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	<title>Donato Speroni &#187; Futuro</title>
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		<title>Amato: dopo la crisi un’Europa più unita, forse senza Londra</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia intervista a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che inevitabilmente imporrà una drammatica alternativa agli euroscettici, Gran Bretagna in testa: o accettare le regole comuni o uscire dall’Unione.<span id="more-717"></span></strong></p>
<p>Ha contribuito a rasserenare il panorama europeo l’accordo raggiunto il 30 marzo in merito al <strong>Trattato sui bilanci</strong>, con l’autoesclusione della Gran Bretagna e della Repubblica ceca. Insieme  al <strong>nuovo clima di fiducia verso il governo italiano</strong>, pedina essenziale per la tenuta della moneta comune, induce a pensare che alla fine n<strong>onostante tutto l’euro ce la farà</strong>, contrariamente alla previsione di numerosi esperti. Sarebbe l’ennesima riconferma in economia della <strong>metafora del calabrone</strong>, l’insetto che secondo le leggi naturali non dovrebbe essere in grado di alzarsi in aria, eppure vola.</p>
<p>E’ interessante osservare che molti tra i maggiori economisti avevano profetizzato il declino della moneta unica: è questa per esempio la tesi di <strong>Paolo Savona</strong>, uno dei più autorevoli conoscitori della realtà italiana ed europea nel suo ultimo libro “<a title="La scheda del libro di Savona" href="http://www.rubbettinoeditore.it/news/332-eresie-esorcismi-e-scelte-giuste-per-uscire-dalla-crisi.html">Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia</a>&#8221; . Savona sostiene l’opportunità che l’Italia si liberi dal “cappio dell’euro”. E non è un mistero che anche all’interno della Banca d’Italia numerosi dirigenti fino a pochi giorni fa davano l’euro per spacciato. <strong>Forse esiste una specie di miopia degli esperti</strong>, attenti a valutare tutte le implicazioni delle leggi economiche, ma <strong>che finiscono col perdere di vista la dimensione politica della partita</strong> che si sta giocando e che ha fatto sì che comunque alla fine i capi di stato e di governo abbiano dovuto in qualche modo trovare una via d’uscita dalla crisi.</p>
<p>Proprio perché fotografa questa dimensione politica della crisi mi sembra interessante in questo momento rileggere il testo dell’<a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> che <strong>Giuliano Amato</strong> mi ha rilasciato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it" target="_blank">East</a>, pubblicata sul numero 39 del dicembre 2011, (l’ultimo a firma di<strong> Vittorio Borelli</strong>, che ha saputo ideare questa rivista e consolidarla nel corso degli anni, ed al quale auguriamo nuovi brillanti impegni editoriali). Amato è un grande esperto di Europa, anche perché ha avuto un ruolo essenziale nei lavori preparatori del Trattato di Lisbona, che dal 2009 regola la governance europea.</p>
<p><strong>Incontrai Amato a Roma</strong>, nel suo bell’ufficio di Presidente della Treccani, <strong>il 31 ottobre</strong>. La crisi dell’euro era nel pieno della sua virulenza. Inevitabile la prima domanda: “<strong>Presidente, come andrà a finire?</strong>”. Mi sorprese, perché, pur riconoscendo che l’area euro avrebbe potuto sfasciarsi nel giro di poche settimane, portò il discorso più in là, su quelle che sarebbero state <strong>le conseguenze dell’auspicabile superamento della crisi</strong>. In altre parole: nel guado non si può rimanere e si rischia di essere travolti dalle acque impetuose delle tempeste finanziarie, ma se si riesce ad andare oltre <strong>avremo un’Europa diversa, con regole più stringenti, meglio attrezzata per affrontare il nuovo secolo</strong>. A quel punto, e questa è la parte più stimolante del ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, l<strong>’integrazione più stretta dei Paesi dell’area euro</strong> si estenderà agli altri Paesi dell’Unione europea disposti ad aderirvi e <strong>finirà per tagliar fuori chi invece non accetta le regole comuni</strong>. I paesi riottosi saranno posti “di fronte all’alternativa: o fai come gli altri o quella è la porta”, anche grazie al fatto che nel trattato di Lisbona esiste “una clausola di secessione che prima non esisteva”.</p>
<p><strong>Insomma, di fronte al rilancio della moneta comune dovrà essere la Gran Bretagna con gli altri Paesi euroscettici a decidere se adeguarsi oppure affrontare da sola “la tempesta perfetta” dei prossimi vent’anni.</strong></p>
<p>Il testo dell’intervista di Amato è disponibile anche in <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-IngleWeb.pdf">inglese</a>.</p>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I nuovi trend demografici in Cina e India</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:54:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Negli anni che finiscono per zero o per uno il mondo si conta. Quasi tutti i censimenti si svolgono con cadenza decennale; quelli in corso tra il 2010 e il 2011 (compreso quello italiano) sono circa un centinaio. Di particolare interesse sono i censimenti già svolti in Cina e India, che ci danno un’idea del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Negli anni che finiscono per zero o per uno il mondo si conta. Quasi tutti i censimenti si svolgono con cadenza decennale; quelli in corso tra il 2010 e il 2011 (compreso quello italiano) sono circa un centinaio. Di particolare interesse sono i censimenti già svolti in Cina e India, che ci danno un’idea del futuro dei due più grandi Paesi del mondo.</strong></p>
<p><strong>Il sesto censimento della popolazione cinese si è svolto nel novembre 2010, con la partecipazione di dieci milioni (dieci milioni!) di enumerators, intervistatori che hanno battuto città e campagne. Il 15mo censimento della popolazione indiana è cominciato il 9 marzo. Ha comportato, come quello cinese, un gigantesco sforzo organizzativo, con 2,3 milioni di ispettori che hanno battuto 630mila villaggi e 5mila città.</strong></p>
<p><strong>Le prospettive demografiche dei due Paesi sono molto diverse: molto più preoccupanti quelle cinesi per l’invecchiamento della popolazione; sono invece un punto di forza, nonostante gli spaventosi squilibri sociali, per il futuro dell’India, che entro il 2025 diventerà il più grande Paese del mondo.</strong><span id="more-682"></span></p>
<p>Su questo tema:</p>
<p>- ho pubblicato un articolo nell’edizione <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/east38-Pp-94-99-ItaWeb.pdf">italiana</a> e in quella <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/east38-Pp-94-99-IngleWeb.pdf">inglese</a> di East n. 38</p>
<p>- ho svolto il 28 ottobre una <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/Salerno111028One.ppt">relazione</a> alla facoltà di economia dell’Università di Salerno, nell’ambito di un <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/EastSalerno111028.pdf">seminario</a> su “Nuovi trend per lo sviluppo delle imprese italiane in Cina&#8221;, organizzato in collaborazione con East: un incontro interessante, con la partecipazione di un centinaio di studenti.</p>
<p>- ho pubblicato un <a title="Numerus sui censimenti in Cindia" href="http://numerus.corriere.it/2011/10/30/censimenti-cina-preoccupata-india-baldanzosa/">post con documentazione ipertestuale </a>sul mio blog “Numerus” sul sito  del Corriere della Sera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Caritas: l’emigrazione non dipende dalla povertà</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 11:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i migranti infatti riequilibreranno il calo naturale. Ma andrà davvero così oppure dovremo fronteggiare una grande impennata degli arrivi? I demografi si interrogano sulla attendibilità delle previsioni dell’Onu, perché nello stesso arco di tempo la popolazione africana aumenterà di un miliardo di persone. Il problema dunque non è il “tappo”, ma la “bottiglia”: per le nuove generazioni africane l’Europa rappresenta un tale cambiamento in meglio in termini di reddito e di aiuti alla famiglia d’origine che tanto vale tentare la lotteria dell’immigrazione clandestina. Come possiamo fronteggiare questa situazione? L&#8217;ultimo rapporto statistico della Caritas fornisce elementi che fanno riflettere, partendo da quella che i demografi chiamano &#8220;migration hump&#8221;, la gobba delle migrazioni.<span id="more-587"></span></p>
<p>E’ chiaro che l’immigrazione deve avere dei limiti. La popolazione italiana ha superato quota sessanta milioni, dopo la grande immigrazione soprattutto rumena avvenuta a seguito dell’apertura dell’Unione ai paesi dell’Est. Abbiamo bisogno dell’apporto degli immigrati, ma le nostre aree metropolitane sono ormai tra le più affollate d’Europa. Per mantenere stabile la popolazione italiana possiamo ricevere ed offrire sistemazioni regolari e decenti a 150/250 mila insediamenti stabili all’anno. Tanti per noi (il decreto flussi ne prevede solo 80mila per il 2011), se davvero vogliamo accogliere bene questi nuovi italiani, pochissimi di fronte alla pressione demografica che proviene dal Sud del mondo.</p>
<p>E allora? “Aiutarli a casa loro” è la risposta ovvia e obbligata. Ha proprio questo titolo un capitolo dell’ultimo <a href="http://www.dossierimmigrazione.it/schede/pres2010.htm">dossier statistico immigrazione</a> della Caritas, che rivela la cosiddetta“gobba migratoria”. Di che si tratta? Se si costruisce un diagramma che incrocia il prodotto interno lordo (Pil) dei paesi in via di sviluppo e la quantità di migranti, appare una sorta di campana: si scopre che si muovono soprattutto gli abitanti dei paesi a reddito intermedio mentre di norma non sono i più poveri che emigrano (non hanno né i mezzi né gli stimoli culturali) e naturalmente neppure quelli che non hanno bisogno di tentare la fortuna perché già vedono migliorare la loro situazione nel paese d’origine. Scrive la Caritas: “Dall’analisi risulta chiaro come non sia possibile delineare un semplice e diretto rapporto di casualità tra povertà ed emigrazione e come, di conseguenza, le azioni di cooperazione allo sviluppo non siano automaticamente adatte a limitare i flussi migratori” Per ragioni umanitarie dobbiamo mantenere mirata la cooperazione pubblica allo sviluppo sui Paesi più poveri del Pianeta, spiega la Caritas, anche se questo potrà far aumentare e non diminuire il numero dei giovani di quei paesi che con più cultura  e qualche soldo in più vorranno emigrare.</p>
<p>Qual è la conseguenza di questa analisi statistica sul flusso dalla sponda Sud del Mediterraneo? Che l’emigrazione dal Nord Africa non nasce dalla  povertà estrema, ma proprio dalla vivacità culturale, dalla voglia di cambiare, dal coraggio dei giovani di quei Paesi. Come possiamo aiutare questi giovani a casa loro? Azzardo una risposta: non aprendo le porte a una immigrazione indiscriminata, ma abbattendo le barriere alle loro esportazioni, favorendo flussi di investimenti e scambi culturali: una politica analoga a quella avviata con successo negli anni scorsi verso l’Europa ex comunista e che invece l’Europa stenta ad avviare verso il mondo arabo.</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>La sfida dei nove miliardi &#8211; un dossier per la rivista East</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 18:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un dossier che ho preparato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it/">East</a> e che per gentile concessione dell&#8217;editore è accessibile da oggi su questo sito. Il dossier comprende anche un&#8217;intervista al demografo Antonio Golini, un colloquio col presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, la traduzione del Rapporto &#8220;La tempesta perfetta del 2030&#8243; del Population Institute di Washington sulla base delle previsioni del</strong><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>capo dei consulenti scientifici del governo britannico </strong><strong> </strong><strong> John Beddington</strong><strong>, e un dibattito tra esperti: il vero problema è il boom demografico o l&#8217;eccesso di consumi del mondo industrializzato?<strong><span id="more-574"></span> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’evoluzione dei problemi ambientali e sociali da una parte, delle opportunità tecnologiche dall’altra, è talmente rapida che è pressoché impossibile immaginarsi il futuro da qui a 40 anni. C’è però un campo nel quale le previsioni sono già oggi credibili: la demografia. I tassi di fecondità nel mondo cambiano molto lentamente e gli effetti sono spalmati nell’arco di molti anni. Se mettiamo da parte ipotesi catastrofiche come asteroidi e pandemie, possiamo prevedere con ragionevole approssimazione “i numeri dell’umanità” da qui al 2050.</p>
<p>Già, quanti saremo? L’Onu aggiorna ogni due anni le sue proiezioni. “Considerando che i livelli di fecondità continuano a ridursi” è scritto nell’ultimo rapporto che risale al 2008, “si prevede che la popolazione mondiale arriverà a 9,1 miliardi nel 2050, sulla base dell’ipotesi di crescita intermedia”. E dopo? Mentre i demografi sono sostanzialmente concordi sull’aumento di popolazione nella prima metà del secolo, le ipotesi successive sono più incerte, perché molti paesi saranno vicini o al disotto del limite di mantenimento della popolazione che è pari a 2,1 figli per donna. L’umanità insomma dovrebbe stabilizzarsi: sembra improbabile che possa superare i dieci miliardi di individui.</p>
<p>Gli abitanti del 2050 saranno distribuiti in modo assai diverso da oggi: “gran parte dei 2,3 miliardi di individui aggiuntivi andrù a ingrossare la popolazione dei Paesi in via di sviluppo, che passerà da 5,6 miliardi nel 2009 a 7,9 miliardi nel 2050”, scrive l’Onu. “La crescita più forte, 2,3% l’anno, si avrà nei 49 paesi meno sviluppati. Anche se il tasso d’incremento si attenuerà in modo considerevole nei prossimi decenni, si prevede che la popolazione dei paesi più poveri raddoppierà, passando da 0,84 miliardi del 2009 a 1,7 miliardi nel 2050”.</p>
<p>Bastano queste poche cifre per capire che siamo di fronte a una grande sfida: come far convivere non solo la popolazione attuale, ma almeno due miliardi di persone in più, su un pianeta che si sta surriscaldando, nel quale la gente  vuole vivere meglio e consumare di più. Ma i problemi arriveranno ben prima del 2050: autorevoli scienziati prevedono che i nodi verranno al pettine entro il 2030, con una situazione pressoché insostenibile per la civiltà come la conosciamo. Possiamo cambiare? E&#8217; difficile, ma sarebbe il caso di porre anche in Italia questo tema all&#8217;ordine del giorno del dibattito politico. Del resto tutti i nostri politici dicono di parlare di futuro e fanno fondazioni per scrutare quello che ci aspetta&#8230;</p>
<p>Ecco i testi del  dossier che ho preparato per il <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&amp;view=category&amp;id=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&amp;Itemid=62&amp;layout=blog&amp;lang=it&amp;limitstart=5">n. 32 di East,</a> bimestrale che esce in italiano e in inglese:</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->-In italiano:</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-44-51.pdf">44-51</a>: Copertina (Flussi e riflussi nella società globalizzata) &#8211; Sfida alla terra da nove miliardi</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-52-55.pdf">52-55</a>: Intervista al presidente dell’Istat Enrico Giovannini: “Abbiamo bisogno di una nuova teoria  della rivoluzione”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-56-59.pdf">56-59</a>: Intervista al demografo Antonio Golini: “Sarà uno tsunami di flussi migratori”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-60-691.pdf">60-69</a>: 2030, lo scenario della “tempesta perfetta”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-70-75.pdf">70-75</a>: Dibattito tra Fred Pearce e Robert J. Walker: “troppi consumi o troppe bocche?”</p>
<p>E’ disponibile anche la versione dei Pdf in inglese.:</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-622" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-44-45/">45</a>: Cover</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-623" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-46-55/">46-55</a>: &#8220;Nine billion challenges&#8221; and interview with Enrico Giovannini</p>
<p>pag:<a rel="attachment wp-att-626" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-56-59/">56-59</a>: &#8220;Interview with Giuseppe Golini</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-627" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-60-69/">60-69</a>: &#8220;The perfect storm&#8221; scenario</p>
<p>pag <a rel="attachment wp-att-628" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-70-75/">70-75</a>: Debate between Fred Pearce and Robert Walker: &#8220;Too much eating or too many mouths?&#8221;</p>
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		<title>Cari compagni americani, vi scrivo questa lettera&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 20:28:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Ritornare dopo 50 anni. La mia non è la storia dell’emigrante che torna da pensionato al suo paesello, ma al contrario quella di un adolescente che va con una borsa di studio per un anno a Lincoln, nelle grandi pianure americane, e ci ritorna da anziano, avendo scoperto grazie a Facebook che i suoi compagni di allora hanno organizzato una “50 years celebration”. E’ stata una settimana molto bella, per il calore con cui sono stato accolto, ma anche molto stimolante, perché mi ha fatto riflettere sull’America più profonda e sulle differenze rispetto a noi europei. Ho raccolto queste impressioni in una lettera ai miei compagni, pubblicata integralmente sul mio <a href="http://www.donatosperoni.com/2009/09/24/dear-wandering-knights-i-wonder/#comments">blog</a> inglese. </strong></p>
<p><strong>Sono stato spesso negli Stati Uniti per lavoro o per turismo, ma questa esperienza è stata diversa. Il Nebraska è esattamente al centro degli Stati Uniti. Da queste praterie passavano le carovane dei pionieri prima che la ferrovia facilitasse il viaggio alla costa occidentale. Non si fermavano, i pionieri, perché le grandi pianure erano considerate, a torto, poco fertili. E ancor oggi pochi stranieri visitano il Nebraska. E&#8217; la terra del granoturco e del bestiame, di gente sorridente e aperta, con valori semplici e condivisi. Questo è il cuore dell’America, diverso da New York e da Washington, ma anche dalla California o dal Colorado: un mondo conservatore, ricco di valori profondi, con una religiosità viva e sincera. Un mondo molto lontano dal nostro.<span id="more-233"></span><br />
</strong></p>
<p>Non ho incontrato  government officials oppure opinion leaders, come negli altri miei viaggi negli States, ma ho avuto la possibilità di stabilire un rapporto personale con una comunità di miei coetanei. E anche di verificare che cosa ciascuno di noi aveva fatto nella vita, perché tutti insieme abbiamo aggiornato l’Annuario prodotto dalla scuola nel 1959 con le nostre biografie al 2009. Nella riunione di sabato 19, al Country club di Lincoln, abbiamo anche ricordato quelli che non ci sono più, come Patty Spilker, la reginetta della classe, morta di aneurosi, o Tip Dow il genio della scuola che andò ad Harvard e morì di Aids mentre lavorava per l’Africa. C’è di tutto, nelle storie dell’Annuario, anche qualcuno che ha perso due figlie l’11 settembre e altri che hanno combattuto in Vietnam. Se avessi la penna di Edgar Lee Masters ne potrei ricavare un nuovo Spoon River.</p>
<p>Al termine di queste belle giornate, mi sono interrogato e ho scritto ai miei compagni una lettera che, come ho detto all&#8217;inizio, potete trovare sul mio <a href="http://www.donatosperoni.com/2009/09/24/dear-wandering-knights-i-wonder/">blog inglese</a>. In pratica mi sono fatto due domande, una positiva e una più problematica. La prima nasce dalla costatazione che questa gente, nel complesso, emana una forte sensazione di serenità, direi quasi di vita felice. E’ solo apparenza? Non mi sembra, perché ho parlato abbastanza a lungo con molti di loro per capire che non era una finzione dovuta alla circostanza di ritrovarsi con gli ex compagni. Non da oggi mi occupo di felicità, di come si misura, di che cosa è determinante per il benessere individuale. Ne scrivo spesso sul mio <a href="http://www.donatosperoni.it/category/felicita-e-benessere/">blog</a> e su altri giornali. Ho voluto sapere la loro opinione.</p>
<p>La seconda domanda nasce invece da una sensazione preoccupante che ho avuto in questo viaggio. Anche se il mondo è diventato più piccolo (mezzo secolo fa non parlai mai al telefono con mio padre, nell’arco di un anno, oggi da Lincoln ho parlato quotidianamente con i miei cari attraverso Skype e telefonate da pochi centesimi), anche se tutto ci sembra globale e interconnesso, i miei compagni americani mi sono sembrati lontani anni luce dal nostro modo di affrontare i problemi del mondo. Parlo nel complesso di gente colta, benestante, fortemente motivata al servizio della comunità, ma che fatica molto a interrogarsi sul futuro del mondo. Nella mia lettera, ho cercato di spiegare il mio punto di vista, di chiedere anche a loro di riflettere su questa differenza, di far nascere un dialogo.</p>
<p>Troppi da noi dipingono gli americani come gente arrogante e presuntuosa. L’America che ho incontrato questa volta, il cuore dell’America, è fatto da gente profondamente buona, anche se poco abituata a vedere le cose in una prospettiva globale, come invece facciamo noi problematici europei. E’ gente che fatica ad accettare il rovesciamento di prospettiva operato dalla presidenza Obama a capire che Obama non vuole una America socialista, ma che per la prima volta pone all’America le domande giuste, le domande che riguardano il futuro di noi tutti. Nella mia lettera, ho cercato di spiegare ai miei compagni di allora il mio punto di vista. Scambiarsi impressioni, parlarsi, discutere, approfittando delle possibilità offerte oggi dalla tecnologia, è straordinariamente importante.</p>
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		<title>La felicità in tempi di crisi: ricetta danese e riflessione coreana</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti nelle lingue e nelle culture locali?</strong></p>
<p><strong>Confinato per anni nel dibattito tra esperti, il tema della misura del cosiddetto “benessere percepito” è diventato centrale per statistici ed economisti e lo sarà sempre più per i leader politici del 21° secolo. La crisi economica ne ha già oggi accentuato l’importanza. Si coglie meglio il fatto che ci sono altri valori oltre la crescita dei beni e servizi prodotti: la distribuzione della ricchezza, la solidarietà, la serenità sul futuro proprio, dei propri cari e dell’ambiente che ci circonda. La crisi, insomma, può essere il momento giusto per chiedersi che cosa conta veramente, come lo si misura, come si controllano i risultati dell’azione pubblica verso gli obiettivi comuni.</strong></p>
<p><strong>Di felicità e benessere si è discusso per cinque giorni, dal 19 al 23 luglio, nel corso della nona <a href="http://www.isqols.org/">Isqols</a> conference, il congresso di tutti i ricercatori che si occupano di “quality of life”. Il tema, come abbiamo detto, sarà anche al centro del <a href="http://www.oecdworldforum2009.org/">World Forum</a> promosso dall’Ocse su “Statistics, knowledge and policy” che si svolgerà a Busan, in Corea, dal 27 al 30 ottobre. La riunione, terza della  serie  dopo i Forum di Palermo nel 1974 e Istanbul nel 1977 (si veda il mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/09/008-017-Istanbul.pdf">articolo</a> su <a href="http://www.eastonline.it/"><em>East</em></a> n.  17), radunerà 1500 partecipanti di 130 Paesi e certamente offrirà nuovi spunti di riflessione sulla misura del progresso delle collettività umane. L’attenzione internazionale a questi temi è stata fortemente stimolata da Enrico Giovannini, il “chief statistician” dell’Ocse diventato ora presidente dell’Istat.<span id="more-164"></span></strong></p>
<p>Si deve attribuire soprattutto a Giovannini il merito di aver promosso e organizzato dall&#8217;Ocse le grandi assise mondiali su “statistics, knowledge and policy”. Il neopresidente dell&#8217; Istat fa anche parte della commissione creata dal presidente francese Nicolas Sarkozy per studiare un nuovo indice della crescita alternativo al Pil, la misura del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta da  un Paese in un anno, che non è più sufficiente per misurare l’effettivo progresso.</p>
<p><strong>La misura del Pil è indispensabile ma&#8230;</strong></p>
<p>Dai tempi di Adam Smith, il nonno dell’economia moderna, si è sempre supposto che il funzionamento del sistema fosse determinato dal comportamento del cittadino che agisce come Homo oeconomicus, impegnato a massimizzare il proprio vantaggio individuale attraverso comportamenti razionali.</p>
<p>Le teorie più recenti hanno messo in discussione questo assunto. Il comportamento umano è influenzato dalle aspettative, che non sempre sono razionali; gli obiettivi non corrispondono sempre alla massimizzazione della ricchezza individuale.</p>
<p>Il primo a gettare il sasso nello stagno è stato l’economista Richard A. Easterlin della University of Southern California, il quale in un articolo del 1974 ha sostenuto che, una volta soddisfatti i bisogni primari, la felicità non cresce col crescere del reddito. Quali sono, allora, le determinanti del benessere individuale? Su questa domanda è nata “l’economia della felicità”, che si è arricchita di contributi interessanti. Molti seguaci di Easterlin, per esempio sostengono che la felicità dipende soprattutto dal miglioramento di status rispetto al resto della propria comunità (il ben noto “keeping up with the Joneses”, per dirla all’americana) oltre che da fattori relativi alla salute e alla vita sociale.</p>
<p>Il cosiddetto “Paradosso di Easterlin” è stato contestato da altri studiosi con ulteriori dati, ma è interessante registrare che il tema è apertissimo, anche per  le sue evidenti implicazioni politiche. Tuttavia sostituire il Pil è tutt’altro che facile. I tentativi di produrre altri indici complessi, come l’Human Development Index o l’Happy Planet Index si sono rivelati poco  influenti, almeno finora. Come ha <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/08/esplosione_dati_Ora_Istat_riorganizzata_co_8_090808016.shtml">scritto</a> Dario Di  Vico intervistando Giovannini, “la monarchia del Pil sarà superata con un affiancamento democratico di altri indicatori, non con la detronizzazione.</p>
<p>Torniamo alla Danimarca. Perché è tanto felice? “I danesi attribuiscono con orgoglio il loro status di Paese più felice del mondo a un insieme fatto da una economia libera e ben gestita, alti standard di educazione, reti di protezione sociale e l’accoglienza aperta a chi viene da fuori”, ha <a href="http://images.businessweek.com/ss/08/08/0819_happiest_countries/11.htm">scritto</a> <em>Business Week</em> in una inchiesta che accompagna la presentazione di una recente  indagine. Ma c’è anche qualcosa di più: la “hygge” (si pronuncia huga), “un sentimento conviviale e rilassato basato su forti legami familiari”.</p>
<p>Ha <a href=" http://www.businessweek.com/globalbiz/content/aug2008/gb20080820_005351.htm?chan=top+news_top+news+index_global+business">aggiunto</a> un lettore sul sito di <em>Business Week</em>: &#8220;la felicità  danese non dipende solo dalla hygge, ma anche dalla fiducia: nelle autorità, nel sistema giudiziario, nella polizia, negli insegnanti, nei dottori, nei vicini, perfino nei politici&#8230;”.</p>
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		<title>Informazione: si rischia la crisi di abbondanza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 15:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dialoghi tra padre e figlio]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
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		<description><![CDATA[Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due post di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/04/18/benvenuti-nel-mondo-dei-pirati-vinceranno-loro/">post</a> di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro Speroni di Fenizio per <a href="http://www.eastonline.it/index.php?page=shop.product_details&amp;category_id=&amp;flypage=shop.flypage&amp;product_id=1539&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=26">East</a>, Europe and Asia Strategies. L’articolo è stato pubblicato nel numero di giugno della rivista sotto il titolo: “Informazione: si rischia la crisi di abbondanza”. Ecco il testo, corredato di qualche link ipertestuale.</strong> <span id="more-141"></span><br />
L’opinione pubblica associa l’<a href="www.unesco.org">Unesco</a> ai “patrimoni dell’umanità”, l’affascinante lista dei siti culturali e naturalistici di tutto il mondo che devono ad ogni costo essere preservati. Pochi invece si ricordano che la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization è stata negli anni ’70 e ’80 il terreno di scontro di feroci battaglie tra chi difendeva la libertà di stampa e chi sosteneva che in realtà questa libertà nascondeva il monopolio dei media occidentali, liberi di “disinformare” i paesi comunisti e quelli in via di sviluppo.<br />
Vecchie storie. Oggi anche i Paesi che erano usciti dall’Unesco sbattendo la porta, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sono tranquillamente rientrati. I problemi della governance globale in materia d’informazione e di cultura  sono completamente cambiati. Le battaglie del passato rispecchiavano infatti un mondo nel quale pochi grandi produttori di contenuti dominavano la scena dell’informazione, dell’intrattenimento e della cultura. Le grandi agenzie di stampa stabilivano quali erano le news importanti a livello  internazionale. Pochi magnati monopolizzavano le catene di giornali e televisioni in molti Paesi, le grandi case discografiche forgiavano i gusti del pubblico imponendo i loro cantanti, le major cinematografiche producevano gli unici film destinati a circolare nelle sale, le riviste scientifiche quotate a livello internazionale erano il passaggio obbligato per ottenere credito nelle università.<br />
Oggi, invece, la rivoluzione che passa attraverso le nuove tecnologie ha cambiato tutto. Due forze formidabili stanno trasformando il mondo della proprietà intellettuale e quello dell’informazione in tutte le sue forme: il moltiplicarsi dell’offerta “dal basso” e l’impossibilità di difendere il diritto d’autore.<br />
Chiunque può accedere, in modo più o meno legale, ma comunque efficace, ai “contenuti creativi” presenti nei siti. La televisione satellitare ha messo a dura prova i tentativi di censura dell’informazione da parte dei paesi più autoritari. La comunicazione attraverso i cellulari ha reso impossibile il controllo delle telefonate da una postazione centrale. Nel nuovo mondo dell’informazione scambiata “dal basso” cambiano i modelli di business e gli stessi prodotti offerti alla fruizione del consumatore.<br />
La rivoluzione non è cominciata oggi, ma la crisi accelera il cambiamento, che porta a risultati economici, sociali, politici ancora difficili da immaginare.  Possiamo cercare di sintetizzare le spinte all’innovazione in quattro grandi fenomeni.<br />
<strong>1) La produzione di contenuti dal basso.</strong> La Rete ha abbassato drasticamente i costi per comunicare agli altri le proprie creazioni. Testi, musica e filmati possono essere messi in circolazione da chiunque. I blog sono diventati una forma di giornalismo che non sostituisce i media veri e propri, con la loro professionalità, ma che copre spazi sconosciuti a questi ultimi. Nascono anche nuove forme di comunicazione, attraverso lo scambio di idee nei social network come Facebook. La catena di Sant’Antonio di Twitter, messaggi brevi diffusi istantaneamente ai propri amici via cellulare, batte sul tempo le grandi agenzie di stampa. Attraverso Twitter si sono avute le prime notizie sugli incendi in Australia e quelle sull’attentato di Mumbai. La regina Rania di Giordania ha raccontato la visita del Papa attraverso una successione di messaggini su questo programma.<br />
Si può discutere all’infinito sulla qualità spesso scadente delle comunicazioni che viaggiano attraverso questi mezzi, sulla banalità di milioni di commenti perché tutti si sentono in diritto di dire la loro su tutto e alla fine nessuno li legge. Ma è certo che nel complesso la circolazione dei messaggi fa opinione, occupa tempo finora dedicato alla televisione o ai giornali, dà a ciascuno la speranza (o l’illusione) di farsi sentire anche in un mondo di sette miliardi di persone. Non va dimenticato che, alla faccia dei tanti discorsi, anche giusti, sul digital divide, cioè sulla suddivisione del mondo tra chi ha e chi non ha accesso alla Rete, Internet è oggi il più formidabile strumento di progresso culturale per centinaia di milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, che prima erano condannate a vivere nel chiuso dei loro villaggi o al massimo ad informarsi attraverso la radio o la televisione di regime.<br />
Del resto la qualità della produzione “dal basso” non è sempre scadente: nascono anche nuove forme d’arte, come i filmini su YouTube realizzati anche da artisti professionisti (raccomandiamo “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=c9CxZnsbY04">I promessi sposi in dieci minuti</a>” degli Oblivion) oppure le short stories  su Twitter, con il rigido limite di 135 battute, spazi inclusi. Tutto all’insegna della brevità estrema.<br />
<strong>2) I motori di ricerca e gli aggregatori. </strong>Di fronte alla grande massa di notizie, di prodotti, di stimoli che giungono dalla rete, come ci si può orientare? Una risposta classica è data dall’autorità della fonte. Se per esempio cerco dei dati, posso supporre che quelli di un istituto di statistica, o di una qualificata organizzazione internazionale siano più attendibili di altri pescati a caso in internet, magari senza nessuna spiegazione sulla metodologia.<br />
Non è questa, però, la soluzione che va per la maggiore.  L’utente di oggi si basa soprattutto sul consenso degli altri fruitori. Il metodo più noto è rappresentato dai motori di ricerca come Google, il cui algoritmo favorisce le pagine più linkate da altri siti.<br />
Un sistema più sofisticato consiste nell’identificare noi stessi i blog o i siti che ci interessano e “abbonarci” ai loro aggiornamenti attraverso gli “rss feed” cioè dei software che ci dicono quando compare qualcosa di nuovo. Oppure possiamo avvalerci di aggregatori (come Digg o Delicious) che ci indicano, per ciascun argomento, quello che gli altri utenti hanno considerato interessante. Insomma, esistono sistemi per i quali ogni giorno, se il mio interesse è orientato verso un determinato argomento, posso ricevere le newsletter più aggiornate, sapere che cosa hanno pubblicato sui loro blog gli autori più importanti e anche che cosa è stato ritenuto meritevole di menzione da altri cultori della stessa materia. Non c’era mai stata, in passato, una così ampia e contemporanea disponibilità d’informazioni su temi specifici.<br />
<strong>3) Il cambiamento dei diritti di copyright. </strong>C’era una volta il copyright, la difesa dei propri prodotti dell’ingegno contro chiunque se ne volesse appropriare. Era una tutela per gli autori, ma anche un freno ad avvalersi dei prodotti altrui per migliorarli nell’interesse di tutti. Nell’ultimo decennio si sono diffuse varie forme di “copyleft”, sintetizzate nelle varie formule di “creative commons”: anziché vincolare il mio prodotto, posso metterlo a disposizione di tutti (come accade per i software liberi), oppure porre come condizione che i nuovi apporti riconoscano la paternità del prodotto di partenza, oppure ancora che non servano a fare un prodotto commerciale. Il risultato complessivo di questo processo è stato quello di una grande liberalizzazione dei prodotti scambiabili in modo virtuale, un impulso alla ricerca di miglioramenti, un abbassamento dei costi anche da parte dei detentori del copyright per evitare il rischio di essere comunque copiati. La rivoluzione culturale consiste invece nell’aver messo in discussione il valore etico del diritto d’autore, delineando l’utopia di una società in cui tutti mettono i loro prodotti a disposizione di tutti. Una sorta di comunismo che è fallito nel mondo reale ma che nel virtuale potrebbe avere qualche possibilità di realizzarsi.<br />
<strong>4) Il peer 2 peer. </strong>Sul web infuria la guerra contro la pirateria. I detentori di copyright (soprattutto le case discografiche e i produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer 2 peer, cioè quei software che consentono di trasferire “da pari a pari”  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E’ di poche settimane fa la notizia della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d’autore dei quattro giovani che con il sito svedese “The pirate bay” hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. “Don’t worry”, hanno risposto i pirati sul loro sito. E hanno invitato tutti i sostenitori a versare via internet una corona svedese (circa dieci centesimi di euro) a Danowsky and Partners, i legali che difendono le case discografiche. Ogni versamento avrà un costo bancario ben maggiore del beneficio: “l’impresa Danowsky spenderà milioni di sterline per processare pochi spiccioli”, ha spiegato il Guardian.<br />
Insomma, ormai il peer 2 peer è diventato un fenomeno così esteso da mobilitare milioni di persone e da trasformarsi in un partito politico in Svezia e in altri Paesi europei. Non solo il giornalista Luca Neri, ma persino l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, sono convinti che alla fine i pirati vinceranno, perché nessuno, soprattutto tra i giovani,  considera “non etico” scaricare contenuti e nessuno è disposto a rinunciare a questa opportunità. Restano da vedere i tempi e i modi di questa vittoria.<br />
Tutto gratis? La novità sconvolgente di questa nuova economia basata sullo scambio dal basso è la sua quasi completa gratuità. Buona parte della gente che scrive, immette video su YouTube, e scambia file da pari a pari lo fa senza aspettarsi alcun corrispettivo economico. Si crea in questo modo una nuova economia che sfugge alle misurazioni statistiche tradizionali: non c’è dubbio che un sistema sociale ed economico ricava valore aggiunto anche dalla interazione in rete tra i suoi membri; però questo valore non verrà misurato nel calcolo del Prodotto interno lordo perché non corrisponde a un prezzo né (come nel caso delle pubbliche amministrazioni) al costo di uno stipendio necessario per produrlo.<br />
Questa difficoltà statistica è in realtà soltanto il sintomo di una realtà finora poco esplorata: in molti settori, la Rete cambierà totalmente le regole del gioco. E’ difficile per ora intuire la portata di questa rivoluzione, però possiamo provare ad esplorarne alcuni aspetti settoriali.<br />
<strong>L’industria discografica. </strong>Facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i fautori del peer 2 peer: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della “coda lunga” consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. La “coda lunga” è un concetto ormai ben noto del marketing on line: mentre per esempio un negozio fisico di libri o di cd può esporre un limitato numero di prodotti e quindi punterà sulle poche centinaia maggiormente vendibili, in un negozio on line, con costi di esposizione quasi pari a zero, si può anche continuare a “esporre” un libro che vende una copia all’anno, sempre che, si intende, ci sia poi qualcuno in grado di effettuare la consegna fisica, se e quando quel libro verrà ordinato. Nel caso della musica non c’è neppure questo problema logistico: ogni autore può mettere in vetrina la propria musica sui portali specializzati o sul proprio sito e aspettare il successo, attraverso il tam tam dei fruitori.<br />
Già, ma come camperano i musicisti? Sia quelli ai quali il successo arriderà davvero, ma che non avranno più le royalties sulle loro canzoni, sia gli altri, quelli meno cliccati? Risposta dei fautori del peer 2 peer: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni gruppi che hanno fatto la scelta della musica “free”. D’altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi cantanti superpagati e “pompati” dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi, avrà l’opportunità di far conoscere la propria produzione senza l’intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
<strong>Il cinema e la televisione. </strong>E il cinema? Come sopravviverà l’industria cinematografica se tutto diventasse liberamente scaricabile? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe probabilmente il grande cinema legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Si spiega così, per esempio, il rilancio dei film tridimensionali con gli occhialini, che qualche decennio fa erano stati un flop.<br />
Alla fine però è probabile che il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale). Avremo film più corti e magari interrotti dalla pubblicità…. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca spettacoli brevi e “si stufa” a vedere un film di due ore.<br />
Non è detto che sia un bene. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse si dovranno rafforzare i correttivi pubblici in difesa del cinema di qualità.<br />
<strong>I media. </strong>Le grandi reti televisive generaliste stanno avendo dei problemi, col frazionarsi dell’utenza in centinaia di canali tematici e il conseguente crollo della pubblicità. Ma la crisi più grave e immediata riguarda i media cartacei. Il dibattito è esploso proprio in queste settimane, perché, dopo il tracollo dei settimanali avvenuto già da qualche anno, la presa di coscienza della irreversibile crisi dei quotidiani si è ormai diffusa tra gli addetti ai lavori. Non è un caso che i due nuovi direttori del Corriere della Sera e della Stampa, in carica da poche settimane, abbiano fatto riferimento entrambi all’importanza dell’edizione on line, accingendosi ad affrontare un periodo di duro contenimento dei costi del giornale cartaceo.<br />
La partita però è tutt’altro che facile, come dimostra quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove diversi giornali, a cominciare dal Christian Science Monitor,  hanno chiuso o si sono limitati alla edizione on line. Il New York Times offre in affitto la prestigiosa sede progettata da Renzo Piano, mentre si scopre che il giornalista che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer è stato licenziato dalla testata per riduzione di personale. E il Washington Post oggi fattura di più nel settore della scuola e della formazione che con l’editoria.<br />
L’on line salverà il giornalismo? Non è detto, almeno per due ragioni. Le edizioni informatiche dei giornali sono infatti il frutto di un fallimento: sono quasi sempre modeste perché rispecchiano l’incapacità di tutti gli editori di trovare un modello di business adeguato per finanziare i giornali in rete. Lo spiega Clay Shirky, un esperto internazionale che si occupa degli effetti economici di internet, in un suo recente <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">articolo</a>. Solo il WSJ ha trovato modo di finanziarsi facendo pagare l’abbonamento on line, ma si tratta di un giornale specializzato, destinato a un pubblico di professionisti. Quando un giornale si limita all’edizione on line, licenzia un gran numero di redattori perché sostanzialmente taglia il business.<br />
La seconda ragione è che in un mondo che non ha più limitazioni territoriali, tutti tendono a utilizzare chi offre il servizio migliore, mettendolo sostanzialmente in posizione di monopolio. Accade con Google tra i motori di ricerca, per Facebook per il social networking, per la Bbc per l’informazione globale. Le differenze linguistiche consentono ancora spazio ad altri media on line, ma la tendenza inequivocabile è a una grande concentrazione a danno dei più piccoli. Ma anche la Bbc corre pericoli, perché l’utenza giovane non si rivolge soltanto a una singola fonte di notizie, per quanto qualificata, ma usa software di confezionamento come Google News, che consentono di organizzarsi il proprio giornale sulla base dei propri interessi.<br />
E’ facile capire, peraltro, che con questo modo di fare informazione il concetto di obiettività diventerà ancora più sfumato. Nei media tradizionali esiste o dovrebbe esistere l’etica professionale del giornalista a garanzia del rispetto della verità e dell’uso corretto delle fonti. Ci sono organi professionali (come in Italia l’Ordine dei giornalisti) che dovrebbero garantire il rispetto di queste regole. Nessun giornalista (almeno in teoria) può inventarsi di sana pianta una notizia per vendere di più. Nel caso dei blog questo limite professionale non esiste. Ci sono bloggisti anche più corretti di molti giornalisti e altri che fanno un uso totalmente distorto e delirante dei fatti. La distinzione di qualità è totalmente affidata all’utente.<br />
Ma attenzione: la scomparsa del giornalismo come noi lo conosciamo lascerà un gran vuoto. Come scrive lo stesso Shirky, “oggi i media cartacei fanno gran parte del lavoro di ricerca giornalistica, dalla copertura di ogni possibile aspetto di una grossa storia d’attualità al tran tran della cronaca del consiglio comunale. Questa copertura crea benefici per tutti, anche per chi non legge i giornali, perché il lavoro dei giornalisti della carta stampata è usato da tutti, dai politici ai pubblici ministeri, dagli ospiti di talk show ai bloggers”. Che cosa succederà se questo genere d’informazione si ridurrà drasticamente? “Non lo so. Nessuno lo sa”, risponde Shirky. Ma apre uno spiraglio. “La società non ha bisogno di quotidiani. Ha bisogno di giornalisti. Per un secolo, gli imperativi di rafforzare il giornalismo e di rafforzare i quotidiani sono stati connessi così strettamente da non potersi distinguere. Andava bene così, ma adesso la situazione sta cambiando sotto i nostri occhi e avremo bisogno di molti altri modi di rafforzare il giornalismo”. Quali modi? Come si potranno rafforzare le capacità professionali e la capacità di copertura degli eventi da parte di un esercito di “dilettanti trasformati in ricercatori e scrittori”? Shirky parla di sponsorizzazioni e donazioni. Si potrebbero anche immaginare altri strumenti più istituzionali e obiettivi: per esempio, analogamente alle convenzioni dello Stato con agenzie di stampa o radio per che in Italia servono a garantire la copertura di certi tipi di notizie (cronache parlamentari, notiziari regionali e altro) le amministrazioni potrebbero stanziare una certa cifra a favore dei blogger che garantiscono la copertura delle cronache locali. E’ solo un’ipotesi, ma qualcosa in questa direzione potrebbe avvenire.<br />
<strong>I libri.</strong> Mentre le esperienze di romanzo collettivo si moltiplicano, anche con risultati interessanti, su <a href="www.wdl.org">www.wdl.org</a> è stata lanciata la più grande biblioteca on line del mondo. Per ora è poca cosa, ma esploderà, anche perché ha la collaborazione di molte biblioteche nazionali. Vale per le opere non più coperte da copyright, ma per le altre?<br />
Più o meno  sarà la stessa cosa: se il libro è scaricabile a pagamento dalla rete come pdf, è  anche scambiabile; se non lo è, c’è qualcuno che lo mette in rete lo stesso e a quel punto il peer 2 peer lo diffonde gratuitamente. A volte non per sfregio, ma per amore dell’opera e del suo autore, come l’adolescente che traduceva Henry Potter prima che uscisse l’edizione nazionale, mettendo in crisi l’editore che però non se la sentiva di punirlo.<br />
Anche se i nuovi lettori di libri elettronici stanno migliorando in modo significativo, il libro cartaceo è certamente meno minacciato di altri prodotti. Rimane un oggetto di culto, che si può sottolineare, magari facendo un orecchio su una pagina per ricordare qualcosa. Insomma ce ne separeremo con maggiore difficoltà rispetto ai Cd o anche ai giornali. Come afferma Neri nell’intervista qui a fianco, gli editori hanno un po’ di tempo in più per ripensare una strategia.<br />
<strong>Il mondo accademico.</strong> Non tutti i libri, però, devono essere letti dall’inizio alla fine. Per i ricercatori e gli accademici, prevale invece la necessità di consultare una pluralità di volumi e leggere poche pagine per ciascuno di essi, senza necessità di stamparle, magari estraendo una sola citazione per la propria bibliografia.<br />
Questo processo è fortemente facilitato da nuovi software che consentono di scaricarsi centinaia di testi ed effettuare una ricerca parallela sulla base di alcune parole chiave, ottenendo un panorama bibliografico che in passato avrebbe richiesto mesi di lavoro. Come procurarsi i testi necessari? Anche il mondo dell’università si divide tra chi è costretto a pagare e chi ha tutto gratis. La bilancia dei successi accademici propende fortemente per questi ultimi.<br />
Le riviste specializzate si dividono in due categorie: quelle, normalmente le più paludate, che si fanno pagare profumatamente per consentire il download (una media di 25 euro per un singolo articolo!) e quelle che invece sono liberamente scaricabili e che magari fanno pagare gli autori per poter pubblicare i loro pezzi.<br />
Succede pertanto che ci sono studiosi isolati che devono spendere molti soldi per costruirsi un minimo di bibliografia ed altri che hanno accesso gratuito a librerie universitarie e che praticano anche un peer 2 peer  con i loro colleghi, scambiandosi gratis gli articoli ufficialmente a pagamento. E’ ovvio che i ricercatori che possono avvalersi di questo metodo e che hanno accesso illimitato agli articoli, magari illegalmente, pubblicano di più e sono avvantaggiati nella carriera universitaria.<br />
Quali saranno gli effetti sulla qualità della cultura? Positivi per la maggior  circolazione delle idee o negativi perché la visibilità farà premio sull’investimento per approfondire?  Difficile dirlo: nelle rivoluzioni  non tutto  è meglio dell’ancient regime. Però le rivoluzioni  sono difficili da fermare.<br />
<strong>Donato Speroni<br />
Pietro Speroni di Fenizio</strong></p>
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		<title>I migranti, la Libia, l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “<a href="http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/">Come un uomo sulla terra</a>”. E’ stato realizzato su iniziativa di <a href="http://www.asinitas.org/home.html">Asinitas</a>, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei migranti, affidando agli stessi immigrati il compito di raccontare con la macchina da presa il viaggio fino al Mediterraneo. Il risultato, altamente drammatico, viene ora proiettato in molte sedi culturali ed è stato anche mostrato a Piazza Farnese in occasione della visita del dittatore libico.<br />
Gli intervistati sono quasi tutti uomini e donne che provengono dall’Etiopia. Il racconto di quello che hanno subito in Libia è sconvolgente. Al termine di un viaggio difficile e pericoloso attraverso il deserto, dopo essere stati più volte derubati, vengono arrestati dalla polizia libica quando arrivano alla costa e rimandati indietro in oasi dove rimangono a  marcire per mesi in prigione. Le donne spesso stuprate, Poi la polizia stessa li libera e li vende a trafficanti di uomini che consentono loro di rimettersi in contatto con la famiglia d’origine, per farsi mandare altri soldi. A questo punto credono di poter andare liberi, ma quasi sempre sono nuovamente arrestati dalla polizia e la trafila ricomincia. C’è chi ha vissuto questo calvario sei o sette volte.<br />
L’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU">altro film</a> su cui meditare è uno spezzone cinematografico che si trova su You Tube. Con le aride cifre della demografia, mostra la rapida crescita della popolazione musulmana in Europa e in America. Riporta anche una frase dello stesso Gheddafi, sul fatto che ormai è inutile combattere l’Europa con la spada o il terrorismo, perché per vincere la battaglia per l’islamizzazione basterà aspettare gli effetti della diversa prolificità delle famiglie immigrate rispetto a quelle già residenti.<br />
Il filmino antislamico è realizzato da un’associazione fondamentalista cristiana degli Stati Uniti e il suo invito a rispondere all’ondata musulmana con un’intensa opera di evangelizzazione suona un po’ patetico. O anche pericoloso, se ci porta a  immaginare Occidente dilaniato dallo scontro di religioni. Anche le cifre sono forse gonfiate.<br />
Tuttavia la testimonianza della sofferenza  del primo commovente film, unita all’arido e contrapposto linguaggio delle cifre, devono stimolarci a elaborare una politica che non sia soltanto fatta di frasi a effetto o di misure contingenti e inutili. Una politica che mostri pietà, ma tenga conto delle dinamiche di lungo termine. Cerchiamo di fissare alcuni punti.</strong> <span id="more-123"></span><br />
Innanzitutto, la necessità di distinguere tra chi ha e chi non ha diritto alla richiesta d’asilo, invocata in questi giorni come giustificazione per fermare i respingimenti in mare, è solo una foglia di fico anche se è è giuridicamente fondata. Nelle aree dall’Africa al Pakistan è sempre più difficile distinguere chi emigra per sfuggire a guerre o persecuzioni e chi invece lo fa solo per cercare un migliore avvenire per se e per la propria famiglia. Anche se la Marina italiana riuscisse (operazione impossibile) a organizzare questa selezione sulle proprie navi prima di riportare gli altri migranti in Libia, il fatto stesso di condannare migliaia di esseri umani a rivivere le condizioni della detenzione nel Paese di Gheddafi dovrebbe essere considerato ripugnante e indegno di un Paese civile come l’Italia.<br />
D’altra parte è evidente che l’Europa non può accogliere tutti, perché la spinta alla migrazione, stimolata anche dai cambiamenti climatici e più semplicemente dal diffondersi di modelli culturali che fanno apparire la vita in Europa e in America di gran lunga migliore di quella nei Paesi d’origine, coinvolgerà nei prossimi anni decine di milioni di persone. Ho già <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/11/29/sessanta-milioni-ditaliani-non-sono-pochi/">scritto</a> in precedenza che l’Italia, arrivata a sessanta milioni di abitanti e quindi ai livelli di più elevato sovrappopolamento europeo, almeno nelle aree metropolitane, dovrebbe tendere a una politica di mantenimento dell’equilibrio demografico: una politica che darebbe comunque spazio a una immigrazione selettiva (cento – duecentomila immigrati all’anno, considerando la scarsa natalità e i ritorni in patria) in quantità che dovrebbero anche consentire un’accoglienza dignitosa.<br />
E’ evidente però che un grande lavoro va fatto nei Paesi d’origine. Non bloccando la gente in mare, ma facendo di tutto perché i migranti non intraprendano la via del deserto, attraverso Paesi come il Niger e la Libia dove la loro trasformazione in schiavi è pressoché sicura. Iniziative di sviluppo, ma anche d’informazione sono indispensabili per mettere in luce tutti i rischi dell’immigrazione clandestina.<br />
Infine, non c’è dubbio che se anche riusciremo a governare con fermezza e umanità i flussi migratori, l’Europa sarà sempre più una società multiculturale. E allora, anziché negare questa realtà, dovremo interrogarci sul significato profondo della multiculturalità che non significa soltanto apprezzare il kebab o disprezzare il velo delle donne. Ci sono valori importanti di giustizia, diritto, dignità femminile, su cui l’Europa non può transigere. Ed è molto pericoloso dare per scontato che la multiculturalità significhi la creazione di ghetti separati (come abbiamo accettato che avvenisse con i cinesi), senza neppure tentare un’integrazione. Credo però che queste convinzioni siano comuni a molti immigrati che non vivono la loro cultura d’origine come un fondamentalismo. Ecco, forse il grande impegno  nel campo dell’immigrazione in Europa dovrebbe essere proprio questo; non l’evangelizzazione come vorrebbero i fondamentalisti cristiani, ma una grande battaglia laica, per la ricerca di valori comuni su cui costruire un futuro condiviso. Va in questo senso anche l’appello di Obama all’Università del Cairo, segnale di speranza per tutti.</p>
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		<title>Benvenuti nel mondo dei pirati: vinceranno loro</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 09:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer to peer, cioè quei software che consentono di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il <em>peer to peer</em>, cioè quei software che consentono  di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/sentenza-pirate/sentenza-pirate.html" target="_self">notizia</a> della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d&#8217;autore dei quattro giovani che con il sito svedese &#8220;The pirate bay&#8221; hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. &#8220;Don&#8217;t worry&#8221;, hanno risposto i pirati sul loro <a href="http://thepiratebay.org/">sito</a>.<br />
Non ho dubbi sul fatto che  i pirati del Corno d&#8217;Africa alla fine dovranno capitolare. Ma dopo la lettura del <a href="http://www.coopereditore.it/article.php?title=La+baia+dei+pirati">libro </a> </strong><strong> di Luca Neri &#8220;La Baia dei Pirati &#8211; assalto al copyright&#8221; (Cooper editore, supportato da un <a href="http://no-copyright.net/"> sito</a> che segue gli sviluppi della questione), mi sono convinto che invece sul web vinceranno loro. Le ragioni sono spiegate dall&#8217;autore anche in una <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/intervista-neri/intervista-neri.html">intervista</a> sulla <em>Repubblica</em>, rilasciata dopo la sentenza svedese. Quello che invece è ancora molto oscuro è come sarà questo mondo dominato dalle leggi (anzi dalla mancanza di leggi) dei pirati: come se Morgan o l&#8217;Olonese avessero esteso all&#8217;intera America spagnola i costumi debosciati della Tortuga. E val la pena di ragionarci.<span id="more-116"></span></strong>Lo confesso: appartengo a una generazione e ho fatto per oltre quarant&#8217;anni un mestiere, quello del giornalista, che portano a considerare sacro il diritto d&#8217;autore, ma il fenomeno del <em>peer to peer </em>è talmente esteso e talmente radicato come comportamento etico nelle nuove generazioni di tutto il mondo (e i giovani  lo insegnano anche ai loro genitori), da farmi sentire come un Don Chisciotte che ancora crede nella cintura di castità in un mondo dedito al libero amore. D&#8217;altra parte anche noi del Medio Evo qualche peccatuccio l&#8217;abbiamo commesso, quando copiavamo i dischi su cassetta o duplicavamo i cd degli amici&#8230; Anche quello era un <em>peer to peer</em>. La novità è che oggi esistono software che rendono questo processo infinitamente più facile, facendo crollare le entrate delle case discografiche e attentando ai bilanci delle major del cinema.<br />
Se i pirati vinceranno la guerra, il mondo delle produzioni creative sarà totalmente sconvolto. Ma non è detto che diventerà peggiore. Cambieranno invece i modelli di business e in parte i prodotti. Per stimolare la discussione facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i portavoce dei pirati, che in Svezia, come racconta Neri, sono diventati un vero e proprio partito: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi  musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga">coda lunga</a>&#8221; consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. E come camperebbero i musicisti? Risposta: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni che hanno fatto la scelta della musica &#8220;free&#8221;. D&#8217;altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi gruppi superpagati e pompati dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi,  avrà l&#8217;opportunità di far conoscere la propria produzione senza l&#8217;intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
E il cinema? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe quello legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Alla fine però è probabile che  il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno  effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale), film più  corti e magari interrotti dalla pubblicità&#8230;. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca film più corti e &#8220;si stufa&#8221; a vedere un film di due ore.<br />
Non sono sicuro che sia un bene: non tutto è bello, in una rivoluzione. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse  si dovranno cercare dei correttivi pubblici. Analogamente, nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/03/21/il-giornalismo-sopravvivera-ai-giornali/" target="_blank">post</a> ipotizzavo un giornalismo senza giornali, meno spontaneistico dei contributi dei blogger peraltro importanti, ma capace di coprire sistematicamente la cronaca come fa oggi la carta stampata.<br />
E le altre opere dell&#8217;ingegno, i libri, le riviste accademiche e culturali? Ne parleremo la prossima volta.</p>
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