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	<title>Donato Speroni &#187; Europa</title>
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		<title>Amato: dopo la crisi un’Europa più unita, forse senza Londra</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia intervista a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che inevitabilmente imporrà una drammatica alternativa agli euroscettici, Gran Bretagna in testa: o accettare le regole comuni o uscire dall’Unione.<span id="more-717"></span></strong></p>
<p>Ha contribuito a rasserenare il panorama europeo l’accordo raggiunto il 30 marzo in merito al <strong>Trattato sui bilanci</strong>, con l’autoesclusione della Gran Bretagna e della Repubblica ceca. Insieme  al <strong>nuovo clima di fiducia verso il governo italiano</strong>, pedina essenziale per la tenuta della moneta comune, induce a pensare che alla fine n<strong>onostante tutto l’euro ce la farà</strong>, contrariamente alla previsione di numerosi esperti. Sarebbe l’ennesima riconferma in economia della <strong>metafora del calabrone</strong>, l’insetto che secondo le leggi naturali non dovrebbe essere in grado di alzarsi in aria, eppure vola.</p>
<p>E’ interessante osservare che molti tra i maggiori economisti avevano profetizzato il declino della moneta unica: è questa per esempio la tesi di <strong>Paolo Savona</strong>, uno dei più autorevoli conoscitori della realtà italiana ed europea nel suo ultimo libro “<a title="La scheda del libro di Savona" href="http://www.rubbettinoeditore.it/news/332-eresie-esorcismi-e-scelte-giuste-per-uscire-dalla-crisi.html">Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia</a>&#8221; . Savona sostiene l’opportunità che l’Italia si liberi dal “cappio dell’euro”. E non è un mistero che anche all’interno della Banca d’Italia numerosi dirigenti fino a pochi giorni fa davano l’euro per spacciato. <strong>Forse esiste una specie di miopia degli esperti</strong>, attenti a valutare tutte le implicazioni delle leggi economiche, ma <strong>che finiscono col perdere di vista la dimensione politica della partita</strong> che si sta giocando e che ha fatto sì che comunque alla fine i capi di stato e di governo abbiano dovuto in qualche modo trovare una via d’uscita dalla crisi.</p>
<p>Proprio perché fotografa questa dimensione politica della crisi mi sembra interessante in questo momento rileggere il testo dell’<a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> che <strong>Giuliano Amato</strong> mi ha rilasciato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it" target="_blank">East</a>, pubblicata sul numero 39 del dicembre 2011, (l’ultimo a firma di<strong> Vittorio Borelli</strong>, che ha saputo ideare questa rivista e consolidarla nel corso degli anni, ed al quale auguriamo nuovi brillanti impegni editoriali). Amato è un grande esperto di Europa, anche perché ha avuto un ruolo essenziale nei lavori preparatori del Trattato di Lisbona, che dal 2009 regola la governance europea.</p>
<p><strong>Incontrai Amato a Roma</strong>, nel suo bell’ufficio di Presidente della Treccani, <strong>il 31 ottobre</strong>. La crisi dell’euro era nel pieno della sua virulenza. Inevitabile la prima domanda: “<strong>Presidente, come andrà a finire?</strong>”. Mi sorprese, perché, pur riconoscendo che l’area euro avrebbe potuto sfasciarsi nel giro di poche settimane, portò il discorso più in là, su quelle che sarebbero state <strong>le conseguenze dell’auspicabile superamento della crisi</strong>. In altre parole: nel guado non si può rimanere e si rischia di essere travolti dalle acque impetuose delle tempeste finanziarie, ma se si riesce ad andare oltre <strong>avremo un’Europa diversa, con regole più stringenti, meglio attrezzata per affrontare il nuovo secolo</strong>. A quel punto, e questa è la parte più stimolante del ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, l<strong>’integrazione più stretta dei Paesi dell’area euro</strong> si estenderà agli altri Paesi dell’Unione europea disposti ad aderirvi e <strong>finirà per tagliar fuori chi invece non accetta le regole comuni</strong>. I paesi riottosi saranno posti “di fronte all’alternativa: o fai come gli altri o quella è la porta”, anche grazie al fatto che nel trattato di Lisbona esiste “una clausola di secessione che prima non esisteva”.</p>
<p><strong>Insomma, di fronte al rilancio della moneta comune dovrà essere la Gran Bretagna con gli altri Paesi euroscettici a decidere se adeguarsi oppure affrontare da sola “la tempesta perfetta” dei prossimi vent’anni.</strong></p>
<p>Il testo dell’intervista di Amato è disponibile anche in <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-IngleWeb.pdf">inglese</a>.</p>
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		<title>La Caritas: l’emigrazione non dipende dalla povertà</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 11:10:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->Ce ne accorgiamo adesso, in piena crisi, ma sapevamo da tempo che il “tappo” sarebbe saltato. Alla lunga i tappi saltano sempre, quando c’è troppa pressione. Le previsioni dell’Onu ci dicono che in Europa, se il saldo migratorio continuerà ad essere pari all’attuale flusso ufficiale, la popolazione residente da adesso al 2050 rimarrà stabile: i migranti infatti riequilibreranno il calo naturale. Ma andrà davvero così oppure dovremo fronteggiare una grande impennata degli arrivi? I demografi si interrogano sulla attendibilità delle previsioni dell’Onu, perché nello stesso arco di tempo la popolazione africana aumenterà di un miliardo di persone. Il problema dunque non è il “tappo”, ma la “bottiglia”: per le nuove generazioni africane l’Europa rappresenta un tale cambiamento in meglio in termini di reddito e di aiuti alla famiglia d’origine che tanto vale tentare la lotteria dell’immigrazione clandestina. Come possiamo fronteggiare questa situazione? L&#8217;ultimo rapporto statistico della Caritas fornisce elementi che fanno riflettere, partendo da quella che i demografi chiamano &#8220;migration hump&#8221;, la gobba delle migrazioni.<span id="more-587"></span></p>
<p>E’ chiaro che l’immigrazione deve avere dei limiti. La popolazione italiana ha superato quota sessanta milioni, dopo la grande immigrazione soprattutto rumena avvenuta a seguito dell’apertura dell’Unione ai paesi dell’Est. Abbiamo bisogno dell’apporto degli immigrati, ma le nostre aree metropolitane sono ormai tra le più affollate d’Europa. Per mantenere stabile la popolazione italiana possiamo ricevere ed offrire sistemazioni regolari e decenti a 150/250 mila insediamenti stabili all’anno. Tanti per noi (il decreto flussi ne prevede solo 80mila per il 2011), se davvero vogliamo accogliere bene questi nuovi italiani, pochissimi di fronte alla pressione demografica che proviene dal Sud del mondo.</p>
<p>E allora? “Aiutarli a casa loro” è la risposta ovvia e obbligata. Ha proprio questo titolo un capitolo dell’ultimo <a href="http://www.dossierimmigrazione.it/schede/pres2010.htm">dossier statistico immigrazione</a> della Caritas, che rivela la cosiddetta“gobba migratoria”. Di che si tratta? Se si costruisce un diagramma che incrocia il prodotto interno lordo (Pil) dei paesi in via di sviluppo e la quantità di migranti, appare una sorta di campana: si scopre che si muovono soprattutto gli abitanti dei paesi a reddito intermedio mentre di norma non sono i più poveri che emigrano (non hanno né i mezzi né gli stimoli culturali) e naturalmente neppure quelli che non hanno bisogno di tentare la fortuna perché già vedono migliorare la loro situazione nel paese d’origine. Scrive la Caritas: “Dall’analisi risulta chiaro come non sia possibile delineare un semplice e diretto rapporto di casualità tra povertà ed emigrazione e come, di conseguenza, le azioni di cooperazione allo sviluppo non siano automaticamente adatte a limitare i flussi migratori” Per ragioni umanitarie dobbiamo mantenere mirata la cooperazione pubblica allo sviluppo sui Paesi più poveri del Pianeta, spiega la Caritas, anche se questo potrà far aumentare e non diminuire il numero dei giovani di quei paesi che con più cultura  e qualche soldo in più vorranno emigrare.</p>
<p>Qual è la conseguenza di questa analisi statistica sul flusso dalla sponda Sud del Mediterraneo? Che l’emigrazione dal Nord Africa non nasce dalla  povertà estrema, ma proprio dalla vivacità culturale, dalla voglia di cambiare, dal coraggio dei giovani di quei Paesi. Come possiamo aiutare questi giovani a casa loro? Azzardo una risposta: non aprendo le porte a una immigrazione indiscriminata, ma abbattendo le barriere alle loro esportazioni, favorendo flussi di investimenti e scambi culturali: una politica analoga a quella avviata con successo negli anni scorsi verso l’Europa ex comunista e che invece l’Europa stenta ad avviare verso il mondo arabo.</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --></p>
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		<title>La felicità in tempi di crisi: ricetta danese e riflessione coreana</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 07:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Danimarca è davvero il Paese più felice del mondo? Così dicono quasi tutte le indagini degli ultimi anni sul benessere individuale, anche se condotte con metodologie diverse. Ma che cosa è la felicità? Come si misura? Le misurazioni sono comparabili tra Paesi dove magari i concetti stessi di felicità e benessere assumono valori differenti nelle lingue e nelle culture locali?</strong></p>
<p><strong>Confinato per anni nel dibattito tra esperti, il tema della misura del cosiddetto “benessere percepito” è diventato centrale per statistici ed economisti e lo sarà sempre più per i leader politici del 21° secolo. La crisi economica ne ha già oggi accentuato l’importanza. Si coglie meglio il fatto che ci sono altri valori oltre la crescita dei beni e servizi prodotti: la distribuzione della ricchezza, la solidarietà, la serenità sul futuro proprio, dei propri cari e dell’ambiente che ci circonda. La crisi, insomma, può essere il momento giusto per chiedersi che cosa conta veramente, come lo si misura, come si controllano i risultati dell’azione pubblica verso gli obiettivi comuni.</strong></p>
<p><strong>Di felicità e benessere si è discusso per cinque giorni, dal 19 al 23 luglio, nel corso della nona <a href="http://www.isqols.org/">Isqols</a> conference, il congresso di tutti i ricercatori che si occupano di “quality of life”. Il tema, come abbiamo detto, sarà anche al centro del <a href="http://www.oecdworldforum2009.org/">World Forum</a> promosso dall’Ocse su “Statistics, knowledge and policy” che si svolgerà a Busan, in Corea, dal 27 al 30 ottobre. La riunione, terza della  serie  dopo i Forum di Palermo nel 1974 e Istanbul nel 1977 (si veda il mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2009/09/008-017-Istanbul.pdf">articolo</a> su <a href="http://www.eastonline.it/"><em>East</em></a> n.  17), radunerà 1500 partecipanti di 130 Paesi e certamente offrirà nuovi spunti di riflessione sulla misura del progresso delle collettività umane. L’attenzione internazionale a questi temi è stata fortemente stimolata da Enrico Giovannini, il “chief statistician” dell’Ocse diventato ora presidente dell’Istat.<span id="more-164"></span></strong></p>
<p>Si deve attribuire soprattutto a Giovannini il merito di aver promosso e organizzato dall&#8217;Ocse le grandi assise mondiali su “statistics, knowledge and policy”. Il neopresidente dell&#8217; Istat fa anche parte della commissione creata dal presidente francese Nicolas Sarkozy per studiare un nuovo indice della crescita alternativo al Pil, la misura del prodotto interno lordo, cioè della ricchezza prodotta da  un Paese in un anno, che non è più sufficiente per misurare l’effettivo progresso.</p>
<p><strong>La misura del Pil è indispensabile ma&#8230;</strong></p>
<p>Dai tempi di Adam Smith, il nonno dell’economia moderna, si è sempre supposto che il funzionamento del sistema fosse determinato dal comportamento del cittadino che agisce come Homo oeconomicus, impegnato a massimizzare il proprio vantaggio individuale attraverso comportamenti razionali.</p>
<p>Le teorie più recenti hanno messo in discussione questo assunto. Il comportamento umano è influenzato dalle aspettative, che non sempre sono razionali; gli obiettivi non corrispondono sempre alla massimizzazione della ricchezza individuale.</p>
<p>Il primo a gettare il sasso nello stagno è stato l’economista Richard A. Easterlin della University of Southern California, il quale in un articolo del 1974 ha sostenuto che, una volta soddisfatti i bisogni primari, la felicità non cresce col crescere del reddito. Quali sono, allora, le determinanti del benessere individuale? Su questa domanda è nata “l’economia della felicità”, che si è arricchita di contributi interessanti. Molti seguaci di Easterlin, per esempio sostengono che la felicità dipende soprattutto dal miglioramento di status rispetto al resto della propria comunità (il ben noto “keeping up with the Joneses”, per dirla all’americana) oltre che da fattori relativi alla salute e alla vita sociale.</p>
<p>Il cosiddetto “Paradosso di Easterlin” è stato contestato da altri studiosi con ulteriori dati, ma è interessante registrare che il tema è apertissimo, anche per  le sue evidenti implicazioni politiche. Tuttavia sostituire il Pil è tutt’altro che facile. I tentativi di produrre altri indici complessi, come l’Human Development Index o l’Happy Planet Index si sono rivelati poco  influenti, almeno finora. Come ha <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/08/esplosione_dati_Ora_Istat_riorganizzata_co_8_090808016.shtml">scritto</a> Dario Di  Vico intervistando Giovannini, “la monarchia del Pil sarà superata con un affiancamento democratico di altri indicatori, non con la detronizzazione.</p>
<p>Torniamo alla Danimarca. Perché è tanto felice? “I danesi attribuiscono con orgoglio il loro status di Paese più felice del mondo a un insieme fatto da una economia libera e ben gestita, alti standard di educazione, reti di protezione sociale e l’accoglienza aperta a chi viene da fuori”, ha <a href="http://images.businessweek.com/ss/08/08/0819_happiest_countries/11.htm">scritto</a> <em>Business Week</em> in una inchiesta che accompagna la presentazione di una recente  indagine. Ma c’è anche qualcosa di più: la “hygge” (si pronuncia huga), “un sentimento conviviale e rilassato basato su forti legami familiari”.</p>
<p>Ha <a href=" http://www.businessweek.com/globalbiz/content/aug2008/gb20080820_005351.htm?chan=top+news_top+news+index_global+business">aggiunto</a> un lettore sul sito di <em>Business Week</em>: &#8220;la felicità  danese non dipende solo dalla hygge, ma anche dalla fiducia: nelle autorità, nel sistema giudiziario, nella polizia, negli insegnanti, nei dottori, nei vicini, perfino nei politici&#8230;”.</p>
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		<title>I migranti, la Libia, l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “Come un uomo sulla terra”. E’ stato realizzato su iniziativa di Asinitas, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “<a href="http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/">Come un uomo sulla terra</a>”. E’ stato realizzato su iniziativa di <a href="http://www.asinitas.org/home.html">Asinitas</a>, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei migranti, affidando agli stessi immigrati il compito di raccontare con la macchina da presa il viaggio fino al Mediterraneo. Il risultato, altamente drammatico, viene ora proiettato in molte sedi culturali ed è stato anche mostrato a Piazza Farnese in occasione della visita del dittatore libico.<br />
Gli intervistati sono quasi tutti uomini e donne che provengono dall’Etiopia. Il racconto di quello che hanno subito in Libia è sconvolgente. Al termine di un viaggio difficile e pericoloso attraverso il deserto, dopo essere stati più volte derubati, vengono arrestati dalla polizia libica quando arrivano alla costa e rimandati indietro in oasi dove rimangono a  marcire per mesi in prigione. Le donne spesso stuprate, Poi la polizia stessa li libera e li vende a trafficanti di uomini che consentono loro di rimettersi in contatto con la famiglia d’origine, per farsi mandare altri soldi. A questo punto credono di poter andare liberi, ma quasi sempre sono nuovamente arrestati dalla polizia e la trafila ricomincia. C’è chi ha vissuto questo calvario sei o sette volte.<br />
L’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU">altro film</a> su cui meditare è uno spezzone cinematografico che si trova su You Tube. Con le aride cifre della demografia, mostra la rapida crescita della popolazione musulmana in Europa e in America. Riporta anche una frase dello stesso Gheddafi, sul fatto che ormai è inutile combattere l’Europa con la spada o il terrorismo, perché per vincere la battaglia per l’islamizzazione basterà aspettare gli effetti della diversa prolificità delle famiglie immigrate rispetto a quelle già residenti.<br />
Il filmino antislamico è realizzato da un’associazione fondamentalista cristiana degli Stati Uniti e il suo invito a rispondere all’ondata musulmana con un’intensa opera di evangelizzazione suona un po’ patetico. O anche pericoloso, se ci porta a  immaginare Occidente dilaniato dallo scontro di religioni. Anche le cifre sono forse gonfiate.<br />
Tuttavia la testimonianza della sofferenza  del primo commovente film, unita all’arido e contrapposto linguaggio delle cifre, devono stimolarci a elaborare una politica che non sia soltanto fatta di frasi a effetto o di misure contingenti e inutili. Una politica che mostri pietà, ma tenga conto delle dinamiche di lungo termine. Cerchiamo di fissare alcuni punti.</strong> <span id="more-123"></span><br />
Innanzitutto, la necessità di distinguere tra chi ha e chi non ha diritto alla richiesta d’asilo, invocata in questi giorni come giustificazione per fermare i respingimenti in mare, è solo una foglia di fico anche se è è giuridicamente fondata. Nelle aree dall’Africa al Pakistan è sempre più difficile distinguere chi emigra per sfuggire a guerre o persecuzioni e chi invece lo fa solo per cercare un migliore avvenire per se e per la propria famiglia. Anche se la Marina italiana riuscisse (operazione impossibile) a organizzare questa selezione sulle proprie navi prima di riportare gli altri migranti in Libia, il fatto stesso di condannare migliaia di esseri umani a rivivere le condizioni della detenzione nel Paese di Gheddafi dovrebbe essere considerato ripugnante e indegno di un Paese civile come l’Italia.<br />
D’altra parte è evidente che l’Europa non può accogliere tutti, perché la spinta alla migrazione, stimolata anche dai cambiamenti climatici e più semplicemente dal diffondersi di modelli culturali che fanno apparire la vita in Europa e in America di gran lunga migliore di quella nei Paesi d’origine, coinvolgerà nei prossimi anni decine di milioni di persone. Ho già <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/11/29/sessanta-milioni-ditaliani-non-sono-pochi/">scritto</a> in precedenza che l’Italia, arrivata a sessanta milioni di abitanti e quindi ai livelli di più elevato sovrappopolamento europeo, almeno nelle aree metropolitane, dovrebbe tendere a una politica di mantenimento dell’equilibrio demografico: una politica che darebbe comunque spazio a una immigrazione selettiva (cento – duecentomila immigrati all’anno, considerando la scarsa natalità e i ritorni in patria) in quantità che dovrebbero anche consentire un’accoglienza dignitosa.<br />
E’ evidente però che un grande lavoro va fatto nei Paesi d’origine. Non bloccando la gente in mare, ma facendo di tutto perché i migranti non intraprendano la via del deserto, attraverso Paesi come il Niger e la Libia dove la loro trasformazione in schiavi è pressoché sicura. Iniziative di sviluppo, ma anche d’informazione sono indispensabili per mettere in luce tutti i rischi dell’immigrazione clandestina.<br />
Infine, non c’è dubbio che se anche riusciremo a governare con fermezza e umanità i flussi migratori, l’Europa sarà sempre più una società multiculturale. E allora, anziché negare questa realtà, dovremo interrogarci sul significato profondo della multiculturalità che non significa soltanto apprezzare il kebab o disprezzare il velo delle donne. Ci sono valori importanti di giustizia, diritto, dignità femminile, su cui l’Europa non può transigere. Ed è molto pericoloso dare per scontato che la multiculturalità significhi la creazione di ghetti separati (come abbiamo accettato che avvenisse con i cinesi), senza neppure tentare un’integrazione. Credo però che queste convinzioni siano comuni a molti immigrati che non vivono la loro cultura d’origine come un fondamentalismo. Ecco, forse il grande impegno  nel campo dell’immigrazione in Europa dovrebbe essere proprio questo; non l’evangelizzazione come vorrebbero i fondamentalisti cristiani, ma una grande battaglia laica, per la ricerca di valori comuni su cui costruire un futuro condiviso. Va in questo senso anche l’appello di Obama all’Università del Cairo, segnale di speranza per tutti.</p>
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		<title>Riflessione sul libro di Martini: quando arriva l&#8217;ora di sognare</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 09:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230; Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8220;, Carlo Maria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nelle sue &#8220;Conversazioni notturne a Gerusalemme&#8221;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;. Sono parole importanti anche per un laico come me&#8230;</strong><span id="more-103"></span></p>
<p>Nelle sue &#8220;<a href="http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scheda-libro?isbn=978880458391&amp;autoreUUID=bcb210e1-9ea9-11dc-9517-454a8637094f">Conversazioni notturne a Gerusalemme</a>&#8220;, Carlo Maria Martini riprende le parole del profeta Gioele citate anche dall&#8217;apostolo Pietro: &#8220;I vostri figli  e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni&#8221;.<br />
L&#8217;ex arcivescovo di Milano, che vive in ritiro a Gerusalemme e sta per compiere 82 anni, le spiega così: &#8220;i figli e le figlie (&#8230;) devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe mano al suo dovere se con la sua spigliatezza e il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi&#8230;&#8221;<br />
Per la generazione di mezzo &#8220;avere delle visioni&#8221; significa che &#8220;un vescovo, un parroco, un padre, una madre, un imprenditore (&#8230;) dovrebbero avere degli obiettivi per una comunità, una famiglia, un&#8217;azienda. I responsabili devono sapere cosa fare e quali compiti accettare&#8221;.<br />
Martini aggiunge: &#8220;E&#8217; bello che il profeta assegni un compito anche agli anziani, Non ci si può aspettare che siano innanzitutto critici e profetici. Non si deve pretendere dagli anziani che portino pesi, elaborino progetti e li realizzino come la forte generazione di mezzo. Hanno meritato di affidare ad altri il comando e di dedicarsi a qualcosa di nuovo: il sognare&#8221;. A che servono i sognatori?  &#8220;A mantenerci aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi. (&#8230;) Gli anziani devono trasmettere i sogni e  non le delusioni della loro vita&#8221;.<br />
Come tanti altri spunti del bel libro nato dal dialogo di Martini con l&#8217;altro gesuita Georg Sporschill, queste parole hanno fatto riflettere anche un laico come me, che fatica a credere a un disegno costruttivo dello Spirito Santo. Significano innanzitutto che non ci si deve spaventare dello spirito dialettico dei più giovani, che può apparire distruttivo: i profeti del Vecchio Testamento, come anche Cristo, erano antagonisti rispetto alla società del loro tempo.<br />
E&#8217; anche giusto che sia la generazione di mezzo a governare: non un&#8217;oligarchia, come succede  in Italia. A patto però che i nuovi leader sappiano guardare al di là del loro naso e abbiano una &#8220;visione&#8221; di dove vogliono condurre la società.<br />
E gli anziani? Questa parte della profezia mi interessa particolarmente. Ho compiuto da poco sessantasei anni e otto mesi. Se anche vivessi cent&#8217;anni (come spero, alla faccia delle statistiche demografiche che mi attribuiscono una &#8220;speranza di vita&#8221; nettamente minore), sono comunque entrato nella &#8220;terza fase&#8221; indicata dal profeta. Valgono anche considerazioni  non anagrafiche: ho appena completato, dopo sei mesi di lavoro, la prima stesura di un libro che mi &#8220;portavo dentro&#8221; da trent&#8217;anni e  che certamente rappresenta il compimento di tante vicende di impegno diretto e di assunzione di responsabilità.<br />
Sognare per me significa far tesoro delle esperienze accumulate non per contestare, non per gestire, ma per immaginare un futuro possibile per tutti. Saper comporre, nel sogno di un mondo diverso, problemi apparentemente insolubili come la sovrappopolazione della Terra, la spoliazione dell&#8217;ambiente, i crescenti contrasti tra ricchi e poveri certamente peggiorati dalla crisi senza precedenti che ha colpito il mondo. O altri dilemmi angoscianti, contrasti di interessi apparentemente senza soluzione che possono riguardare l&#8217;Europa, l&#8217;Italia, la propria comunità, la propria famiglia.<br />
Questi sogni devono essere stimolati con un cibo adeguato per la mente e il cuore: è necessario avere il tempo e la capacità di ascoltare le persone, di cogliere i segni del cambiamento tra i tanti messaggi che ci bombardano, di immaginare e valorizzare quello che è importante per costruire il domani. In fondo l&#8217;uso dei sogni nella psicanalisi per andare alla radice delle proprie motivazioni non è molto diverso da questo processo.<br />
Per sognare e comunicare i sogni che interessano la comunità bisogna andare oltre la dialettica tra gestione e antagonismo, tra tesi e antitesi, per indicare al meglio le possibili sintesi, senza &#8220;portare i pesi&#8221; delle appartenenze e delle ideologie. E&#8217; paradossale, ma se la mia interpretazione è esatta (e mi piace pensare che lo sia, per trarne una norma di comportamento valida almeno per me) spetta agli anziani mostrare alle generazioni successive il migliore dei mondi che l&#8217;umanità potrà realizzare, lasciando ad altri il compito di costruirlo: quel mondo che essi probabilmente non vedranno, ma che grazie ai loro sogni trasformati da altri in &#8220;visione&#8221; potrà almeno in parte avverarsi.</p>
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		<title>Gelata economica e riscaldamento globale</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Dec 2008 17:15:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra. La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché il nuovo Rapporto del Censis non parla dell’ambiente né tra le preoccupazioni né tra le strategie economiche degli italiani? Molti credono che le problematiche ambientali siano solo una moda, ora cancellata dalla crisi. Ma non è così e quanto sta accadendo nel mondo lo dimostra.</strong> <span id="more-96"></span><br />
La crisi ha cancellato l&#8217;ambiente dai pensieri degli italiani? Così sembra, leggendo il Rapporto 2008 del Censis, che non dedica nemmeno una parola alle tematiche ambientali, né sotto il profilo dei cambiamenti dei modelli di consumo, né sotto quello dei soggetti (e delle tipologie di investimento) che dovrebbero rimettere in moto lo sviluppo del Paese.<br />
Ogni centro di ricerca ha una propria cultura e l&#8217;attenzione all&#8217;ambiente non fa parte della storia del Censis, peraltro benemerito per aver saputo cogliere e anticipare negli anni molte delle caratteristiche del modello italiano. Anche quest&#8217;anno mi sono sembrate apprezzabili alcune indicazioni sull&#8217;Italia che uscirà dalla crisi: con una popolazione più concentrata  nelle cosiddette &#8220;megacities&#8221; (60% della popolazione in dodici grandi aree), con un ruolo crescente delle donne e degli immigrati, ma con fragilità che derivano innanzitutto dal persistente ritardo del Mezzogiorno e dall&#8217;indebolirsi &#8220;delle capacità di protezione e di sostegno del governo statuale nazionale&#8221;. Ma la disattenzione all&#8217;ambiente non è solo una dimenticanza: è indicativa del modo di pensare della nostra classe dirigente che in buona parte considera le tematiche ambientali come una &#8220;moda&#8221; o una &#8220;bolla&#8221; destinata a ridimensionarsi di fronte a problemi più urgenti.<br />
Prendiamo per esempio l&#8217;obiettivo del &#8220;venti venti venti&#8221; lanciato un anno fa dall&#8217;Unione Europea su iniziativa di Angela Merkel. Prevede che entro il 2020 si ottengano in Europa tre risultati: un aumento dell&#8217;efficienza energetica del 20 per cento, una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20 per cento e una quota del 20 per cento dei fabbisogni di energia soddisfatti da energie rinnovabili. Si tratta di obiettivi molto ambiziosi, che ora il governo italiano (e non solo quello italiano) stanno ridiscutendo a Bruxelles. Ma si ha l&#8217;impressione che, al di là di eventuali possibili slittamenti, manchi una strategia globale, nel governo e nel sistema industriale del nostro Paese.<br />
La nuova legge finanzaria riduce gli incentivi per  l&#8217;efficienza energetica nelle abitazioni, dando un segnale di grave disattenzione verso la persistente necessità di un cambiamento dei modelli di consumo di energia. Nel campo delle energie rinnovabili operano alcune imprese italiane virtuose, ma il settore non ha certo l&#8217;importanza che ha per esempio in Germania, dove si prevede che entro il 2020 supererà quello dell&#8217;industria dell&#8217;automobile. E quanto alle emissioni di anidride carbonica, è in corso un braccio di ferro sulla quantità e il costo dei cosiddetti &#8220;certificati di inquinamento&#8221; da rilasciarsi alle industrie per evitarne la delocalizzazione in Paesi meno esigenti, ma non si capisce che ruolo vogliamo svolgere nel complesso meccanismo che con grande fatica ma anche con risultati significativi si è messo in moto a livello internazionale per contrastare le emissioni di CO2.<br />
Quasi tutti gli italiani sanno che cos&#8217;è l&#8217;effetto serra e sono convinti che il clima stia cambiando perché ne vedono gli effetti, per esempio nelle perturbazioni più violente che da qualche anno colpiscono il nostro Paese. Però se li si interrogasse su quello che si sta facendo nel mondo, è probabile che l&#8217;opinione prevalente (a parte l&#8217;altissima percentuale di &#8220;non so&#8221;) sia che il protocollo di Kyoto è fallito e che comunque non si potrà fare niente perché i peggiori inquinatori, dagli Stati Uniti ai grandi Paesi emergenti, non hanno alcuna intenzione di cambiare politica.<br />
Non è così. A parte il fatto che le politiche ambientali saranno uno dei punti di cambiamento più significativo (già annunciato) di Obama rispetto a Bush e che anche Paesi come la Cina stanno cominciando ad affrontare questi temi, la realtà è che il processo di governance internazionale scaturito dal Protocollo di Kyoto, largamente insufficiente ma tutt&#8217;altro che ininfluente, si è già messo in moto. Sul sito della Unfccc, la struttura dell&#8217;Onu che sovraintende alle problematiche del cambiamento di clima, si trova per esempio l&#8217;elenco dei progetti del Clean Development Mechanism (Cdm), che postulano collaborazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. In pratica questi progetti fanno risparmiare anidride carbonica (per esempio promuovendo le energie rinnovabili nei Paesi in via di sviluppo) e consentono così di ottenere &#8220;permessi di inquinamento&#8221; nei Paesi industrializzati dove la riconversione è più lenta e faticosa.<br />
Un sistema macchinoso? Certamente, ma un sistema che sta acquistando consistenza, come dimostra il fatto che nel giro di quattro anni si sono varati circa 1500 progetti. Il meccanismo è stato ampiamente utilizzato da alcuni Paesi (la Cina innanzitutto) per farsi finanziare nuove iniziative ambientali. Tra i Paesi industrializzati, alcuni (per esempio Gran Bretagna, Irlanda, Olanda, Canada, Svizzera) hanno impegnato fortemente risorse e sistema produttivo  nell&#8217;avvio di questi progetti. L&#8217;Italia è presente in una trentina di realizzazioni: non molte, ma con un interesse crescente. La conferenza in corso a Poznan e quella importantissima che si terrà a Copenaghen tra un anno porteranno con ogni probabilità a delineare un futuro, oltre il 2012 quando scadrà il trattato di Kyoto, nel quale questi meccanismi si rafforzeranno.<br />
In conclusione, è possibile che, come sembra credere il Censis, la crisi renda gli italiani insensibili alle problematiche ambientali. Ma il mondo sembra muoversi in un&#8217;altra direzione (anche perché le conferme sul cambiamento di clima sono sempre più evidenti) ed è probabile che anche noi dovremo adeguarci. Ci possiamo arrivare in due modi:  trascinati controvoglia dalle politiche europee, oppure capaci di cavalcare i nuovi modelli di consumo e produzione nel rispetto dell&#8217;ambiente. Se saremo in grado di essere &#8220;global player&#8221; (per usare il linguaggio del Censis) anche in questo campo, potremmo scoprire che gli investimenti ambientali non sono un diversivo, ma piuttosto un elemento fondamentale di risposta alla crisi economica.</p>
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		<title>L&#8217;Europa ha deciso: donne in pensione più tardi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 21:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi nessuno si è accorto che la Corte di Giustizia europea ha deciso a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;Italia non potrà ignorare questa sentenza, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un percorso graduale per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi nessuno si è accorto che la <strong>Corte di Giustizia europea ha deciso </strong>a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;<strong>Italia non potrà ignorare questa sentenza</strong>, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un <strong>percorso graduale</strong> per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia al fine di aumentare l&#8217;occupazione femminile.<span id="more-93"></span><br />
E adesso? Il 13 novembre la Corte di giustizia europea ha depositato la <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&amp;file=/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/sentenza-corte-ue.pdf">sentenza</a> che ha sancito la violazione del Trattato europeo in materia di parità di trattamento tra uomini e donne perché il regime pensionistico dei dipendenti pubblici stabilisce un&#8217;età diversa per andare in pensione per uomini (65 anni)  e donne (60).<br />
Mi sembra che soltanto il <em>Sole 24 Or</em>e abbia dato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/corte-ue-donne-pensione.shtml?uuid=9daeb22c-b1c6-11dd-8178-818175f7083c&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> di questa sentenza, anche se le conseguenze saranno dirompenti sull&#8217;intero sistema pensionistico. La sentenza riguarda soltanto i trattamenti Inpdap, ma è previsione generale che nuove procedure d&#8217;infrazione potrebbero essere avviate anche per gli altri regimi pensionistici, arrivando ad investire tutte le lavoratrici. Con Emma Bonino, quando Emma era ministro delle politiche europee, ho lavorato nel 2007 alla redazione del <a href="http://www.politichecomunitarie.it/attivita/16205/stato-di-attuazione-anno-2007">rapporto</a> &#8220;Donne, Innovazione Crescita&#8221;, Nota aggiuntiva al rapporto sull&#8217;attuazione delle politiche di Lisbona. Il rapporto individuava nell&#8217;occupazione femminile uno dei più gravi ritardi italiani rispetto agli obiettivi di sviluppo europei e sottolineava l&#8217;importanza del prevedibile  esito sfavorevole all&#8217;Italia della sentenza europea sull&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionistica.<br />
La Nota, trattandosi di un documento governativo che conciliava le posizioni di diversi ministeri, era piuttosto prudente su questo punto, Bonino fu anche più esplicita, facendo (in un articolo su Repubblica che fece molto discutere)  il caso fantasioso ma realistico della &#8220;signora Pina&#8221;, svantaggiata dal pensionamento anticipato perché costretta a casa a fare la badante, a rischio di povertà per gli importi di pensione più ridotti che avrebbe percepito. Per la Bonino, in somma, il pensionamento anticipato non è un privilegio, ma uno svantaggio per le donne. La proposta scaturita da quel dibattito era semplice ed efficace: definire un percorso graduale di equiparazione dell&#8217;età pensionabile e destinare i risparmi previdenziali a un miglioramento delle &#8220;pratiche di conciliazione&#8221; cioè agli investimenti (asili nido, supporti agli anziani e altro) per aiutare le donne ad essere protagoniste nel mondo del lavoro.<br />
La &#8220;Nota aggiuntiva&#8221;, presentata da Romano prodi nell&#8217;ottobre 2007, fu solo l&#8217;abbozzo di una politica, messa nel cassetto dal cambio di maggioranza del 2008.</p>
<p>Non ho notizia di che cosa intende fare il nuovo governo per affrontare questo problema urgente. Ma una cosa è certa: l&#8217;Italia non potrà ignorare la presa di posizione europea, perché rischia di pagare penalità calcolate in base ad ogni giorno di ritardo nell&#8217;esecuzione della pronuncia.<br />
E&#8217; importante aggiungere che l&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile non sarebbe affatto una misura impopolare. Un <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=sondaggio&amp;chId=30&amp;sezId=8719&amp;id_sondaggio=5369&amp;azione=risultati">sondaggio</a> del Sole 24 Ore dimostra infatti che tre quarti degli interpellati sono a favore dell&#8217;equiparazione per tutti i contratti pubblici e privati e dell&#8217;utilizzo dei risparmi a favore delle politiche familiari, come appunto aveva proposto la Bonino.</p>
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		<title>Turchia: vicina al nostro cuore, ma molto diversa da noi</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Aug 2008 13:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo quasi due mesi di navigazione su Phileas, la mia barca a vela, tra Turchia e Dodecaneso, torno al lavoro in Italia. Sul viaggio conto di scrivere qualcosa presto, ma su questo blog vorrei intanto annotare una riflessione: insomma, vogliamo o no i turchi in Europa? Non ho la presunzione di dare risposte ultimative, solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo quasi due mesi di navigazione su Phileas, la mia barca a vela, tra Turchia e Dodecaneso, torno al lavoro in Italia. Sul viaggio conto di scrivere qualcosa presto, ma su questo blog vorrei intanto annotare una riflessione: insomma, vogliamo o no i turchi in Europa? Non ho la presunzione di dare risposte ultimative, solo riflessioni nate da queste settimane di frequentazione di questo Paese, con la frequenza di contatti a cui costringe la gestione di una barca con l&#8217;organizzazione di diversi equipaggi, che diventa impegnativa come svolgere un lavoro. <span id="more-81"></span><br />
<strong>Prima riflessione.</strong> LaTurchia ha indubbiamente due anime. A Bodrum, che è un po&#8217; la Rimini del Paese, le discoteche smettono alle tre di notte, ma il muezzin comincia a salmodiare alle cinque del mattino. Non è il posto ideale per chi ama il silenzio. Le cubiste della discoteca Alicarnas si dimenano in vestiti succinti sui camion  pubblicitari che attraversano continuamente la città, ma il volume della musica, come nei bar, si smorza quando arriva il richiamo dai minareti. Si vedono famiglie con donne velate e altre sbracciate che passeggiano insieme come se niente fosse.<br />
Penso però che questo è un problema turco e non nostro, nel senso che non è questa la discriminante rispetto all&#8217;Europa. Credo che l&#8217;anima laica del Paese, erede del padre della patria Kemal Ataturk, può benissimo prevalere su quella confessionale, soprattutto se i laici non saranno lasciati soli nelle loro battaglie. E che milioni di donne turche sono decise a far valere i loro diritti contro le tendenze oppressive dell&#8217;islamismo.<br />
<strong>Seconda riflessione</strong>. Quello che rende la Turchia molto lontana da noi non è la religione, ma l&#8217;eredità della burocrazia ottomana, perché Ankara  presidia una struttura fortemente centralista. Qualche esempio: se entrate con un cellulare e volete una Sim turca, farete una complessa trafila di denuncia del telefonino, con passaporto ecc. per poi scoprire che dopo pochi giorni la Sim è stata bloccata e dovete ricominciare da capo. Se fate la spola con le isole greche (Kos è a sole cinque miglia da Bodrum!) ogni volta dovete ricomprare un dossier doganale come se la vostra barca entrasse in Turchia per la prima volta e passare mezza giornata a far pratiche. Se arrivate in macchina e vi allontanate anche solo per pochi giorni, dovete far sigillare la vostra macchina dalla dogana. Per non parlare di cose più gravi, che attengono ai diritti umani: per esempio, You tube in Turchia è censurato. Questo costume di controllo capillare e minuzioso  che difficilmente cambierà  a breve termine.<br />
<strong>Terza  riflessione</strong>. Ancor più dei greci, i turchi sono cordiali, accoglienti, curiosi dello straniero. Quando ho avuto un problema di barca (si era bloccato il motore) in una piccola baia si sono fatti in quattro non solo per mettermi in sicurezza, ma anche per far venire un meccanico dal paese vicino, mentre un ingegnere di Istanbul in vacanza si è offerto come traduttore per tutto il tempo. Ed è solo un episodio, ma potrei raccontarne altri.<br />
<strong>Quarta e ultima riflessione.</strong> Certamente è bene non lasciare la Turchia al suo destino, ma forse dobbiamo innanzitutto capire che cosa sarà l&#8217;Europa, quali saranno i suoi meccanismi decisionali, a  che cosa insomma proponiamo di aderire o di non aderire.<br />
Insomma, teniamo la Turchia  vicino al nostro cuore, perché i turchi se lo meritano. Ma sulle modalità di crescita di questa relazione ci sono tante cose ancora da capire.</p>
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		<title>I prossimi 40 anni: convivere in 10 miliardi</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Jun 2008 16:26:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riprendo a scrivere dopo un mese di vacanza, trascorso prima in barca (da Preveza, che si affaccia sullo Jonio greco, a Leros, nell&#8217;Egeo), poi in un lungo viaggio in auto (sempre da Preveza attraverso i Balcani fino a Roma). Gli stacchi sono importanti, aiutano a  riflettere. Moltiplicano i temi  sui quali mi piacerebbe &#8220;saperne di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo a scrivere dopo un mese di vacanza, trascorso prima in barca (da Preveza, che si affaccia sullo Jonio greco, a Leros, nell&#8217;Egeo), poi in un lungo viaggio in auto (sempre da Preveza attraverso i Balcani fino a Roma). Gli stacchi sono importanti, aiutano a  riflettere. Moltiplicano i temi  sui quali mi piacerebbe &#8220;saperne di più&#8221;, come ho scritto nel mio sito.<br />
Sono all&#8217;opera forze ineluttabili, che non solo non cerchiamo di contrastare, ma neppure di prevedere nei loro risultati per adattarci nel miglior modo possibile. <span id="more-80"></span>La prima di queste forze è la pressione demografica, che come giustamente dice Guido Ceronetti sul Sole 24 Ore di oggi (e come lui anche Giovanni Sartori e altri), è ignorata in molte analisi per fanatismo religioso o per il desiderio di non sollevare troppe polemiche nelle sedi internazionali.<br />
Siamo oggi circa 6,7 miliardi. Di questi, circa un miliardo ha stili di vita paragonabili ai nostri, mentre altri due miliardi circa contano di arrivarci nei prossimi dieci anni. Ai tre e passa miliardi che compongono la massa dei più poveri, non sappiamo far altro che offrire aiuti (peraltro indispensabili per non morire di fame) e un modello di sviluppo che sarà già insostenibile quando ci saranno tre miliardi di americani, europei e asiatici arrivati al benessere che quindi non corrisponde alle possibilità del Pianeta.<br />
Per quanto virtuosi possano essere i comportamenti di risparmio energetico, sviluppo tecnologico verso nuove fonti, utilizzo delle biotecnologie per massimizzare le produzioni alimentari, dobbiamo fare lo sforzo di immaginare un mondo nel quale risorse devono essere divise tra dieci miliardi di persone, come avverrà nel 2050. Delle due l&#8217;una: o si riuscirà davvero a immaginare un nuovo modo di vivere decentemente sulla Terra, un modo che inevitabilmente dovrà prevedere un drastico contenimento dei consumi dei più ricchi, oppure si scateneranno gli egoismi peggiori, legittimati dal fatto che non ci saranno risorse per tutti. In quel caso gli orrori del ventesimo secolo saranno solo  un pallido ricordo, rispetto a quello che potrebbe accadere.<br />
A un certo punto, in qualche modo, il mondo troverà un suo equilibrio. Forse la gente imparerà a fare meno figli; forse religioni e ideologie correggeranno le loro visioni. Forse la popolazione si sarà già autoridotta nel peggiore dei modi attraverso guerre, carestie ed epidemie. Forse la scienza ci offrirà soluzioni brillanti che allontaneranno le paure di oggi. Forse esploderanno altri problemi, altri privilegi, magari i contrasti tra i ricchi che potranno diventare praticamente eterni reimmettendo il back up del loro cervello in un corpo clonato per tempo e i poveracci ai quali questa possibilità non sarà offerta&#8230; Forse.<br />
Nessuno riesce a immaginare che cosa ci riserva la seconda metà del secolo. Saranno problemi dei nostri nipoti. Ma quello che succederà nei prossimi quarant&#8217;anni è invece, in larga misura, già scritto nelle cose: nelle dinamiche demografiche, nelle variazioni climatiche irrefrenabili, nell&#8217;impiego delle risorse, nelle dialettiche tra le nazioni e tra i popoli. Di queste cose la politica dovrebbe parlare molto di più, anche perché soltanto rendendosi conto di quello che ci aspetta domani possiamo prendere decisioni consapevoli oggi.<br />
In questo quadro, per esempio, anche il problema del futuro dell&#8217;Europa, a repentaglio dopo il referendum irlandese, assume un altro carattere. Credo che con le istitituzioni europee che ci ritroviamo si vada ormai poco lontano. Dobbiamo tenercele, perché smantellarle sarebbe ancor più costoso economicamente e socialmente (si pensi a che cosa significherebbe rinunciare all&#8217;euro), ma non sarà da Bruxelles che verrà l&#8217;input per fare dell&#8217;Europa una protagonista positiva nel difficile mondo dei prossimi quarant&#8217;anni. Abbiamo bisogno di ricostruire partendo da popoli con valori comuni, che si riconoscono nelle loro istituzioni, ma che sono anche consapevoli della necessità di affrontare i problemi globali superando la ormai inadeguata dimensione nazionale, a costo di rinunciare a qualcosa dei poteri statuali. Bisogna parlare alla gente, farsi capire. Esattamente l&#8217;opposto di quello che sta avvenendo oggi.<br />
Un solo esempio. Nei giorni scorsi ho partecipato al Venice Forum organizzato dall&#8217;Unicredit e dalla rivista East sui problemi dell&#8217;immigrazione. Mi hanno colpito i dati sulla percezione in Europa:  per le elite, i migranti sono una risorsa, per la massa sono una minaccia. E si capisce: chi guarda all&#8217;economia sottolinea l&#8217;importanza di un afflusso di manodopera per tener bassa l&#8217;inflazione. Chi guarda al proprio bilancio descrive lo stesso fenomeno come una concorrenza sgradita che comprime il proprio salario. Sono vere entrambe le realtà. Ma se la politica non è più capace di farsi capire dagli elettori, questi risponderanno con una serie di no sempre più fragorosi, sempre più distruttivi.</p>
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		<title>Attenti alle idee: fanno perdere voti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Apr 2008 20:13:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nord e Sud]]></category>
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		<description><![CDATA[In questa campagna elettorale i candidati alla guida del governo presentano tanti programmi, ma poche idee. I programmi sono promesse di leggi e leggine per modificare la situazione di questa o quella categoria: i contribuenti, i pensionati, i precari, le famiglie meno abbienti. Le idee sono (dovrebbero essere?) il contenitore generale dei programmi, la visione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questa campagna elettorale i candidati alla guida del governo presentano tanti programmi, ma poche idee. I programmi sono promesse di leggi e leggine per modificare la situazione di questa o quella categoria: i contribuenti, i pensionati, i precari, le famiglie meno abbienti. Le idee sono (dovrebbero essere?) il contenitore generale dei programmi, la visione complessiva dell&#8217;evoluzione del Paese nella quale si collocano le iniziative specifiche che ogni schieramento vorrebbe realizzare nel prossimo quinquennio.<br />
Con le promesse e i programmi si spera di guadagnare qualche voto, con le idee si rischia di perderne, perché le coalizioni elettorali sono in realtà piuttosto disomogenee: guai se davvero dovessero cominciare a discutere sui valori. E così non si discute di bioetica (Ferrara a parte, ma la sua atipicità è proprio l&#8217;eccezione che conferma la regola), assai poco di salvaguardia ambientale, ma anche, per esempio, dei modelli di equilibrio demografico: quanti immigrati vogliamo? Con quale politica di accoglienza? Mistero.<br />
Ci sono però due aspetti che personalmente trovo molto interessanti e dei quali si discute, a margine della campagna elettorale, soprattutto grazie a due libri.  LEGGI<span id="more-76"></span><br />
<a href="http://www.giuliotremonti.it/pubblicazioni/visualizza.asp?id=76"> &#8220;La paura e la speranza&#8221;</a> di Giulio Tremonti affronta il tema dell&#8217;Europa e della globalizzazione. Riccardo Illy con il suo pamphlet &#8220;<a href="http://www.babylonbus.org/modules.php?op=modload&amp;name=News&amp;file=article&amp;sid=381503">Così perdiamo il Nord</a>&#8220;ha denunciato l&#8217;incapacità della classe politica di rispondere alle esigenze delle regioni settentrionali. Gli fanno eco, specularmente, le preoccupazioni di quanti, a cominciare dagli economisti della <a href="http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000313.html">voce.info</a>, denunciano la scarsa attenzione ai problemi del Mezzogiorno nel dibattito elettorale.<br />
Europa e territorio: i due temi sono a mio giudizio strettamente legati e forse dal dibattito in corso si possono trarre alcune indicazioni valide al di là della scadenza elettorale.<br />
Il primo punto, al centro della &#8220;paura&#8221; denunciata da Tremonti, riguarda la globalizzazione: la velocità con la quale dalla nascita del Wto in poi si è consentito alla Cina di accedere ai mercati mondiali, senza regole in nome del &#8220;mercatismo selvaggio&#8221;. Non so se si poteva fare diversamente, come sostiene Tremonti; quello che è certo, come lui stesso ammette, è che a questo punto non si può tornare indietro. Il miliardo di persone che in nome della globalizzazione oggi in Asia vive meglio non è certo disposto a sacrificarsi per i privilegi di quell&#8217;altro miliardo (noi) che comincia a vedere più danni che vantaggi dall&#8217;apertura dei mercati internazionali.<br />
I mercati del futuro resteranno globalizzati. Ma questo non significa che non possano essere governati meglio. Tremonti auspica &#8220;una nuova Bretton Woods&#8221;, cioè un momento nel quale tutti i Paesi, come avvenne alla fine della seconda guerra mondiale, si mettano insieme per ridefinire le regole internazionali. Credo che si tratti di una semplificazione, ma che in qualche modo questo processo sia già in corso. Non nasce da un unico consesso internazionale, come Tremonti semplicisticamente propone, ma in una pluralità di sedi, come ho raccontato nell&#8217;articolo su East citato nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/03/18/la-governance-tremonti-e-le-elezioni/">post</a>. Il punto più delicato di questo processo di costruzione della nuova governance è indubbiamente la finanza, anche perché nessuno riesce a capire le dimensioni della crisi che si è messa in moto dall&#8217;America. &#8220;Una nuova Bretton Woods&#8221; significherebbe definire anche l&#8217;assetto ottimale dei cambi tra dollaro, euro e renminbi cinese. L&#8217;obiettivo è necessario ma ancora lontano.<br />
In assenza di adeguata governance internazionale, l&#8217;Europa deve rafforzare le sue difese. Anche le attuali regole del commercio mondiale consentono politiche di difesa dalla concorrenza sleale. Sono state applicate per esempio nel campo dei compressori su iniziativa del ministro del commercio estero Emma Bonino, lodata in ciò da Tremonti. Queste forme di protezione  temporanea sono totalmente demandate all&#8217;Europa e non sono prerogative degli stati nazionali. Ma l&#8217;Europa è in grado di difenderci? Su questo punto Tremonti professa il suo europeismo con due proposte: il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo e l&#8217;inizio di una vera politica economica comunitaria, finanziata da un debito pubblico europeo. Sfugge però all&#8217;interrogativo se questa Europa sia in grado davvero di darsi regole così incisive.<br />
Io credo che l&#8217;alternativa sulla quale dovremo pronunciarci è tra una graduale maturazione dell&#8217;Europa a 27, attraverso la nuova bozza di <a href="http://europa.eu/lisbon_treaty/index_en.htm">Trattato</a> concordata a Lisbona, con tempi  lunghi ed esiti incerti (magari rifiutando questo Trattato e puntando più in alto, come sostiene il movimento <a href="http://www.newropeans.eu/index.php?lang=it">Newropeans</a>), oppure una cooperazione rafforzata nell&#8217;area dell&#8217;euro, forse più concreta, ma che creerebbe una Unione europea di serie A e una di serie B. Non mi sembra che i candidati alla guida di questo Paese esprimano idee concrete in materia.<br />
In realtà nel Tremontipensiero &#8220;la speranza&#8221;, cioè la parte propositiva del suo libro, non è affidata a meccanismi istituzionali, ma a un rilancio dei valori. L&#8217;Europa cioè non si potrà riscattare se non sarà capace di stringersi attorno ai propri valori fondativi, a cominciare dalle &#8220;radici giudaico cristiane&#8221;. Lo snodo è difficilmente comprensibile, sembra una fuga in avanti. Ma qualcosa di vero c&#8217;è: non può esserci politica incisiva, in un continente democratico come l&#8217;Europa, se ai governanti manca l&#8217;appoggio del popolo. E il consenso non si costruisce solo sugli interessi monetari dei contribuenti, ma appunto su valori condivisi.<br />
Che cosa può unire davvero gli Europei? In un continente che sempre più ha bisogno degli immigrati, il riferimento alle radici religiose è solo un modo di mettere dei paletti che tengono ben distinto &#8220;l&#8217;altro&#8221;. Ma i valori sui quali è necessario cercare la condivisione sono quelli del rispetto dell&#8217;altro, della solidarietà sociale, dell&#8217;uguaglianza tra uomini e donne. Anche quelli dell&#8217;orgoglio di appartenenza un Continente, a una Nazione, a una Regione, a un Comune, espressi dall&#8217;alzabandiera nelle scuole, come auspica Tremonti, ma solo se quel Continente, Nazione Regione o Comune avrà saputo far sì che tutti i cittadini che sul loro territorio vivono e lavorano si sentano parte della collettività.<br />
Qui a mio avviso le tematiche tremontiane si saldano a quelle relative alla gestione del territorio toccate da Illy. Ci sono valori condivisi tra il Nord e il Sud dell&#8217;Italia? Per ora fermiamoci a questa domanda. Ne riparleremo.</p>
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