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	<title>Donato Speroni &#187; Globalizzazione</title>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I nuovi trend demografici in Cina e India</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:54:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli anni che finiscono per zero o per uno il mondo si conta. Quasi tutti i censimenti si svolgono con cadenza decennale; quelli in corso tra il 2010 e il 2011 (compreso quello italiano) sono circa un centinaio. Di particolare interesse sono i censimenti già svolti in Cina e India, che ci danno un’idea del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Negli anni che finiscono per zero o per uno il mondo si conta. Quasi tutti i censimenti si svolgono con cadenza decennale; quelli in corso tra il 2010 e il 2011 (compreso quello italiano) sono circa un centinaio. Di particolare interesse sono i censimenti già svolti in Cina e India, che ci danno un’idea del futuro dei due più grandi Paesi del mondo.</strong></p>
<p><strong>Il sesto censimento della popolazione cinese si è svolto nel novembre 2010, con la partecipazione di dieci milioni (dieci milioni!) di enumerators, intervistatori che hanno battuto città e campagne. Il 15mo censimento della popolazione indiana è cominciato il 9 marzo. Ha comportato, come quello cinese, un gigantesco sforzo organizzativo, con 2,3 milioni di ispettori che hanno battuto 630mila villaggi e 5mila città.</strong></p>
<p><strong>Le prospettive demografiche dei due Paesi sono molto diverse: molto più preoccupanti quelle cinesi per l’invecchiamento della popolazione; sono invece un punto di forza, nonostante gli spaventosi squilibri sociali, per il futuro dell’India, che entro il 2025 diventerà il più grande Paese del mondo.</strong><span id="more-682"></span></p>
<p>Su questo tema:</p>
<p>- ho pubblicato un articolo nell’edizione <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/east38-Pp-94-99-ItaWeb.pdf">italiana</a> e in quella <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/east38-Pp-94-99-IngleWeb.pdf">inglese</a> di East n. 38</p>
<p>- ho svolto il 28 ottobre una <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/Salerno111028One.ppt">relazione</a> alla facoltà di economia dell’Università di Salerno, nell’ambito di un <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/EastSalerno111028.pdf">seminario</a> su “Nuovi trend per lo sviluppo delle imprese italiane in Cina&#8221;, organizzato in collaborazione con East: un incontro interessante, con la partecipazione di un centinaio di studenti.</p>
<p>- ho pubblicato un <a title="Numerus sui censimenti in Cindia" href="http://numerus.corriere.it/2011/10/30/censimenti-cina-preoccupata-india-baldanzosa/">post con documentazione ipertestuale </a>sul mio blog “Numerus” sul sito  del Corriere della Sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Disoccupazione, ripresa, governance: commenti su F&amp;M</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 02:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Finanza &#38; Mercati, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi: Sulla crescita economica: un articolo del 9 settembre. Sulla disoccupazione, 1l 16 settembre. Sulla ripresa “verde”, il 23 settembre Sulla governance della finanza globale, il 30 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Su <em>Finanza &amp; Mercati</em>, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi:</p>
<p align="left">Sulla<strong> crescita economica</strong>: un articolo del <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeOcse110908.doc">9 settembre</a>.</p>
<p align="left">Sulla <strong>disoccupazione</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915Disocc.pdf">1l 16 settembre.</a><a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915DisoccFM.pdf"><br />
</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>ripresa “verde”</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeCrescita110921.pdf">il 23 settembre</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>governance della finanza globale</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeFsb1109130.pdf">il 30 settembre.</a></p>
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		<title>La sfida dei nove miliardi &#8211; un dossier per la rivista East</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 18:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un dossier che ho preparato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it/">East</a> e che per gentile concessione dell&#8217;editore è accessibile da oggi su questo sito. Il dossier comprende anche un&#8217;intervista al demografo Antonio Golini, un colloquio col presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, la traduzione del Rapporto &#8220;La tempesta perfetta del 2030&#8243; del Population Institute di Washington sulla base delle previsioni del</strong><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>capo dei consulenti scientifici del governo britannico </strong><strong> </strong><strong> John Beddington</strong><strong>, e un dibattito tra esperti: il vero problema è il boom demografico o l&#8217;eccesso di consumi del mondo industrializzato?<strong><span id="more-574"></span> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’evoluzione dei problemi ambientali e sociali da una parte, delle opportunità tecnologiche dall’altra, è talmente rapida che è pressoché impossibile immaginarsi il futuro da qui a 40 anni. C’è però un campo nel quale le previsioni sono già oggi credibili: la demografia. I tassi di fecondità nel mondo cambiano molto lentamente e gli effetti sono spalmati nell’arco di molti anni. Se mettiamo da parte ipotesi catastrofiche come asteroidi e pandemie, possiamo prevedere con ragionevole approssimazione “i numeri dell’umanità” da qui al 2050.</p>
<p>Già, quanti saremo? L’Onu aggiorna ogni due anni le sue proiezioni. “Considerando che i livelli di fecondità continuano a ridursi” è scritto nell’ultimo rapporto che risale al 2008, “si prevede che la popolazione mondiale arriverà a 9,1 miliardi nel 2050, sulla base dell’ipotesi di crescita intermedia”. E dopo? Mentre i demografi sono sostanzialmente concordi sull’aumento di popolazione nella prima metà del secolo, le ipotesi successive sono più incerte, perché molti paesi saranno vicini o al disotto del limite di mantenimento della popolazione che è pari a 2,1 figli per donna. L’umanità insomma dovrebbe stabilizzarsi: sembra improbabile che possa superare i dieci miliardi di individui.</p>
<p>Gli abitanti del 2050 saranno distribuiti in modo assai diverso da oggi: “gran parte dei 2,3 miliardi di individui aggiuntivi andrù a ingrossare la popolazione dei Paesi in via di sviluppo, che passerà da 5,6 miliardi nel 2009 a 7,9 miliardi nel 2050”, scrive l’Onu. “La crescita più forte, 2,3% l’anno, si avrà nei 49 paesi meno sviluppati. Anche se il tasso d’incremento si attenuerà in modo considerevole nei prossimi decenni, si prevede che la popolazione dei paesi più poveri raddoppierà, passando da 0,84 miliardi del 2009 a 1,7 miliardi nel 2050”.</p>
<p>Bastano queste poche cifre per capire che siamo di fronte a una grande sfida: come far convivere non solo la popolazione attuale, ma almeno due miliardi di persone in più, su un pianeta che si sta surriscaldando, nel quale la gente  vuole vivere meglio e consumare di più. Ma i problemi arriveranno ben prima del 2050: autorevoli scienziati prevedono che i nodi verranno al pettine entro il 2030, con una situazione pressoché insostenibile per la civiltà come la conosciamo. Possiamo cambiare? E&#8217; difficile, ma sarebbe il caso di porre anche in Italia questo tema all&#8217;ordine del giorno del dibattito politico. Del resto tutti i nostri politici dicono di parlare di futuro e fanno fondazioni per scrutare quello che ci aspetta&#8230;</p>
<p>Ecco i testi del  dossier che ho preparato per il <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&amp;view=category&amp;id=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&amp;Itemid=62&amp;layout=blog&amp;lang=it&amp;limitstart=5">n. 32 di East,</a> bimestrale che esce in italiano e in inglese:</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->-In italiano:</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-44-51.pdf">44-51</a>: Copertina (Flussi e riflussi nella società globalizzata) &#8211; Sfida alla terra da nove miliardi</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-52-55.pdf">52-55</a>: Intervista al presidente dell’Istat Enrico Giovannini: “Abbiamo bisogno di una nuova teoria  della rivoluzione”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-56-59.pdf">56-59</a>: Intervista al demografo Antonio Golini: “Sarà uno tsunami di flussi migratori”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-60-691.pdf">60-69</a>: 2030, lo scenario della “tempesta perfetta”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-70-75.pdf">70-75</a>: Dibattito tra Fred Pearce e Robert J. Walker: “troppi consumi o troppe bocche?”</p>
<p>E’ disponibile anche la versione dei Pdf in inglese.:</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-622" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-44-45/">45</a>: Cover</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-623" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-46-55/">46-55</a>: &#8220;Nine billion challenges&#8221; and interview with Enrico Giovannini</p>
<p>pag:<a rel="attachment wp-att-626" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-56-59/">56-59</a>: &#8220;Interview with Giuseppe Golini</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-627" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-60-69/">60-69</a>: &#8220;The perfect storm&#8221; scenario</p>
<p>pag <a rel="attachment wp-att-628" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-70-75/">70-75</a>: Debate between Fred Pearce and Robert Walker: &#8220;Too much eating or too many mouths?&#8221;</p>
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		<title>Vi presento il mio libro “I numeri della felicità”</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 09:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista East, Europe and Asia strategies il grande convegno internazionale dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo blog. Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro I numeri della felicità – dal Pil [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista <em><a href="http://www.eastonline.it/">East, Europe and Asia strategies</a> </em> il grande <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3343,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">convegno internazionale</a> dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/12/25/287/">blog</a>.<br />
</strong></p>
<p><strong>Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro <em>I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere</em>. L’editore è Cooper, lo stesso del mio volume dell’anno scorso <a href="http://www.intrigosaudita.it"><em>L’intrigo saudita</em></a>. Il libro è di 286 pagine e contiene anche classifiche e documenti. Il prezzo è 15 euro e il volume si può acquistare facilmente anche <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">on line</a>.</strong></p>
<p><strong>Lunedì 14 giugno alle 16 presso la biblioteca del Cnel di Viale David Lubin 2 a Roma, il libro sarà presentato in un seminario organizzato dal gruppo di lavoro “Nuovi indicatori macroeconomici” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Avrò il piacere di discuterne con Mario Baldassarri, Emma Bonino, Enrico Cisnetto, Enrico Giovannini, mentre il moderatore sarà Gabriele Olini. L’incontro è aperto e ne abbiamo dato notizia anche nelle università.</strong><span id="more-313"></span></p>
<p>Non ho voluto fare un libro tecnico. <span style="text-decoration: underline;">Dalla prefazione di Enrico Giovannini</span>, presidente dell&#8217;Istat:</p>
<p><em>In queste pagine Donato Speroni si conferma, ancora una volta, non solo un attento lettore del mondo che ci circonda, ma un autore capace di sintetizzare la complessità di un movimento scientifico e culturale che abbraccia approcci e piani molto diversi. Spaziando da Robert Kennedy a Nicholas Sarkozy, dal Re del Bhutan al Presidente della Commissione Europea, passando per vincitori del Premio Nobel a economisti e statistici sconosciuti al grande pubblico, Speroni introduce il lettore a tematiche di grande respiro e di rilievo politico decisivo, mostrando come la misura del benessere di una società e del suo progresso nel tempo rappresenti la chiave di volta del suo funzionamento.</em></p>
<p><em>Infatti, come è stato più volte notato, noi uomini prestiamo attenzione a ciò che misuriamo e misuriamo ciò a cui prestiamo attenzione. Non a caso, negli ultimi sessanta anni il mondo si è concentrato sulla misurazione dell’attività economica (cioè sul Prodotto interno lordo, PIL) ed ha conseguito uno sviluppo del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità. Così facendo ha migliorato le condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, allungando la sua vita media, conseguendo livelli di conoscenza inimmaginabili nel passato. Come sappiamo, però, ha anche prodotto danni irreparabili sull’ambiente, diseguaglianze senza precedenti e si è dimostrato incapace di assicurare una vita dignitosa ad una parte consistente della popolazione mondiale.</em></p>
<p><em>Non ci si deve, quindi, stupire che le crisi sopra ricordate conducano ad un ripensamento profondo delle metriche che il mondo usa per valutare se stesso ed orientare le sue scelte future. Come dice il Premio Nobel Amartya Sen, discutere di indicatori statistici equivale a discutere dei fini ultimi di una società ed è per questo che Speroni ci conduce attraverso un viaggio che tocca le misure classiche dei fenomeni economici e sociali, come il PIL, ma anche i nuovi indicatori di benessere, felicità e sostenibilità, mostrando gli elementi culturali, politici e statistici che stanno alla base di ciascuno di essi. Il libro, facilmente accessibile anche per i non addetti ai lavori, mostra l’ampiezza della tematica, che coinvolge paesi sviluppati e in via di sviluppo, consentendo di apprezzare l’accelerazione che negli ultimi anni è stata impressa alla riflessione su questi temi da parte di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Unione Europea, ma anche di organizzazioni non governative, fino a costituire un network internazionale di centinaia di soggetti in tutto il mondo.</em></p>
<p>Alle parole lusinghiere di Giovannini aggiungo alcune considerazioni tratte dalla mia <span style="text-decoration: underline;">premessa</span>:</p>
<p><em>Alla notizia che stavo scrivendo un libro sulla misura del progresso “oltre il Pil” ho raccolto quasi sempre tre tipi di reazioni.</em></p>
<p><em>A) La prima, di assoluto disinteresse: «Ah, che bello&#8230;» , quindi l’interlocutore passava rapidamente ad altro argomento.</em></p>
<p><em>B) La seconda lasciava trasparire una spiccata antipatia per le misurazioni economiche: «Davvero? Insomma è la volta buona che riusciamo ad abolire il Pil!» Reazione tipica, questa, di chi nelle sue azioni ha forti motivazioni sociali: persona solitamente di sinistra, ma non solo.</em></p>
<p><em>C) La terza denotava diffidenza, più che antipatia, verso questi “velleitari” tentativi di sconvolgere l’ordine costituito: «Ah sì? Beh sappi che io non ci credo proprio&#8230;» Reazione tipica del conservatore, peggio se si trattava di un economista. Per onestà devo dire che altri hanno mostrato apprezzamento e interesse sincero, senza posizioni precostituite, ma le tre reazioni che ho descritto mi hanno fatto riflettere.</em></p>
<p><em>Non posso biasimare gli amici di tipo A. Molta gente odia i numeri, soprattutto in Italia, e fatica a capire che una persona normale possa desiderare di scrivere un libro sul buon uso dei dati. È il frutto di un’educazione che ignora la numeracy(la cultura numerica), che guarda con diffidenza alla scienza, che considera incomprensibile qualunque cosa si esprima con una formula anche semplicissima. Parliamo invece di chi ha un pregiudizio di tipo B o C: questo libro sarà servito a qualcosa se riuscirà a smontare gli “opposti estremismi” dei fautori del “No Pil” e di quelli che considerano la misura del Prodotto interno lordo come uno strumento intoccabile.</em></p>
<p><em>A differenza di gran parte della letteratura uscita in Italia sull’argomento, questo non è un libro a tesi. Racconta invece la ricerca che in tutto il mondo coinvolge migliaia di statistici, economisti, sociologi, psicologi, tutti impegnati a rispondere alla domanda “Come si misura il progresso dell’umanità?” e a fornire ai decisori politici migliori strumenti di valutazione, sperando che ne vogliano tener conto.</em></p>
<p>Un’ultima annotazione: credo di aver scritto un libro agile, che consente a tutti di farsi un’idea della grande partita che si gioca sulla misurazione del benessere, del progresso, della sostenibilità futura. Una partita politica che contribuirà a cambiare il mondo nostro e dei nostri figli. L’attenzione che il Cnel, l’Istat e numerosi gruppi culturali e politici stanno dedicando a questo tema segnala che anche in Italia l’argomento è di grande attualità; avremo modo di parlarne anche in futuro.</p>
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		<title>I miei auguri di San Valentino</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 05:22:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questo video Charlie Brown è molto triste per non aver ricevuto neanche un biglietto di auguri per San Valentino. Com’è possibile? Quante fidanzate pretende di avere quel ragazzino con la testa rotonda? E che dire di Linus con i cioccolatini a forma di cuore per la maestra? Shultz immagina forse che sia stato irretito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=5vQ6cGpiong">video</a> Charlie Brown è molto triste per non aver ricevuto neanche un biglietto di auguri per San Valentino. Com’è possibile? Quante fidanzate pretende di avere quel ragazzino con la testa rotonda? E che dire di Linus con i cioccolatini a forma di cuore per la maestra? Shultz immagina forse che sia stato irretito da una insegnante pedofila? Tranquilli. in realtà il Valentine Day in America è qualcosa di diverso dalla Festa di San Valentino in Italia. Per rendersene conto basta guardare wikipedia in inglese e in italiano.<span id="more-305"></span></strong></p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/San_Valentino_%28festa%29"><strong>Italiano</strong></a>: <em>La festa di San Valentino è una ricorrenza dedicata agli innamorati e celebrata in gran parte del mondo il 14 febbraio. </em>Insomma, una definizione che fa subito pensare ai <a href="http://images.google.com/images?q=fidanzatini+di+Peynet&amp;oe=utf-http://www.youtube.com/watch?v=5vQ6cGpiong">fidanzatini di Peynet</a>.</p>
<p><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Valentine%27s_Day"><strong>Inglese</strong></a>: <em>Saint Valentine&#8217;s Day (commonly shortened to Valentine&#8217;s Day) is an annual holiday held on February 14 celebrating love and affection between intimate companions.</em> Credo che non ci sia bisogno di tradurre. E che cosa significa “intimate companions”? Sempre da Wikipedia inglese: <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Intimate_relationship">An intimate relationship</a> is a particularly close interpersonal relationship. It is a relationship in which the participants know or trust one another very well or are confidants of one another, or a relationship in which there is physical or emotional intimacy.</em> Insomma, basta fidarsi l’uno dell’altra, sapersi confidare, in una parole essere davvero amici per meritare un Valentino. Non c&#8217;è bisogno della conoscenza biblica.</p>
<p>Sarà per quel pezzo di adolescenza che ho trascorso nel <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/09/24/cari-compagni-americani-vi-scrivo-questa-lettera/">Nebraska</a>, ma sono affezionato alla definizione americana.</p>
<p>Buon Valentine day a tutte le persone a cui voglio bene.</p>
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		<title>La felicità in tempi di crisi: ricetta danese e riflessione coreana</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti nelle lingue e nelle culture locali?</strong></p>
<p><strong>Confinato per anni nel dibattito tra esperti, il tema della misura del cosiddetto “benessere percepito” è diventato centrale per statistici ed economisti e lo sarà sempre più per i leader politici del 21° secolo. La crisi economica ne ha già oggi accentuato l’importanza. Si coglie meglio il fatto che ci sono altri valori oltre la crescita dei beni e servizi prodotti: la distribuzione della ricchezza, la solidarietà, la serenità sul futuro proprio, dei propri cari e dell’ambiente che ci circonda. La crisi, insomma, può essere il momento giusto per chiedersi che cosa conta veramente, come lo si misura, come si controllano i risultati dell’azione pubblica verso gli obiettivi comuni.</strong></p>
<p><strong>Di felicità e benessere si è discusso per cinque giorni, dal 19 al 23 luglio, nel corso della nona <a href="http://www.isqols.org/">Isqols</a> conference, il congresso di tutti i ricercatori che si occupano di “quality of life”. Il tema, come abbiamo detto, sarà anche al centro del <a href="http://www.oecdworldforum2009.org/">World Forum</a> promosso dall’Ocse su “Statistics, knowledge and policy” che si svolgerà a Busan, in Corea, dal 27 al 30 ottobre. La riunione, terza della  serie  dopo i Forum di Palermo nel 1974 e Istanbul nel 1977 (si veda il mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/09/008-017-Istanbul.pdf">articolo</a> su <a href="http://www.eastonline.it/"><em>East</em></a> n.  17), radunerà 1500 partecipanti di 130 Paesi e certamente offrirà nuovi spunti di riflessione sulla misura del progresso delle collettività umane. L’attenzione internazionale a questi temi è stata fortemente stimolata da Enrico Giovannini, il “chief statistician” dell’Ocse diventato ora presidente dell’Istat.<span id="more-164"></span></strong></p>
<p>Si deve attribuire soprattutto a Giovannini il merito di aver promosso e organizzato dall&#8217;Ocse le grandi assise mondiali su “statistics, knowledge and policy”. Il neopresidente dell&#8217; Istat fa anche parte della commissione creata dal presidente francese Nicolas Sarkozy per studiare un nuovo indice della crescita alternativo al Pil, la misura del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta da  un Paese in un anno, che non è più sufficiente per misurare l’effettivo progresso.</p>
<p><strong>La misura del Pil è indispensabile ma&#8230;</strong></p>
<p>Dai tempi di Adam Smith, il nonno dell’economia moderna, si è sempre supposto che il funzionamento del sistema fosse determinato dal comportamento del cittadino che agisce come Homo oeconomicus, impegnato a massimizzare il proprio vantaggio individuale attraverso comportamenti razionali.</p>
<p>Le teorie più recenti hanno messo in discussione questo assunto. Il comportamento umano è influenzato dalle aspettative, che non sempre sono razionali; gli obiettivi non corrispondono sempre alla massimizzazione della ricchezza individuale.</p>
<p>Il primo a gettare il sasso nello stagno è stato l’economista Richard A. Easterlin della University of Southern California, il quale in un articolo del 1974 ha sostenuto che, una volta soddisfatti i bisogni primari, la felicità non cresce col crescere del reddito. Quali sono, allora, le determinanti del benessere individuale? Su questa domanda è nata “l’economia della felicità”, che si è arricchita di contributi interessanti. Molti seguaci di Easterlin, per esempio sostengono che la felicità dipende soprattutto dal miglioramento di status rispetto al resto della propria comunità (il ben noto “keeping up with the Joneses”, per dirla all’americana) oltre che da fattori relativi alla salute e alla vita sociale.</p>
<p>Il cosiddetto “Paradosso di Easterlin” è stato contestato da altri studiosi con ulteriori dati, ma è interessante registrare che il tema è apertissimo, anche per  le sue evidenti implicazioni politiche. Tuttavia sostituire il Pil è tutt’altro che facile. I tentativi di produrre altri indici complessi, come l’Human Development Index o l’Happy Planet Index si sono rivelati poco  influenti, almeno finora. Come ha <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/08/esplosione_dati_Ora_Istat_riorganizzata_co_8_090808016.shtml">scritto</a> Dario Di  Vico intervistando Giovannini, “la monarchia del Pil sarà superata con un affiancamento democratico di altri indicatori, non con la detronizzazione.</p>
<p>Torniamo alla Danimarca. Perché è tanto felice? “I danesi attribuiscono con orgoglio il loro status di Paese più felice del mondo a un insieme fatto da una economia libera e ben gestita, alti standard di educazione, reti di protezione sociale e l’accoglienza aperta a chi viene da fuori”, ha <a href="http://images.businessweek.com/ss/08/08/0819_happiest_countries/11.htm">scritto</a> <em>Business Week</em> in una inchiesta che accompagna la presentazione di una recente  indagine. Ma c’è anche qualcosa di più: la “hygge” (si pronuncia huga), “un sentimento conviviale e rilassato basato su forti legami familiari”.</p>
<p>Ha <a href=" http://www.businessweek.com/globalbiz/content/aug2008/gb20080820_005351.htm?chan=top+news_top+news+index_global+business">aggiunto</a> un lettore sul sito di <em>Business Week</em>: &#8220;la felicità  danese non dipende solo dalla hygge, ma anche dalla fiducia: nelle autorità, nel sistema giudiziario, nella polizia, negli insegnanti, nei dottori, nei vicini, perfino nei politici&#8230;”.</p>
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		<title>I migranti, la Libia, l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “Come un uomo sulla terra”. E’ stato realizzato su iniziativa di Asinitas, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “<a href="http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/">Come un uomo sulla terra</a>”. E’ stato realizzato su iniziativa di <a href="http://www.asinitas.org/home.html">Asinitas</a>, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei migranti, affidando agli stessi immigrati il compito di raccontare con la macchina da presa il viaggio fino al Mediterraneo. Il risultato, altamente drammatico, viene ora proiettato in molte sedi culturali ed è stato anche mostrato a Piazza Farnese in occasione della visita del dittatore libico.<br />
Gli intervistati sono quasi tutti uomini e donne che provengono dall’Etiopia. Il racconto di quello che hanno subito in Libia è sconvolgente. Al termine di un viaggio difficile e pericoloso attraverso il deserto, dopo essere stati più volte derubati, vengono arrestati dalla polizia libica quando arrivano alla costa e rimandati indietro in oasi dove rimangono a  marcire per mesi in prigione. Le donne spesso stuprate, Poi la polizia stessa li libera e li vende a trafficanti di uomini che consentono loro di rimettersi in contatto con la famiglia d’origine, per farsi mandare altri soldi. A questo punto credono di poter andare liberi, ma quasi sempre sono nuovamente arrestati dalla polizia e la trafila ricomincia. C’è chi ha vissuto questo calvario sei o sette volte.<br />
L’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU">altro film</a> su cui meditare è uno spezzone cinematografico che si trova su You Tube. Con le aride cifre della demografia, mostra la rapida crescita della popolazione musulmana in Europa e in America. Riporta anche una frase dello stesso Gheddafi, sul fatto che ormai è inutile combattere l’Europa con la spada o il terrorismo, perché per vincere la battaglia per l’islamizzazione basterà aspettare gli effetti della diversa prolificità delle famiglie immigrate rispetto a quelle già residenti.<br />
Il filmino antislamico è realizzato da un’associazione fondamentalista cristiana degli Stati Uniti e il suo invito a rispondere all’ondata musulmana con un’intensa opera di evangelizzazione suona un po’ patetico. O anche pericoloso, se ci porta a  immaginare Occidente dilaniato dallo scontro di religioni. Anche le cifre sono forse gonfiate.<br />
Tuttavia la testimonianza della sofferenza  del primo commovente film, unita all’arido e contrapposto linguaggio delle cifre, devono stimolarci a elaborare una politica che non sia soltanto fatta di frasi a effetto o di misure contingenti e inutili. Una politica che mostri pietà, ma tenga conto delle dinamiche di lungo termine. Cerchiamo di fissare alcuni punti.</strong> <span id="more-123"></span><br />
Innanzitutto, la necessità di distinguere tra chi ha e chi non ha diritto alla richiesta d’asilo, invocata in questi giorni come giustificazione per fermare i respingimenti in mare, è solo una foglia di fico anche se è è giuridicamente fondata. Nelle aree dall’Africa al Pakistan è sempre più difficile distinguere chi emigra per sfuggire a guerre o persecuzioni e chi invece lo fa solo per cercare un migliore avvenire per se e per la propria famiglia. Anche se la Marina italiana riuscisse (operazione impossibile) a organizzare questa selezione sulle proprie navi prima di riportare gli altri migranti in Libia, il fatto stesso di condannare migliaia di esseri umani a rivivere le condizioni della detenzione nel Paese di Gheddafi dovrebbe essere considerato ripugnante e indegno di un Paese civile come l’Italia.<br />
D’altra parte è evidente che l’Europa non può accogliere tutti, perché la spinta alla migrazione, stimolata anche dai cambiamenti climatici e più semplicemente dal diffondersi di modelli culturali che fanno apparire la vita in Europa e in America di gran lunga migliore di quella nei Paesi d’origine, coinvolgerà nei prossimi anni decine di milioni di persone. Ho già <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/11/29/sessanta-milioni-ditaliani-non-sono-pochi/">scritto</a> in precedenza che l’Italia, arrivata a sessanta milioni di abitanti e quindi ai livelli di più elevato sovrappopolamento europeo, almeno nelle aree metropolitane, dovrebbe tendere a una politica di mantenimento dell’equilibrio demografico: una politica che darebbe comunque spazio a una immigrazione selettiva (cento – duecentomila immigrati all’anno, considerando la scarsa natalità e i ritorni in patria) in quantità che dovrebbero anche consentire un’accoglienza dignitosa.<br />
E’ evidente però che un grande lavoro va fatto nei Paesi d’origine. Non bloccando la gente in mare, ma facendo di tutto perché i migranti non intraprendano la via del deserto, attraverso Paesi come il Niger e la Libia dove la loro trasformazione in schiavi è pressoché sicura. Iniziative di sviluppo, ma anche d’informazione sono indispensabili per mettere in luce tutti i rischi dell’immigrazione clandestina.<br />
Infine, non c’è dubbio che se anche riusciremo a governare con fermezza e umanità i flussi migratori, l’Europa sarà sempre più una società multiculturale. E allora, anziché negare questa realtà, dovremo interrogarci sul significato profondo della multiculturalità che non significa soltanto apprezzare il kebab o disprezzare il velo delle donne. Ci sono valori importanti di giustizia, diritto, dignità femminile, su cui l’Europa non può transigere. Ed è molto pericoloso dare per scontato che la multiculturalità significhi la creazione di ghetti separati (come abbiamo accettato che avvenisse con i cinesi), senza neppure tentare un’integrazione. Credo però che queste convinzioni siano comuni a molti immigrati che non vivono la loro cultura d’origine come un fondamentalismo. Ecco, forse il grande impegno  nel campo dell’immigrazione in Europa dovrebbe essere proprio questo; non l’evangelizzazione come vorrebbero i fondamentalisti cristiani, ma una grande battaglia laica, per la ricerca di valori comuni su cui costruire un futuro condiviso. Va in questo senso anche l’appello di Obama all’Università del Cairo, segnale di speranza per tutti.</p>
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		<title>Riflessione sul libro di Martini: quando arriva l&#8217;ora di sognare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230; Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8220;, Carlo Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230;</strong><span id="more-103"></span></p>
<p>Nelle sue &#8220;<a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458391&amp;autoreUUID=bcb210e1-9ea9-11dc-9517-454a8637094f">Conversazioni notturne a Gerusalemme</a>&#8220;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;.<br />
L&#8217;ex arcivescovo di Milano, che vive in ritiro a Gerusalemme e sta per compiere 82 anni, le spiega così: &#8220;i figli e le figlie (&#8230;) devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe mano al suo dovere se con la sua spigliatezza e il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi&#8230;&#8221;<br />
Per la generazione di mezzo &#8220;avere delle visioni&#8221; significa che &#8220;un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore (&#8230;) dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un&#8217;azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare&#8221;.<br />
Martini aggiunge: &#8220;E&#8217; bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani, Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare&#8221;. A che servono i sognatori?  &#8220;A mantenerci aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi. (&#8230;) Gli anziani devono trasmettere i sogni e  non le delusioni della loro vita&#8221;.<br />
Come tanti altri spunti del bel libro nato dal dialogo di Martini con l&#8217;altro gesuita Georg Sporschill, queste parole hanno fatto riflettere anche un laico come me, che fatica a credere a un disegno costruttivo dello Spirito Santo. Significano innanzitutto che non ci si deve spaventare dello spirito dialettico dei più giovani, che può apparire distruttivo: i profeti del Vecchio Testamento, come anche Cristo, erano antagonisti rispetto alla società del loro tempo.<br />
E&#8217; anche giusto che sia la generazione di mezzo a governare: non un&#8217;oligarchia, come succede  in Italia. A patto però che i nuovi leader sappiano guardare al di là del loro naso e abbiano una &#8220;visione&#8221; di dove vogliono condurre la società.<br />
E gli anziani? Questa parte della profezia mi interessa particolarmente. Ho compiuto da poco sessantasei anni e otto mesi. Se anche vivessi cent&#8217;anni (come spero, alla faccia delle statistiche demografiche che mi attribuiscono una &#8220;speranza di vita&#8221; nettamente minore), sono comunque entrato nella &#8220;terza fase&#8221; indicata dal profeta. Valgono anche considerazioni  non anagrafiche: ho appena completato, dopo sei mesi di lavoro, la prima stesura di un libro che mi &#8220;portavo dentro&#8221; da trent&#8217;anni e  che certamente rappresenta il compimento di tante vicende di impegno diretto e di assunzione di responsabilità.<br />
Sognare per me significa far tesoro delle esperienze accumulate non per contestare, non per gestire, ma per immaginare un futuro possibile per tutti. Saper comporre, nel sogno di un mondo diverso, problemi apparentemente insolubili come la sovrappopolazione della Terra, la spoliazione dell&#8217;ambiente, i crescenti contrasti tra ricchi e poveri certamente peggiorati dalla crisi senza precedenti che ha colpito il mondo. O altri dilemmi angoscianti, contrasti di interessi apparentemente senza soluzione che possono riguardare l&#8217;Europa, l&#8217;Italia, la propria comunità, la propria famiglia.<br />
Questi sogni devono essere stimolati con un cibo adeguato per la mente e il cuore: è necessario avere il tempo e la capacità di ascoltare le persone, di cogliere i segni del cambiamento tra i tanti messaggi che ci bombardano, di immaginare e valorizzare quello che è importante per costruire il domani. In fondo l&#8217;uso dei sogni nella psicanalisi per andare alla radice delle proprie motivazioni non è molto diverso da questo processo.<br />
Per sognare e comunicare i sogni che interessano la comunità bisogna andare oltre la dialettica tra gestione e antagonismo, tra tesi e antitesi, per indicare al meglio le possibili sintesi, senza &#8220;portare i pesi&#8221; delle appartenenze e delle ideologie. E&#8217; paradossale, ma se la mia interpretazione è esatta (e mi piace pensare che lo sia, per trarne una norma di comportamento valida almeno per me) spetta agli anziani mostrare alle generazioni successive il migliore dei mondi che l&#8217;umanità potrà realizzare, lasciando ad altri il compito di costruirlo: quel mondo che essi probabilmente non vedranno, ma che grazie ai loro sogni trasformati da altri in &#8220;visione&#8221; potrà almeno in parte avverarsi.</p>
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		<title>Il paradosso dei consumi e la sobrietà di Napolitano</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare la crisi da pericolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare  la crisi da pericolo in opportunità, secondo l’indicazione dell’ideogramma cinese, etimologicamente falsa, ma comunque piena di saggezza.</strong><span id="more-98"></span><br />
&#8220;Consumate  di più, non cambiate il vostro stile di vita&#8221;. Questo sembra essere il messaggio dominante delle forze di governo per far fronte alla crisi economica. Al tempo stesso, sappiamo che, crisi o non crisi, dovremo in prospettiva imporci uno stile più sobrio: il mondo non può reggere gli attuali livelli di consumo individuale dell&#8217;Occidente, soprattutto se aumenteranno le capacità di spesa, com&#8217;è naturale e giusto che sia, di almeno altri due miliardi di persone  che nei prossimi dieci anni si aggiungeranno al miliardo di superconsumatori di Stati Uniti ed Europa.<br />
Anche i più scettici sul riscaldamento globale devono ammettere che non saranno sufficienti le risorse energetiche, l&#8217;acqua, il cibo, i minerali essenziali. A meno di non compiere sostanziali salti tecnologici che ci consentano di sfruttare appieno l&#8217;energia del sole, le risorse dei mari, le terre aride, razionalizzando al tempo stesso l&#8217;impiego dei materiali che scarseggiano nella produzione dei beni che ci sono necessari, dalle case alle automobili.<br />
C&#8217;è insomma un paradosso tra il bisogno di sostenere sic et simpliciter la produzione attraverso i consumi e la necessità di cambiare in prospettiva il modello di sviluppo. Sembra che nel breve temine in Italia non siamo in grado di far nient&#8217;altro che continuare in comportamenti non rispondenti alle esigenze del futuro. Così facendo, con ogni probabilità, l&#8217;Italia rimarrà ancora più indietro rispetto a chi si sta già attrezzando per far fronte alle probabili crisi dei prossimi decenni e per dominare le nuove produzioni del futuro.<br />
Mi sembra che soltanto Giorgio Napolitano, tra i politici italiani, abbia colto le esigenze di cambiamento. in occasione del suo <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37669">messaggio</a> di fine anno. Nel testo pronunciato dal presidente della Repubblica la parola crisi vi ricorre tredici volte (una curiosità: la stessa parola ricorre solo due volte, per riferirsi a crisi internazionali, nell&#8217;analogo messaggio del <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=31865">2006</a> e neanche una volta nel <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorsi.asp?qText=&amp;qData=31+dicembre+2007&amp;x=33&amp;y=13">2007</a>). Napolitano invita a considerare la crisi come un&#8217;occasione per migliorare le nostre istituzioni, a farne &#8220;un&#8217;occasione per impegnarci a ridurre le sempre più acute disparità che si sono determinate nei redditi e nelle condizioni di vita&#8221;, con particolare riferimento al Mezzogiorno. Propone di &#8220;rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza&#8221;. Vorrebbe &#8220;fare della crisi un&#8217;occasione perché l&#8217;Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano&#8221;. Ed invita espressamente a cogliere &#8220;le opportunità offerte dalle tecnologie più avanzate per l&#8217;energia e per l&#8217;ambiente&#8221;.<br />
Non spetta al Presidente della Repubblica indicare un programma di governo, anzi nel suo discorso Napolitano è stato ben attento a non invadere i campi della dialettica tra maggioranza e opposizione. Però l&#8217;uomo del Quirinale ha certamente indicato un terreno di confronto e soprattutto uno stile: quello della &#8220;sobrietà e della lungimiranza&#8221;, oltre che della solidarietà verso i più deboli. E&#8217; da queste indicazioni che dovrebbe scaturire una nuova politica economica: attenta innanzitutto ai più poveri e a chi non ha certezze sulla durata del posto di lavoro, cioè a quelli che rischiano di risentire maggiormente della crisi economica. Ma capace anche di selezionare, nel supporto ai consumi e alle imprese, quei beni, quelle produzioni e quelle ricerche che ci preparano meglio al futuro.<br />
<strong>Post scriptum</strong><br />
Grazie a un <a href="http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=40932774727&amp;h=oieLb&amp;u=MaEWA">post</a> di mio figlio <a href="http://it.pietrosperoni.it/">Pietro</a> su Facebook (che evidentemente non serve solo a scrivere stupidaggini) ho scoperto che il famoso luogo comune secondo il quale l&#8217;ideogramma cinese per &#8220;crisi&#8221; unisce  i concetti di &#8220;pericolo&#8221; e &#8220;opportunità&#8221; è in realtà un fraintendimento nelle traduzioni dal mandarino: lo spiega in un <a href="http://www.pinyin.info/chinese/crisis.html">articolo</a> il professor Victor H. Mair. Ne prendo atto. Ma sono comunque d&#8217;accordo con Napolitano: questa crisi è al tempo stesso un pericolo e un&#8217;opportunità.</p>
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