em>Saint Valentine&#8217;s Day (commonly shortened to Valentine&#8217;s Day) is an annual holiday held on February 14 celebrating love and affection between intimate companions.</em> Credo che non ci sia bisogno di tradurre. E che cosa significa “intimate companions”? Sempre da Wikipedia inglese: <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Intimate_relationship">An intimate relationship</a> is a particularly close interpersonal relationship. It is a relationship in which the participants know or trust one another very well or are confidants of one another, or a relationship in which there is physical or emotional intimacy.</em> Insomma, basta fidarsi l’uno dell’altra, sapersi confidare, in una parole essere davvero amici per meritare un Valentino. Non c&#8217;è bisogno della conoscenza biblica.</p>
<p>Sarà per quel pezzo di adolescenza che ho trascorso nel <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/09/24/cari-compagni-americani-vi-scrivo-questa-lettera/">Nebraska</a>, ma sono affezionato alla definizione americana.</p>
<p>Buon Valentine day a tutte le persone a cui voglio bene.</p>
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		<title>Addio Gigi, fratello e maestro</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 10:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amarcord]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Gigi Speroni]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Speroni]]></category>
		<category><![CDATA[Mirella Speroni]]></category>

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		<description><![CDATA[I funerali di mio fratello si sono svolti ieri mattina nella chiesetta di Ghirla, in una giornata di sole, resa ancor più luminosa dalla neve sulle montagne che circondano la Valganna. Gigi stava poco bene da qualche mese, ma nessuno aveva diagnosticato la gravità del male che in pochi giorni ha segnato la fine della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I funerali di mio <a href="http://www.gigisperoni.it">fratello</a> si sono svolti ieri mattina nella chiesetta di Ghirla, in una giornata di sole, resa ancor più luminosa dalla neve sulle montagne che circondano la Valganna. Gigi stava poco bene da qualche mese, ma nessuno aveva diagnosticato la gravità del male che in pochi giorni ha segnato la fine della sua vita: è stato ricoverato all’ospedale di Luino il 5, è morto il 15.</strong></p>
<p><strong>Dei tanti tributi che gli sono stati resi, mi piace ricordare l<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Gigi_Speroni_giornalista_sempre_gentiluomo_co_9_100117071.shtml">’articolo</a> di Dario Fertilio sul <em>Corriere</em>, ma anche il lancio della <em>Adnkronos</em> che titolando “E’ morto Gigi Speroni, grande divulgatore della nostra storia” ha dato l’ impronta a quasi tutti i commenti comparsi sul web. I necrologi delle autorità milanesi hanno ricordato il suo ruolo di cittadino benemerito di Milano.</strong></p>
<p><strong>Nella cerimonia, dopo il parroco di Ghirla (il quale ha ricordato che Gigi, tra i suoi libri, ha scritto anche <a href="http://www.gigisperoni.it/libri/Le_voci_di_Dio.php"><em>Le voci di Dio</em></a>, raccogliendo cento prediche dei padri gesuiti) abbiamo parlato in due: prima io, poi suo figlio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/01/ricordopapà.doc">Matteo</a> con poche commoventi parole. Ecco quello che mi sono sentito di dire.<span id="more-298"></span></strong></p>
<p><em>Gigi avrebbe compiuto oggi 81 anni. Ci separavano tredici anni e una storia personale in parte diversa. Lui era cresciuto negli anni duri della guerra e dell’immediato dopoguerra: un ragazzo con una gran voglia di scrivere, in una fase storica in cui trovare lavoro era molto difficile..</em></p>
<p><em>Ricordo ancora le fatiche del suo primo lavoro, con La Notte di Nino Nutrizio. All’epoca tra Milano e Roma si viaggiava in vagone letto. E Gigi al mattino alle sette e la sera alla partenza dei treni era alla Centrale per compilare la rubrica “Chi parte e chi arriva”. Un lavoro modesto ma non facile.</em></p>
<p><em>Poi Gigi ha fatto carriera, alla Domenica del Corriere, al Corriere stesso, nelle televisioni del gruppo Rizzoli. Si divertiva a chiamarmi “il mio fratello serio”, perché lui si occupava prevalentemente di spettacolo mentre io scrivevo di economia e politica, ma in realtà la serietà era nel suo modo onesto di raccontare quello che vedeva, senza pregiudizi.</em></p>
<p><em>Non ci vedevamo molto, io quasi sempre a Roma, lui radicato a Milano. E quando a Milano andavo a trovare lui e Mirella parlavamo di giornali e di politica. Col tempo avevamo smesso di fare quelle discussioni politiche che preoccupavano nostro padre; le nostre idee si erano molto avvicinate. Parlavamo molto del mondo dei media. Una passione che ha unito anche Mirella, che tra l’altro è stata titolare per Radio Montecarlo di una rubrica quotidiana di posta con gli ascoltatori, </em><a href="http://www.gigisperoni.it/biografia/Il_cuore_ha_sempre_ragione.php">Il cuore ha sempre ragione?</a><em>, che superò le duemila puntate consecutive. Era una rubrica molto coraggiosa per i tempi. Ricordo che raccontai a Gigi che quando comprai la mia casa in Toscana, dove negli anni ’70 si ascoltava molto radio Montecarlo, la trasmissione era così popolare che fui immediatamente etichettato come “il cognato di Mirella Speroni”. Gigi era orgoglioso di quello che faceva sua moglie. Così come era orgoglioso del lavoro di suo figlio Matteo, giornalista del Corriere e anche lui – lo posso dire con certezza &#8211; scrittore di talento.</em></p>
<p><em>Gli anni della pensione, Gigi li ha messo a frutto scrivendo libri storici, che hanno ottenuto molti riconoscimenti. Ma ha scritto anche qualche romanzo; ne ricordo uno, profetico:</em><a href="http://www.gigisperoni.it/libri/La_notte_del_Duemila.php"> La notte del duemila</a><em>, che anticipava il dramma dei grandi contrasti tra nord e sud del mondo. Nei mesi scorsi mi diceva che aveva un’idea nuova. Non ne voleva parlare per scaramanzia, non ha fatto in tempo a realizzarla.</em></p>
<p><em>Mi rendo conto che sto parlando di Gigi giornalista più che di Gigi fratello, ma il giornalismo dà un imprinting che non si cancella. Matteo mi ha raccontato che pochi giorni fa, in un momento in cui la malattia cominciava a fargli perdere lucidità, aveva detto a Mirella: “Devo scrivere l’articolo&#8230;” Anch’io spesso di notte sogno di dover scrivere un articolo o chiudere il giornale.</em></p>
<p><em>L’umanità di Gigi si è vista pienamente nei sei anni di lavoro come direttore dell’Istituto Carlo De Martino per la Formazione al Giornalismo, dal 1999 al 2005. Gli piaceva lavorare con i giovani, consigliarli anche fuori dalle ore di lezione, usare la sua vastissima rete di relazioni per mettere a loro disposizione i migliori docenti. E i giovani (molti di loro sono adesso nei giornali, anche con posizione di responsabilità) hanno ricambiato con gratitudine questo suo impegno. Anche per questo suo lavoro, nel 2004 gli fu attribuito </em><a href="http://www.gigisperoni.it/biografia/Ambrogino.php">l’Ambrogino d’Oro</a><em> di benemeranza civica, il più prestigioso riconoscimento del Comune di Milano. Gigi ne fu molto orgoglioso, perché sentiva che rispecchiava l’ amore per la città dove aveva vissuto la sua vita professionale.</em></p>
<p><em>E’ stata una vita bella e piena, quella di Gigi, e mi sembrava che meritasse di essere raccontata. Qualche mese fa gli chiesi perché anziché cercare soggetti storici più lontani, non scriveva la sua storia personale: i tanti personaggi conosciuti (un ricordo tra i molti: le battaglie combattute al fianco di Enzo Tortora, ingiustamente accusato di camorra) gli aneddoti, le vicende dei giornali e delle prime televisioni private, che Gigi visse in prima persona. Ma lui aveva scrollato le spalle: “a chi vuoi che interessi&#8230; e poi dovrei dir male di qualche amico&#8230;” denotando due delle sue caratteristiche: la delicatezza nei confronti dei colleghi, anche quando forse non lo meritavano, e la modestia che lo ha sempre portato a rifuggire dai personalismi. Il bel <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Gigi_Speroni_giornalista_sempre_gentiluomo_co_9_100117071.shtml">pezzo</a> di Dario Fertilio, sul Corriere di ieri, era titolato “Gigi Speroni, giornalista sempre gentiluomo”. Credo che non possa esserci riconoscimento migliore.</em></p>
<p><em>Ciao fratellone, ti voglio bene e sarai sempre nel mio cuore.</em></p>
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		<title>La verità in Italia? E’ come il gioco dell’oca&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 14:20:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. Scrive Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità. Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Esiste la verità in questo Paese? Molti giornalisti autorevoli ormai ne dubitano. <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/ottobre/10/critiche_Corriere_Una_risposta_co_9_091010014.shtml">Scrive</a> Ferruccio de Bortoli: “I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni”. E Alberto Statera, recensendo “L’intrigo saudita” ha scritto che questo è un Paese senza più verità.</strong></p>
<p><strong>Nel merito della vicenda Eni Petromin  ho risposto a Statera sul <a href="http://intrigosaudita.wordpress.com/2009/10/08/speroni-risponde-a-statera-sette-verita-e-unipotesi/">sito</a> che accompagna il mio libro e non starò a ripetermi. Ma vorrei aggiungere una riflessione più generale, in cinque punti.<span id="more-250"></span></strong></p>
<p><strong>1)</strong> <strong>La verità oggettiva esiste. </strong>Sembra curioso doverlo affermare, ma rapporti indubbi di causa – effetto esistono nella realtà storica e politica, così come nella fisica, anche se non è sempre facile comprenderli e tanto meno prevederli. Qualcosa ha provocato l’esplosione in volo dell’aereo di Ustica, qualcuno ha messo la bomba alla stazione di Bologna, il bacio tra Andreotti e Riina è vero oppure falso: tertium non datur. Quando le vicende hanno rilevanza giudiziaria, la magistratura cerca appunto la verità, anche se non sempre le conclusioni a cui arriva sono esaustive e convincenti.</p>
<p><strong>2) Quasi mai si sa “tutto” di un avvenimento, ma ciò non deve inficiare la verità che si è raggiunta.</strong> Qui prendo un esempio tratto proprio dal mio libro: credo che sia ampiamente dimostrato che i soldi della tangente Eni Petromin non erano destinati a tornare in Italia e non ci tornarono, ma non sappiamo che uso fecero i sauditi di quanto incassarono. Su questo, per ora si possono solo avanzare ipotesi. Anche se andiamo a vedere gli altri cosiddetti “grandi misteri italiani” troviamo sempre zone d’ombra, aspetti insoluti, come avviene in tutte le vicende complesse. Queste zone d’ombra troppo spesso sono usate come alibi per seminare il dubbio su quello che invece è acclarato; così si torna sempre da capo, come nel gioco dell’oca.</p>
<p><strong>3) Esiste un giornalismo obiettivo nella ricerca della verità? Sì, esiste.</strong> Così come esistono giornalisti di parte, che lavorano per testate che hanno dichiaratamente un obiettivo politico, ci sono nel mondo giornalisti che rispondono soltanto alla propria coscienza. Certo, anch’essi si formano delle opinioni sulle vicende che trattano, ma non selezionano i fatti al servizio di una tesi, come giustamente denuncia De Bortoli. Anche nelle vicende giudiziarie esistono gli avvocati di parte e i giudici: questi ultimi decidono in base ai propri convincimenti, ma ciò non giustifica l’accusa che il loro è un giudizio politico.</p>
<p><strong>4) Tra i giornalisti che hanno la possibilità di essere obiettivi, quanti si sforzano davvero di cercare la verità? </strong>Pochi purtroppo, perché molti si accontentano delle verità degli altri. Prendiamo un esempio banalissimo: la quantità di gente alle manifestazioni a Roma. I giornali si limitano a registrare le affermazioni degli organizzatori e quelle della Questura, che di solito sono pari a un quinto delle prime. Non ci vorrebbe molto sforzo per calcolare, per esempio, quanta gente può stare in Piazza del Popolo o al Circo Massimo e quindi esprimere un giudizio obiettivo. Ma si preferisce non farlo, per quieto vivere. Questo vale anche per la statistica. Troppo spesso si mette sullo stesso piano l’indagine scientifica e l’ultimo sondaggio, senza esporsi a dire che quest’ultimo è tarlocco.</p>
<p><strong>5) Ma la gente, il “popolo”, come è diventato di moda dire, vuole la verità?</strong> Questo è il punto più preoccupante, quello che può rendere pessimisti futuro del Paese anche dopo l’era Berlusconi. Se i giornalisti peccano d’ignavia, ciò è anche dovuto al fatto che non devono rispondere a una domanda di verità da parte dei loro utenti. Mi ha molto colpito il film <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Videocracy_-_Basta_apparire">Videocracy: basta apparire</a>, che (molto meglio del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_caimano">Caimano</a>, a mio giudizio) descrive la realtà del Paese perché dimostra che il male non è lo strapotere dell’Uno, ma la stupidità dei Tanti. Ci dice il Censis che l’80% degli italiani ha nella televisione la sua principale fonte di informazione. Quattro italiani su cinque si abbeverano nei telegiornali a notizie sfuggenti, giocate sul teatrino delle dichiarazioni contrapposte, mai approfondite. Esistono anche i programmi di approfondimento, ma si tratta quasi sempre di talk show, cioè gare a chi urla di più. Forse  dovremmo imparare dai Dogon del Mali, che tengono le loro discussioni politiche nella <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Toguna.jpg">Toguna</a>, una sala così bassa che non si può stare in piedi. Così nessuno può saltar su e gridare. Probabilmente questa popolazione africana riesce a discutere della sostanza delle questioni che  riguardano la vita della loro comunità, anziché limitarsi  ad “apparire”, come avviene nel villaggio globale.</p>
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		<title>Il Mago della matematica: meno analisi e più statistica</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 15:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Oggi l’insegnamento della matematica si basa su aritmetica e algebra e tutto quello che impariamo in seguito va verso una sola materia: al vertice di questa piramide c’è l’analisi matematica. Penso che quella sia la cima sbagliata; le materie che ogni studente che esce dal liceo dovrebbe conoscere sono invece la statistica e il calcolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Oggi l’insegnamento della matematica si basa su aritmetica e algebra e tutto quello che impariamo in seguito va verso una sola materia: al vertice di questa piramide c’è l’analisi matematica. Penso che quella sia la cima sbagliata; le materie che ogni studente che esce dal liceo dovrebbe conoscere sono invece la statistica e il calcolo della probabilità”. Così afferma il docente di matematica <a href="http://www.ted.com/speakers/arthur_benjamin.html">Arthur Benjamin</a>, uno dei conferenzieri più popolari negli Stati Uniti per la sua capacità di presentare in modo invogliante la scienza dei numeri, tanto da meritarsi il soprannome “Mathemagician”.<span id="more-160"></span></strong></p>
<p>Questo “mago della matematica” ha presentato la sua <a href="  http://www.ted.com/talks/lang/ita/arthur_benjamin_s_formula_for_changing_math_education.html">proposta</a> nel corso di un Ted talk, una breve conversazione reperibile su internet anche con sottotitoli in italiano. <a href="http://www.ted.com/">Ted</a> è una piccola organizzazione non profit dedicata a “ideas worth spreading”, idee che meritano di essere diffuse. Ted significa “Technology, entertainment, design”, perché questi erano gli argomenti dai quali partì l’iniziativa nel 1984, ma oggi i temi sono più estesi. Ogni anno, Ted organizza una conferenza annuale a Long beach, California, invitando relatori in grado di proporre idee e approcci nuovi. La brevità dei “talks” (di norma non più di venti minuti) li ha resi molto popolari sul web, dove sono scaricabili gratuitamente, spesso con sottotitoli assicurati da traduttori volontari. I Ted talks sono poco conosciuti in Italia, anche se qualche <a href="http://www.tuttovolume.net/video/ted-talks/">sito</a> ne ha parlato. Però si stanno  diffondendo nel mondo: nel novembre 2009 se ne terrà uno in India, dedicato agli sviluppi  del Sudest asiatico.</p>
<p>Torniamo alla matematica. Dice Benjamin: “l’analisi matematica è una materia importante, uno dei grandi prodotti della mente umana. Ogni studente che studi scienza, ingegneria, economia, deve sicuramente imparare l’analisi entro il primo anno di università. Ma come professore vi dico che ben poca gente usa l’analisi in modo utile e significativo nella sua vita di tutti i giorni. Invece la statistica è una materia che si potrebbe e dovrebbe usare quotidianamente. E’ rischio, è premio, è casualità, vuol dire capire i dati. Può anche essere molto divertente, perché è la matematica dei giochi e della predizione del futuro. Il mondo sta cambiando, da analogico a digitale, ed è tempo che i nostri programmi di matematica cambino nella stessa direzione, dalla matematica del continuo alla matematica del discreto”.</p>
<p>La proposta di Benjamin mi sembra meritevole di riflessione. Può essere  importante per i giovani conoscere fin dal liceo logaritmi e integrali, ma forse sarebbe ancora più importante rendersi conto del significato e dei limiti di un’indagine per campione, o degli indici di dispersione nella descrizione di un fenomeno. La mia esperienza nell’insegnamento dell’economia in una scuola di giornalismo come l’<a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> (con giovani di grande valore, fortemente selezionati) è che ben pochi studenti, anche tra quelli che provengono da economia, scienze politiche, comunicazione, hanno una qualche base di statistica. Si dovrebbe cominciare dalla scuola secondaria: un parziale cambiamento dei programmi di matematica potrebbe essere una soluzione a costo limitato.</p>
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		<title>Informazione: si rischia la crisi di abbondanza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 15:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due post di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/04/18/benvenuti-nel-mondo-dei-pirati-vinceranno-loro/">post</a> di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro Speroni di Fenizio per <a href="http://www.eastonline.it/index.php?page=shop.product_details&amp;category_id=&amp;flypage=shop.flypage&amp;product_id=1539&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=26">East</a>, Europe and Asia Strategies. L’articolo è stato pubblicato nel numero di giugno della rivista sotto il titolo: “Informazione: si rischia la crisi di abbondanza”. Ecco il testo, corredato di qualche link ipertestuale.</strong> <span id="more-141"></span><br />
L’opinione pubblica associa l’<a href="www.unesco.org">Unesco</a> ai “patrimoni dell’umanità”, l’affascinante lista dei siti culturali e naturalistici di tutto il mondo che devono ad ogni costo essere preservati. Pochi invece si ricordano che la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization è stata negli anni ’70 e ’80 il terreno di scontro di feroci battaglie tra chi difendeva la libertà di stampa e chi sosteneva che in realtà questa libertà nascondeva il monopolio dei media occidentali, liberi di “disinformare” i paesi comunisti e quelli in via di sviluppo.<br />
Vecchie storie. Oggi anche i Paesi che erano usciti dall’Unesco sbattendo la porta, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sono tranquillamente rientrati. I problemi della governance globale in materia d’informazione e di cultura  sono completamente cambiati. Le battaglie del passato rispecchiavano infatti un mondo nel quale pochi grandi produttori di contenuti dominavano la scena dell’informazione, dell’intrattenimento e della cultura. Le grandi agenzie di stampa stabilivano quali erano le news importanti a livello  internazionale. Pochi magnati monopolizzavano le catene di giornali e televisioni in molti Paesi, le grandi case discografiche forgiavano i gusti del pubblico imponendo i loro cantanti, le major cinematografiche producevano gli unici film destinati a circolare nelle sale, le riviste scientifiche quotate a livello internazionale erano il passaggio obbligato per ottenere credito nelle università.<br />
Oggi, invece, la rivoluzione che passa attraverso le nuove tecnologie ha cambiato tutto. Due forze formidabili stanno trasformando il mondo della proprietà intellettuale e quello dell’informazione in tutte le sue forme: il moltiplicarsi dell’offerta “dal basso” e l’impossibilità di difendere il diritto d’autore.<br />
Chiunque può accedere, in modo più o meno legale, ma comunque efficace, ai “contenuti creativi” presenti nei siti. La televisione satellitare ha messo a dura prova i tentativi di censura dell’informazione da parte dei paesi più autoritari. La comunicazione attraverso i cellulari ha reso impossibile il controllo delle telefonate da una postazione centrale. Nel nuovo mondo dell’informazione scambiata “dal basso” cambiano i modelli di business e gli stessi prodotti offerti alla fruizione del consumatore.<br />
La rivoluzione non è cominciata oggi, ma la crisi accelera il cambiamento, che porta a risultati economici, sociali, politici ancora difficili da immaginare.  Possiamo cercare di sintetizzare le spinte all’innovazione in quattro grandi fenomeni.<br />
<strong>1) La produzione di contenuti dal basso.</strong> La Rete ha abbassato drasticamente i costi per comunicare agli altri le proprie creazioni. Testi, musica e filmati possono essere messi in circolazione da chiunque. I blog sono diventati una forma di giornalismo che non sostituisce i media veri e propri, con la loro professionalità, ma che copre spazi sconosciuti a questi ultimi. Nascono anche nuove forme di comunicazione, attraverso lo scambio di idee nei social network come Facebook. La catena di Sant’Antonio di Twitter, messaggi brevi diffusi istantaneamente ai propri amici via cellulare, batte sul tempo le grandi agenzie di stampa. Attraverso Twitter si sono avute le prime notizie sugli incendi in Australia e quelle sull’attentato di Mumbai. La regina Rania di Giordania ha raccontato la visita del Papa attraverso una successione di messaggini su questo programma.<br />
Si può discutere all’infinito sulla qualità spesso scadente delle comunicazioni che viaggiano attraverso questi mezzi, sulla banalità di milioni di commenti perché tutti si sentono in diritto di dire la loro su tutto e alla fine nessuno li legge. Ma è certo che nel complesso la circolazione dei messaggi fa opinione, occupa tempo finora dedicato alla televisione o ai giornali, dà a ciascuno la speranza (o l’illusione) di farsi sentire anche in un mondo di sette miliardi di persone. Non va dimenticato che, alla faccia dei tanti discorsi, anche giusti, sul digital divide, cioè sulla suddivisione del mondo tra chi ha e chi non ha accesso alla Rete, Internet è oggi il più formidabile strumento di progresso culturale per centinaia di milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, che prima erano condannate a vivere nel chiuso dei loro villaggi o al massimo ad informarsi attraverso la radio o la televisione di regime.<br />
Del resto la qualità della produzione “dal basso” non è sempre scadente: nascono anche nuove forme d’arte, come i filmini su YouTube realizzati anche da artisti professionisti (raccomandiamo “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=c9CxZnsbY04">I promessi sposi in dieci minuti</a>” degli Oblivion) oppure le short stories  su Twitter, con il rigido limite di 135 battute, spazi inclusi. Tutto all’insegna della brevità estrema.<br />
<strong>2) I motori di ricerca e gli aggregatori. </strong>Di fronte alla grande massa di notizie, di prodotti, di stimoli che giungono dalla rete, come ci si può orientare? Una risposta classica è data dall’autorità della fonte. Se per esempio cerco dei dati, posso supporre che quelli di un istituto di statistica, o di una qualificata organizzazione internazionale siano più attendibili di altri pescati a caso in internet, magari senza nessuna spiegazione sulla metodologia.<br />
Non è questa, però, la soluzione che va per la maggiore.  L’utente di oggi si basa soprattutto sul consenso degli altri fruitori. Il metodo più noto è rappresentato dai motori di ricerca come Google, il cui algoritmo favorisce le pagine più linkate da altri siti.<br />
Un sistema più sofisticato consiste nell’identificare noi stessi i blog o i siti che ci interessano e “abbonarci” ai loro aggiornamenti attraverso gli “rss feed” cioè dei software che ci dicono quando compare qualcosa di nuovo. Oppure possiamo avvalerci di aggregatori (come Digg o Delicious) che ci indicano, per ciascun argomento, quello che gli altri utenti hanno considerato interessante. Insomma, esistono sistemi per i quali ogni giorno, se il mio interesse è orientato verso un determinato argomento, posso ricevere le newsletter più aggiornate, sapere che cosa hanno pubblicato sui loro blog gli autori più importanti e anche che cosa è stato ritenuto meritevole di menzione da altri cultori della stessa materia. Non c’era mai stata, in passato, una così ampia e contemporanea disponibilità d’informazioni su temi specifici.<br />
<strong>3) Il cambiamento dei diritti di copyright. </strong>C’era una volta il copyright, la difesa dei propri prodotti dell’ingegno contro chiunque se ne volesse appropriare. Era una tutela per gli autori, ma anche un freno ad avvalersi dei prodotti altrui per migliorarli nell’interesse di tutti. Nell’ultimo decennio si sono diffuse varie forme di “copyleft”, sintetizzate nelle varie formule di “creative commons”: anziché vincolare il mio prodotto, posso metterlo a disposizione di tutti (come accade per i software liberi), oppure porre come condizione che i nuovi apporti riconoscano la paternità del prodotto di partenza, oppure ancora che non servano a fare un prodotto commerciale. Il risultato complessivo di questo processo è stato quello di una grande liberalizzazione dei prodotti scambiabili in modo virtuale, un impulso alla ricerca di miglioramenti, un abbassamento dei costi anche da parte dei detentori del copyright per evitare il rischio di essere comunque copiati. La rivoluzione culturale consiste invece nell’aver messo in discussione il valore etico del diritto d’autore, delineando l’utopia di una società in cui tutti mettono i loro prodotti a disposizione di tutti. Una sorta di comunismo che è fallito nel mondo reale ma che nel virtuale potrebbe avere qualche possibilità di realizzarsi.<br />
<strong>4) Il peer 2 peer. </strong>Sul web infuria la guerra contro la pirateria. I detentori di copyright (soprattutto le case discografiche e i produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer 2 peer, cioè quei software che consentono di trasferire “da pari a pari”  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E’ di poche settimane fa la notizia della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d’autore dei quattro giovani che con il sito svedese “The pirate bay” hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. “Don’t worry”, hanno risposto i pirati sul loro sito. E hanno invitato tutti i sostenitori a versare via internet una corona svedese (circa dieci centesimi di euro) a Danowsky and Partners, i legali che difendono le case discografiche. Ogni versamento avrà un costo bancario ben maggiore del beneficio: “l’impresa Danowsky spenderà milioni di sterline per processare pochi spiccioli”, ha spiegato il Guardian.<br />
Insomma, ormai il peer 2 peer è diventato un fenomeno così esteso da mobilitare milioni di persone e da trasformarsi in un partito politico in Svezia e in altri Paesi europei. Non solo il giornalista Luca Neri, ma persino l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, sono convinti che alla fine i pirati vinceranno, perché nessuno, soprattutto tra i giovani,  considera “non etico” scaricare contenuti e nessuno è disposto a rinunciare a questa opportunità. Restano da vedere i tempi e i modi di questa vittoria.<br />
Tutto gratis? La novità sconvolgente di questa nuova economia basata sullo scambio dal basso è la sua quasi completa gratuità. Buona parte della gente che scrive, immette video su YouTube, e scambia file da pari a pari lo fa senza aspettarsi alcun corrispettivo economico. Si crea in questo modo una nuova economia che sfugge alle misurazioni statistiche tradizionali: non c’è dubbio che un sistema sociale ed economico ricava valore aggiunto anche dalla interazione in rete tra i suoi membri; però questo valore non verrà misurato nel calcolo del Prodotto interno lordo perché non corrisponde a un prezzo né (come nel caso delle pubbliche amministrazioni) al costo di uno stipendio necessario per produrlo.<br />
Questa difficoltà statistica è in realtà soltanto il sintomo di una realtà finora poco esplorata: in molti settori, la Rete cambierà totalmente le regole del gioco. E’ difficile per ora intuire la portata di questa rivoluzione, però possiamo provare ad esplorarne alcuni aspetti settoriali.<br />
<strong>L’industria discografica. </strong>Facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i fautori del peer 2 peer: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della “coda lunga” consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. La “coda lunga” è un concetto ormai ben noto del marketing on line: mentre per esempio un negozio fisico di libri o di cd può esporre un limitato numero di prodotti e quindi punterà sulle poche centinaia maggiormente vendibili, in un negozio on line, con costi di esposizione quasi pari a zero, si può anche continuare a “esporre” un libro che vende una copia all’anno, sempre che, si intende, ci sia poi qualcuno in grado di effettuare la consegna fisica, se e quando quel libro verrà ordinato. Nel caso della musica non c’è neppure questo problema logistico: ogni autore può mettere in vetrina la propria musica sui portali specializzati o sul proprio sito e aspettare il successo, attraverso il tam tam dei fruitori.<br />
Già, ma come camperano i musicisti? Sia quelli ai quali il successo arriderà davvero, ma che non avranno più le royalties sulle loro canzoni, sia gli altri, quelli meno cliccati? Risposta dei fautori del peer 2 peer: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni gruppi che hanno fatto la scelta della musica “free”. D’altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi cantanti superpagati e “pompati” dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi, avrà l’opportunità di far conoscere la propria produzione senza l’intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
<strong>Il cinema e la televisione. </strong>E il cinema? Come sopravviverà l’industria cinematografica se tutto diventasse liberamente scaricabile? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe probabilmente il grande cinema legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Si spiega così, per esempio, il rilancio dei film tridimensionali con gli occhialini, che qualche decennio fa erano stati un flop.<br />
Alla fine però è probabile che il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale). Avremo film più corti e magari interrotti dalla pubblicità…. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca spettacoli brevi e “si stufa” a vedere un film di due ore.<br />
Non è detto che sia un bene. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse si dovranno rafforzare i correttivi pubblici in difesa del cinema di qualità.<br />
<strong>I media. </strong>Le grandi reti televisive generaliste stanno avendo dei problemi, col frazionarsi dell’utenza in centinaia di canali tematici e il conseguente crollo della pubblicità. Ma la crisi più grave e immediata riguarda i media cartacei. Il dibattito è esploso proprio in queste settimane, perché, dopo il tracollo dei settimanali avvenuto già da qualche anno, la presa di coscienza della irreversibile crisi dei quotidiani si è ormai diffusa tra gli addetti ai lavori. Non è un caso che i due nuovi direttori del Corriere della Sera e della Stampa, in carica da poche settimane, abbiano fatto riferimento entrambi all’importanza dell’edizione on line, accingendosi ad affrontare un periodo di duro contenimento dei costi del giornale cartaceo.<br />
La partita però è tutt’altro che facile, come dimostra quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove diversi giornali, a cominciare dal Christian Science Monitor,  hanno chiuso o si sono limitati alla edizione on line. Il New York Times offre in affitto la prestigiosa sede progettata da Renzo Piano, mentre si scopre che il giornalista che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer è stato licenziato dalla testata per riduzione di personale. E il Washington Post oggi fattura di più nel settore della scuola e della formazione che con l’editoria.<br />
L’on line salverà il giornalismo? Non è detto, almeno per due ragioni. Le edizioni informatiche dei giornali sono infatti il frutto di un fallimento: sono quasi sempre modeste perché rispecchiano l’incapacità di tutti gli editori di trovare un modello di business adeguato per finanziare i giornali in rete. Lo spiega Clay Shirky, un esperto internazionale che si occupa degli effetti economici di internet, in un suo recente <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">articolo</a>. Solo il WSJ ha trovato modo di finanziarsi facendo pagare l’abbonamento on line, ma si tratta di un giornale specializzato, destinato a un pubblico di professionisti. Quando un giornale si limita all’edizione on line, licenzia un gran numero di redattori perché sostanzialmente taglia il business.<br />
La seconda ragione è che in un mondo che non ha più limitazioni territoriali, tutti tendono a utilizzare chi offre il servizio migliore, mettendolo sostanzialmente in posizione di monopolio. Accade con Google tra i motori di ricerca, per Facebook per il social networking, per la Bbc per l’informazione globale. Le differenze linguistiche consentono ancora spazio ad altri media on line, ma la tendenza inequivocabile è a una grande concentrazione a danno dei più piccoli. Ma anche la Bbc corre pericoli, perché l’utenza giovane non si rivolge soltanto a una singola fonte di notizie, per quanto qualificata, ma usa software di confezionamento come Google News, che consentono di organizzarsi il proprio giornale sulla base dei propri interessi.<br />
E’ facile capire, peraltro, che con questo modo di fare informazione il concetto di obiettività diventerà ancora più sfumato. Nei media tradizionali esiste o dovrebbe esistere l’etica professionale del giornalista a garanzia del rispetto della verità e dell’uso corretto delle fonti. Ci sono organi professionali (come in Italia l’Ordine dei giornalisti) che dovrebbero garantire il rispetto di queste regole. Nessun giornalista (almeno in teoria) può inventarsi di sana pianta una notizia per vendere di più. Nel caso dei blog questo limite professionale non esiste. Ci sono bloggisti anche più corretti di molti giornalisti e altri che fanno un uso totalmente distorto e delirante dei fatti. La distinzione di qualità è totalmente affidata all’utente.<br />
Ma attenzione: la scomparsa del giornalismo come noi lo conosciamo lascerà un gran vuoto. Come scrive lo stesso Shirky, “oggi i media cartacei fanno gran parte del lavoro di ricerca giornalistica, dalla copertura di ogni possibile aspetto di una grossa storia d’attualità al tran tran della cronaca del consiglio comunale. Questa copertura crea benefici per tutti, anche per chi non legge i giornali, perché il lavoro dei giornalisti della carta stampata è usato da tutti, dai politici ai pubblici ministeri, dagli ospiti di talk show ai bloggers”. Che cosa succederà se questo genere d’informazione si ridurrà drasticamente? “Non lo so. Nessuno lo sa”, risponde Shirky. Ma apre uno spiraglio. “La società non ha bisogno di quotidiani. Ha bisogno di giornalisti. Per un secolo, gli imperativi di rafforzare il giornalismo e di rafforzare i quotidiani sono stati connessi così strettamente da non potersi distinguere. Andava bene così, ma adesso la situazione sta cambiando sotto i nostri occhi e avremo bisogno di molti altri modi di rafforzare il giornalismo”. Quali modi? Come si potranno rafforzare le capacità professionali e la capacità di copertura degli eventi da parte di un esercito di “dilettanti trasformati in ricercatori e scrittori”? Shirky parla di sponsorizzazioni e donazioni. Si potrebbero anche immaginare altri strumenti più istituzionali e obiettivi: per esempio, analogamente alle convenzioni dello Stato con agenzie di stampa o radio per che in Italia servono a garantire la copertura di certi tipi di notizie (cronache parlamentari, notiziari regionali e altro) le amministrazioni potrebbero stanziare una certa cifra a favore dei blogger che garantiscono la copertura delle cronache locali. E’ solo un’ipotesi, ma qualcosa in questa direzione potrebbe avvenire.<br />
<strong>I libri.</strong> Mentre le esperienze di romanzo collettivo si moltiplicano, anche con risultati interessanti, su <a href="www.wdl.org">www.wdl.org</a> è stata lanciata la più grande biblioteca on line del mondo. Per ora è poca cosa, ma esploderà, anche perché ha la collaborazione di molte biblioteche nazionali. Vale per le opere non più coperte da copyright, ma per le altre?<br />
Più o meno  sarà la stessa cosa: se il libro è scaricabile a pagamento dalla rete come pdf, è  anche scambiabile; se non lo è, c’è qualcuno che lo mette in rete lo stesso e a quel punto il peer 2 peer lo diffonde gratuitamente. A volte non per sfregio, ma per amore dell’opera e del suo autore, come l’adolescente che traduceva Henry Potter prima che uscisse l’edizione nazionale, mettendo in crisi l’editore che però non se la sentiva di punirlo.<br />
Anche se i nuovi lettori di libri elettronici stanno migliorando in modo significativo, il libro cartaceo è certamente meno minacciato di altri prodotti. Rimane un oggetto di culto, che si può sottolineare, magari facendo un orecchio su una pagina per ricordare qualcosa. Insomma ce ne separeremo con maggiore difficoltà rispetto ai Cd o anche ai giornali. Come afferma Neri nell’intervista qui a fianco, gli editori hanno un po’ di tempo in più per ripensare una strategia.<br />
<strong>Il mondo accademico.</strong> Non tutti i libri, però, devono essere letti dall’inizio alla fine. Per i ricercatori e gli accademici, prevale invece la necessità di consultare una pluralità di volumi e leggere poche pagine per ciascuno di essi, senza necessità di stamparle, magari estraendo una sola citazione per la propria bibliografia.<br />
Questo processo è fortemente facilitato da nuovi software che consentono di scaricarsi centinaia di testi ed effettuare una ricerca parallela sulla base di alcune parole chiave, ottenendo un panorama bibliografico che in passato avrebbe richiesto mesi di lavoro. Come procurarsi i testi necessari? Anche il mondo dell’università si divide tra chi è costretto a pagare e chi ha tutto gratis. La bilancia dei successi accademici propende fortemente per questi ultimi.<br />
Le riviste specializzate si dividono in due categorie: quelle, normalmente le più paludate, che si fanno pagare profumatamente per consentire il download (una media di 25 euro per un singolo articolo!) e quelle che invece sono liberamente scaricabili e che magari fanno pagare gli autori per poter pubblicare i loro pezzi.<br />
Succede pertanto che ci sono studiosi isolati che devono spendere molti soldi per costruirsi un minimo di bibliografia ed altri che hanno accesso gratuito a librerie universitarie e che praticano anche un peer 2 peer  con i loro colleghi, scambiandosi gratis gli articoli ufficialmente a pagamento. E’ ovvio che i ricercatori che possono avvalersi di questo metodo e che hanno accesso illimitato agli articoli, magari illegalmente, pubblicano di più e sono avvantaggiati nella carriera universitaria.<br />
Quali saranno gli effetti sulla qualità della cultura? Positivi per la maggior  circolazione delle idee o negativi perché la visibilità farà premio sull’investimento per approfondire?  Difficile dirlo: nelle rivoluzioni  non tutto  è meglio dell’ancient regime. Però le rivoluzioni  sono difficili da fermare.<br />
<strong>Donato Speroni<br />
Pietro Speroni di Fenizio</strong></p>
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		<title>Benvenuti nel mondo dei pirati: vinceranno loro</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 09:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer to peer, cioè quei software che consentono di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il <em>peer to peer</em>, cioè quei software che consentono  di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/sentenza-pirate/sentenza-pirate.html" target="_self">notizia</a> della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d&#8217;autore dei quattro giovani che con il sito svedese &#8220;The pirate bay&#8221; hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. &#8220;Don&#8217;t worry&#8221;, hanno risposto i pirati sul loro <a href="http://thepiratebay.org/">sito</a>.<br />
Non ho dubbi sul fatto che  i pirati del Corno d&#8217;Africa alla fine dovranno capitolare. Ma dopo la lettura del <a href="http://www.coopereditore.it/article.php?title=La+baia+dei+pirati">libro </a> </strong><strong> di Luca Neri &#8220;La Baia dei Pirati &#8211; assalto al copyright&#8221; (Cooper editore, supportato da un <a href="http://no-copyright.net/"> sito</a> che segue gli sviluppi della questione), mi sono convinto che invece sul web vinceranno loro. Le ragioni sono spiegate dall&#8217;autore anche in una <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/intervista-neri/intervista-neri.html">intervista</a> sulla <em>Repubblica</em>, rilasciata dopo la sentenza svedese. Quello che invece è ancora molto oscuro è come sarà questo mondo dominato dalle leggi (anzi dalla mancanza di leggi) dei pirati: come se Morgan o l&#8217;Olonese avessero esteso all&#8217;intera America spagnola i costumi debosciati della Tortuga. E val la pena di ragionarci.<span id="more-116"></span></strong>Lo confesso: appartengo a una generazione e ho fatto per oltre quarant&#8217;anni un mestiere, quello del giornalista, che portano a considerare sacro il diritto d&#8217;autore, ma il fenomeno del <em>peer to peer </em>è talmente esteso e talmente radicato come comportamento etico nelle nuove generazioni di tutto il mondo (e i giovani  lo insegnano anche ai loro genitori), da farmi sentire come un Don Chisciotte che ancora crede nella cintura di castità in un mondo dedito al libero amore. D&#8217;altra parte anche noi del Medio Evo qualche peccatuccio l&#8217;abbiamo commesso, quando copiavamo i dischi su cassetta o duplicavamo i cd degli amici&#8230; Anche quello era un <em>peer to peer</em>. La novità è che oggi esistono software che rendono questo processo infinitamente più facile, facendo crollare le entrate delle case discografiche e attentando ai bilanci delle major del cinema.<br />
Se i pirati vinceranno la guerra, il mondo delle produzioni creative sarà totalmente sconvolto. Ma non è detto che diventerà peggiore. Cambieranno invece i modelli di business e in parte i prodotti. Per stimolare la discussione facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i portavoce dei pirati, che in Svezia, come racconta Neri, sono diventati un vero e proprio partito: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi  musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga">coda lunga</a>&#8221; consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. E come camperebbero i musicisti? Risposta: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni che hanno fatto la scelta della musica &#8220;free&#8221;. D&#8217;altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi gruppi superpagati e pompati dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi,  avrà l&#8217;opportunità di far conoscere la propria produzione senza l&#8217;intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
E il cinema? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe quello legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Alla fine però è probabile che  il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno  effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale), film più  corti e magari interrotti dalla pubblicità&#8230;. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca film più corti e &#8220;si stufa&#8221; a vedere un film di due ore.<br />
Non sono sicuro che sia un bene: non tutto è bello, in una rivoluzione. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse  si dovranno cercare dei correttivi pubblici. Analogamente, nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/03/21/il-giornalismo-sopravvivera-ai-giornali/" target="_blank">post</a> ipotizzavo un giornalismo senza giornali, meno spontaneistico dei contributi dei blogger peraltro importanti, ma capace di coprire sistematicamente la cronaca come fa oggi la carta stampata.<br />
E le altre opere dell&#8217;ingegno, i libri, le riviste accademiche e culturali? Ne parleremo la prossima volta.</p>
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		<title>Il giornalismo sopravviverà ai giornali?</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2009 14:36:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ paradossale: in un mondo che macina sempre più informazioni il mestiere di cronista rischia di sparire. Internet offre strumenti formidabili: blogs, digg, twitter&#8230; che però non bastano a garantire una copertura adeguata della realtà, ancor oggi raccontata sistematicamente soltanto dalla carta stampata. Nessuno riesce a immaginarsi il giornalismo del futuro, ma dopo uno scambio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> E’ paradossale: in un mondo che macina sempre più informazioni il mestiere di cronista rischia di sparire. Internet offre strumenti formidabili: blogs, digg, twitter&#8230; che però non bastano a garantire una copertura adeguata della realtà, ancor oggi raccontata sistematicamente soltanto dalla carta stampata. Nessuno riesce a immaginarsi il giornalismo del futuro, ma dopo uno scambio di idee con mio figlio, utente avanzato dell’informazione in rete, e riflettendo sulle parole di un esperto come Clay Shirky, ho cercato di fissare alcuni punti.<span id="more-105"></span></strong></p>
<p>Molti giovani vogliono fare i giornalisti: nonostante tutto il mestiere ha ancora il suo fascino. Ma quale sarà il futuro dei giornali e del modo di fare informazione?  Nessuno è in grado di dare risposte certe. Però possiamo provare a fissare alcuni punti, in modo molto sommario, come &#8220;scaletta&#8221; per futuri approfondimenti.<br />
<strong> 1) Il tramonto dei quotidiani. </strong>I media su carta faticano  a sopravvivere, come dimostra la crisi che ha investito i quotidiani negli Stati Uniti. Forse qualcuno si salverà, ancora per qualche anno, ma molti si ridurranno a un&#8217;edizione on line. Anche le grandi reti televisive generaliste entreranno probabilmente in crisi, col frazionarsi dell&#8217;utenza in centinaia di canali tematici e il conseguente crollo  della pubblicità.<br />
<strong> 2) I limiti delle edizioni on line. </strong>In realtà le edizioni on line dei giornali sono il frutto di un fallimento: rispecchiano l’incapacità di tutti gli editori di trovare un modello di business adeguato per finanziare i giornali in rete. Lo spiega <a href="http://www.shirky.com/">Clay Shirky</a>, un esperto internazionale che si occupa degli effetti economici di internet, in un suo recente <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">articolo</a>. Il risultato di questa situazione è che, quando un giornale si limita all&#8217;edizione on line, licenzia un gran numero di redattori perché sostanzialmente taglia il business. E&#8217; dunque probabile che nel complesso i giornalisti come noi li conosciamo, legati a case editrici da contratti sostanzialmente privilegiati rispetto alle altre categorie, ma anche impegnati a rispettare un&#8217;etica professionale, tenderanno se non ad estinguersi di certo  a ridursi fortemente.<br />
<strong> 3) Meno giornalisti, tanti informatori. </strong>Meno giornalisti non significa meno operatori dell&#8217;informazione e della comunicazione. La civiltà moderna macina informazioni che richiedono persone in grado di confezionarle. Può trattarsi d&#8217;informazioni per canali molto specializzati (come quelle prodotte dai  cronisti delle agenzie finanziarie come <a href="http://www.bloomberg.com/">Bloomberg</a> esperti nella copertura di pochi dati economici), oppure d&#8217;informazioni  che devono soprattutto fare spettacolo (per esempio il lavoro dei redattori  di documentari sugli animali) oppure di comunicazioni di parte: ogni soggetto collettivo (imprese, amministrazioni pubbliche, comunità di vario genere) continuerà  ad avere bisogno di produrre proprie informazioni per sopravvivere. Chi intende dedicarsi a  queste produzioni potrà trovare lavoro; ma certo si tratta di un mestiere diverso dal giornalismo che siamo abituati a immaginare, con limiti molto stringenti.<br />
<strong> 4) Ci si farà il proprio giornale.</strong> Nonostante le difficoltà dell’editoria on line, i notiziari su internet sono una fonte importante (ma certo non esclusiva) usata dagli utenti, soprattutto i più giovani, per ottenere notizie. Non più soltanto una singola fonte di notizie (come per esempio la <a href="http://www.bbc.co.uk/">Bbc</a>) ma software di confezionamento come <a href="http://news.google.com/">Google News</a>, che consentono di organizzarsi il proprio giornale sulla base dei propri interessi.<br />
<strong> 5) L’informazione “pull”. </strong>Fino ad ora abbiamo parlato di informazione “push”,filtrata e  proposta da operatori professionisti. C’è poi l’informazione “pull”, cioè quella che si estrae dalla rete. Ognuno ha  accesso a una grande massa di notizie e commenti attraverso i blog, cioè in sostanza attraverso milioni di diari scritti in rete da  altri utenti: annotazioni o filmati che contengono notizie altrimenti introvabili, che possono essere di ottima o di infima qualità: in rete, come si sa, si trova di tutto e bisogna sapere a chi credere.<br />
<strong> 6) I filtri per selezionare l’informazione. </strong>Per usare l&#8217;informazione dal basso senza esserne soffocati abbiamo bisogno di filtri. Il primo di questi è l’algoritmo del motore di ricerca: se cerco un nome, google o sistemi simili ci presenteranno innanzitutto le pagine più segnalate da altre pagine che contengono quel nome, che presumibilmente sono le più attendibili. E’ questo, per esempio, il meccanismo che fa sì che tra le 28mila circa segnalazioni che riguardano il mio nome, <a href="http://www.google.it">Google</a> metta al primo posto l’indirizzo del sito che pubblica questo blog.<br />
Un sistema più sofisticato consiste nell’identificare noi stessi i blog o i siti che ci interessano e “abbonarci” ai loro aggiornamenti attraverso gli “rss feed” cioè dei software  che ci dicono quando compare qualcosa di nuovo. Un ulteriore sistema è avvalersi di aggregatori (come <a href="http://digg.com/">Digg</a> o <a href="http://delicious.com/">Delicious</a>)  che ci indicano, per ciascun argomento, quello che gli altri utenti hanno considerato interessante.<br />
<strong> 7) Lo scambio di notizie tra utenti. </strong>I nuovi strumenti di social networking offrono ulteriori possibilità per accedere a pezzi d’informazione. Attraverso <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>, per esempio, faccio circolare notizie o video; d’altra parte posso decidere se un video che mi viene segnalato merita di essere visto anche sulla base della attendibilità dell&#8217;&#8221;amico&#8221;  che me lo segnala. Sistemi di comunicazione anche più  sintetica come <a href="http://twitter.com/">Twitter</a> vengono usati  per  far girare segnalazioni  di articoli e altro materiale interessante  tra ricercatori o gente interessata allo stesso tema. Twitter è pensato per i cellulari e funziona anche come fornitore di notizie: le brevi segnalazioni che immetti sul sito non soltanto sono viste immediatamente da tutti i tuoi amici come su Facebook, ma sono anche accessibili a tutti gli utenti che cercano determinate parole chiave. Se segnali un evento e i tuoi amici inoltrano ai loro amici la tua segnalazione, o aggiungono ulteriori  informazioni legate alla stessa parola chiave, si crea in breve un effetto valanga che può anche anticipare le agenzie ufficiali. E’ accaduto, per esempio, in occasione degli attentati terroristici di Mumbai.<br />
<strong> 8) Il computer non veicola soltanto contenuti brevi. </strong>Nel complesso, dunque, l&#8217;utente non avrà meno informazioni con il declino dei media tradizionali, ma le riceverà in modo diverso. Non è più  vero che il computer induce a leggere solo testi brevi e sintetici: molte delle segnalazioni che circolano portano ad articoli ponderosi e approfonditi che vengono letti dopo averli stampati oppure, in futuro, sempre più attraverso l&#8217;uso di schermi elettronici portatili in grado di offrire qualità di lettura  simile alla carta.<br />
<strong> 9)  L’obiettività? La valuta l’utente. </strong>Con questo modo di fare informazione il concetto di obiettività diventerà ancora più sfumato. Nei media tradizionali  esiste o dovrebbe esistere l&#8217;etica professionale del giornalista a garanzia del rispetto della verità e dell’uso corretto delle fonti. Ci sono organi professionali(come in Italia l&#8217;Ordine dei giornalisti) che dovrebbero garantire il rispetto di queste regole. Nessun giornalista (almeno in teoria) può inventarsi di sana pianta una notizia per vendere di più. Nel caso dei blog questo limite professionale non esiste. Ci sono bloggisti anche più corretti di molti giornalisti e altri che fanno un uso totalmente distorto e delirante dei fatti. La distinzione di qualità è totalmente affidata all’utente.<br />
<strong> 10) Opinione pubblica a compartimenti stagni? </strong>C’è il rischio che l&#8217;informazione diventi ancora più parcellizzata: oggi chi si appassiona allo sport o allo spettacolo ma non ha alcun interesse per la politica, se usa i media tradizionali, leggendo un giornale cartaceo o sentendo un telegiornale, s&#8217;imbatterà comunque in qualche notizia su come va il mondo. Domani  riceverà  solo notizie di sport o spettacolo, non saprà nulla al di fuori dei suoi settori d&#8217;interesse. Se avrà limitato l&#8217;informazione politica al suo leader preferito, difficilmente cambierà idea.<br />
<strong> 11) Come salvare il buon giornalismo.</strong> Ci mancherà dunque il giornalismo come noi lo conosciamo? Certamente sì. Come scrive lo stesso Shirky, “oggi i media cartacei fanno gran parte del lavoro di ricerca giornalistica, dalla  copertura di ogni possibile aspetto di una grossa storia d’attualità al tran tran della cronaca del consiglio comunale. Questa copertura crea benefici per tutti, anche per chi non legge i giornali, perché il lavoro dei giornalisti della carta stampata è usato da tutti, dai politici ai pubblici ministeri, dagli ospiti di talk show ai bloggers”. Che cosa succederà se questo genere  d’informazione si ridurrà drasticamente? “Non lo so. Nessuno lo sa”, risponde Shirky. Ma apre uno spiraglio. “La  società non ha bisogno di quotidiani. Ha bisogno di giornalisti. Per un secolo, gli imperativi di rafforzare il giornalismo e di rafforzare i quotidiani sono stati connessi così strettamente da non potersi distinguere. Andava bene così, ma adesso la situazione sta cambiando sotto i nostri occhi e avremo bisogno di molti altri modi di rafforzare il giornalismo”. Quali modi? Come si potranno rafforzare le capacità professionali e la capacità di copertura degli eventi da parte di un esercito di “dilettanti trasformati in ricercatori e  scrittori”?  Shirky parla di sponsorizzazioni e donazioni. Si potrebbero anche immaginare altri strumenti più istituzionali e obiettivi: per esempio, analogamente alla convenzione (purtroppo oggi rimessa in discussione) che ha consentito a Radio radicale di garantire la copertura dei lavori del Parlamento, le amministrazioni potrebbero stanziare una certa cifra a favore dei blogger che garantiscono la copertura delle cronache locali. E’ solo un’ipotesi, ma qualcosa in questa direzione dovrà sicuramente avvenire.<br />
<strong> 12) Il valore economico del gratuito. </strong>La rivoluzione dell&#8217;informazione anticipa una problematica ben più ampia sulla creazione di valore. Gran parte della nuova informazione (i blog, le segnalazioni a  rete) non hanno un corrispettivo economico: la gente scrive o segnala per il gusto di farlo. Eppure questa informazione crea valore. Tra un sistema economico che se ne può avvalere e un sistema che ne è privo c&#8217;è  certamente una grande differenza. Le misurazioni dell&#8217;economia avevano già incontrato notevoli difficoltà  nel secolo scorso, con lo sviluppo dell&#8217;economia dei servizi, certamente più difficile da misurare rispetto all&#8217;economia dell&#8217;acciaio o delle automobili. Ma ancor più complesso è il concetto di produzione (e quindi anche di Prodotto interno lordo) in un sistema nel quale ciò che si crea non ha un prezzo riconosciuto, né al momento della creazione, né  al momento della fruizione. Per gli statistici si tratta di un cambiamento radicale, ma le implicazioni riguardano il concetto stesso di lavoro.  Siamo alla vigilia di una grande rivoluzione economica, ma questa è un&#8217;altra storia e  sarà bene riparlarne.</p>
<p><em>Post scritto dopo una conversazione con  mio figlio <a href="http://homepage.pietrosperoni.it/Welcome/index.html">Pietro</a>, che peraltro non ha alcuna responsabilità sulle mie conclusioni</em></p>
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		<title>Pierferdi, perché fai così?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 23:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del dibattito promosso da Società aperta il 4 novembre a Roma, ho fatto un salto sulla sedia. Per caso mi ero appena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del <a href="http://www.societa-aperta.org/sito_templare/allegati/invito24ottobre.jpg">dibattito</a> promosso da Società aperta il 4 novembre a  Roma, ho fatto un salto sulla sedia.<br />
Per caso mi ero appena stampato la nota che l&#8217;Istat aveva diffuso quel giorno stesso. In realtà, dal 2006 al 2007 le famiglie povere sono passate da 2milioni 623mila a 2milioni 653 mila, mentre gli individui in povertà da 7milioni 537mila a 7milioni 542mila. In percentuale, le famiglie povere sono rimaste all&#8217;11,1% del totale e gli individui in povertà sono scesi dal 12,9 al 12,8%. Insomma, la situazione era rimasta stabile, altro che povertà triplicata.<br />
Pur non conoscendo personalmente  Casini, mi sono permesso di portargli il <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20081104_00/">comunicato</a> Istat e di fargli presente l&#8217;errore. <span id="more-91"></span>Mi ha ringraziato; si è intascato il documento dicendo: &#8220;stasera devo andare a Ballarò, meno male che lei mi ha avvertito, altrimenti avrei detto la stessa cazzata&#8221;.<br />
Non so come sia andata quella puntata di Ballarò. Ma oggi alla Camera, nella dichiarazione di voto sulla legge finanziaria, l&#8217;esponente dell&#8217;Udc ha ripetuto &#8220;la stessa cazzata&#8221;: &#8220;le famiglie povere sono passate da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;.<br />
Non ce l&#8217;ho con Pierferdinando Casini. Anzi, avevo apprezzato il discorso fatto al convegno di Società Aperta e il coraggio col quale ha definito il federalismo, nell&#8217;attuale contesto italiano, &#8220;una puttanata bestiale&#8221;. Ma mi disturba profondamente questa convinzione comune a molti politici che i numeri siano un&#8217;entità che si può stiracchiare a piacimento, tanto nessuno controlla. Se qualcuno sa che le cifre sono sbagliate, o sta zitto o non viene creduto, perché viene anche lui considerato parte della generale mistificazione su cui è costruito il teatrino della nostra politica.<br />
I  numeri si aggiustano a piacimento. Le piazze possono contenere centomila persone o un milione, a seconda di chi le racconta. Eppure esiste una realtà oggettiva: tot persone a quell&#8217;ora erano in quella piazza e non sarebbe neppure tanto difficile accertarlo. Lo faceva la polizia, prima di esserne diffidata dai politici, lo potrebbero fare i media.<br />
L&#8217;inflazione è al due per cento oppure al dieci, a  seconda di come si vogliono leggere gli indici. Si può discutere la metodologia, ma una volta raggiunto il consenso sulle modalità di elaborazione si dovrebbero prendere per buoni i risultati.<br />
Il Prodotto interno lordo italiano decresce, ma forse se è vero che abbiamo un trenta per cento di sommerso come dice il nostro presidente del consiglio potrebbe anche essere aumentato. Poco importa che tutti gli statistici in Italia e all&#8217;estero neghino che la cifra del sommerso possa essere tanto maggiore di quel 15% che è già compreso nel calcolo del Pil.<br />
Con questo uso delle cifre non c&#8217;è più alcuna certezza. Tranne una: la connivenza di tutti i politici nel confondere la verità. Una delle ragioni del collasso della Germania comunista, come testimoniò un&#8217;indagine parlamentare dopo l&#8217;unificazione, fu che i dirigenti dell&#8217;est avevano finito col convincersi delle stesse statistiche fasulle che fornivano ai loro cittadini. Così facendo persero il contatto con la realtà. Forse Casini crede davvero che sette milioni e mezzo (cioè un terzo delle famiglie italiane) sia in condizione di povertà, cioè campi con meno di 987 euro.  Ma se davvero ha una visione così distorta di questo Paese, è bene che stia all&#8217;opposizione e che ci rimanga a lungo.</p>
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