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	<title>Donato Speroni &#187; Economia italiana</title>
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		<title>Amato: dopo la crisi un’Europa più unita, forse senza Londra</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia intervista a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Adesso possiamo dirlo: è possibile che l’euro superi la crisi, nonostante le previsioni autorevoli e tecnicamente fondate di un suo tracollo. Ragioniamo sul testo di una mia <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> a Giuliano Amato, nella quale l’ex presidente del Consiglio dimostra capacità di visione politica e delinea il futuro dell’eurozona come nucleo propulsivo dell’integrazione europea. Un futuro che inevitabilmente imporrà una drammatica alternativa agli euroscettici, Gran Bretagna in testa: o accettare le regole comuni o uscire dall’Unione.<span id="more-717"></span></strong></p>
<p>Ha contribuito a rasserenare il panorama europeo l’accordo raggiunto il 30 marzo in merito al <strong>Trattato sui bilanci</strong>, con l’autoesclusione della Gran Bretagna e della Repubblica ceca. Insieme  al <strong>nuovo clima di fiducia verso il governo italiano</strong>, pedina essenziale per la tenuta della moneta comune, induce a pensare che alla fine n<strong>onostante tutto l’euro ce la farà</strong>, contrariamente alla previsione di numerosi esperti. Sarebbe l’ennesima riconferma in economia della <strong>metafora del calabrone</strong>, l’insetto che secondo le leggi naturali non dovrebbe essere in grado di alzarsi in aria, eppure vola.</p>
<p>E’ interessante osservare che molti tra i maggiori economisti avevano profetizzato il declino della moneta unica: è questa per esempio la tesi di <strong>Paolo Savona</strong>, uno dei più autorevoli conoscitori della realtà italiana ed europea nel suo ultimo libro “<a title="La scheda del libro di Savona" href="http://www.rubbettinoeditore.it/news/332-eresie-esorcismi-e-scelte-giuste-per-uscire-dalla-crisi.html">Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia</a>&#8221; . Savona sostiene l’opportunità che l’Italia si liberi dal “cappio dell’euro”. E non è un mistero che anche all’interno della Banca d’Italia numerosi dirigenti fino a pochi giorni fa davano l’euro per spacciato. <strong>Forse esiste una specie di miopia degli esperti</strong>, attenti a valutare tutte le implicazioni delle leggi economiche, ma <strong>che finiscono col perdere di vista la dimensione politica della partita</strong> che si sta giocando e che ha fatto sì che comunque alla fine i capi di stato e di governo abbiano dovuto in qualche modo trovare una via d’uscita dalla crisi.</p>
<p>Proprio perché fotografa questa dimensione politica della crisi mi sembra interessante in questo momento rileggere il testo dell’<a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-ItaWeb.pdf">intervista</a> che <strong>Giuliano Amato</strong> mi ha rilasciato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it" target="_blank">East</a>, pubblicata sul numero 39 del dicembre 2011, (l’ultimo a firma di<strong> Vittorio Borelli</strong>, che ha saputo ideare questa rivista e consolidarla nel corso degli anni, ed al quale auguriamo nuovi brillanti impegni editoriali). Amato è un grande esperto di Europa, anche perché ha avuto un ruolo essenziale nei lavori preparatori del Trattato di Lisbona, che dal 2009 regola la governance europea.</p>
<p><strong>Incontrai Amato a Roma</strong>, nel suo bell’ufficio di Presidente della Treccani, <strong>il 31 ottobre</strong>. La crisi dell’euro era nel pieno della sua virulenza. Inevitabile la prima domanda: “<strong>Presidente, come andrà a finire?</strong>”. Mi sorprese, perché, pur riconoscendo che l’area euro avrebbe potuto sfasciarsi nel giro di poche settimane, portò il discorso più in là, su quelle che sarebbero state <strong>le conseguenze dell’auspicabile superamento della crisi</strong>. In altre parole: nel guado non si può rimanere e si rischia di essere travolti dalle acque impetuose delle tempeste finanziarie, ma se si riesce ad andare oltre <strong>avremo un’Europa diversa, con regole più stringenti, meglio attrezzata per affrontare il nuovo secolo</strong>. A quel punto, e questa è la parte più stimolante del ragionamento dell’ex presidente del Consiglio, l<strong>’integrazione più stretta dei Paesi dell’area euro</strong> si estenderà agli altri Paesi dell’Unione europea disposti ad aderirvi e <strong>finirà per tagliar fuori chi invece non accetta le regole comuni</strong>. I paesi riottosi saranno posti “di fronte all’alternativa: o fai come gli altri o quella è la porta”, anche grazie al fatto che nel trattato di Lisbona esiste “una clausola di secessione che prima non esisteva”.</p>
<p><strong>Insomma, di fronte al rilancio della moneta comune dovrà essere la Gran Bretagna con gli altri Paesi euroscettici a decidere se adeguarsi oppure affrontare da sola “la tempesta perfetta” dei prossimi vent’anni.</strong></p>
<p>Il testo dell’intervista di Amato è disponibile anche in <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2012/02/east39-Pp-90-95-IngleWeb.pdf">inglese</a>.</p>
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		<title>Come uscire dalla morsa dello spread</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2011 07:51:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eventuali misure di finanza straordinaria, quali l’imposta patrimoniale proposta dal “Progetto delle imprese per l&#8217;Italia”, o il prestito forzoso delineato nella recente proposta Monorchio – Salerno devono essere innanzitutto destinate alla  riduzione del debito per abbattere lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi. Ma richiedono comunque una serie di condizioni preliminari. Ecco il testo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Eventuali misure di finanza straordinaria, quali l’imposta patrimoniale proposta dal “<a title="Il &quot;Manifestro delle imprese&quot;" href="http://www.reteimpreseitalia.it/Notizie-dalla-Rete/Progetto" target="_blank">Progetto delle imprese per l&#8217;Italia</a>”, o il prestito forzoso delineato nella recente <a title="L'Ansa sulla proposta" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2011/10/07/visualizza_new.html_674327662.html" target="_blank">proposta</a> Monorchio – Salerno devono essere innanzitutto destinate alla  riduzione del debito per abbattere lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi. Ma richiedono comunque una serie di condizioni preliminari. Ecco il testo del commento che ho pubblicato il 7 ottobre sul quotidiano <a title="Il sito di F&amp;M" href="http://www.finanzaemercati.it/" target="_blank"><em>Finanza e Mercati</em></a>.</strong><span id="more-671"></span></p>
<p>Una caccia alla volpe in piena regola, con cavalieri, cani e il cacciatore Obama che suona il corno; le prede sono i ricchi, donne ingioiellate e manager che fuggono con sacchi di soldi. Così l’Economist con la sua <a title="Il commento dell'Economist" href="http://www.economist.com/node/21530104" target="_blank">copertina</a> “Hunting the rich” ha raffigurato la tendenza a imporre nuove tasse ai più abbienti, una tendenza che si sta diffondendo a seguito della necessità di abbattere i debiti sovrani e di reagire alle eccessive sperequazioni sociali che scatenano gli indignados di tutto il mondo. Il giornale inglese riconosce la necessità di contraddire la sua linea generalmente favorevole all’abbassamento delle tasse. Qualcosa bisogna pur fare, in questa situazione di crisi: negli Usa abolendo tutte le esenzioni che, come ha denunciato la stesso Warren Buffett (uno dei finanzieri più ricchi del mondo), consentono ai capitalisti di pagare meno tasse delle loro segretarie; in Europa,  valutando l’opportunità di introdurre una imposta “che sposti gran parte del peso dal reddito alla proprietà, in modo da raccogliere di più dai ricchi ma con meno impatto sulla loro disponibilità a correre rischi”.</p>
<p>La proposta del “<a href="http://www.reteimpreseitalia.it/Notizie-dalla-Rete/Progetto" target="_blank">Manifesto delle imprese</a>” firmato da Confindustria e altre associazioni a favore di un’imposta patrimoniale (1,5 per mille all’anno sui patrimoni oltre 1,5 milioni per generare un reddito annuo di sei miliardi) s’inserisce dunque in un vasto movimento che nasce, se possiamo schematizzare, più da destra che da sinistra, per evitare che il sistema esploda. Il documento degli imprenditori propone un “prelievo annuale sul patrimonio delle persone fisiche ad aliquota contenuta e con una soglia di esenzione” da destinare “alla riduzione del prelievo diretto su imprese e persone”. “In alternativa”, afferma ancora il documento, “si renderebbe necessaria una rivisitazione della tassazione sui patrimoni immobiliari”.</p>
<p>La proposta imprenditoriale si presta a molte critiche, anche perché il prelievo dovrebbe riguardare le persone fisiche, generalmente più deboli sul piano patrimoniale, e non toccare le persone giuridiche. Ma l’obiezione più forte è probabilmente un’altra: nella situazione italiana, se si deve arrivare a qualche forma di prelievo forzoso, lo si deve fare non per ridistribuire l’onere fiscale, ma per abbattere il debito pubblico che in questo momento è il maggior problema del Paese. L’aumento dello spread tra titoli italiani e bund tedeschi varrebbe, se tutto il debito dovesse essere rinnovato ai nuovi tassi più alti, circa un punto di Pil per ogni punto di spread. Quattro punti di spread, in prospettiva, possono incidere per sessanta miliardi di euro, l’equivalente di una pesante manovra finanziaria. Il declassamento del debito italiano da parte di Moody conferma l’urgenza di questo obiettivo.</p>
<p>Come si riportano i tassi italiani più vicini ai livelli del bund tedesco? Con un contenimento della spesa pubblica e con politiche adeguate di crescita, in linea con le raccomandazioni della lettera della Bce all’Italia. Ma date le ben note difficoltà, può essere necessaria un’operazione di finanza straordinaria: una massiccia “operazione fiducia” che abbatta il debito pubblico italiano al di sotto del livello del 100 per cento del Pil impegnando nell’operazione almeno 300 miliardi di ricchezza pubblica e privata. Come si mette insieme una cifra così ingente, pari a cinque volte l’ultima manovra? Negli anni si sono succedute molte proposte: da quella dell’ex ministro Giuseppe Guarino, che progettò di mettere il patrimonio pubblico in una società per azioni da collocare sul mercato (il ricavato sarebbe andato ad alleggerimento del debito; ma la proposta sfiorì con la crisi delle borse) a quella più recente illustrata dall’ex ragioniere dello Stato Andrea Monorchio e dall’ex direttore della Fondazione Bordoni Guido Salerno Aletta per “italianizzare il debito” inducendo (o meglio costringendo) gli italiani a sottoscrivere speciali titoli di stato con rendimento ancorato al tasso di riferimento della Bce (attualmente l’1,5%) con la garanzia di non essere gravati da ulteriori oneri.</p>
<p><a title="L'Ansa sulla proposta" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2011/10/07/visualizza_new.html_674327662.html" target="_blank">La proposta Monorchio – Salerno</a> sarebbe un’alternativa alla patrimoniale, forse meno sgradita (si tratterebbe comunque di un prestito anziché di una imposta), ma per funzionare avrebbe bisogno di due condizioni, riconosciute dagli stessi autori. Innanzitutto può essere applicata soltanto da uno Stato che ha raggiunto il pareggio di bilancio, quindi non prima del 2013. In secondo luogo deve essere accompagnata o meglio anticipata da un’operazione di pari entità di smobilizzo del patrimonio pubblico, un tema del quale oggi si parla tanto, ma sul quale si fatica a vedere prospettive rapide e concrete. C’è poi una terza condizione: un assetto politico stabile e credibile, senza il quale ben difficilmente si può fare appello al Paese per un sacrificio straordinario. Lo ha detto anche il ministro Tremonti nella conferenza stampa al termine dell’Ecofin, spiegando che il minore spread dei titoli spagnoli è dovuto al fatto che in Spagna si vota e quindi c’è una “apertura al futuro”. Tremonti ha poi negato il confronto con l’Italia, ma anche le doppie verità dei membri del governo sono parte del problema.</p>
<p>Donato Speroni</p>
<p>Pubblicato da Finanza &amp; Mercati il 7 ottobre</p>
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		<title>Disoccupazione, ripresa, governance: commenti su F&amp;M</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2011 02:14:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Su Finanza &#38; Mercati, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi: Sulla crescita economica: un articolo del 9 settembre. Sulla disoccupazione, 1l 16 settembre. Sulla ripresa “verde”, il 23 settembre Sulla governance della finanza globale, il 30 settembre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Su <em>Finanza &amp; Mercati</em>, il quotidiano di Milano diretto da Gianni Gambarotta, sto pubblicando una serie di articoli relativi a temi di attualità. Ecco i primi:</p>
<p align="left">Sulla<strong> crescita economica</strong>: un articolo del <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeOcse110908.doc">9 settembre</a>.</p>
<p align="left">Sulla <strong>disoccupazione</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915Disocc.pdf">1l 16 settembre.</a><a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/110915DisoccFM.pdf"><br />
</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>ripresa “verde”</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeCrescita110921.pdf">il 23 settembre</a></p>
<p align="left">Sulla <strong>governance della finanza globale</strong>, <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/10/FMSpeFsb1109130.pdf">il 30 settembre.</a></p>
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		<title>Statistiche come e perché</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Oct 2010 14:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Una volta la politica veniva prima dei numeri, oggi sono i numeri che fanno la politica e la politica è l&#8217;arte di adeguarsi ai numeri”. Se è così, si pongono almeno tre interrogativi: perché i numeri sono diventati così importanti, chi decide quali sono i numeri che contano, quanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Dice il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: “Una volta la politica veniva prima dei numeri, oggi sono i numeri che fanno la politica e la politica è l&#8217;arte di adeguarsi ai numeri”. Se è così, si pongono almeno tre interrogativi: perché i numeri sono diventati così importanti, chi decide quali sono i numeri che contano, quanto sono attendibili i processi di elaborazione di questi dati.<span id="more-408"></span></strong></p>
<p>L’importanza della statistica per le scelte politiche non è cosa nuova. Le novità, semmai, derivano dal fatto che una buona parte dell’opinione pubblica si è abituata a valutare i risultati dell’azione politica attraverso risultati numerici: un processo accentuato dal fatto che anche l’Unione europea prende a riferimento dei numeri (i parametri di Maastricht) per valutare i comportamenti più o meno virtuosi degli stati membri. Si tratta insomma di una crescita d’importanza dovuta a una molteplicità di fattori, ma non siamo certo di fronte a una dittatura degli istituti di statistica che impongono le loro priorità ai politici. A meno che Tremonti  non volesse riferirsi ad altri numeri, quelli dei sondaggi di popolarità, che sembrano sempre più importanti per le scelte politiche; malauguratamente, perché il politico che guarda solo alla popolarità immediata difficilmente compie scelte valide nel medio e lungo termine.</p>
<p>Ma lasciamo perdere i sondaggi e torniamo alle statistiche. Ci sono tanti dati, forse troppi. Giornalisti e opinione pubblica faticano a orientarsi, mentre i politici scelgono quelli più confacenti alle loro tesi. In questo campo però bisogna evitare i malintesi: è giusto cercare il dato più significativo, ma è sbagliato credere che un complesso fenomeno sociale si possa descrivere con un unico dato. Due episodi recenti ci aiutano a spiegare il concetto. Il 15 ottobre nel suo Bollettino la Banca d’Italia ha presentato un dato della disoccupazione che somma a chi cerca lavoro anche i cassintegrati e gli scoraggiati. In questo modo la percentuale di disoccupati sale dall’8,5 per cento all’11 per cento. “Non commento dati esoterici”, ha replicato stizzito il ministro del lavoro Maurizio Sacconi. Ed anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha detto che è bene attenersi ai dati Eurostat.</p>
<p>In realtà non c’è alcun esoterismo nelle elaborazioni della Banca d’Italia, né i dati statistici sono un catechismo. Da tempo si sapeva che il tasso di disoccupazione è in parte fuorviante perché non tiene conto di chi ha rinunciato a cercare lavoro. Ed è perfettamente legittimo che la Banca d’Italia, senza negare la validità del dato Istat, aggiunga una ulteriore elaborazione per tener conto delle persone in cassa integrazione. Si tratta di contributi alla descrizione della realtà sociale, che devono essere accettati per il loro valore, anziché reagire con fastidio.</p>
<p>Un discorso analogo si può fare per la povertà in Italia. Anche qui c’è un dato ufficiale calcolato dall’Istat e c’è una ulteriore elaborazione della Caritas che avverte: per l’Istat la povertà relativa non è aumentata perché in una situazione di calo generalizzato dei redditi si è abbassata anche l’asticella di chi è considerato povero. Se invece si guardano i dati dell’anno precedente e si aggiunge il tasso d’inflazione, si ottiene una diversa soglia di povertà che ingloba altre 560mila persone. In questo caso i giornali hanno scritto che la Caritas contesta l’Istat e l’Istat ha dovuto replicare che le due istituzioni da tempo lavorano insieme.</p>
<p>In realtà, nel caso della povertà “relativa” (che è pari alla metà del reddito medio) così come nel caso del tasso di disoccupazione, ci troviamo di fronte a un dato di valore limitato, come spiegano da tempo gli statistici che misurano queste cose. Sia all’Istat che alla Caritas sanno bene che la povertà “relativa” è un’astrattezza statistica. E’ molto più significativo misurare la “povertà assoluta”, cioè la quantità di persone che non possono soddisfare i bisogni primari per una vita dignitosa: un calcolo molto più complesso, che l’Istat ha ricominciato a fare da pochi anni dopo una rigorosa revisione metodologica.</p>
<p>Abbiamo citato questi esempi per sottolineare come, soprattutto in materia sociale, ben difficilmente esista un dato unico che soddisfa tutti. La statistica ufficiale fornisce i dati di base, altri fanno ulteriori doverose elaborazioni. Tutto bene e tutto giusto a condizione che i media aiutino a capire e che i politici non strumentalizzino i dati.</p>
<p>Serve più cultura numerica. Il 20 ottobre si è celebrata anche in Italia la “giornata della statistica” voluta dall’Onu. Il presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha sottolineato che sta per nascere la Scuola superiore di statistica e analisi sociali ed economiche, ed è una buona cosa. Nel corso della presentazione del suo libro “Statistiche come e perché” (Donzelli Editore)  all’Istituto per l’Enciclopedia italiana, l’ex presidente dell’Istat Alberto Zuliani ha ricordato che per i cittadini di domani la conoscenza di base della statistica è certamente più importante dell’analisi matematica che si impara al liceo e si dimentica subito dopo. Il libro di Zuliani è una buona base per usare meglio i dati che ci piovono addosso in continuazione. Ma le buone statistiche, come dice Giovannini, non crescono sugli alberi. Richiedono fondi, conoscenza, impegno di diffusione. Una grande scommessa per la cultura italiana.</p>
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		<title>Riscoprire Sylos Labini, socialista liberale</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:40:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Forse tra cinquant’anni, quando sarò appollaiato su una nuvoletta, mi daranno ragione. Ma per adesso vengo ritenuto un anomalo, un eterodosso”. Diceva così l’economista Paolo Sylos Labini nel libro intervista al giornalista di Repubblica Roberto Petrini. Dall’uscita del testo (Un paese a civiltà limitata, Laterza) sono passati nove anni, e da cinque Sylos se n’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Forse tra cinquant’anni, quando sarò appollaiato su una nuvoletta, mi daranno ragione. Ma per adesso vengo ritenuto un anomalo, un eterodosso”. Diceva così l’economista Paolo Sylos Labini nel libro intervista al giornalista di Repubblica Roberto Petrini. Dall’uscita del testo (<a href="http://www.laterza.it/schedalibro.asp?isbn=9788842064725">Un paese a civiltà limitata</a>, Laterza) sono passati nove anni, e da cinque Sylos se n’è andato sulla nuvoletta, ma già oggi, senza aspettare mezzo secolo, la sua impronta è forte, il rimpianto vivissimo. Si è visto lunedì 15 marzo al <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/03/15/marcore-diventa-sylos-labini-un-censore-dei.html">Piccolo Eliseo di Roma</a>, alla lettura scenica dell’intervista fatta da Neri Marcorè. Ingresso libero, lunghe code di gente tanto che molti non sono riusciti a entrare, prolungati applausi che non andavano soltanto al bravissimo Marcorè e all’allestimento di Cristina Comencini, ma innanzitutto a lui, l’uomo di sinistra che non ha mai creduto in Marx, che per primo ha avuto il coraggio di segnalare il declino anche numerico della classe operaia in Italia, a costo di farsi bollare come “economista borghese”.<span id="more-311"></span></strong></p>
<p>Per molti è stato un grande maestro, anche per me. L’ho incontrato più volte per interviste e colloqui. Ne intuivo il coraggio intellettuale, la lucidità, l’intelligenza vigile che non l’ha mai abbandonato: fino all’ultimo si è battuto contro il degrado del Paese incarnato dal berlusconismo, ma anche per stimolare a sinistra quella revisione critica che gli ex comunisti hanno sempre disinvoltamente eluso. Lo appassionavano le nuove battaglie. Quando fondai una rivista che si occupava di economia del Mezzogiorno mi diede qualche consiglio e mi disse “Collaborerei volentieri, se non mi fosse caduta addosso questa malattia&#8230;” Quale malattia, professore? “La vecchiaia!”, mi rispose lui, classe 1920, ridendo con i suoi occhi vispi.</p>
<p>Eppure, solo ieri sera posso dire di aver capito fino in fondo l’importanza della sua lezione. L’intervista/spettacolo ha ripercorso la sua storia: da ragazzo innamorato delle tecnologie che vuole fare ingegneria ma non può permetterselo perché il padre, liberale antifascista, ha perso il lavoro e gli chiede di ripiegare sulla più breve laurea in giurisprudenza, poi la specializzazione economica negli Uniti, a contatto con Gaetano Salvemini e Joseph Schumpeter. Tornato in Italia, Sylos conosce Ernesto Rossi e si avvicina al nobile filone del liberalismo di sinistra del <em>Mondo</em>. Ma anziché assumere come altri un atteggiamento elitario, si butta nel dibattito di sinistra a fianco di altri economisti come Giorgio Fuà, si confronta con la Cgil e il Pci, vive da vicino l’esperienza della programmazione economica con Ugo la Malfa e Giorgio Ruffolo.</p>
<p>Il suo successo come giovane e brillante economista provoca le gelosie dei baroni che tardano a concedergli un riconoscimento accademico fino a quando, nel 1962, gli viene finalmente assegnata la cattedra di Economia Politica alla Sapienza di Roma. I suoi studi hanno valore internazionale, come gli riconosce il premio Nobel Paul Samuelson in un messaggio per i suoi 75 anni: “Gli economisti di tutto il mondo ti ammirano&#8230;”.</p>
<p>I suoi messaggi non li mandava a dire: nel 1974 si dimise dal Comitato tecnico scientifico del Ministero del Bilancio perché il Ministro Andreotti aveva nominato sottosegretario Salvo Lima, plurindagato per mafia. Protestò anche con il presidente del consiglio Aldo Moro. “Lima è troppo forte e pericoloso”, gli rispose Moro, che sapeva scivolar via dai problemi. Contro il berlusconismo Sylos fu altrettanto duro, anche se negli ultimi anni confessava il suo sconforto per l’involuzione italiana. Amante del jazz, descriveva l’Italia degli anni Duemila come un brano di Duke Ellington: “Blue Indigo”, due colori, il blu e l’indaco, che segnalano insieme tristezza e passione.</p>
<p>Le sue battaglie più appassionate di “socialista liberale” Sylos le combattè sul fronte delle idee. Considerava Nicolò Machiavelli, Karl Marx e Benedetto Croce responsabili a vario titolo dei mali italiani. Marx, che oltre a tutto era un uomo privo di principi morali (cosa difficile da accettare per uomo di valori intemerati come Sylos) aveva provocato nella sinistra italiana “danni tremendi”. Ci sarebbe voluta un’autocritica, che il machiavellismo imperante impedì ai comunisti e agli ex comunisti. Sul fronte opposto, i danni li aveva fatti Croce che, sulle orme di Vico, aveva creato una filosofia che era in realtà “la fabbrica del fumo”: filofesserie, come diceva Salvemini.</p>
<p>Insomma, Paolo Sylos Labini era un uomo scomodo per tutti. Ci manca.</p>
<p><em>dal blog www.donatosperoni.it</em></p>
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		<title>La società  del lavoro impalpabile</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 11:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La “quantità di lavoro” impiegata da un sistema economico è un insieme determinato? La domanda è tutt’altro che teorica. L’Istat per esempio ci dice che l’Italia per fare il suo Prodotto interno lordo, compresa la ricchezza creata dall’economia sommersa, ha bisogno di circa 25 milioni di “unità di lavoro”, cioè di persone che lavorano a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La  “quantità di lavoro” impiegata da un sistema economico è un insieme determinato? La domanda è tutt’altro che teorica. L’Istat per esempio ci dice che l’Italia  per fare il suo Prodotto interno lordo, compresa la ricchezza creata dall’economia sommersa, ha bisogno di circa 25 milioni di “unità di lavoro”, cioè di persone che lavorano a tempo pieno.<br />
Che cosa cambia se questa “quantità di lavoro” è fornita secondo mix differenti? Per esempio con più anziani e meno giovani, o con un maggior apporto delle donne alle attività produttive? E’ vero che, come pensano molti politici, il lavoro che si dà  agli uni viene tolto agli altri? Che se per esempio si ritarda l’età pensionabile si rinvia l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro?</strong><span id="more-104"></span><br />
Per rispondere è necessario distinguere tra due tipi di produzione: la produzione manifatturiera e quella dei servizi. In linea di massima, i posti di lavoro nel manifatturiero all’interno del nostro sistema economico sono una quantità finita e probabilmente decrescente. Con una popolazione stabile o in calo, con gli aumenti di produttività garantiti dall’automazione, con la probabile minor domanda dovuta a cambiamenti nei modelli di consumo, ci vorrà sempre meno gente per produrre i beni che ci servono. E’ vero che, se e quando si uscirà da questa crisi, ci saranno nel mondo almeno altri tre miliardi di persone che vorranno più auto, più frigoriferi, più cibi industriali. Ma non è probabile che questa domanda aggiuntiva possa essere soddisfatta dall’Italia, se non per quote marginali, magari per prodotti di lusso o comunque sofisticati. Dovremo continuare ad esportare, perché la nostra è un’economia di trasformazione: non abbiamo né materie prime né petrolio. Ma è difficile credere che la quantità di lavoro legata all’export possa crescere.<br />
E’  dunque probabile che nelle fabbriche italiane un posto di lavoro tenuto da un anziano sia un posto di lavoro che non va a un giovane. Ben diverso è il discorso per i servizi,  che sono in pratica la produzione di un valore aggiunto più impalpabile. E’ servizio una consulenza, un taglio di capelli, ma anche l’offerta di una poesia su internet chiedendo di versare un contributo (ammesso che qualcuno risponda). E’ servizio l’aiuto che si dà a un’altra famiglia, sotto forma di babysitting o di cura degli anziani.<br />
Possiamo immaginare che nel mondo del futuro cercheremo di consumare meno “cose” (anche perché non potremo più permetterci questi livelli di uso delle risorse ambientali) e ci scambieremo più servizi. I servizi, però, per loro natura sono flessibili, mutevoli, quasi mai richiedono consistenti capitali di avviamento. Chiunque sia in grado di individuare un bisogno ed abbia un know how da offrire è in grado di mettersi sul mercato.<br />
Nell’economia dei servizi, la quantità di lavoro  non è predeterminata. Indagini internazionali dimostrano, per esempio, che una maggiore occupazione femminile (anche a scapito, temporaneamente dell’occupazione maschile), alla lunga fa crescere maggiormente il Pil. Forse perché le donne per lavorare creano maggiore domanda di servizi domestici, forse perché gli uomini cercheranno di creare ricchezza in altri modi; quello che è certo è  che le differenze di mix hanno influenza sul Pil; e a sua volta un aumento del Pil aumenta la domanda di lavoro da parte dei produttori.<br />
In conclusione, non bisogna trattare il lavoro come una quantità finita, da proteggere gelosamente. Bisogna dare agli anziani la possibilità di lavorare più a lungo, magari facendo cose diverse dal passato, senza timore che questo sottragga posti a giovani. Bisogna dare ai giovani gli stimoli necessari per inventare lavori nuovi, dando loro formazione, credito e aiuti, come si fece negli anni ’80 con la legge sull’imprenditorialità giovanile nel Mezzogiorno. Bisogna favorire in tutti i modi la crescita della presenza femminile nel mondo del lavoro.<br />
Una società più mobile, nella quale la gente non ha paura di perdere il lavoro ed eventualmente di inventarsene un altro, ha un presupposto fondamentale: un sistema di ammortizzatori sociali generalizzato e dignitoso. La società di oggi non limita più il rischio all’imprenditore. Ormai tutti rischiano, anche i precari, i dipendenti delle grandi aziende in crisi, i professionisti che lavorano in proprio. La creazione di una rete di sicurezza, che trasformi questo rischio in uno stimolo benefico e prevenga tensioni sociali ingestibili, dovrebbe essere la prima preoccupazione di qualsiasi governo.</p>
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		<title>Il paradosso dei consumi e la sobrietà di Napolitano</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 15:51:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare la crisi da pericolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tra il bisogno di mantenere gli stessi consumi del passato per ridurre i danni della crisi economica e l’esigenza di cambiare il modello di sviluppo per far fronte alla scarsità di risorse a livello globale c’è un&#8217;evidente contraddizione. Nel suo messaggio di fine anno Napolitano ha indicato una strada per trasformare  la crisi da pericolo in opportunità, secondo l’indicazione dell’ideogramma cinese, etimologicamente falsa, ma comunque piena di saggezza.</strong><span id="more-98"></span><br />
&#8220;Consumate  di più, non cambiate il vostro stile di vita&#8221;. Questo sembra essere il messaggio dominante delle forze di governo per far fronte alla crisi economica. Al tempo stesso, sappiamo che, crisi o non crisi, dovremo in prospettiva imporci uno stile più sobrio: il mondo non può reggere gli attuali livelli di consumo individuale dell&#8217;Occidente, soprattutto se aumenteranno le capacità di spesa, com&#8217;è naturale e giusto che sia, di almeno altri due miliardi di persone  che nei prossimi dieci anni si aggiungeranno al miliardo di superconsumatori di Stati Uniti ed Europa.<br />
Anche i più scettici sul riscaldamento globale devono ammettere che non saranno sufficienti le risorse energetiche, l&#8217;acqua, il cibo, i minerali essenziali. A meno di non compiere sostanziali salti tecnologici che ci consentano di sfruttare appieno l&#8217;energia del sole, le risorse dei mari, le terre aride, razionalizzando al tempo stesso l&#8217;impiego dei materiali che scarseggiano nella produzione dei beni che ci sono necessari, dalle case alle automobili.<br />
C&#8217;è insomma un paradosso tra il bisogno di sostenere sic et simpliciter la produzione attraverso i consumi e la necessità di cambiare in prospettiva il modello di sviluppo. Sembra che nel breve temine in Italia non siamo in grado di far nient&#8217;altro che continuare in comportamenti non rispondenti alle esigenze del futuro. Così facendo, con ogni probabilità, l&#8217;Italia rimarrà ancora più indietro rispetto a chi si sta già attrezzando per far fronte alle probabili crisi dei prossimi decenni e per dominare le nuove produzioni del futuro.<br />
Mi sembra che soltanto Giorgio Napolitano, tra i politici italiani, abbia colto le esigenze di cambiamento. in occasione del suo <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=37669">messaggio</a> di fine anno. Nel testo pronunciato dal presidente della Repubblica la parola crisi vi ricorre tredici volte (una curiosità: la stessa parola ricorre solo due volte, per riferirsi a crisi internazionali, nell&#8217;analogo messaggio del <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=31865">2006</a> e neanche una volta nel <a href="http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorsi.asp?qText=&amp;qData=31+dicembre+2007&amp;x=33&amp;y=13">2007</a>). Napolitano invita a considerare la crisi come un&#8217;occasione per migliorare le nostre istituzioni, a farne &#8220;un&#8217;occasione per impegnarci a ridurre le sempre più acute disparità che si sono determinate nei redditi e nelle condizioni di vita&#8221;, con particolare riferimento al Mezzogiorno. Propone di &#8220;rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza&#8221;. Vorrebbe &#8220;fare della crisi un&#8217;occasione perché l&#8217;Italia cresca come società basata sulla conoscenza, sulla piena valorizzazione del nostro patrimonio culturale e del nostro capitale umano&#8221;. Ed invita espressamente a cogliere &#8220;le opportunità offerte dalle tecnologie più avanzate per l&#8217;energia e per l&#8217;ambiente&#8221;.<br />
Non spetta al Presidente della Repubblica indicare un programma di governo, anzi nel suo discorso Napolitano è stato ben attento a non invadere i campi della dialettica tra maggioranza e opposizione. Però l&#8217;uomo del Quirinale ha certamente indicato un terreno di confronto e soprattutto uno stile: quello della &#8220;sobrietà e della lungimiranza&#8221;, oltre che della solidarietà verso i più deboli. E&#8217; da queste indicazioni che dovrebbe scaturire una nuova politica economica: attenta innanzitutto ai più poveri e a chi non ha certezze sulla durata del posto di lavoro, cioè a quelli che rischiano di risentire maggiormente della crisi economica. Ma capace anche di selezionare, nel supporto ai consumi e alle imprese, quei beni, quelle produzioni e quelle ricerche che ci preparano meglio al futuro.<br />
<strong>Post scriptum</strong><br />
Grazie a un <a href="http://www.facebook.com/ext/share.php?sid=40932774727&amp;h=oieLb&amp;u=MaEWA">post</a> di mio figlio <a href="http://it.pietrosperoni.it/">Pietro</a> su Facebook (che evidentemente non serve solo a scrivere stupidaggini) ho scoperto che il famoso luogo comune secondo il quale l&#8217;ideogramma cinese per &#8220;crisi&#8221; unisce  i concetti di &#8220;pericolo&#8221; e &#8220;opportunità&#8221; è in realtà un fraintendimento nelle traduzioni dal mandarino: lo spiega in un <a href="http://www.pinyin.info/chinese/crisis.html">articolo</a> il professor Victor H. Mair. Ne prendo atto. Ma sono comunque d&#8217;accordo con Napolitano: questa crisi è al tempo stesso un pericolo e un&#8217;opportunità.</p>
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		<title>Sessanta milioni d&#8217;italiani non sono pochi&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Nov 2008 16:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La popolazione ha ripreso a crescere: quest&#8217;anno abbiamo superato &#8220;quota sessanta&#8221;. Siamo già oggi uno dei Paesi più affollati d&#8217;Europa, con effetti negativi sull&#8217;ambiente e sulla qualità della vita. Sarebbe opportuno mantenere la popolazione a questo livello; ci sarebbe comunque spazio per una immigrazione abbastanza consistente, alla quale offrire migliori politiche di accoglienza e integrazione.</strong><span id="more-94"></span><br />
Fermare l&#8217;immigrazione? La crisi economica ha riaperto il dibattito. Il ministro Maroni ha chiesto uno stop alle quote per due anni, il suo collega Sacconi parla di &#8220;un numero limitato d&#8217;ingressi soltanto per coloro che presentano un contratto di collaborazione familiare&#8221;, la Cgil di Treviso è favorevole allo sto temporaneo ai flussi, il Sole 24 Ore ammonisce che &#8220;settori interi d&#8217;impresa oggi reggono il mercato grazie alla manodopera straniera&#8221;. Posizioni articolate, ma tutte in un&#8217;ottica di breve periodo.<br />
Quando l&#8217;economia tira, lo sappiamo, l&#8217;Italia ha bisogno di braccia perché ci sono  molti lavori che gli italiani si rifiutano di fare. In realtà l&#8217;apporto dell&#8217;immigrazione serve anche per mantenere un ragionevole equilibrio demografico, dati i bassi tassi di natalità delle famiglie italiane e la tendenza all&#8217;invecchiamento della popolazione.<br />
Il flusso degli arrivi può (forse) essere gestito in ragione della situazione congiunturale, ma sarebbe opportuno porsi due domande scomode, che devono portare a risposte di più lungo periodo: quanta immigrazione vogliamo nel Paese? E con quale profilo  dei migranti?<br />
Partiamo da un quadro demografico complessivo. Dopo due decenni di stabilità (dal 1981 al 2001 la popolazione italiana è rimasta al di sotto dei 57 milioni) oggi il numero dei residenti ha ripreso a crescere. Gli ultimi dati diffusi dell&#8217;Istat ci dicono che ad aprile eravamo 59,8 milioni, con una crescita di quasi 144mila unità in quattro mesi. Oggi, insomma, dovremmo avere superato la soglia dei sessanta milioni.<br />
E&#8217; un bene, è un male questa crescita? Bisogna tener presente che, con una densità di quasi 200 abitanti per chilometro quadrato (dati Eurostat 2006), l&#8217;Italia è tra i grandi paesi europei più popolati, superato solo dalla Germania (231) e dal Regno Unito (250). Al confronto, la Francia ha solo 100 abitanti per chilometro quadrato e la Spagna 87! Si deve anche tener presente che le condizioni orografiche del nostro Paese rendono inabitabili vaste aree, aggravando la densità delle altre: secondo dati Istat  del 2007, in Lombardia la densità è di 400 abitanti, nel Lazio  di 319, in Campania addirittura di 426.<br />
Credo che di fronte a queste cifre dovremmo concludere che è bene che la popolazione italiana non cresca ulteriormente, aggravando la pressione antropica su un&#8217;ambiente già messo a dura prova dall&#8217;inquinamento e dalla cementificazione. Attenzione però: questo non significa fermare l&#8217;immigrazione, perché il calo demografico naturale lascia comunque ampio spazio per nuovi arrivi. Si tratta semmai di dimensionarla con una visione di lungo periodo.<br />
Quanti sono gli stranieri residenti e di quanto cresce la loro presenza? In assoluto, il numero è inferiore alla media europea. Al 31 dicembre 2005, ultimo anno per il quale si dispone di dati per tutti i paesi europei, l&#8217;Italia presenta un&#8217;incidenza della popolazione straniera di 45,5 residenti ogni 1000 abitanti, dispetto alla media europea di 56,6. Al confronto, in Spagna ce n&#8217;erano 91,5, in Germania 88,4, nel Regno Unito 56,7, in Francia 55,7. La  presenza straniera in Italia sta però crescendo a ritmi elevati. Nel 2007 la popolazione straniera è cresciuta addirittura di 494mila unità, ma c&#8217;è  stato il forte ed eccezionale apporto dell&#8217;immigrazione rumena (283mila unità) dopo l&#8217;apertura delle barriere della Ue. Nel 2005, il saldo migratorio era stato  di 302mila unità. In futuro, i flussi dovrebbero essere tarati su un target di mantenimento dell&#8217;attuale popolazione nel medio &#8211; lungo termine. Con un calcolo molto approssimativo, si può supporre che si tratti di circa 100mila nuovi ingressi all&#8217;anno. Si tenga anche conto che l&#8217;aumento della presenza straniera in Italia tende ad accrescere la natalità: quindi l&#8217;immigrazione dovrà sempre meno supplire al calo delle nascite per mantenere un numero costante di residenti.<br />
Centomila ingressi: può darsi che dalle famiglie e dal mondo produttivo si prema per numeri più consistenti (quest&#8217;anno, per esempio, si parla di quote per 170mila nuovi ingressi). Ciò è economicamente comprensibile: l&#8217;offerta di manodopera straniera a basso costo è molto elevata (c&#8217;è mezza Africa che è pronta a tutto pur di venire in Europa), ma questo è uno dei casi in cui l&#8217;economia deve essere governata dalla politica: si limitino  gli ingressi e si trovino altre soluzioni, basate su una migliore organizzazione del lavoro e delle tecnologie, per far fronte alla domanda. Né si può pensare che l&#8217;immigrazione sia il toccasana per aiutare i paesi in via di sviluppo, che richiedono invece forme di supporto in loco per aiutarli a crescere.<br />
C&#8217;è comunque spazio per un&#8217;immigrazione consistente  (centomila ingressi non sono pochi), regolamentata, che dobbiamo essere in grado di ricevere con politiche adeguate di accoglienza e d&#8217;integrazione. E a questo punto si pone la seconda, importante domanda: quale immigrazione?<br />
Sgombriamo il campo dal fatto ineluttabile che una quota deve essere riservata a chi richiede asilo perché proviene da  situazioni insostenibili in patria. E&#8217; sempre difficile stabilire a chi deve essere accordato questo diritto, di fronte a milioni di disperati che vorrebbero avvalersene, ma si tratta di un tributo sociale che è necessario continuare a pagare. Nel 2007 avevano presentato istanza per ottenere lo status di rifugiato 14mila persona. Quest&#8217;anno sono già 40mila, ma non è detto che tutte le domande debbano essere accolte.<br />
Si tratta comunque di una minoranza nel quadro della politica degli ingressi. E gli altri? A chi concedere i permessi? In molti Paesi europei sono state introdotte politiche di preparazione all&#8217;immigrazione nei paesi d&#8217;origine e di selezione dei visti sulla base delle qualificazioni, con un occhio anche al fatto che gli immigrati potrebbero un giorno ritornare in patria e apportarvi la loro esperienza. Immigrazione dunque non come spoliazione, ma come cooperazione. La politica europea e quella dell&#8217;Ocse sono particolarmente attente a questi aspetti, che ho cercato di descrivere anche in un mio <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2008/11/east-20-dossier-it.pdf" title="east-20-dossier-it.pdf">articolo</a> su East.<br />
In Italia, invece, i criteri prevalenti sono la casualità (l&#8217;immigrazione clandestina che si regolarizza) o la domanda di famiglie e imprese, che portano a privilegiare l&#8217;esigenza di coprire i lavori più umili. E&#8217;  proprio questa però la domanda che in un momento di crisi tende a ridursi. Forse sarebbe il momento giusto per cambiare politica: non per chiudere le porte all&#8217;immigrazione, ma per introdurre altri criteri d&#8217;ingresso.</p>
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		<title>L&#8217;Europa ha deciso: donne in pensione più tardi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 21:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi nessuno si è accorto che la Corte di Giustizia europea ha deciso a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;Italia non potrà ignorare questa sentenza, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un percorso graduale per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi nessuno si è accorto che la <strong>Corte di Giustizia europea ha deciso </strong>a favore dell&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile per uomini e donne. L&#8217;<strong>Italia non potrà ignorare questa sentenza</strong>, perché rischia di pagare penali molto elevate. Il precedente governo, con Emma Bonino, aveva indicato un <strong>percorso graduale</strong> per risolvere questo problema ed investire nelle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia al fine di aumentare l&#8217;occupazione femminile.<span id="more-93"></span><br />
E adesso? Il 13 novembre la Corte di giustizia europea ha depositato la <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=document&amp;file=/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/sentenza-corte-ue.pdf">sentenza</a> che ha sancito la violazione del Trattato europeo in materia di parità di trattamento tra uomini e donne perché il regime pensionistico dei dipendenti pubblici stabilisce un&#8217;età diversa per andare in pensione per uomini (65 anni)  e donne (60).<br />
Mi sembra che soltanto il <em>Sole 24 Or</em>e abbia dato <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Norme%20e%20Tributi/2008/11/corte-ue-donne-pensione.shtml?uuid=9daeb22c-b1c6-11dd-8178-818175f7083c&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> di questa sentenza, anche se le conseguenze saranno dirompenti sull&#8217;intero sistema pensionistico. La sentenza riguarda soltanto i trattamenti Inpdap, ma è previsione generale che nuove procedure d&#8217;infrazione potrebbero essere avviate anche per gli altri regimi pensionistici, arrivando ad investire tutte le lavoratrici. Con Emma Bonino, quando Emma era ministro delle politiche europee, ho lavorato nel 2007 alla redazione del <a href="http://www.politichecomunitarie.it/attivita/16205/stato-di-attuazione-anno-2007">rapporto</a> &#8220;Donne, Innovazione Crescita&#8221;, Nota aggiuntiva al rapporto sull&#8217;attuazione delle politiche di Lisbona. Il rapporto individuava nell&#8217;occupazione femminile uno dei più gravi ritardi italiani rispetto agli obiettivi di sviluppo europei e sottolineava l&#8217;importanza del prevedibile  esito sfavorevole all&#8217;Italia della sentenza europea sull&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionistica.<br />
La Nota, trattandosi di un documento governativo che conciliava le posizioni di diversi ministeri, era piuttosto prudente su questo punto, Bonino fu anche più esplicita, facendo (in un articolo su Repubblica che fece molto discutere)  il caso fantasioso ma realistico della &#8220;signora Pina&#8221;, svantaggiata dal pensionamento anticipato perché costretta a casa a fare la badante, a rischio di povertà per gli importi di pensione più ridotti che avrebbe percepito. Per la Bonino, in somma, il pensionamento anticipato non è un privilegio, ma uno svantaggio per le donne. La proposta scaturita da quel dibattito era semplice ed efficace: definire un percorso graduale di equiparazione dell&#8217;età pensionabile e destinare i risparmi previdenziali a un miglioramento delle &#8220;pratiche di conciliazione&#8221; cioè agli investimenti (asili nido, supporti agli anziani e altro) per aiutare le donne ad essere protagoniste nel mondo del lavoro.<br />
La &#8220;Nota aggiuntiva&#8221;, presentata da Romano prodi nell&#8217;ottobre 2007, fu solo l&#8217;abbozzo di una politica, messa nel cassetto dal cambio di maggioranza del 2008.</p>
<p>Non ho notizia di che cosa intende fare il nuovo governo per affrontare questo problema urgente. Ma una cosa è certa: l&#8217;Italia non potrà ignorare la presa di posizione europea, perché rischia di pagare penalità calcolate in base ad ogni giorno di ritardo nell&#8217;esecuzione della pronuncia.<br />
E&#8217; importante aggiungere che l&#8217;equiparazione dell&#8217;età pensionabile non sarebbe affatto una misura impopolare. Un <a href="http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=sondaggio&amp;chId=30&amp;sezId=8719&amp;id_sondaggio=5369&amp;azione=risultati">sondaggio</a> del Sole 24 Ore dimostra infatti che tre quarti degli interpellati sono a favore dell&#8217;equiparazione per tutti i contratti pubblici e privati e dell&#8217;utilizzo dei risparmi a favore delle politiche familiari, come appunto aveva proposto la Bonino.</p>
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		<title>Pierferdi, perché fai così?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 23:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del dibattito promosso da Società aperta il 4 novembre a Roma, ho fatto un salto sulla sedia. Per caso mi ero appena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Le famiglie italiane sotto la soglia di povertà sono passate in un anno da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;. Quando ho sentito Pierferdinando Casini fare questa affermazione, nel corso del <a href="http://www.societa-aperta.org/sito_templare/allegati/invito24ottobre.jpg">dibattito</a> promosso da Società aperta il 4 novembre a  Roma, ho fatto un salto sulla sedia.<br />
Per caso mi ero appena stampato la nota che l&#8217;Istat aveva diffuso quel giorno stesso. In realtà, dal 2006 al 2007 le famiglie povere sono passate da 2milioni 623mila a 2milioni 653 mila, mentre gli individui in povertà da 7milioni 537mila a 7milioni 542mila. In percentuale, le famiglie povere sono rimaste all&#8217;11,1% del totale e gli individui in povertà sono scesi dal 12,9 al 12,8%. Insomma, la situazione era rimasta stabile, altro che povertà triplicata.<br />
Pur non conoscendo personalmente  Casini, mi sono permesso di portargli il <a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20081104_00/">comunicato</a> Istat e di fargli presente l&#8217;errore. <span id="more-91"></span>Mi ha ringraziato; si è intascato il documento dicendo: &#8220;stasera devo andare a Ballarò, meno male che lei mi ha avvertito, altrimenti avrei detto la stessa cazzata&#8221;.<br />
Non so come sia andata quella puntata di Ballarò. Ma oggi alla Camera, nella dichiarazione di voto sulla legge finanziaria, l&#8217;esponente dell&#8217;Udc ha ripetuto &#8220;la stessa cazzata&#8221;: &#8220;le famiglie povere sono passate da due milioni e mezzo a sette milioni e mezzo&#8221;.<br />
Non ce l&#8217;ho con Pierferdinando Casini. Anzi, avevo apprezzato il discorso fatto al convegno di Società Aperta e il coraggio col quale ha definito il federalismo, nell&#8217;attuale contesto italiano, &#8220;una puttanata bestiale&#8221;. Ma mi disturba profondamente questa convinzione comune a molti politici che i numeri siano un&#8217;entità che si può stiracchiare a piacimento, tanto nessuno controlla. Se qualcuno sa che le cifre sono sbagliate, o sta zitto o non viene creduto, perché viene anche lui considerato parte della generale mistificazione su cui è costruito il teatrino della nostra politica.<br />
I  numeri si aggiustano a piacimento. Le piazze possono contenere centomila persone o un milione, a seconda di chi le racconta. Eppure esiste una realtà oggettiva: tot persone a quell&#8217;ora erano in quella piazza e non sarebbe neppure tanto difficile accertarlo. Lo faceva la polizia, prima di esserne diffidata dai politici, lo potrebbero fare i media.<br />
L&#8217;inflazione è al due per cento oppure al dieci, a  seconda di come si vogliono leggere gli indici. Si può discutere la metodologia, ma una volta raggiunto il consenso sulle modalità di elaborazione si dovrebbero prendere per buoni i risultati.<br />
Il Prodotto interno lordo italiano decresce, ma forse se è vero che abbiamo un trenta per cento di sommerso come dice il nostro presidente del consiglio potrebbe anche essere aumentato. Poco importa che tutti gli statistici in Italia e all&#8217;estero neghino che la cifra del sommerso possa essere tanto maggiore di quel 15% che è già compreso nel calcolo del Pil.<br />
Con questo uso delle cifre non c&#8217;è più alcuna certezza. Tranne una: la connivenza di tutti i politici nel confondere la verità. Una delle ragioni del collasso della Germania comunista, come testimoniò un&#8217;indagine parlamentare dopo l&#8217;unificazione, fu che i dirigenti dell&#8217;est avevano finito col convincersi delle stesse statistiche fasulle che fornivano ai loro cittadini. Così facendo persero il contatto con la realtà. Forse Casini crede davvero che sette milioni e mezzo (cioè un terzo delle famiglie italiane) sia in condizione di povertà, cioè campi con meno di 987 euro.  Ma se davvero ha una visione così distorta di questo Paese, è bene che stia all&#8217;opposizione e che ci rimanga a lungo.</p>
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