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	<title>Donato Speroni &#187; Felicità e benessere</title>
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		<title>Primi siluramenti in Cina nel nome della felicità</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 09:08:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Cina]]></category>
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		<category><![CDATA[Sistema statistico internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[L’annuncio del premier cinese Wen Jiabao alla vigilia del congresso del Partito comunista, di voler trasformare la Cina da società “armoniosa” (questo era il precedente obiettivo, non sempre raggiunto), in società “felice”, ha stimolato molte riflessioni, come ha riportato il Corriere del 4 marzo, con un commento dello storico Giovanni Belardelli. Non si tratta solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>L’<a href="http://www.cnngo.com/shanghai/life/goal-cppcc-make-people-happy-124157">annuncio</a> del premier cinese Wen Jiabao alla vigilia del congresso del Partito comunista, di voler trasformare la Cina da società “armoniosa” (questo era il precedente obiettivo, non sempre raggiunto), in società “felice”, ha stimolato molte riflessioni, come ha riportato il <em>Corriere</em> del 4 marzo, con un <a href="http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&amp;currentArticle=XXQ7P">commento</a> dello storico Giovanni Belardelli.</strong></p>
<p><strong>Non si tratta solo di uno slogan congressuale. In realtà la Cina sperimentava da tempo, in alcune province, degli “indici della felicità”; ora sta cominciando anche a trarne conclusioni politiche.<span id="more-603"></span> </strong>L’agenzia ufficiale Xinhua ha preparato il terreno al discorso di Wen con servizi come <a href="http://news.xinhuanet.com/english2010/china/2011-03/01/c_13756176.htm">questo</a>, del 1° marzo: “ ‘Sono rimasto molto male quando ho saputo che la mia promozione era stata rinviata’, dichiara Ma Dechen, capo del partito in un piccolo paese di montagna della provincia di Henan. ‘Ma dopo un attento esame dell’indice di felicità, mi sono reso conto che non avevo dedicato abbastanza attenzione alla qualità della vita e al benessere dei miei concittadini’”.</p>
<p>Già da tre anni, ci racconta la Xinhua, in alcune zone della Cina è stato introdotto un “indice di felicità”, che tiene conto di 16 elementi diversi, accanto agli indicatori economici, per valutare i risultati dell’azione del Partito comunista. Per che segue le vicende della statistica mondiale si tratta di una scoperta abbastanza sorprendente, perché finora, a livello ufficiale, la Cina aveva sempre guardato con diffidenza ai tentativi attuati in sede internazionale, soprattutto dall’Ocse, per misurare il progresso oltre il Pil, nel timore che questo genere di rilevazioni incentrate su benessere e sostenibilità svelassero o addirittura accentuassero le disparità e le tensioni presenti nella pancia del grande paese. Invece Pechino aveva già avviato le sue verifiche. Anche nella statistica, dunque, il governo cinese segue la sua tecnica ormai consolidata: non farsi imporre le innovazioni dall’esterno, ma procedere cautamente nella sperimentazione del progresso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cruscotto francotedesco per l’Europa del 2020</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Jan 2011 15:46:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[Abbiamo già segnalato che molti Paesi, compresa l’Italia, si stanno muovendo in linea con le indicazioni della Commissione Stiglitz per determinare come misurare il Bes, benessere equo e sostenibile, cioè per misurare il progresso “Oltre il Pil”, prodotto interno lordo. Ma forse non tutti si sono accorti che in questo campo si è determinato un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Abbiamo già segnalato che molti Paesi, compresa l’Italia, si stanno muovendo in linea con le indicazioni della Commissione Stiglitz per determinare come misurare il Bes, benessere equo e sostenibile, cioè per misurare il progresso “Oltre il Pil”, prodotto interno lordo. Ma forse non tutti si sono accorti che in questo campo si è determinato un asse francotedesco, con un <a href="http://www.sachverstaendigenrat-wirtschaft.de/fileadmin/dateiablage/Expertisen/2010/ex10_en.pdf">rapporto</a> fresco di stampa che già ci dice come dovrà essere il cruscotto dei nuovi indicatori e che cosa non bisogna fare.<span id="more-566"></span></strong></p>
<p>Il rapporto è stato commissionato nel febbraio scorso dal Consiglio dei ministri franco-tedesco, uno strumento della cooperazione rafforzata tra i due Paesi, al German Council of Economic Advisers e al Conseil d’Analyse Economique, i due più importanti centri governativi di ricerca socioeconomica. (A proposito, l’Italia non dispone più di questo strumento, da quando è stata decisa la chiusura dell’Ispe, l’Istituto per gli Studi di Programmazione Economica che dipendeva dal Ministero dell’Economia). La domanda rivolta agli esperti da Sarkozy e dalla Merkel è stata in pratica questa: “Come portare avanti congiuntamente le proposte della commissione Stiglitz?”.</p>
<p>Il 10 dicembre è stato diffuso il documento conclusivo “Monitoring economic performance, quality of life and sustainability”, che non si limita ad alcune considerazioni metodologiche, ma arriva a conclusioni nette.</p>
<p>1) Esclude la possibilità di un unico indicatore composito che sostituisca il Pil: “La prima e probabilmente più importante conclusione del nostro studio è il riconoscimento dell’insufficienza, e quindi l’abbandono, di qualsiasi approccio alla misura del progresso umano attraverso un singolo indicatore. In poche parole, la vita è troppo complicata e gli interrogativi cui deve rispondere il reporting statistico sono troppo diversi per consentire di condensare la situazione corrente innun unico indicatore onnicomprensivo. Un indicatore di questo tipo avrebbe il pregio della semplicità, e sarebbe facile comunicarlo, ma non potrebbe soddisfare le domande informative delle moderne società democratiche. Invece, noi suggeriamo che un ampio reporting statistico debba condurre a un cruscotto di indicatori”.</p>
<p>2) Prende posizione contro l’utilizzo della misura del “subjective well being”, cioè del benessere complessivo, per farne poi discendere una serie di analisi sulle correlazioni con le diverse dimensioni (salute, sicurezza ecc.), perché considera questo approccio (tipico della scuola dell’economista inglese Richard Layard), troppo arbitrario e poco confrontabile in situazioni differenti.</p>
<p>3) Arriva anche a presentare un’ipotesi di cruscotto, articolato in tre settori: la performance economica (con sei indicatori tara i quali c’è il Pil pro capite, ma anche una misura di distribuzione della ricchezza); la qualità della vita con sette indicatori, la sostenibilità con dodici, che vanno dalla percentuale di Pil investito in ricerca e sviluppo alla biodiversità, misurata in termini di “bird index”, numero complessivo delle specie di uccelli presenti nel Paese.</p>
<p>Il “cruscotto francotedesco” vuole dichiaratamente essere uno strumento per misurare la strada verso il raggiungimento degli obiettivi di Europa 2020, la strategia globale dell’Unione basata su una crescita “intelligente”, “sostenibile” e “inclusiva”. Ci sembra il più concreto passo avanti dopo il documento della Commissione Stiglitz del settembre 2009. Se ne può discutere, ma certamente non si può ignorare.</p>
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		<title>Bes: una sfida per Istat e Cnel, un&#8217;occasione per il Paese</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Dec 2010 17:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Politica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
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		<category><![CDATA[Oecd]]></category>

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		<description><![CDATA[<!--:it-->
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’<a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20101227_00/">annuncio</a> dell’Istat e del Cnel di procedere congiuntamente alla determinazione di una misura del “benessere equo e sostenibile” (Bes) merita un plauso, ma richiede anche qualche “avvertenza per l’uso”. Era prevedibile che il presidente dell’Istat Enrico Giovannini, che aveva fatto nascere il progetto globale “<a href="http://www.oecd.org/pages/0,3417,en_40033426_40033828_1_1_1_1_1,00.html">Measuring the progress of societies</a>” quando era chief statistician dell’Ocse ed aveva anche partecipato ai lavori della <a href="http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm">Commissione Stiglitz</a>, si sarebbe mosso rapidamente sulla strada di elaborare indicatori “oltre il Pil” anche in Italia.</strong> <span id="more-561"></span>Da parte sua il presidente del Cnel Antonio Marzano aveva intuito da tempo che la determinazione dei nuovi indicatori, attraverso un ampio processo di coinvolgimento delle parti sociali e della società civile, era un modo efficace non solo di rendere un servizio al Paese, ma anche di dare nuova vitalità al Consiglio da lui presieduto. Marzano, che presiede anche l’<a href="http://www.aicesis.org/">Aicesis</a>, la Commissione internazionale dei consigli economici e sociali, e che aveva partecipato al <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3746,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">World Forum </a>di Busan, in Corea, si è mosso anche lui con rapidità dopo la sua riconferma al Cnel l’estate scorsa.<br />
C’è da sperare che l’iniziativa non si fermi ad una elaborazione teorica. La domanda che i nuovi indicatori devono soddisfare è fondamentale per qualsiasi programma politico: che cosa è davvero importante per il benessere degli italiani? Su questo interrogativo, prima di dare la parola ai tecnici per la elaborazione degli indicatori più corretti per ciascuna dimensione del benessere, si lavorerà con tre strumenti: un “Gruppo di indirizzo” con la partecipazione di rappresentanti delle parti sociali e della società civile,  una consultazione on line aperta a tutti i cittadini e alcune domande specifiche nella prossima indagine multiscopo dell’Istat. Sarebbe auspicabile che questo processo fosse seguito con attenzione dai media, perché potrebbe anche servire a dare al dibattito politico qualche contenuto un po’ più importante e vicino agli interessi degli italiani rispetto alle escort e agli appartamentini a Montecarlo.<br />
L’iniziativa Istat – Cnel ha anche un altro pregio: la determinazione di un “tavolo” ufficiale ha fermato sul nascere la tentazione di procedere ad indicatori “fai da te” magari inventati per addolcire i dati sulla crisi economica e per far uscire meglio l’Italia nelle classifiche internazionali. Ricordiamo che il ministro Tremonti aveva annunciato l’intenzione di includere questi indicatori già nel documento di programmazione finanziaria recentemente approvato. Poi per fortuna non se n’è fatto nulla, attendendo qualche elaborazione con seria base scientifica, come dovranno essere appunto quelle prodotte da Istat e Cnel.<br />
Ciò detto, dobbiamo anche avvertire con franchezza che Marzano e Giovannini hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, perché si sono dati tempi ristretti: un anno e mezzo. Più o meno sei mesi per decidere le “dimensioni” cioè gli elementi determinanti  del benessere, sei mesi per sperimentare i nuovi indicatori, sei mesi per redigere un primo rapporto congiunto. Ricordiamo che molti Paesi stanno percorrendo la stessa strada, ma che nessuno ha ancora raggiunto risultati definitivi, né il mitico Butan, che tutti citano perché misurerebbe la “<a href="http://www.grossnationalhappiness.com/Default.aspx">felicità interna lorda</a>”, ma che in realtà finora si è limitato a qualche sperimentazione, né il Canada, dotato di uno dei migliori apparati statistici del mondo, che finora ha solo elaborato alcune delle determinanti del  suo “<a href="http://www.ciw.ca/en/Home.aspx">Canadian Index of Well being</a>”.<br />
Insomma, il lavoro necessario per determinare l’indicatore (o più probabilmente gli indicatori, al plurale) del benessere equo e sostenibile è molto impegnativo. Certamente ne vale la pena, soprattutto se il Paese sarà disposto a prenderlo sul serio, con un grande dibattito aperto: le sfida nel campo della comunicazione non è minore della sfida tecnico-statistica.<br />
<em>Su questo argomento sono stato intervistato il 28 dicembre 2010 da Diego Galli di Radio Radicale. Per sentire l’intervista cliccate <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/318314/oltre-il-pil-intervista-a-donato-speroni-sui-nuovi-indicatori-del-benessere-annunciati-dallistat">qui</a>.</em></p>
<p><!-- @font-face {   font-family: "Calibri"; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }h3 { margin: 12pt 0cm 3pt; page-break-after: avoid; font-size: 13pt; font-family: "Times New Roman"; }span.Titolo3Carattere { font-family: Calibri; font-weight: bold; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>La comunicazione &#8220;oltre il Pil&#8221; alla Conferenza di Statistica</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Nov 2010 18:18:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[I numeri della felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Ifg Urbino]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>

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		<description><![CDATA[Alla Decima Conferenza Nazionale di Statistica che si svolge al Palazzo dei Congressi a Roma il 15 e 16 dicembre si parlerà molto di indicatori del benessere. Con la collaborazione degli studenti dell&#8217;Istituto per la Formazione al Giornalismo (Ifg) di Urbino, dove insegno economia e statistica, ho preparato un poster sulla comunicazione &#8220;oltre il Pil&#8221;. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong> </strong></p>
<p><strong>Alla Decima Conferenza Nazionale di Statistica che si svolge al Palazzo dei Congressi a Roma il 15 e 16 dicembre si parlerà molto di indicatori del benessere. Con la collaborazione de</strong><strong>gli studenti dell&#8217;Istituto per la Formazione al Giornalismo (Ifg) di Urbino, dove insegno economia e statistica, ho preparato un poster </strong><strong>sulla comunicazione &#8220;oltre il Pil&#8221;. Sui &#8220;totem&#8221; della conferenza ne girerà una versione semplificata. Qui invece potete scaricarvi il <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/11/PosterIfgUrbino1015.doc">Poster completo in word</a>, con numerosi collegamenti ipertestuali. </strong></p>
<p><strong>Della comunicazione &#8220;oltre il Pil&#8221; parlerò anche alle 16,15 di mercoledì, nell&#8217;ambito della sessione di &#8220;statistical storytelling&#8221; della Conferenza e presenterò questa <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/11/ConfStatSperoniBz101209.ppt">Relazione</a>. Il tema mi sembra importante (almeno per chi si appassiona al futuro della statistica&#8230;) perché sul superamento del Prodotto interno lordo assistiamo a una continua drammatizzazione mediatica (ultimo esempio: Report della Gabanelli di domenica 12) , con poca voglia invece di raccontare il serio processo di ricerca in corso in tutto il mondo. Ora che anche in Italia, grazie soprattutto al presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, si comincia ad affrontare seriamente questo tema, la sfida che dobbiamo affrontare è di far capire ai media la complessità del lavoro in corso e la necessità di promuovere la cultura statistica indispensabile per comprendere i nuovi indicatori.<br />
</strong></p>
<p><strong></strong></p>
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		<title>Ma perché Cameron vuole misurare la felicità? E come lo farà?</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Nov 2010 12:28:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Statistica]]></category>
		<category><![CDATA[Benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Felicità]]></category>
		<category><![CDATA[Futuro]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Istat]]></category>

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		<description><![CDATA[Ma perché Cameron vuole misurare la felicità? E come lo farà?
Prima Nicolas Sarkozy, adesso David Cameron. Come mai in un momento di crisi economica e di tagli di bilancio con pesanti implicazioni sociali i governanti europei stimolano i loro uffici di statistica a misurare il benessere dei cittadini?
C’è chi sospetta che sia un modo di “parlar d’altro”, di suggerire che esistono altri valori oltre al denaro, proprio quando di soldi in giro ce ne sono pochini.  Può essere. Ma qualunque governante capace di guardare un po’ avanti sa che gli stili di vita dei paesi più ricchi dovranno cambiare per far fronte alle difficoltà globali, economiche, ambientali e sociali. Proprio in Inghilterra, un anno fa, il capo dei consulenti scientifici del governo annunciò per il 2030 una “tempesta perfetta”. All’epoca a Downing Street c’erano i laburisti, ma la visione dei rischi ai quali andiamo incontro accomuna le diverse parti politiche. 
Il problema dell’immediato futuro, dunque, non è solo che sarà difficile mantenere lo stesso potere d’acquisto, ma che dovremo cambiare vita: adattarci a servizi pubblici meno costosi, accettare nuovi modelli di consumo privato, far fronte alle sfide dei paesi emergenti in termini di competitività, definire i parametri per gestire la pressione delle aree più povere del mondo. Insomma, una vera e propria rivoluzione non solo ambientale, ma economica e sociale. Non c’è da stupirsi se prima di addentrarsi in un terreno inesplorato, che richiede alla politica fantasia e coraggio, i governanti più avveduti vogliano capire “che cosa conta davvero” per i loro cittadini.  
Ma in concreto che cosa succederà in Inghilterra? Consigliamo la lettura di un ampio articolo del Guardian che fa il punto della situazione, precisando come è ovvio (ma non bisogna mai stancarsi di ripeterlo) che la misura del Prodotto interno lordo non sarà cancellata, ma solo integrata. 
Possiamo aggiungere che l’Office for National Statistics inglese, ora ufficialmente investito dell’incarico dal primo ministro, in realtà  sta studiando da tempo il problema, come del resto tutti i grandi istituti nazionali, compreso il nostro Istat. Una ricerca pubblicata recentemente dall’Ons esamina il concetto di “benessere soggettivo” (subjective well being) e recensisce le indagini già in corso. Per esempio, in Gran Bretagna nel 2009 si è rilevato che alla classica domanda “Tutto considerato quanto sei soddisfatto della tua vita da zero a dieci” gli inglesi nel 2009 avevano risposto con una media del 7,4, rispetto al 7,3 del 2007. Ricordiamo che l’Istat è uscita da poco con un comunicato con una indicazione di 7,2  per gli italiani, commentato in un mio precedente post.  
L’indagine inglese del 2009 è ufficiale, col bollo National Statistics. Che cosa cambia dunque con l’annuncio di Camerun? Certamente ci sarà una maggiore attenzione a questi temi: si parla addirittura di una rilevazione trimestrale, anziché quella attuale ogni due anni. Inoltre il campionamento sarà più esteso, in modo da consentire, oltre a una maggiore attendibilità dei dati, anche disaggregazioni ed analisi delle correlazioni con i diversi fattori che determinano il benessere (età, lavoro, salute, ecc.). Tutto questo porterà a un unico indice complesso al quale i media dedicheranno attenzione, come accade per il Pil? Tra gli statistici questa è ancora materia di discussione. E i giornalisti devono stare attenti prima di scrivere che il Pil sarà sostituito dall’”indice della felicità”. Per spiegarsi con una metafora, affermare che per determinare la salute di una persona non basta misurare la pressione arteriosa non significa che si possa far ricorso a un superindice valido e attendibile che ingloba tutte le misure del corpo e ci dice come stiamo. Sarebbe comodo, ma è molto difficile che funzioni. 

http://www.guardian.co.uk/politics/2010/nov/14/david-cameron-wellbeing-inquiry
http://www.statistics.gov.uk/cci/article.asp?ID=2578
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prima Nicolas Sarkozy, adesso David Cameron. Come mai in un momento di crisi economica e di tagli di bilancio con pesanti implicazioni sociali i governanti europei stimolano i loro uffici di statistica a misurare il benessere dei cittadini?<br />
C’è chi sospetta che sia un modo di “parlar d’altro”, di suggerire che esistono altri valori oltre al denaro, proprio quando di soldi in giro ce ne sono pochini.  Può essere. Ma qualunque governante capace di guardare un po’ avanti sa che gli stili di vita dei paesi più ricchi dovranno cambiare per far fronte alle difficoltà globali. Proprio in Inghilterra, </strong><span id="more-510"></span>un anno fa, il capo dei consulenti scientifici del governo, John Beddington, <a href="http://www.populationinstitute.org/external/files/reports/The_Perfect_Storm_Scenario_for_2030.pdf">annunciò</a> per il 2030 una “tempesta perfetta”. Ne ho parlato nel mio <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&#038;view=article&#038;id=1144%3Asfida-alla-terra-da-9-miliardi&#038;catid=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&#038;Itemid=73&#038;lang=it">dossier</a> per East  &#8220;sfida alla terra da 9 miliardi&#8221;. All’epoca a Downing Street c’erano i laburisti, ma la visione dei rischi ai quali andiamo incontro accomuna le diverse parti politiche.<br />
Il problema dell’immediato futuro, dunque, non è solo che sarà difficile mantenere lo stesso potere d’acquisto, ma che dovremo cambiare vita: adattarci a servizi pubblici meno costosi, accettare nuovi modelli di consumo privato, far fronte alle sfide dei paesi emergenti in termini di competitività, definire i parametri per gestire la pressione delle aree più povere del mondo. Insomma, una vera e propria rivoluzione non solo ambientale, ma economica e sociale. Non c’è da stupirsi se prima di addentrarsi in un terreno inesplorato, che richiede alla politica fantasia e coraggio, i governanti più avveduti vogliano capire “che cosa conta davvero” per i loro cittadini e predisporre una base di misurazioni periodiche attendibili per capire successi e insuccessi.<br />
Ma in concreto che cosa succederà in Inghilterra? Consigliamo la lettura di un ampio <a href="http://www.guardian.co.uk/politics/2010/nov/14/david-cameron-wellbeing-inquiry">articolo</a> del Guardian che fa il punto della situazione, precisando come è ovvio (ma non bisogna mai stancarsi di ripeterlo) che la misura del Prodotto interno lordo non sarà cancellata, ma solo integrata.<br />
Possiamo aggiungere che l’Office for National Statistics britannico, ora ufficialmente investito dell’incarico dal primo ministro, in realtà  sta studiando da tempo il problema, come del resto tutti i grandi istituti nazionali, compreso il nostro Istat. Una <a href="http://www.statistics.gov.uk/cci/article.asp?ID=2578">ricerca</a> pubblicata recentemente dall’Ons esamina il concetto di “benessere soggettivo” (subjective well being) e recensisce le indagini già in corso. Per esempio, in Gran Bretagna nel 2009 si è rilevato che alla classica domanda “Tutto considerato quanto sei soddisfatto della tua vita da zero a dieci” gli inglesi nel 2009 avevano risposto con una media del 7,4, rispetto al 7,3 del 2007. Ricordiamo che l’Istat è uscita da poco con un comunicato con una prima indicazione di 7,2  per gli italiani, commentato in un mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/05/quel-7piu-degli-italiani-cio-che-l%e2%80%99istat-ci-dice-e-quello-che-manca/">post</a>.<br />
L’<a href="http://www.defra.gov.uk/evidence/statistics/environment/pubatt/download/090923stats-release-pubatt.pdf">indagine inglese</a> del 2009 è ufficiale, col bollo National Statistics. Che cosa cambia dunque con l’annuncio di Cameron? Certamente ci sarà una maggiore attenzione a questi temi: si parla addirittura di una rilevazione trimestrale, anziché quella attuale ogni due anni. Inoltre il campionamento sarà più esteso, in modo da consentire, oltre a una maggiore attendibilità dei dati, anche disaggregazioni ed analisi delle correlazioni con i diversi fattori che determinano il benessere (età, lavoro, salute, ecc.). Tutto questo porterà a un unico indice complesso al quale i media dedicheranno attenzione, come accade per il Pil? Tra gli statistici questa è ancora materia di discussione. E i giornalisti devono stare attenti prima di scrivere che il Pil sarà sostituito dall’”indice della felicità”. Per spiegarsi con una metafora, affermare che per determinare la salute di una persona non basta misurare la pressione arteriosa non significa annunciare che si potrà far ricorso a un superindice valido e attendibile che inglobi tutte le misure del corpo e ci dica come stiamo. Sarebbe comodo, ma è molto difficile che funzioni. </p>
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		<title>Quel &#8220;7più&#8221; degli italiani: ciò che l’Istat ci dice e quello che manca</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Nov 2010 15:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>La stampa non ha accolto bene l’ultima indagine dell’Istat sulla soddisfazione dei cittadini per le condizioni di vita: poche righe sui giornali maggiori, un po’ più di spazio sul <em>Giornale </em>che comprensibilmente ha colto alcuni spunti per sottolineare che la gente in Italia non sta poi così male, attenzione, soprattutto sul <em>Messaggero</em>, alla polemica delle associazioni dei consumatori che si sono chieste “in quale remoto Paese l’Istat abbia condotto la sua indagine sulla soddisfazione delle famiglie circa la propria condizione economica”.</strong></p>
<p><strong>Eppure la rilevazione conteneva importanti elementi di novit</strong>à,<span id="more-423"></span> come segnalato anche nella premessa del <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/sodcit/20101104_00/">comunicato</a> del 4 novembre: per la prima volta si è voluto rilevare un indice di soddisfazione della vita nel suo complesso (altrove lo si chiama indice di felicità o di benessere, ma in italiano questi termini possono essere fuorvianti, come ho spiegato <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/">in precedenz</a>a) e lo si è fatto secondo la cosiddetta scala di Cantril, da zero a dieci.  L’innovazione rispecchia il processo di ricerca di nuove misure del progresso avviato dall’Ocse e testimoniato anche dalla commissione Stiglitz.</p>
<p>Finora l’unico dato di soddisfazione globale a disposizione per l’Italia veniva dalla rilevazione che ogni due anni la Gallup compie in circa 150 Paesi. Com’è riportato nel mio <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/06/06/vi-presento-il-mio-libro-%E2%80%9Ci-numeri-della-felicita%E2%80%9D/">libro</a> “I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere” – Edizioni Cooper l’Italia nell’ultima indagine Gallup si collocava al 36mo posto, con un misero voto di 6,3 che gli italiani nel maggio 2009 avevano attribuito in media alle proprie condizioni di vita. Se prendiamo invece per buona la rilevazione Istat relativa al febbraio 2010, che ci dà una media di voto di 7,2, l’Italia si collocherebbe al 12mo posto, alla pari con Stati Uniti, Nuova Zelanda e Venezuela (non stupitevi: i latinoamericani sono sempre molto in alto in queste classifiche). Il campione interpellato dall’Istat è molto più numeroso di quello della Gallup e quindi la rilevazione è più attendibile. Ma ovviamente le metodologie non sono perfettamente coincidenti: per valutare appieno il senso di quel “7 più” che gli italiani si attribuiscono in base all’Istat bisognerà aspettare di disporre di una serie storica che ci possa dire se quella soddisfazione sale o scende, perché la variazione nel tempo è certamente l’aspetto più significativo.</p>
<p>Nel comunicato diffuso dall’Istat non sono ancora esaminate le correlazioni tra la soddisfazione complessiva e le determinanti del benessere: relazioni familiari e con amici, salute, condizione economica, soddisfazione sul lavoro, uso del tempo libero. Sappiamo cioè quanto gli italiani sono soddisfatti per ciascun fattore, sulla base della vecchia scala a quattro (molto, abbastanza, poco, per niente), ma non sappiamo quanto quello specifico fattore incide sulla soddisfazione complessiva.</p>
<p>Per chi fa politica, quest’ultima è una informazione importante. Se è vero (premessa della commissione Stiglitz) che gli obiettivi dell’azione pubblica nel ventunesimo secolo saranno sempre più quelli di garantire ai cittadini le condizioni del benessere complessivo e non solo la crescita economica, è importante sapere “che cosa conta veramente”. Per esempio, la rilevazione Istat ci dice che in Italia c’è una profonda sfiducia verso il prossimo, ma evidentemente questo elemento, che renderebbe infelice uno scandinavo, incide poco sul nostro cittadino medio che conta invece soprattutto su famiglia e amici.  Aspettiamo dunque l’analisi delle correlazioni. Sarebbe inoltre interessante che l’Istat, con metodologia omogenea, verificasse anche il grado di soddisfazione per la situazione ambientale e il grado di fiducia nelle istituzioni, come suggerito dalla Commissione Stiglitz.</p>
<p>Il documento Istat è anche corredato da un corposo documento metodologico su strategia di campionamento e livello di precisione dei risultati. Si tratta di un testo molto tecnico, che però vuole arrivare anche a esempi concreti: per esempio, ci dice che l’intervallo di confidenza rispetto alle famiglie che in Piemonte considerano la loro situazione peggiorata (219mila) è pari all’incirca al 13 per cento in più o in meno. Non è un piccolo margine d’errore. Per i dati nazionali, basati su stime molto più numerose, il margine è molto più ristretto, ma tale comunque da mettere in dubbio la validità di certi confronti. Penso che l’Istat faccia opera meritoria nel chiarire i limiti delle sue rilevazioni campionarie, anzi dovrebbe farlo sempre in modo più chiaro e comprensibile a tutti, anche perché sarebbe d&#8217;esempio ai tanti che diffondono <a href="http://www.donatosperoni.it/2010/11/03/sondaggi-rispettare-o-cambiare-le-regole-del-gioco/">sondaggi</a> poco attendibili. Ma giornalisti e commentatori dovrebbero anche tenerne conto prima di gridare allo scandalo o battere il tamburo perché le famiglie “molto o abbastanza soddisfatte della loro situazione economica” sono passate dal 47 al 48 per cento. Il senso della rilevazione è molto semplice: la crisi, nonostante tutto, non ha ancora inciso sui livelli di vita di una parte consistente della popolazione italiana. Filosofeggiare sull’un per cento di variazione in un anno non serve a nulla, rende solo un cattivo servizio alla cultura statistica.</p>
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		<title>I numeri della felicità: riflessioni sul dibattito</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 15:32:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In questi mesi ho avuto la soddisfazione di essere invitato a una mezza dozzina di presentazioni e dibattiti stimolati dal mio libro “I numeri della felicità” e ringrazio tutti quelli che se ne sono occupati. La natura del libro è già stata descritta su questo blog: si tratta del racconto in chiave divulgativa del grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>In questi mesi ho avuto la soddisfazione di essere invitato a una mezza dozzina di presentazioni e dibattiti stimolati dal mio libro “I numeri della felicità” e ringrazio tutti quelli che se ne sono occupati.<br />
</strong></p>
<p><strong>La natura del libro è già stata descritta su questo blog: si tratta del racconto in chiave divulgativa del grande lavoro in corso nel mondo per misurare un benessere che, soprattutto nei Paesi più sviluppati, non può essere testimoniato soltanto dalla misura del prodotto interno lordo (Pil). Come viene recepito questo dibattito nella cultura italiana? Ecco qualche appunto, senza pretesa di organicità.<span id="more-399"></span></strong></p>
<p><strong>Felicità e benessere: </strong>sono la stessa cosa di <em>happiness </em>e <em>wellbeing</em>? I dubbi già adombrati nel mio libro sono stati rafforzati dal dibattito sulla <a href="http://www.statistica.it/qol/doc/Abstract/Track%201/0103_Guerini.pdf">relazione</a> di Michela Guerini sulle prospettive teoriche dei concetti di felicità e benessere che si è svolto nell’ambito del convegno di Firenze “Qualità della vita, riflessioni, studi e ricerche in Italia”. Gli anglosassoni usano le due parole in modo quasi indifferenziato. Per noi la felicità è più legata a un senso di appagamento momentaneo, mentre il benessere si lega a una soddisfacente situazione economica. Non a caso molti relatori anche a Firenze per parlare di buona qualità della vita usavano il termine “benessere globale”, quasi a distinguerlo dal benessere economico.</p>
<p>La conferma della differenza si ha anche dalle ricerche in corso. A Rotterdam, Ruut Veenhoven ha creato il ricchissimo “database on happiness”, mentre alla London school of economics Richard Layard parla di “Happiness economics”. Invece in Italia l’Istat, a scanso di equivoci, annuncia che intensificherà i suoi studi sul benessere (globale) e non parla mai di felicità.</p>
<p><strong>Felicità e politica.</strong> Una precisa definizione del campo d’indagine, senza equivoci lessicali, può sembrare pedante, ma aiuta a sgombrare il campo dagli equivoci. La statistica non pretende di misurare la felicità di un singolo individuo, semmai si avvale della misura del benessere percepito dai singoli e delle sue relazioni con alcune determinanti (situazione economica, salute, famiglia, amicizie, rapporti con l’ambiente e con le istituzioni, per citare le più importanti) per fare il punto sul benessere complessivo di una comunità. Si chiarisce così un equivoco che ha trovato eco anche nel dibattito di Cortina: nessuno desidera che lo Stato mi dica “come” essere felice, perché questo renderebbe reale il “Mondo nuovo” di Huxley, dove i cittadini sono tenuti contenti con sesso e droga. Ma se il benessere complessivo è sempre meno dipendente dalla produzione di maggiore ricchezza (e su questo non ci sono dubbi, nei Paesi che hanno raggiunto un livello adeguato di reddito pro capite) è giusto che la politica debba porsi anche “altri” obiettivi, oltre alla crescita economica. Le statistiche che aiutano a misurare quello che conta davvero per i cittadini possono aiutare a fare scelte politiche migliori.</p>
<p><strong>Diffidenze ed entusiasmi (eccessivi). </strong>La scheda che mi ha dedicato la rivista <a rel="attachment wp-att-400" href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/rassegnageo101031/">Geo</a>, oltre ai complimenti all’autore (grazie) coglie perfettamente il senso del libro: “il modo migliore per misurare la felicità è guardare il mondo da vari angoli e utilizzare in contemporanea tante misure”. Come prevedevo fin dalla premessa dal mio libro, nel dibattito mi sono trovato di fronte a posizioni preconcette: da una parte gli economisti che consideravano le “misure del benessere” un escamotage per non parlare più del Pil, soprattutto in un’epoca nella quale l’economia dà poche soddisfazioni, dall’altra chi non vedeva l’ora davvero di “rottamare il Pil” per parlar d’altro, ignorando che il modo di produrre ricchezza dovrà cambiare nel tempo, ma che la produzione di nuova ricchezza (e quindi anche la misura di questa produzione) è fondamentale per progredire. Tuttavia, “guardare il mondo da vari angoli” richiede “numeracy”, cioè cultura numerica, perché leggere un cruscotto di indicatori è più difficile che leggere un unico dato. E richiede consenso sui dati davvero importanti, per evitare strumentalizzazioni politiche: un aspetto giustamente sottolineato da Gianfranco Fabi nel suo <a rel="attachment wp-att-401" href="http://www.donatosperoni.it/2010/10/09/i-numeri-della-felicita-riflessioni-sul-dibattito/sole100826/">commento</a> al mio libro sul Sole24Ore.</p>
<p><strong>La difficile misura della sostenibilità. </strong>Nel “cruscotto” degli indicatori ci devono essere anche quelli che riguardano la sostenibilità, cioè la capacità di trasmettere intatto alle nuove generazioni il capitale complessivo (economico, ambientale, umano, sociale) su cui si basa il nostro benessere. Attenzione però a evitare le scorciatoie. Come spiega Enrico Giovannini in un’intervista sul mensile East, di prossima pubblicazione, la sostenibilità globale non s’identifica soltanto con la sostenibilità ambientale sulla quale gli indicatori si moltiplicano in un insieme sempre più frastornante. Ci sono gravi interrogativi anche sulla capacità del “sistema” di reggere le tensioni sociali che deriveranno nei prossimi anni dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, dalle lotte per l’energia, l’acqua, il cibo. La sostenibilità dovrebbe portarci a misurare i rischi cui andiamo incontro. Non basta, cioè, misurare il progresso se non sappiamo dove questo progresso ci porta. Si tratta di un campo relativamente nuovo per l’economia, la sociologia, la statistica. Un campo che è reso fortemente incerto da un lato dal progresso tecnologico che può minimizzare i rischi (per esempio la scoperta della fusione nucleare potrebbe darci acqua dal mare a volontà)  dall’altro dalla possibilità di accelerazione dei fattori negativi, come potrebbe avvenire, per esempio, se il riscaldamento climatico non procedesse in modo lineare ma dovesse subire un’accelerazione o provocare mutamenti globali quali (è solo un’ipotesi avanzata tempo fa da uno studio della Cia) l’annullamento della Corrente del Golfo. Di fronte a quest’ampia gamma di “futuri possibili” è necessario un grande sforzo globale di rilevazione e previsione sistemica sull’evoluzione delle comunità umane. E’ certamente importante sapere quante specie di farfalle rischiano di estinguersi nei prossimi trent’anni, ma è almeno altrettanto importante capire quanti milioni di persone saranno indotte a lasciare le loro terre per via del mutamento del loro ambiente naturale, economico e sociale o dalle tensioni politiche che ne deriveranno.</p>
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		<title>Anche in Italia si va &#8220;oltre il Pil&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 08:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il convegno “Qualità della vita: riflessioni, studi e ricerche in Italia”, che si è svolto a Firenze il 9 e 10 settembre, è stato ricco di spunti di grande interesse, che confermano la crescita di attenzione e lo spessore dei lavori sulle misure del benessere “oltre il Pil” nel nostro Paese. Ecco il powerpoint di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il <a href="http://www.statistica.it/qol/index.htm" target="_self">convegno</a> “Qualità  della vita: riflessioni, studi e ricerche in Italia”, che si è svolto a  Firenze il 9 e 10 settembre, è stato ricco di spunti di grande  interesse, che confermano la crescita di attenzione e lo spessore dei  lavori sulle misure del benessere “oltre il Pil” nel nostro Paese. Ecco il powerpoint di <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2010/09/QOL100909One3.ppt">presentazione</a> del mio <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">libro</a>. Avremo modo di tornare presto su questi  temi.</strong></p>
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		<title>Vi presento il mio libro “I numeri della felicità”</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 09:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista East, Europe and Asia strategies il grande convegno internazionale dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo blog. Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro I numeri della felicità – dal Pil [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista <em><a href="http://www.eastonline.it/">East, Europe and Asia strategies</a> </em> il grande <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3343,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">convegno internazionale</a> dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/12/25/287/">blog</a>.<br />
</strong></p>
<p><strong>Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro <em>I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere</em>. L’editore è Cooper, lo stesso del mio volume dell’anno scorso <a href="http://www.intrigosaudita.it"><em>L’intrigo saudita</em></a>. Il libro è di 286 pagine e contiene anche classifiche e documenti. Il prezzo è 15 euro e il volume si può acquistare facilmente anche <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">on line</a>.</strong></p>
<p><strong>Lunedì 14 giugno alle 16 presso la biblioteca del Cnel di Viale David Lubin 2 a Roma, il libro sarà presentato in un seminario organizzato dal gruppo di lavoro “Nuovi indicatori macroeconomici” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Avrò il piacere di discuterne con Mario Baldassarri, Emma Bonino, Enrico Cisnetto, Enrico Giovannini, mentre il moderatore sarà Gabriele Olini. L’incontro è aperto e ne abbiamo dato notizia anche nelle università.</strong><span id="more-313"></span></p>
<p>Non ho voluto fare un libro tecnico. <span style="text-decoration: underline;">Dalla prefazione di Enrico Giovannini</span>, presidente dell&#8217;Istat:</p>
<p><em>In queste pagine Donato Speroni si conferma, ancora una volta, non solo un attento lettore del mondo che ci circonda, ma un autore capace di sintetizzare la complessità di un movimento scientifico e culturale che abbraccia approcci e piani molto diversi. Spaziando da Robert Kennedy a Nicholas Sarkozy, dal Re del Bhutan al Presidente della Commissione Europea, passando per vincitori del Premio Nobel a economisti e statistici sconosciuti al grande pubblico, Speroni introduce il lettore a tematiche di grande respiro e di rilievo politico decisivo, mostrando come la misura del benessere di una società e del suo progresso nel tempo rappresenti la chiave di volta del suo funzionamento.</em></p>
<p><em>Infatti, come è stato più volte notato, noi uomini prestiamo attenzione a ciò che misuriamo e misuriamo ciò a cui prestiamo attenzione. Non a caso, negli ultimi sessanta anni il mondo si è concentrato sulla misurazione dell’attività economica (cioè sul Prodotto interno lordo, PIL) ed ha conseguito uno sviluppo del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità. Così facendo ha migliorato le condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, allungando la sua vita media, conseguendo livelli di conoscenza inimmaginabili nel passato. Come sappiamo, però, ha anche prodotto danni irreparabili sull’ambiente, diseguaglianze senza precedenti e si è dimostrato incapace di assicurare una vita dignitosa ad una parte consistente della popolazione mondiale.</em></p>
<p><em>Non ci si deve, quindi, stupire che le crisi sopra ricordate conducano ad un ripensamento profondo delle metriche che il mondo usa per valutare se stesso ed orientare le sue scelte future. Come dice il Premio Nobel Amartya Sen, discutere di indicatori statistici equivale a discutere dei fini ultimi di una società ed è per questo che Speroni ci conduce attraverso un viaggio che tocca le misure classiche dei fenomeni economici e sociali, come il PIL, ma anche i nuovi indicatori di benessere, felicità e sostenibilità, mostrando gli elementi culturali, politici e statistici che stanno alla base di ciascuno di essi. Il libro, facilmente accessibile anche per i non addetti ai lavori, mostra l’ampiezza della tematica, che coinvolge paesi sviluppati e in via di sviluppo, consentendo di apprezzare l’accelerazione che negli ultimi anni è stata impressa alla riflessione su questi temi da parte di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Unione Europea, ma anche di organizzazioni non governative, fino a costituire un network internazionale di centinaia di soggetti in tutto il mondo.</em></p>
<p>Alle parole lusinghiere di Giovannini aggiungo alcune considerazioni tratte dalla mia <span style="text-decoration: underline;">premessa</span>:</p>
<p><em>Alla notizia che stavo scrivendo un libro sulla misura del progresso “oltre il Pil” ho raccolto quasi sempre tre tipi di reazioni.</em></p>
<p><em>A) La prima, di assoluto disinteresse: «Ah, che bello&#8230;» , quindi l’interlocutore passava rapidamente ad altro argomento.</em></p>
<p><em>B) La seconda lasciava trasparire una spiccata antipatia per le misurazioni economiche: «Davvero? Insomma è la volta buona che riusciamo ad abolire il Pil!» Reazione tipica, questa, di chi nelle sue azioni ha forti motivazioni sociali: persona solitamente di sinistra, ma non solo.</em></p>
<p><em>C) La terza denotava diffidenza, più che antipatia, verso questi “velleitari” tentativi di sconvolgere l’ordine costituito: «Ah sì? Beh sappi che io non ci credo proprio&#8230;» Reazione tipica del conservatore, peggio se si trattava di un economista. Per onestà devo dire che altri hanno mostrato apprezzamento e interesse sincero, senza posizioni precostituite, ma le tre reazioni che ho descritto mi hanno fatto riflettere.</em></p>
<p><em>Non posso biasimare gli amici di tipo A. Molta gente odia i numeri, soprattutto in Italia, e fatica a capire che una persona normale possa desiderare di scrivere un libro sul buon uso dei dati. È il frutto di un’educazione che ignora la numeracy(la cultura numerica), che guarda con diffidenza alla scienza, che considera incomprensibile qualunque cosa si esprima con una formula anche semplicissima. Parliamo invece di chi ha un pregiudizio di tipo B o C: questo libro sarà servito a qualcosa se riuscirà a smontare gli “opposti estremismi” dei fautori del “No Pil” e di quelli che considerano la misura del Prodotto interno lordo come uno strumento intoccabile.</em></p>
<p><em>A differenza di gran parte della letteratura uscita in Italia sull’argomento, questo non è un libro a tesi. Racconta invece la ricerca che in tutto il mondo coinvolge migliaia di statistici, economisti, sociologi, psicologi, tutti impegnati a rispondere alla domanda “Come si misura il progresso dell’umanità?” e a fornire ai decisori politici migliori strumenti di valutazione, sperando che ne vogliano tener conto.</em></p>
<p>Un’ultima annotazione: credo di aver scritto un libro agile, che consente a tutti di farsi un’idea della grande partita che si gioca sulla misurazione del benessere, del progresso, della sostenibilità futura. Una partita politica che contribuirà a cambiare il mondo nostro e dei nostri figli. L’attenzione che il Cnel, l’Istat e numerosi gruppi culturali e politici stanno dedicando a questo tema segnala che anche in Italia l’argomento è di grande attualità; avremo modo di parlarne anche in futuro.</p>
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		<title>Teniamoci il Pil, ma ricordiamoci che non basta&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Dec 2009 10:51:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felicità e benessere]]></category>
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		<description><![CDATA[Il dibattito sul cosiddetto “superamento del Pil” rischia di cadere nelle trappole dei preconcetti culturali ed ideologici. Da una parte i gruppi anticapitalisti che vedono l’origine dei mali della società moderna nella misura del progresso basata sul prodotto interno lordo; dall’altra i cultori di economia e gli operatori che faticano ad immaginarsi parametri più adeguati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il dibattito sul cosiddetto “superamento del Pil” rischia di cadere nelle trappole dei preconcetti culturali ed ideologici. Da una parte i gruppi anticapitalisti che vedono l’origine dei mali della società moderna nella misura del progresso basata sul prodotto interno lordo; dall’altra i cultori di economia e gli operatori che faticano ad immaginarsi parametri più adeguati per il ventunesimo secolo.</strong></p>
<p><strong>Non sfugge a questi rischi il <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Economia%20e%20Lavoro/2009/2010-per-ricominciare/approfondimenti/vecchio-pil.shtml">commento</a> di Alberto Alesina: “Aridatece il vecchio Pil, tanti difetti, ma utilissimo”, pubblicato dal <em>Sole 24 Ore</em> del 15 dicembre. Alesina insegna ad Harvard, è un economista di grande prestigio, autore di proposte coraggiose e innovative per riformare la società italiana, ma in questo caso, a mio avviso, si è fatto prendere la mano da un certo schematismo.<span id="more-287"></span></strong></p>
<p>Dopo aver descritto ampiamente le difficoltà di tutte le misurazioni del benessere alternative al Pil pro capite, il professore così conclude: <em>Il presidente francese Nicholas Sarkozy recentemente ha provato a inventare una nuova misura di benessere, aiutato da un&#8217;ottima commissione di esperti. Viene però spontaneo chiedersi se l&#8217;obiettivo vero di Sarkozy non fosse quello di rivalutare senza fatica il benessere francese rispetto, soprattutto, a quello americano. In ogni caso queste nuove misure fanno parlare di sé per qualche settimana ma non possono andare troppo lontano, per i problemi citati. Insomma il buon vecchio Pil, con tutti suoi gravi difetti, è difficile da sostituire. Teniamocelo.</em></p>
<p>Si tratta di una conclusione che sottovaluta il lavoro in corso in tutto il mondo per trovare nuovi indicatori di benessere: non solo da parte della <a href="http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm">commissione Stiglitz – Amartya Sen – Fitoussi </a>per conto del presidente francese, ma anche il percorso compiuto sotto l’egida dell’Ocse nei grandi incontri su “Statistics, knowledge and policy”, da Palermo nel 2004 a  <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3343,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">Busan</a>, in Corea, nel 2009.</p>
<p>Nel dossier che ho predisposto per <a href="http://www.eastonline.it/">East, Europe and Asia Strategies</a>, accessibile da qui in italiano (parte <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/12/east27-ITUno102-125-Bassa.pdf">prima</a> e <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/12/east27ITDuepp-126-143-Bassa.pdf">seconda</a>)  e in inglese (parte <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/12/east27INGUnopp-126-143-Bassa.pdf">prima</a> e <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/12/east27INGDuepp-126-143-Bassa.pdf">seconda</a>), ho cercato di raccontare questo “work in progress”, che ha già ottenuto risultati molto interessanti. Economisti, statistici, sociologi e psicologi che lavorano su questi temi non si sognano di smettere di misurare il Pil, che resta la miglior misura della ricchezza prodotta da un Paese, anche se gli addetti ai lavori sono i primi a segnalarne i limiti, soprattutto in un’epoca in cui buona parte della produzione è fatta di servizi e beni immateriali. Cercano soltanto di corredare il Pil pro capite, che è un po’ come il pollo di Trilussa, anche con altre misure: la effettiva distribuzione della ricchezza, il benessere percepito dalle persone, il consumo dei beni ambientali,</p>
<p>Di questo processo, dopo le indicazioni politiche scaturite lo scorso anno dal rapporto Stiglitz, dal documento <a href="http://www.beyond-gdp.eu "><em>Beyond Gdp</em></a> dell’Unione Europea, e dal <a href="http://www.cfr.org/publication/20299/">vertice di Pittsburgh</a>, si comincerà a parlare anche in Italia, su iniziativa del nuovo presidente dell’Istat Enrico Giovannini, del presidente del Cnel Antonio Marzano, ma anche dei radicali perché Emma Bonino ed Elisabetta Zamparutti hanno inviato una <a href="http://www.emmabonino.it/news/7800">lettera</a> ai presidenti delle commissioni Ambiente ed  Economia di Camera e Senato chiedendo di affrontare il tema. Forse non se ne farà nulla, perché gli altri parlamentari hanno ben altro per la testa, ma di superamento del Pil si discute in tutto lo schieramento: se n&#8217;è parlato di recente in un convegno della fondazione <a href="http://www.agi.it/bologna/notizie/200912011553-...-rt10099-sviluppo_sostenibile_andare_oltre_il_pil_le_alternative">Unipolis</a> e si parlerà tra poco in un incontro dell’Aspen.</p>
<p>Insomma, caro professor Alesina, questo non è un tema che sfiorisce “in qualche settimana”. E’ invece il cuore del dibattito per il progresso della statistica economica e sociale e non merita di essere irriso o minimizzato.</p>
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