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	<title>Donato Speroni &#187; Libri</title>
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		<title>Amato: dopo la crisi un’Europa più unita, forse senza Londra</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia intervista a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che inevitabilmente imporrà una drammatica alternativa agli euroscettici, Gran Bretagna in testa: o accettare le regole comuni o uscire dall’Unione.<span id="more-717"></span></strong></p>
<p>Ha contribuito a rasserenare il panorama europeo l’accordo raggiunto il 30 marzo in merito al <strong>Trattato sui bilanci</strong>, con l’autoesclusione della Gran Bretagna e della Repubblica ceca. Insieme  al <strong>nuovo clima di fiducia verso il governo italiano</strong>, pedina essenziale per la tenuta della moneta comune, induce a pensare che alla fine n<strong>onostante tutto l’euro ce la farà</strong>, contrariamente alla previsione di numerosi esperti. Sarebbe l’ennesima riconferma in economia della <strong>metafora del calabrone</strong>, l’insetto che secondo le leggi naturali non dovrebbe essere in grado di alzarsi in aria, eppure vola.</p>
<p>E’ interessante osservare che molti tra i maggiori economisti avevano profetizzato il declino della moneta unica: è questa per esempio la tesi di <strong>Paolo Savona</strong>, uno dei più autorevoli conoscitori della realtà italiana ed europea nel suo ultimo libro “<a title="La scheda del libro di Savona" href="http://www.rubbettinoeditore.it/news/332-eresie-esorcismi-e-scelte-giuste-per-uscire-dalla-crisi.html">Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia</a>&#8221; . Savona sostiene l’opportunità che l’Italia si liberi dal “cappio dell’euro”. E non è un mistero che anche all’interno della Banca d’Italia numerosi dirigenti fino a pochi giorni fa davano l’euro per spacciato. <strong>Forse esiste una specie di miopia degli esperti</strong>, attenti a valutare tutte le implicazioni delle leggi economiche, ma <strong>che finiscono col perdere di vista la dimensione politica della partita</strong> che si sta giocando e che ha fatto sì che comunque alla fine i capi di stato e di governo abbiano dovuto in qualche modo trovare una via d’uscita dalla crisi.</p>
<p>Proprio perché fotografa questa dimensione politica della crisi mi sembra interessante in questo momento rileggere il testo dell’<a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> che <strong>Giuliano Amato</strong> mi ha rilasciato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it" target="_blank">East</a>, pubblicata sul numero 39 del dicembre 2011, (l’ultimo a firma di<strong> Vittorio Borelli</strong>, che ha saputo ideare questa rivista e consolidarla nel corso degli anni, ed al quale auguriamo nuovi brillanti impegni editoriali). Amato è un grande esperto di Europa, anche perché ha avuto un ruolo essenziale nei lavori preparatori del Trattato di Lisbona, che dal 2009 regola la governance europea.</p>
<p><strong>Incontrai Amato a Roma</strong>, nel suo bell’ufficio di Presidente della Treccani, <strong>il 31 ottobre</strong>. La crisi dell’euro era nel pieno della sua virulenza. Inevitabile la prima domanda: “<strong>Presidente, come andrà a finire?</strong>”. Mi sorprese, perché, pur riconoscendo che l’area euro avrebbe potuto sfasciarsi nel giro di poche settimane, portò il discorso più in là, su quelle che sarebbero state <strong>le conseguenze dell’auspicabile superamento della crisi</strong>. In altre parole: nel guado non si può rimanere e si rischia di essere travolti dalle acque impetuose delle tempeste finanziarie, ma se si riesce ad andare oltre <strong>avremo un’Europa diversa, con regole più stringenti, meglio attrezzata per affrontare il nuovo secolo</strong>. A quel punto, e questa è la parte più stimolante del ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, l<strong>’integrazione più stretta dei Paesi dell’area euro</strong> si estenderà agli altri Paesi dell’Unione europea disposti ad aderirvi e <strong>finirà per tagliar fuori chi invece non accetta le regole comuni</strong>. I paesi riottosi saranno posti “di fronte all’alternativa: o fai come gli altri o quella è la porta”, anche grazie al fatto che nel trattato di Lisbona esiste “una clausola di secessione che prima non esisteva”.</p>
<p><strong>Insomma, di fronte al rilancio della moneta comune dovrà essere la Gran Bretagna con gli altri Paesi euroscettici a decidere se adeguarsi oppure affrontare da sola “la tempesta perfetta” dei prossimi vent’anni.</strong></p>
<p>Il testo dell’intervista di Amato è disponibile anche in <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-IngleWeb.pdf">inglese</a>.</p>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel &#8220;7più&#8221; degli italiani: ciò che l’Istat ci dice e quello che manca</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul Giornale che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul Messaggero, alla polemica delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul <em>Giornale </em>che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul <em>Messaggero</em>, alla polemica delle associazioni dei consumatori che si sono chieste “in quale remoto Paese l’Istat abbia condotto la sua indagine sulla soddisfazione delle famiglie circa la propria condizione economica”.</strong></p>
<p><strong>Eppure la rilevazione conteneva importanti elementi di novit</strong>à,<span id="more-423"></span> come segnalato anche nella premessa del <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/sodcit/20101104_00/">comunicato</a> del 4 novembre: per la prima volta si è voluto rilevare un indice di soddisfazione della vita nel suo complesso (altrove lo si chiama indice di felicità o di benessere, ma in italiano questi termini possono essere fuorvianti, come ho spiegato <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/">in precedenz</a>a) e lo si è fatto secondo la cosiddetta scala di Cantril, da zero a dieci.  L’innovazione rispecchia il processo di ricerca di nuove misure del progresso avviato dall’Ocse e testimoniato anche dalla commissione Stiglitz.</p>
<p>Finora l’unico dato di soddisfazione globale a disposizione per l’Italia veniva dalla rilevazione che ogni due anni la Gallup compie in circa 150 Paesi. Com’è riportato nel mio <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">libro</a> “I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere” – Edizioni Cooper l’Italia nell’ultima indagine Gallup si collocava al 36mo posto, con un misero voto di 6,3 che gli italiani nel maggio 2009 avevano attribuito in media alle proprie condizioni di vita. Se prendiamo invece per buona la rilevazione Istat relativa al febbraio 2010, che ci dà una media di voto di 7,2, l’Italia si collocherebbe al 12mo posto, alla pari con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Venezuela (non stupitevi: i latinoamericani sono sempre molto in alto in queste classifiche). Il campione interpellato dall’Istat è molto più numeroso di quello della Gallup e quindi la rilevazione è più attendibile. Ma ovviamente le metodologie non sono perfettamente coincidenti: per valutare appieno il senso di quel “7 più” che gli italiani si attribuiscono in base all’Istat bisognerà aspettare di disporre di una serie storica che ci possa dire se quella soddisfazione sale o scende, perché la variazione nel tempo è certamente l’aspetto più significativo.</p>
<p>Nel comunicato diffuso dall’Istat non sono ancora esaminate le correlazioni tra la soddisfazione complessiva e le determinanti del benessere: relazioni familiari e con amici, salute, condizione economica, soddisfazione sul lavoro, uso del tempo libero. Sappiamo cioè quanto gli italiani sono soddisfatti per ciascun fattore, sulla base della vecchia scala a quattro (molto, abbastanza, poco, per niente), ma non sappiamo quanto quello specifico fattore incide sulla soddisfazione complessiva.</p>
<p>Per chi fa politica, quest’ultima è una informazione importante. Se è vero (premessa della commissione Stiglitz) che gli obiettivi dell’azione pubblica nel ventunesimo secolo saranno sempre più quelli di garantire ai cittadini le condizioni del benessere complessivo e non solo la crescita economica, è importante sapere “che cosa conta veramente”. Per esempio, la rilevazione Istat ci dice che in Italia c’è una profonda sfiducia verso il prossimo, ma evidentemente questo elemento, che renderebbe infelice uno scandinavo, incide poco sul nostro cittadino medio che conta invece soprattutto su famiglia e amici.  Aspettiamo dunque l’analisi delle correlazioni. Sarebbe inoltre interessante che l’Istat, con metodologia omogenea, verificasse anche il grado di soddisfazione per la situazione ambientale e il grado di fiducia nelle istituzioni, come suggerito dalla Commissione Stiglitz.</p>
<p>Il documento Istat è anche corredato da un corposo documento metodologico su strategia di campionamento e livello di precisione dei risultati. Si tratta di un testo molto tecnico, che però vuole arrivare anche a esempi concreti: per esempio, ci dice che l’intervallo di confidenza rispetto alle famiglie che in Piemonte considerano la loro situazione peggiorata (219mila) è pari all’incirca al 13 per cento in più o in meno. Non è un piccolo margine d’errore. Per i dati nazionali, basati su stime molto più numerose, il margine è molto più ristretto, ma tale comunque da mettere in dubbio la validità di certi confronti. Penso che l’Istat faccia opera meritoria nel chiarire i limiti delle sue rilevazioni campionarie, anzi dovrebbe farlo sempre in modo più chiaro e comprensibile a tutti, anche perché sarebbe d&#8217;esempio ai tanti che diffondono <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/03/sondaggi-rispettare-o-cambiare-le-regole-del-gioco/">sondaggi</a> poco attendibili. Ma giornalisti e commentatori dovrebbero anche tenerne conto prima di gridare allo scandalo o battere il tamburo perché le famiglie “molto o abbastanza soddisfatte della loro situazione economica” sono passate dal 47 al 48 per cento. Il senso della rilevazione è molto semplice: la crisi, nonostante tutto, non ha ancora inciso sui livelli di vita di una parte consistente della popolazione italiana. Filosofeggiare sull’un per cento di variazione in un anno non serve a nulla, rende solo un cattivo servizio alla cultura statistica.</p>
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		<title>I numeri della felicità: riflessioni sul dibattito</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 15:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
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		<description><![CDATA[In questi mesi ho avuto la soddisfazione di essere invitato a una mezza dozzina di presentazioni e dibattiti stimolati dal mio libro “I numeri della felicità” e ringrazio tutti quelli che se ne sono occupati. La natura del libro è già stata descritta su questo blog: si tratta del racconto in chiave divulgativa del grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>In questi mesi ho avuto la soddisfazione di essere invitato a una mezza dozzina di presentazioni e dibattiti stimolati dal mio libro “I numeri della felicità” e ringrazio tutti quelli che se ne sono occupati.<br />
</strong></p>
<p><strong>La natura del libro è già stata descritta su questo blog: si tratta del racconto in chiave divulgativa del grande lavoro in corso nel mondo per misurare un benessere che, soprattutto nei Paesi più sviluppati, non può essere testimoniato soltanto dalla misura del prodotto interno lordo (Pil). Come viene recepito questo dibattito nella cultura italiana? Ecco qualche appunto, senza pretesa di organicità.<span id="more-399"></span></strong></p>
<p><strong>Felicità e benessere: </strong>sono la stessa cosa di <em>happiness </em>e <em>wellbeing</em>? I dubbi già adombrati nel mio libro sono stati rafforzati dal dibattito sulla <a href="http://www.statistica.it/qol/doc/Abstract/Track%201/0103_Guerini.pdf">relazione</a> di Michela Guerini sulle prospettive teoriche dei concetti di felicità e benessere che si è svolto nell’ambito del convegno di Firenze “Qualità della vita, riflessioni, studi e ricerche in Italia”. Gli anglosassoni usano le due parole in modo quasi indifferenziato. Per noi la felicità è più legata a un senso di appagamento momentaneo, mentre il benessere si lega a una soddisfacente situazione economica. Non a caso molti relatori anche a Firenze per parlare di buona qualità della vita usavano il termine “benessere globale”, quasi a distinguerlo dal benessere economico.</p>
<p>La conferma della differenza si ha anche dalle ricerche in corso. A Rotterdam, Ruut Veenhoven ha creato il ricchissimo “database on happiness”, mentre alla London school of economics Richard Layard parla di “Happiness economics”. Invece in Italia l’Istat, a scanso di equivoci, annuncia che intensificherà i suoi studi sul benessere (globale) e non parla mai di felicità.</p>
<p><strong>Felicità e politica.</strong> Una precisa definizione del campo d’indagine, senza equivoci lessicali, può sembrare pedante, ma aiuta a sgombrare il campo dagli equivoci. La statistica non pretende di misurare la felicità di un singolo individuo, semmai si avvale della misura del benessere percepito dai singoli e delle sue relazioni con alcune determinanti (situazione economica, salute, famiglia, amicizie, rapporti con l’ambiente e con le istituzioni, per citare le più importanti) per fare il punto sul benessere complessivo di una comunità. Si chiarisce così un equivoco che ha trovato eco anche nel dibattito di Cortina: nessuno desidera che lo Stato mi dica “come” essere felice, perché questo renderebbe reale il “Mondo nuovo” di Huxley, dove i cittadini sono tenuti contenti con sesso e droga. Ma se il benessere complessivo è sempre meno dipendente dalla produzione di maggiore ricchezza (e su questo non ci sono dubbi, nei Paesi che hanno raggiunto un livello adeguato di reddito pro capite) è giusto che la politica debba porsi anche “altri” obiettivi, oltre alla crescita economica. Le statistiche che aiutano a misurare quello che conta davvero per i cittadini possono aiutare a fare scelte politiche migliori.</p>
<p><strong>Diffidenze ed entusiasmi (eccessivi). </strong>La scheda che mi ha dedicato la rivista <a rel="attachment wp-att-400" href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/rassegnageo101031/">Geo</a>, oltre ai complimenti all’autore (grazie) coglie perfettamente il senso del libro: “il modo migliore per misurare la felicità è guardare il mondo da vari angoli e utilizzare in contemporanea tante misure”. Come prevedevo fin dalla premessa dal mio libro, nel dibattito mi sono trovato di fronte a posizioni preconcette: da una parte gli economisti che consideravano le “misure del benessere” un escamotage per non parlare più del Pil, soprattutto in un’epoca nella quale l’economia dà poche soddisfazioni, dall’altra chi non vedeva l’ora davvero di “rottamare il Pil” per parlar d’altro, ignorando che il modo di produrre ricchezza dovrà cambiare nel tempo, ma che la produzione di nuova ricchezza (e quindi anche la misura di questa produzione) è fondamentale per progredire. Tuttavia, “guardare il mondo da vari angoli” richiede “numeracy”, cioè cultura numerica, perché leggere un cruscotto di indicatori è più difficile che leggere un unico dato. E richiede consenso sui dati davvero importanti, per evitare strumentalizzazioni politiche: un aspetto giustamente sottolineato da Gianfranco Fabi nel suo <a rel="attachment wp-att-401" href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/sole100826/">commento</a> al mio libro sul Sole24Ore.</p>
<p><strong>La difficile misura della sostenibilità. </strong>Nel “cruscotto” degli indicatori ci devono essere anche quelli che riguardano la sostenibilità, cioè la capacità di trasmettere intatto alle nuove generazioni il capitale complessivo (economico, ambientale, umano, sociale) su cui si basa il nostro benessere. Attenzione però a evitare le scorciatoie. Come spiega Enrico Giovannini in un’intervista sul mensile East, di prossima pubblicazione, la sostenibilità globale non s’identifica soltanto con la sostenibilità ambientale sulla quale gli indicatori si moltiplicano in un insieme sempre più frastornante. Ci sono gravi interrogativi anche sulla capacità del “sistema” di reggere le tensioni sociali che deriveranno nei prossimi anni dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, dalle lotte per l’energia, l’acqua, il cibo. La sostenibilità dovrebbe portarci a misurare i rischi cui andiamo incontro. Non basta, cioè, misurare il progresso se non sappiamo dove questo progresso ci porta. Si tratta di un campo relativamente nuovo per l’economia, la sociologia, la statistica. Un campo che è reso fortemente incerto da un lato dal progresso tecnologico che può minimizzare i rischi (per esempio la scoperta della fusione nucleare potrebbe darci acqua dal mare a volontà)  dall’altro dalla possibilità di accelerazione dei fattori negativi, come potrebbe avvenire, per esempio, se il riscaldamento climatico non procedesse in modo lineare ma dovesse subire un’accelerazione o provocare mutamenti globali quali (è solo un’ipotesi avanzata tempo fa da uno studio della Cia) l’annullamento della Corrente del Golfo. Di fronte a quest’ampia gamma di “futuri possibili” è necessario un grande sforzo globale di rilevazione e previsione sistemica sull’evoluzione delle comunità umane. E’ certamente importante sapere quante specie di farfalle rischiano di estinguersi nei prossimi trent’anni, ma è almeno altrettanto importante capire quanti milioni di persone saranno indotte a lasciare le loro terre per via del mutamento del loro ambiente naturale, economico e sociale o dalle tensioni politiche che ne deriveranno.</p>
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		<title>Miscellanea d’estate: barche, libri, viaggi, servizi, disservizi&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 11:03:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ stata un’estate bella e movimentata, vissuta tra l’Egeo (dove è ancora la mia barca), la Toscana e vari giri per rispondere a inviti di presentazione del mio libro “I numeri della felicità”. Tra i ricordi più belli, la riscoperta di un pezzo d’Italia, dalle Isole Borromee sul lago Maggiore alla Villa Adriana di Tivoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ stata un’estate bella e movimentata, vissuta tra l’Egeo (dove è ancora la mia barca), la Toscana e vari giri per rispondere a inviti di presentazione del mio libro “<a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">I numeri della felicità</a>”. Tra i ricordi più belli, la riscoperta di un pezzo d’Italia, dalle Isole Borromee sul lago Maggiore alla Villa Adriana di Tivoli, alla guida per dieci giorni di un gruppo di 19 persone tra miei compagni di scuola americani di 50 anni fa e relative mogli o mariti: vi assicuro che entrare a Roma con una carovana di tre pulmini Ducato e scaricare comitiva e bagagli nei pressi di Via Veneto senza perdere né un mezzo, né un americano, né una valigia è impresa non facile. Ma alla fine tutti si sono reimbarcati per gli Usa soddisfatti di aver scoperto un’Italia diversa da quella che conoscevano.<span id="more-395"></span></strong></p>
<p>Le mie avventure in barca sono raccontate in fretta: la Turchia, dove sono arrivato in dieci anni di navigazione estiva partendo da Livorno e passando per Croazia, Montenegro, Grecia, è bella ma scomoda, anche perché la distanza rende più difficili tutti gli interventi di manutenzione. Inoltre ho commesso un errore di valutazione, pianificando il ritorno attraverso l’Egeo in piena stagione di meltemi, il vento che soffia forte d’estate prevalentemente da nordovest. Pensavo che fosse un vento termico che di notte si calmava, invece ho scoperto che il mare rimane molto mosso: si prospettava una navigazione di bolina lunga, scomoda e lenta, con una barca non perfettamente a posto e così ho preferito lasciare la costa turca, ma rimettere in cantiere la barca a Kos, nel Dodecaneso. Ci sono rimasto male, tanto da scrivere un post nel quale preannunciavo la vendita della mia amata Phileas. Poi mi sono rappacificato col mare grazie ad alcuni giorni bellissimi trascorsi con Joan all’Elba su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=-8qc-pF4aXU">Ninive</a>, la barca di Eric, un navigatore vero, che ha attraversato più volte l’Atlantico. Insomma, nella prossima primavera, insciallah, riporterò la barca in Adriatico, poi si vedrà&#8230;</p>
<p>Sulle presentazioni del libro, da Cortina d’Ampezzo a Favignana nelle Egadi, ritornerò, anche perché quattro mesi di dibattiti sul “superamento del Pil” si prestano a molte riflessioni che credo interessanti. Qui però vorrei esporre alcune considerazioni al termine dei miei dieci giorni come “capocarovana” di un gruppo di “Nebraskans”: i mei compagni di scuola americani, tra quelli che nel 2009 avevo reincontrato alla festa dopo 50 anni dalla nostra “graduation” a Lincoln South East High School (sono stato exchange student per un anno), invitandoli a condividere con me un viaggio in Italia. Si trattava di un gruppo abbastanza eterogeneo, come è lecito aspettarsi assemblando compagni di scuola che hanno avuto vite diverse: alcuni faticavano a distinguere l’Impero romano dal Rinascimento, altri invece avevano una conoscenza dell’arte italiana certamente superiore alla mia. Ma ecco un po’ di miscellanea.</p>
<p><strong>In banca. </strong>“Lei è persona politicamente esposta?” Quando mi sono sentito rivolgere questa domanda ho avuto un moto di ribellione: forse sì, nel senso che sono iscritto al partito radicale e ho firmato per l’uninominale, ma che gliene deve importare al cassiere della mia banca per darmi dei soldi? Non mi ero reso conto che il regime fosse arrivato a questo punto&#8230;</p>
<p>Poi in realtà ho capito che il cortese cassiere si limitava ad applicare il decreto legislativo 21 novembre 2007 n. 231 in materia di riciclaggio, in esecuzione di una <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:32006L0070:IT:NOT">direttiva</a> della Commissione europea. Il mio gruppo di americani mi aveva fatto un bonifico unico in dollari per ridurre le spese di trasferimento finanziario internazionale. Per restituirli in euro avevo chiesto alla mia banca una somma in contanti superiore ai 5mila euro, così il cassiere mi aveva doverosamente chiesto se ero o ero stato capo di Governo, parlamentare, ambasciatore o loro familiare: l’elenco completo corrispondente alla definizione di “Ppe” è nei testi normativi. Insomma una legge opportuna, che va nella direzione della trasparenza, come l’anagrafe degli eletti sostenuta dai radicali, ma che usa una terminologia fuorviante.</p>
<p><strong>In treno. </strong>E’ mai possibile che ci siano ancora treni che forniscono indicazioni automatiche sbagliate? Accade sulla linea Viterbo Roma, dove le scritte luminose segnalano la stazione già passata anziché la prossima fermata. Ricordo che mesi fa segnalai il disservizio a Innocenzo Cipolletta, che con me è socio del <a href="http://www.clubeconomia.it/">Club dell’Economia</a> e che all’epoca era presidente delle Ferrovie dello stato. Enzo si mise le mani nei capelli e certamente avrà provato a intervenire. Ma non è cambiato nulla.</p>
<p><strong>All’autonoleggio. </strong>Sarà perché per essere competitivi devono comprimere i costi di personale, ma noto una certa tendenza alla sciatteria nei servizi forniti ai turisti. Maggiore è certamente una delle migliori compagnie di autonoleggio in Italia, ma dei tre pulmini forniti (ed evidentemente non controllati adeguatamente) uno non si chiudeva a chiave. A Pisa finalmente ce l’hanno cambiato, ma nei primi giorni abbiamo dovuto organizzato turni di guardia al bagaglio&#8230; E non è tutto. Avendo concordato di riportare i Ducato alla stazione Termini ho scoperto che: 1) l’indirizzo indicato a Via Marsala non era assolutamente visibile e mancava qualsiasi indicazione esterna; 2) il termine di consegna era fissato entro le 22.59, ma già dieci minuti prima non c’era più nessuno allo sportello, con un cartello che invitava a riconsegnare i mezzi in garage; 3) Il suddetto garage era troppo basso per ricevere il suddetto Ducato. Sono ritornato a casa e ho restituito il mezzo il giorno dopo, ma mi chiedo che cosa avrei fatto se avessi dovuto partire quella notte.</p>
<p><strong>In taxi. </strong>In genere i miei amici americani, quando hanno girato da soli, hanno trovato persone gentili e disponibili ad aiutarli. Anche le guide, per esempio quelle dei “walking tours” che hanno deciso di fare attraverso la città, erano preparate ed affabili. Non così (alcuni) tassisti romani che vedono tuttora il turista americano (o giapponese) come un pollo da spennare. Un tassista ha fatto pagare 135 euro il trasporto dal centro a Fiumicino per tre persone, quando la tariffa è invece di 45 euro fino a tre persone. Il record è stato quello di un tassista che, all’uscita dei Musei vaticani, richiesto di andare a Via Veneto, si è rifiutato di attivare il tassametro. Alle insistenze dei miei amici ha risposto invitandoli a scendere. Purtroppo non hanno preso il numero&#8230;</p>
<p><strong>Gli zingari. </strong>Per fortuna nel centro di Roma non si vedono più le bande di zingarelle impunite e impunibili che circondavano i turisti per derubarli, ma una scena analoga si è svolta sul treno da Fiumicino a Trastevere: è salito un gruppo di gitani e si sono infilati tra noi e il nostro bagaglio. Per fortuna qualche passeggero aveva appiccicato ai vetri dei biglietti di avvertimento, così ho messo da parte la cortesia e con qualche urlo e spintone mi sono riavvicinato alle nostre valigie. Però contro i tassisti imbroglioni e gli altri rischi di Roma un po’ più di informazione non guasterebbe.</p>
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		<title>Anche in Italia si va &#8220;oltre il Pil&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 08:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il convegno “Qualità della vita: riflessioni, studi e ricerche in Italia”, che si è svolto a Firenze il 9 e 10 settembre, è stato ricco di spunti di grande interesse, che confermano la crescita di attenzione e lo spessore dei lavori sulle misure del benessere “oltre il Pil” nel nostro Paese. Ecco il powerpoint di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il <a href="http://www.statistica.it/qol/index.htm" target="_self">convegno</a> “Qualità  della vita: riflessioni, studi e ricerche in Italia”, che si è svolto a  Firenze il 9 e 10 settembre, è stato ricco di spunti di grande  interesse, che confermano la crescita di attenzione e lo spessore dei  lavori sulle misure del benessere “oltre il Pil” nel nostro Paese. Ecco il powerpoint di <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/09/QOL100909One3.ppt">presentazione</a> del mio <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">libro</a>. Avremo modo di tornare presto su questi  temi.</strong></p>
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		<title>Vi presento il mio libro “I numeri della felicità”</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 09:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi tra padre e figlio]]></category>
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		<description><![CDATA[L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista East, Europe and Asia strategies il grande convegno internazionale dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo blog. Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro I numeri della felicità – dal Pil [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista <em><a href="http://www.eastonline.it/">East, Europe and Asia strategies</a> </em> il grande <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3343,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">convegno internazionale</a> dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/12/25/287/">blog</a>.<br />
</strong></p>
<p><strong>Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro <em>I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere</em>. L’editore è Cooper, lo stesso del mio volume dell’anno scorso <a href="http://www.intrigosaudita.it"><em>L’intrigo saudita</em></a>. Il libro è di 286 pagine e contiene anche classifiche e documenti. Il prezzo è 15 euro e il volume si può acquistare facilmente anche <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">on line</a>.</strong></p>
<p><strong>Lunedì 14 giugno alle 16 presso la biblioteca del Cnel di Viale David Lubin 2 a Roma, il libro sarà presentato in un seminario organizzato dal gruppo di lavoro “Nuovi indicatori macroeconomici” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Avrò il piacere di discuterne con Mario Baldassarri, Emma Bonino, Enrico Cisnetto, Enrico Giovannini, mentre il moderatore sarà Gabriele Olini. L’incontro è aperto e ne abbiamo dato notizia anche nelle università.</strong><span id="more-313"></span></p>
<p>Non ho voluto fare un libro tecnico. <span style="text-decoration: underline;">Dalla prefazione di Enrico Giovannini</span>, presidente dell&#8217;Istat:</p>
<p><em>In queste pagine Donato Speroni si conferma, ancora una volta, non solo un attento lettore del mondo che ci circonda, ma un autore capace di sintetizzare la complessità di un movimento scientifico e culturale che abbraccia approcci e piani molto diversi. Spaziando da Robert Kennedy a Nicholas Sarkozy, dal Re del Bhutan al Presidente della Commissione Europea, passando per vincitori del Premio Nobel a economisti e statistici sconosciuti al grande pubblico, Speroni introduce il lettore a tematiche di grande respiro e di rilievo politico decisivo, mostrando come la misura del benessere di una società e del suo progresso nel tempo rappresenti la chiave di volta del suo funzionamento.</em></p>
<p><em>Infatti, come è stato più volte notato, noi uomini prestiamo attenzione a ciò che misuriamo e misuriamo ciò a cui prestiamo attenzione. Non a caso, negli ultimi sessanta anni il mondo si è concentrato sulla misurazione dell’attività economica (cioè sul Prodotto interno lordo, PIL) ed ha conseguito uno sviluppo del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità. Così facendo ha migliorato le condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, allungando la sua vita media, conseguendo livelli di conoscenza inimmaginabili nel passato. Come sappiamo, però, ha anche prodotto danni irreparabili sull’ambiente, diseguaglianze senza precedenti e si è dimostrato incapace di assicurare una vita dignitosa ad una parte consistente della popolazione mondiale.</em></p>
<p><em>Non ci si deve, quindi, stupire che le crisi sopra ricordate conducano ad un ripensamento profondo delle metriche che il mondo usa per valutare se stesso ed orientare le sue scelte future. Come dice il Premio Nobel Amartya Sen, discutere di indicatori statistici equivale a discutere dei fini ultimi di una società ed è per questo che Speroni ci conduce attraverso un viaggio che tocca le misure classiche dei fenomeni economici e sociali, come il PIL, ma anche i nuovi indicatori di benessere, felicità e sostenibilità, mostrando gli elementi culturali, politici e statistici che stanno alla base di ciascuno di essi. Il libro, facilmente accessibile anche per i non addetti ai lavori, mostra l’ampiezza della tematica, che coinvolge paesi sviluppati e in via di sviluppo, consentendo di apprezzare l’accelerazione che negli ultimi anni è stata impressa alla riflessione su questi temi da parte di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Unione Europea, ma anche di organizzazioni non governative, fino a costituire un network internazionale di centinaia di soggetti in tutto il mondo.</em></p>
<p>Alle parole lusinghiere di Giovannini aggiungo alcune considerazioni tratte dalla mia <span style="text-decoration: underline;">premessa</span>:</p>
<p><em>Alla notizia che stavo scrivendo un libro sulla misura del progresso “oltre il Pil” ho raccolto quasi sempre tre tipi di reazioni.</em></p>
<p><em>A) La prima, di assoluto disinteresse: «Ah, che bello&#8230;» , quindi l’interlocutore passava rapidamente ad altro argomento.</em></p>
<p><em>B) La seconda lasciava trasparire una spiccata antipatia per le misurazioni economiche: «Davvero? Insomma è la volta buona che riusciamo ad abolire il Pil!» Reazione tipica, questa, di chi nelle sue azioni ha forti motivazioni sociali: persona solitamente di sinistra, ma non solo.</em></p>
<p><em>C) La terza denotava diffidenza, più che antipatia, verso questi “velleitari” tentativi di sconvolgere l’ordine costituito: «Ah sì? Beh sappi che io non ci credo proprio&#8230;» Reazione tipica del conservatore, peggio se si trattava di un economista. Per onestà devo dire che altri hanno mostrato apprezzamento e interesse sincero, senza posizioni precostituite, ma le tre reazioni che ho descritto mi hanno fatto riflettere.</em></p>
<p><em>Non posso biasimare gli amici di tipo A. Molta gente odia i numeri, soprattutto in Italia, e fatica a capire che una persona normale possa desiderare di scrivere un libro sul buon uso dei dati. È il frutto di un’educazione che ignora la numeracy(la cultura numerica), che guarda con diffidenza alla scienza, che considera incomprensibile qualunque cosa si esprima con una formula anche semplicissima. Parliamo invece di chi ha un pregiudizio di tipo B o C: questo libro sarà servito a qualcosa se riuscirà a smontare gli “opposti estremismi” dei fautori del “No Pil” e di quelli che considerano la misura del Prodotto interno lordo come uno strumento intoccabile.</em></p>
<p><em>A differenza di gran parte della letteratura uscita in Italia sull’argomento, questo non è un libro a tesi. Racconta invece la ricerca che in tutto il mondo coinvolge migliaia di statistici, economisti, sociologi, psicologi, tutti impegnati a rispondere alla domanda “Come si misura il progresso dell’umanità?” e a fornire ai decisori politici migliori strumenti di valutazione, sperando che ne vogliano tener conto.</em></p>
<p>Un’ultima annotazione: credo di aver scritto un libro agile, che consente a tutti di farsi un’idea della grande partita che si gioca sulla misurazione del benessere, del progresso, della sostenibilità futura. Una partita politica che contribuirà a cambiare il mondo nostro e dei nostri figli. L’attenzione che il Cnel, l’Istat e numerosi gruppi culturali e politici stanno dedicando a questo tema segnala che anche in Italia l’argomento è di grande attualità; avremo modo di parlarne anche in futuro.</p>
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		<title>Riscoprire Sylos Labini, socialista liberale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Economia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[“Forse tra cinquant’anni, quando sarò appollaiato su una nuvoletta, mi daranno ragione. Ma per adesso vengo ritenuto un anomalo, un eterodosso”. Diceva così l’economista Paolo Sylos Labini nel libro intervista al giornalista di Repubblica Roberto Petrini. Dall’uscita del testo (Un paese a civiltà limitata, Laterza) sono passati nove anni, e da cinque Sylos se n’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Forse tra cinquant’anni, quando sarò appollaiato su una nuvoletta, mi daranno ragione. Ma per adesso vengo ritenuto un anomalo, un eterodosso”. Diceva così l’economista Paolo Sylos Labini nel libro intervista al giornalista di Repubblica Roberto Petrini. Dall’uscita del testo (<a href="http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842064725">Un paese a civiltà limitata</a>, Laterza) sono passati nove anni, e da cinque Sylos se n’è andato sulla nuvoletta, ma già oggi, senza aspettare mezzo secolo, la sua impronta è forte, il rimpianto vivissimo. Si è visto lunedì 15 marzo al <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/15/marcore-diventa-sylos-labini-un-censore-dei.html">Piccolo Eliseo di Roma</a>, alla lettura scenica dell’intervista fatta da Neri Marcorè. Ingresso libero, lunghe code di gente tanto che molti non sono riusciti a entrare, prolungati applausi che non andavano soltanto al bravissimo Marcorè e all’allestimento di Cristina Comencini, ma innanzitutto a lui, l’uomo di sinistra che non ha mai creduto in Marx, che per primo ha avuto il coraggio di segnalare il declino anche numerico della classe operaia in Italia, a costo di farsi bollare come “economista borghese”.<span id="more-311"></span></strong></p>
<p>Per molti è stato un grande maestro, anche per me. L’ho incontrato più volte per interviste e colloqui. Ne intuivo il coraggio intellettuale, la lucidità, l’intelligenza vigile che non l’ha mai abbandonato: fino all’ultimo si è battuto contro il degrado del Paese incarnato dal berlusconismo, ma anche per stimolare a sinistra quella revisione critica che gli ex comunisti hanno sempre disinvoltamente eluso. Lo appassionavano le nuove battaglie. Quando fondai una rivista che si occupava di economia del Mezzogiorno mi diede qualche consiglio e mi disse “Collaborerei volentieri, se non mi fosse caduta addosso questa malattia&#8230;” Quale malattia, professore? “La vecchiaia!”, mi rispose lui, classe 1920, ridendo con i suoi occhi vispi.</p>
<p>Eppure, solo ieri sera posso dire di aver capito fino in fondo l’importanza della sua lezione. L’intervista/spettacolo ha ripercorso la sua storia: da ragazzo innamorato delle tecnologie che vuole fare ingegneria ma non può permetterselo perché il padre, liberale antifascista, ha perso il lavoro e gli chiede di ripiegare sulla più breve laurea in giurisprudenza, poi la specializzazione economica negli Uniti, a contatto con Gaetano Salvemini e Joseph Schumpeter. Tornato in Italia, Sylos conosce Ernesto Rossi e si avvicina al nobile filone del liberalismo di sinistra del <em>Mondo</em>. Ma anziché assumere come altri un atteggiamento elitario, si butta nel dibattito di sinistra a fianco di altri economisti come Giorgio Fuà, si confronta con la Cgil e il Pci, vive da vicino l’esperienza della programmazione economica con Ugo la Malfa e Giorgio Ruffolo.</p>
<p>Il suo successo come giovane e brillante economista provoca le gelosie dei baroni che tardano a concedergli un riconoscimento accademico fino a quando, nel 1962, gli viene finalmente assegnata la cattedra di Economia Politica alla Sapienza di Roma. I suoi studi hanno valore internazionale, come gli riconosce il premio Nobel Paul Samuelson in un messaggio per i suoi 75 anni: “Gli economisti di tutto il mondo ti ammirano&#8230;”.</p>
<p>I suoi messaggi non li mandava a dire: nel 1974 si dimise dal Comitato tecnico scientifico del Ministero del Bilancio perché il Ministro Andreotti aveva nominato sottosegretario Salvo Lima, plurindagato per mafia. Protestò anche con il presidente del consiglio Aldo Moro. “Lima è troppo forte e pericoloso”, gli rispose Moro, che sapeva scivolar via dai problemi. Contro il berlusconismo Sylos fu altrettanto duro, anche se negli ultimi anni confessava il suo sconforto per l’involuzione italiana. Amante del jazz, descriveva l’Italia degli anni Duemila come un brano di Duke Ellington: “Blue Indigo”, due colori, il blu e l’indaco, che segnalano insieme tristezza e passione.</p>
<p>Le sue battaglie più appassionate di “socialista liberale” Sylos le combattè sul fronte delle idee. Considerava Nicolò Machiavelli, Karl Marx e Benedetto Croce responsabili a vario titolo dei mali italiani. Marx, che oltre a tutto era un uomo privo di principi morali (cosa difficile da accettare per uomo di valori intemerati come Sylos) aveva provocato nella sinistra italiana “danni tremendi”. Ci sarebbe voluta un’autocritica, che il machiavellismo imperante impedì ai comunisti e agli ex comunisti. Sul fronte opposto, i danni li aveva fatti Croce che, sulle orme di Vico, aveva creato una filosofia che era in realtà “la fabbrica del fumo”: filofesserie, come diceva Salvemini.</p>
<p>Insomma, Paolo Sylos Labini era un uomo scomodo per tutti. Ci manca.</p>
<p><em>dal blog www.donatosperoni.it</em></p>
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		<title>Addio Gigi, fratello e maestro</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2010 10:36:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>I funerali di mio <a href="http://www.gigisperoni.it">fratello</a> si sono svolti ieri mattina nella chiesetta di Ghirla, in una giornata di sole, resa ancor più luminosa dalla neve sulle montagne che circondano la Valganna. Gigi stava poco bene da qualche mese, ma nessuno aveva diagnosticato la gravità del male che in pochi giorni ha segnato la fine della sua vita: è stato ricoverato all’ospedale di Luino il 5, è morto il 15.</strong></p>
<p><strong>Dei tanti tributi che gli sono stati resi, mi piace ricordare l<a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Gigi_Speroni_giornalista_sempre_gentiluomo_co_9_100117071.shtml">’articolo</a> di Dario Fertilio sul <em>Corriere</em>, ma anche il lancio della <em>Adnkronos</em> che titolando “E’ morto Gigi Speroni, grande divulgatore della nostra storia” ha dato l’ impronta a quasi tutti i commenti comparsi sul web. I necrologi delle autorità milanesi hanno ricordato il suo ruolo di cittadino benemerito di Milano.</strong></p>
<p><strong>Nella cerimonia, dopo il parroco di Ghirla (il quale ha ricordato che Gigi, tra i suoi libri, ha scritto anche <a href="http://www.gigisperoni.it/libri/Le_voci_di_Dio.php"><em>Le voci di Dio</em></a>, raccogliendo cento prediche dei padri gesuiti) abbiamo parlato in due: prima io, poi suo figlio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/01/ricordopapà.doc">Matteo</a> con poche commoventi parole. Ecco quello che mi sono sentito di dire.<span id="more-298"></span></strong></p>
<p><em>Gigi avrebbe compiuto oggi 81 anni. Ci separavano tredici anni e una storia personale in parte diversa. Lui era cresciuto negli anni duri della guerra e dell’immediato dopoguerra: un ragazzo con una gran voglia di scrivere, in una fase storica in cui trovare lavoro era molto difficile..</em></p>
<p><em>Ricordo ancora le fatiche del suo primo lavoro, con La Notte di Nino Nutrizio. All’epoca tra Milano e Roma si viaggiava in vagone letto. E Gigi al mattino alle sette e la sera alla partenza dei treni era alla Centrale per compilare la rubrica “Chi parte e chi arriva”. Un lavoro modesto ma non facile.</em></p>
<p><em>Poi Gigi ha fatto carriera, alla Domenica del Corriere, al Corriere stesso, nelle televisioni del gruppo Rizzoli. Si divertiva a chiamarmi “il mio fratello serio”, perché lui si occupava prevalentemente di spettacolo mentre io scrivevo di economia e politica, ma in realtà la serietà era nel suo modo onesto di raccontare quello che vedeva, senza pregiudizi.</em></p>
<p><em>Non ci vedevamo molto, io quasi sempre a Roma, lui radicato a Milano. E quando a Milano andavo a trovare lui e Mirella parlavamo di giornali e di politica. Col tempo avevamo smesso di fare quelle discussioni politiche che preoccupavano nostro padre; le nostre idee si erano molto avvicinate. Parlavamo molto del mondo dei media. Una passione che ha unito anche Mirella, che tra l’altro è stata titolare per Radio Montecarlo di una rubrica quotidiana di posta con gli ascoltatori, </em><a href="http://www.gigisperoni.it/biografia/Il_cuore_ha_sempre_ragione.php">Il cuore ha sempre ragione?</a><em>, che superò le duemila puntate consecutive. Era una rubrica molto coraggiosa per i tempi. Ricordo che raccontai a Gigi che quando comprai la mia casa in Toscana, dove negli anni ’70 si ascoltava molto radio Montecarlo, la trasmissione era così popolare che fui immediatamente etichettato come “il cognato di Mirella Speroni”. Gigi era orgoglioso di quello che faceva sua moglie. Così come era orgoglioso del lavoro di suo figlio Matteo, giornalista del Corriere e anche lui – lo posso dire con certezza &#8211; scrittore di talento.</em></p>
<p><em>Gli anni della pensione, Gigi li ha messo a frutto scrivendo libri storici, che hanno ottenuto molti riconoscimenti. Ma ha scritto anche qualche romanzo; ne ricordo uno, profetico:</em><a href="http://www.gigisperoni.it/libri/La_notte_del_Duemila.php"> La notte del duemila</a><em>, che anticipava il dramma dei grandi contrasti tra nord e sud del mondo. Nei mesi scorsi mi diceva che aveva un’idea nuova. Non ne voleva parlare per scaramanzia, non ha fatto in tempo a realizzarla.</em></p>
<p><em>Mi rendo conto che sto parlando di Gigi giornalista più che di Gigi fratello, ma il giornalismo dà un imprinting che non si cancella. Matteo mi ha raccontato che pochi giorni fa, in un momento in cui la malattia cominciava a fargli perdere lucidità, aveva detto a Mirella: “Devo scrivere l’articolo&#8230;” Anch’io spesso di notte sogno di dover scrivere un articolo o chiudere il giornale.</em></p>
<p><em>L’umanità di Gigi si è vista pienamente nei sei anni di lavoro come direttore dell’Istituto Carlo De Martino per la Formazione al Giornalismo, dal 1999 al 2005. Gli piaceva lavorare con i giovani, consigliarli anche fuori dalle ore di lezione, usare la sua vastissima rete di relazioni per mettere a loro disposizione i migliori docenti. E i giovani (molti di loro sono adesso nei giornali, anche con posizione di responsabilità) hanno ricambiato con gratitudine questo suo impegno. Anche per questo suo lavoro, nel 2004 gli fu attribuito </em><a href="http://www.gigisperoni.it/biografia/Ambrogino.php">l’Ambrogino d’Oro</a><em> di benemeranza civica, il più prestigioso riconoscimento del Comune di Milano. Gigi ne fu molto orgoglioso, perché sentiva che rispecchiava l’ amore per la città dove aveva vissuto la sua vita professionale.</em></p>
<p><em>E’ stata una vita bella e piena, quella di Gigi, e mi sembrava che meritasse di essere raccontata. Qualche mese fa gli chiesi perché anziché cercare soggetti storici più lontani, non scriveva la sua storia personale: i tanti personaggi conosciuti (un ricordo tra i molti: le battaglie combattute al fianco di Enzo Tortora, ingiustamente accusato di camorra) gli aneddoti, le vicende dei giornali e delle prime televisioni private, che Gigi visse in prima persona. Ma lui aveva scrollato le spalle: “a chi vuoi che interessi&#8230; e poi dovrei dir male di qualche amico&#8230;” denotando due delle sue caratteristiche: la delicatezza nei confronti dei colleghi, anche quando forse non lo meritavano, e la modestia che lo ha sempre portato a rifuggire dai personalismi. Il bel <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/gennaio/17/Gigi_Speroni_giornalista_sempre_gentiluomo_co_9_100117071.shtml">pezzo</a> di Dario Fertilio, sul Corriere di ieri, era titolato “Gigi Speroni, giornalista sempre gentiluomo”. Credo che non possa esserci riconoscimento migliore.</em></p>
<p><em>Ciao fratellone, ti voglio bene e sarai sempre nel mio cuore.</em></p>
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		<title>Intrigo saudita: tre mesi dopo, un primo bilancio</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Dec 2009 10:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tre mesi dopo l&#8217;uscita nelle librerie e dopo i dibattiti sul libro L’intrigo saudita che si sono svolti a Roma e a Milano e le recensioni comparse sui principali quotidiani e periodici, è possibile fare un primo bilancio delle reazioni al mio lavoro, che ricostruisce lo scandalo Eni &#8211; Petromin esploso in Italia 30 anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tre mesi dopo l&#8217;uscita nelle librerie e dopo i dibattiti sul libro <a href="http://www.intrigosaudita.it"><em>L’intrigo saudita</em></a> che si sono svolti a Roma e a Milano e le recensioni comparse sui principali quotidiani e periodici, è possibile fare un primo bilancio delle reazioni al mio lavoro, che ricostruisce lo scandalo Eni &#8211; Petromin esploso in Italia 30 anni fa e rimette in discussione la “memoria storica” sul caso.<span id="more-277"></span></p>
<p>Il libro ha riaperto il dibattito su una vicenda che ebbe grande risonanza sui media negli anni 1979 – 1980 e che segnò anche un momento di svolta negli equilibri politici del Paese, dalla fase della “solidarietà nazionale” che avvicinò il Pci al governo, al lungo periodo di condivisione del potere tra la Dc e il Psi di Bettino Craxi.</p>
<p>La tesi centrale del volume, e cioè che non vi furono ritorni di denaro ai partiti italiani dal “contratto parallelo” stipulato dall’Agip con la panamense Sophilau per ottenere il greggio saudita  e che l’ex presidente dell’Eni Giorgio Mazzanti fu ingiustificamente rimosso dal suo incarico, è stata pienamente accolta da tutti i commentatori. Storici e analisti come Giorgio Galli, Paolo Mieli, Massimo Riva, hanno riconosciuto l’infondatezza delle accuse interrogandosi sulle origini dei dossier che all’epoca furono fatti circolare per far saltare la maxifornitura di greggio arabico. Anche uomini politici come Giorgio la Malfa, Gian Luigi Melega e Marcello Crivellini, che all’epoca si schierarono contro Mazzanti, hanno riconosciuto che i sospetti non avevano fondamento alla luce del lavoro di ricostruzione contenuto nel libro. Giornalisti di valore come Sergio Rizzo, Orazio Carabini, Alberto Statera, Filippo Ceccarelli, Antonio Calabrò, hanno tratto spunto dalle pagine del libro per descrivere un’epoca di sospetti e corruzione. L’ex deputato Franco Bassanini ha raccontato che nella seduta della Commissione Bilancio della Camera del febbraio 1980, coperta da segreto di Stato, Francesco Cossiga, all’epoca presidente del consiglio,  rivelò che i servizi segreti italiani avevano confermato che la tangente era destinata ai sauditi. E lo stesso Cossiga ha elogiato il “rigoroso metodo storiografico” del libro. Per non parlare di chi ha espresso altri giudizi lusinghieri per l’autore, dicendo che il volume “si legge come un thriller”.</p>
<p>Dobbiamo però dirci con chiarezza che non tutto è assodato, non tutto è limpido. Anche se l’Eni Petromin è stato davvero un “strano” scandalo, perché non ci sono stati ritorni di denari in Italia, non è chiaro né quale uso intendevano fare i sauditi della tangente, né quale ruolo svolsero nella vicenda i servizi segreti italiani. Nel mio libro avanzo alcune ipotesi, legate soprattutto al rapporto dei nostri Servizi con l’Olp, ed auspico che il segreto di Stato venga finalmente sollevato, come del resto proprio in questi giorni sta avvenendo per un’altra vicenda che coinvolge palestinesi e servizi segreti: la scomparsa a Beirut nel 1980 di Italo Toni e Graziella De Palo.</p>
<p>Sapremo un giorno tutta la verità? Il sito <a href="http://www.intrigosaudita.it">intrigosaudita.it</a> è nato anche per aggiornare le informazioni sulla vicenda, oltre a quello che già ho potuto scrivere nel libro. E’ un work in progress: cari lettori, vi terremo informati.</p>
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