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	<title>Donato Speroni &#187; Dialoghi tra padre e figlio</title>
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		<title>2030 – La tempesta perfetta: una proposta “new global”</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:34:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ uscito ieri in libreria il volume 2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a Gianluca Comin. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un sito che segue gli sviluppi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>E’ uscito ieri in libreria il volume <em>2030. La tempesta perfetta - Come sopravvivere alla Grande Crisi</em> (Rizzoli, 240 pagine, 18,50 euro, anche in e book) che ho scritto insieme a <a href="http://2030latempestaperfetta.it/gli-autori/gianluca-comin/">Gianluca Comin</a>. L’accoglienza iniziale è stata ottima, con numerose recensioni, soprattutto on line, fin dal primo giorno. Abbiamo creato un <a title="Il sito del libro" href="http://2030latempestaperfetta.it/" target="_blank">sito</a> che segue gli sviluppi del libro. Ci auguriamo che stimoli discussioni su temi che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto, perché troppo presi dalle difficoltà dell’oggi per pensare anche ai rischi del domani. Eppure bisogna cambiare: politiche nazionali ed internazionali, comportamenti individuali e delle imprese, strumenti di misura del progresso, in un insieme che abbiamo definito “una filosofia new global”. Ci aiuta la rete, il moltiplicarsi delle comunicazioni, la crescente consapevolezza nel mondo dei rischi che stiamo correndo.</strong></p>
<p><strong>Il libro valuta la possibilità che entro il 2030 si determini una situazione difficilmente gestibile a causa dell’aumento dei consumi, delle diffuse povertà indotte anche dal riscaldamento del Pianeta, dalla debolezza delle risposte politiche a livello globale. Ne potrebbe derivare la cosiddetta “tempesta perfetta”, ancora più devastante di una guerra mondiale. Si può evitare? Abbiamo cercato di dare una risposta spaziando dalle problematiche demografiche a quelle ambientali, dalla politica all’economia.<span id="more-713"></span></strong></p>
<p>Un’impressionante convergenza di sintomi e di diagnosi (ben al di là della crisi economica attuale) porta a dire che <strong>la tempesta si sta avvicinando</strong>. Gli scienziati lanciano l’allarme: il capo dei consulenti scientifici del governo inglese <strong>John Beddington</strong> ha parlato per primo di <em>perfect storm</em> nel 2009 con un documento diffuso poi in migliaia di copie dal Population Institute di Washington e riportato integralmente in italiano nel libro. Non sono meno preoccupati i premi Nobel firmatari del Memorandum di Stoccolma del maggio 2011, mentre gli economisti avvertono che non esiste un modello di previsione che ci dica come la Terra nel 2030 potrà sostenere una umanità di otto miliardi di persone, di cui almeno tre o quattro con consumi paragonabili a quelli degli attuali Paesi industrializzati (circa un miliardo di abitanti) senza conflitti sanguinosi per le risorse naturali, carestie, migrazioni di massa.</p>
<p>Le previsioni sulla crisi globale non provengono più soltanto da ecologisti arrabbiati o da scienziati pensosi sul futuro dell’umanità. Le risorse naturali scarseggiano. Jeremy Grantham, autore di una newsletter molto seguita sulle prospettive dei mercati finanziari, ha scritto sulla rivista “Time”: <strong>“Quello che ci preoccupa veramente non è il picco del petrolio, ma il picco di tutto il resto”.</strong></p>
<p>Col nostro lavoro, ampiamente documentato, con note che consentono di accedere a centinaia di documenti, cerchiamo  di portare questa consapevolezza in Italia e <strong>avvertiamo che la tecnologia non basterà a salvarci</strong>. <strong>Ma il libro non è pessimista, perché registra anche i cambiamenti positivi</strong> che già stanno avvenendo nel mondo. <strong>Centinaia di migliaia di associazioni affrontano i temi dell’ ethical living e dei consumi sostenibili</strong>. Anche in mancanza di un accordo internazionale che sostituisca il Protocollo di Kyoto, molte nazioni, (dall’Olanda alla Cina, ma non l’Italia) compiono importanti sforzi di <strong><em>adaptation</em> agli ormai inevitabili cambiamenti climatici. Centinaia di città, dalle<em> smart cities</em> alle <em>transition towns</em>, si mettono in rete</strong> per scambiarsi esperienze e tecnologie. <strong>Le imprese danno nuova sostanza alla “responsabilità sociale”</strong> anche attraverso accordi delle multinazionali con i loro storici nemici ambientalisti. E la <strong>governance</strong> mondiale, pur attraverso i faticosi meccanismi del G20 e dei grandi congressi internazionali, compie qualche significativo passo avanti.</p>
<p><strong>Basterà tutto questo? Certamente no, bisogna accelerare il passo.</strong> Ma è possibile che la collaborazione tra organizzazioni internazionali, autorità politiche a tutti i livelli, cittadini, associazioni non profit e imprese consenta di affrontare il futuro. Non è certo un invito a volersi bene a tutti i costi. Abbiamo scritto:</p>
<blockquote><p><em>I meccanismi del mercato, così come quelli della competizione politica, non possono essere soffocati da un finto unanimismo.“Ma è possibile darsi regole comuni di comportamento, meccanismi di trasparenza delle decisioni, sistemi di coinvolgimento dei cittadini, impensabili senza i mezzi tecnologici di oggi”. Le reti, la comunicazione diffusa, la possibilità di coinvolgere milioni di persone nelle decisioni sono uno strumento formidabile per affrontare il futuro.</em></p>
<p><em>Questo insieme di politiche top down e di comportamenti bottom up è il nocciolo di quella che appunto chiamamo “la filosofia new global”, una linea di comportamento che ha bisogno di tutti i protagonisti e ne valorizza l’apporto. “É essenziale, perché questa filosofia funzioni, che il mondo si liberi dalla paura e dalla diffidenza. Non si può affrontare il futuro pensando solo al peggio. Non si può diffidare sempre e comunque degli altri. In questa partita globale siamo tutti, ciascuno con i propri ruoli, sulla stessa barca. Cercare di spingere gli altri fuori bordo servirebbe solo a farla rovesciare”. </em></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La sfida dei nove miliardi &#8211; un dossier per la rivista East</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 18:14:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --><strong>Non stiamo parlando di un futuro remoto, ma di un mondo che è già dietro l’angolo. Nel 2050 i leader che dovranno affrontare i problemi di una Terra sovrappopolata ed esausta non saranno i nostri bisnipoti, ma i nostri figli. E almeno metà dell’attuale popolazione mondiale sarà ancora in vita. E&#8217; questo l&#8217;argomento di un dossier che ho preparato per la rivista <a href="http://www.eastonline.it/">East</a> e che per gentile concessione dell&#8217;editore è accessibile da oggi su questo sito. Il dossier comprende anche un&#8217;intervista al demografo Antonio Golini, un colloquio col presidente dell&#8217;Istat Enrico Giovannini, la traduzione del Rapporto &#8220;La tempesta perfetta del 2030&#8243; del Population Institute di Washington sulla base delle previsioni del</strong><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } --> <strong>capo dei consulenti scientifici del governo britannico </strong><strong> </strong><strong> John Beddington</strong><strong>, e un dibattito tra esperti: il vero problema è il boom demografico o l&#8217;eccesso di consumi del mondo industrializzato?<strong><span id="more-574"></span> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L’evoluzione dei problemi ambientali e sociali da una parte, delle opportunità tecnologiche dall’altra, è talmente rapida che è pressoché impossibile immaginarsi il futuro da qui a 40 anni. C’è però un campo nel quale le previsioni sono già oggi credibili: la demografia. I tassi di fecondità nel mondo cambiano molto lentamente e gli effetti sono spalmati nell’arco di molti anni. Se mettiamo da parte ipotesi catastrofiche come asteroidi e pandemie, possiamo prevedere con ragionevole approssimazione “i numeri dell’umanità” da qui al 2050.</p>
<p>Già, quanti saremo? L’Onu aggiorna ogni due anni le sue proiezioni. “Considerando che i livelli di fecondità continuano a ridursi” è scritto nell’ultimo rapporto che risale al 2008, “si prevede che la popolazione mondiale arriverà a 9,1 miliardi nel 2050, sulla base dell’ipotesi di crescita intermedia”. E dopo? Mentre i demografi sono sostanzialmente concordi sull’aumento di popolazione nella prima metà del secolo, le ipotesi successive sono più incerte, perché molti paesi saranno vicini o al disotto del limite di mantenimento della popolazione che è pari a 2,1 figli per donna. L’umanità insomma dovrebbe stabilizzarsi: sembra improbabile che possa superare i dieci miliardi di individui.</p>
<p>Gli abitanti del 2050 saranno distribuiti in modo assai diverso da oggi: “gran parte dei 2,3 miliardi di individui aggiuntivi andrù a ingrossare la popolazione dei Paesi in via di sviluppo, che passerà da 5,6 miliardi nel 2009 a 7,9 miliardi nel 2050”, scrive l’Onu. “La crescita più forte, 2,3% l’anno, si avrà nei 49 paesi meno sviluppati. Anche se il tasso d’incremento si attenuerà in modo considerevole nei prossimi decenni, si prevede che la popolazione dei paesi più poveri raddoppierà, passando da 0,84 miliardi del 2009 a 1,7 miliardi nel 2050”.</p>
<p>Bastano queste poche cifre per capire che siamo di fronte a una grande sfida: come far convivere non solo la popolazione attuale, ma almeno due miliardi di persone in più, su un pianeta che si sta surriscaldando, nel quale la gente  vuole vivere meglio e consumare di più. Ma i problemi arriveranno ben prima del 2050: autorevoli scienziati prevedono che i nodi verranno al pettine entro il 2030, con una situazione pressoché insostenibile per la civiltà come la conosciamo. Possiamo cambiare? E&#8217; difficile, ma sarebbe il caso di porre anche in Italia questo tema all&#8217;ordine del giorno del dibattito politico. Del resto tutti i nostri politici dicono di parlare di futuro e fanno fondazioni per scrutare quello che ci aspetta&#8230;</p>
<p>Ecco i testi del  dossier che ho preparato per il <a href="http://www.eastonline.it/index.php?option=com_content&amp;view=category&amp;id=89%3Aeast-32-dove-va-la-turchia&amp;Itemid=62&amp;layout=blog&amp;lang=it&amp;limitstart=5">n. 32 di East,</a> bimestrale che esce in italiano e in inglese:</p>
<p><!-- p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 0.0001pt; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }p.Rapporto, li.Rapporto, div.Rapporto { margin: 6pt 0cm 0.0001pt; text-align: justify; font-size: 12pt; font-family: "Times New Roman"; }div.Section1 { page: Section1; } -->-In italiano:</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-44-51.pdf">44-51</a>: Copertina (Flussi e riflussi nella società globalizzata) &#8211; Sfida alla terra da nove miliardi</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-52-55.pdf">52-55</a>: Intervista al presidente dell’Istat Enrico Giovannini: “Abbiamo bisogno di una nuova teoria  della rivoluzione”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-56-59.pdf">56-59</a>: Intervista al demografo Antonio Golini: “Sarà uno tsunami di flussi migratori”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-60-691.pdf">60-69</a>: 2030, lo scenario della “tempesta perfetta”</p>
<p>pagg. <a href="http://www.donatosperoni.it/wp-content/uploads/2011/01/east32-ItaBasWeb-Pp-70-75.pdf">70-75</a>: Dibattito tra Fred Pearce e Robert J. Walker: “troppi consumi o troppe bocche?”</p>
<p>E’ disponibile anche la versione dei Pdf in inglese.:</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-622" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-44-45/">45</a>: Cover</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-623" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-46-55/">46-55</a>: &#8220;Nine billion challenges&#8221; and interview with Enrico Giovannini</p>
<p>pag:<a rel="attachment wp-att-626" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-56-59/">56-59</a>: &#8220;Interview with Giuseppe Golini</p>
<p>pag: <a rel="attachment wp-att-627" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-60-69/">60-69</a>: &#8220;The perfect storm&#8221; scenario</p>
<p>pag <a rel="attachment wp-att-628" href="http://www.donatosperoni.it/2011/01/31/la-sfida-dei-nove-miliardi-un-dossier-per-la-rivista-east/east32-inglebasweb-pp-70-75/">70-75</a>: Debate between Fred Pearce and Robert Walker: &#8220;Too much eating or too many mouths?&#8221;</p>
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		<title>Vi presento il mio libro “I numeri della felicità”</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 09:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista East, Europe and Asia strategies il grande convegno internazionale dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo blog. Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro I numeri della felicità – dal Pil [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’idea è nata dell’ottobre scorso, quando sono stato a Busan, in Corea, a seguire per conto della rivista <em><a href="http://www.eastonline.it/">East, Europe and Asia strategies</a> </em> il grande <a href="http://www.oecd.org/document/59/0,3343,en_40033426_40033828_41350843_1_1_1_1,00.html">convegno internazionale</a> dell’Ocse sulla misura del progresso. Ne ho già parlato su questo <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/12/25/287/">blog</a>.<br />
</strong></p>
<p><strong>Da domani sarà in libreria il mio nuovo libro <em>I numeri della felicità – dal Pil alla misura del benessere</em>. L’editore è Cooper, lo stesso del mio volume dell’anno scorso <a href="http://www.intrigosaudita.it"><em>L’intrigo saudita</em></a>. Il libro è di 286 pagine e contiene anche classifiche e documenti. Il prezzo è 15 euro e il volume si può acquistare facilmente anche <a href="http://www.bandashop.it/product.php?id=97">on line</a>.</strong></p>
<p><strong>Lunedì 14 giugno alle 16 presso la biblioteca del Cnel di Viale David Lubin 2 a Roma, il libro sarà presentato in un seminario organizzato dal gruppo di lavoro “Nuovi indicatori macroeconomici” del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Avrò il piacere di discuterne con Mario Baldassarri, Emma Bonino, Enrico Cisnetto, Enrico Giovannini, mentre il moderatore sarà Gabriele Olini. L’incontro è aperto e ne abbiamo dato notizia anche nelle università.</strong><span id="more-313"></span></p>
<p>Non ho voluto fare un libro tecnico. <span style="text-decoration: underline;">Dalla prefazione di Enrico Giovannini</span>, presidente dell&#8217;Istat:</p>
<p><em>In queste pagine Donato Speroni si conferma, ancora una volta, non solo un attento lettore del mondo che ci circonda, ma un autore capace di sintetizzare la complessità di un movimento scientifico e culturale che abbraccia approcci e piani molto diversi. Spaziando da Robert Kennedy a Nicholas Sarkozy, dal Re del Bhutan al Presidente della Commissione Europea, passando per vincitori del Premio Nobel a economisti e statistici sconosciuti al grande pubblico, Speroni introduce il lettore a tematiche di grande respiro e di rilievo politico decisivo, mostrando come la misura del benessere di una società e del suo progresso nel tempo rappresenti la chiave di volta del suo funzionamento.</em></p>
<p><em>Infatti, come è stato più volte notato, noi uomini prestiamo attenzione a ciò che misuriamo e misuriamo ciò a cui prestiamo attenzione. Non a caso, negli ultimi sessanta anni il mondo si è concentrato sulla misurazione dell’attività economica (cioè sul Prodotto interno lordo, PIL) ed ha conseguito uno sviluppo del benessere materiale senza precedenti nella storia dell’umanità. Così facendo ha migliorato le condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, allungando la sua vita media, conseguendo livelli di conoscenza inimmaginabili nel passato. Come sappiamo, però, ha anche prodotto danni irreparabili sull’ambiente, diseguaglianze senza precedenti e si è dimostrato incapace di assicurare una vita dignitosa ad una parte consistente della popolazione mondiale.</em></p>
<p><em>Non ci si deve, quindi, stupire che le crisi sopra ricordate conducano ad un ripensamento profondo delle metriche che il mondo usa per valutare se stesso ed orientare le sue scelte future. Come dice il Premio Nobel Amartya Sen, discutere di indicatori statistici equivale a discutere dei fini ultimi di una società ed è per questo che Speroni ci conduce attraverso un viaggio che tocca le misure classiche dei fenomeni economici e sociali, come il PIL, ma anche i nuovi indicatori di benessere, felicità e sostenibilità, mostrando gli elementi culturali, politici e statistici che stanno alla base di ciascuno di essi. Il libro, facilmente accessibile anche per i non addetti ai lavori, mostra l’ampiezza della tematica, che coinvolge paesi sviluppati e in via di sviluppo, consentendo di apprezzare l’accelerazione che negli ultimi anni è stata impressa alla riflessione su questi temi da parte di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Unione Europea, ma anche di organizzazioni non governative, fino a costituire un network internazionale di centinaia di soggetti in tutto il mondo.</em></p>
<p>Alle parole lusinghiere di Giovannini aggiungo alcune considerazioni tratte dalla mia <span style="text-decoration: underline;">premessa</span>:</p>
<p><em>Alla notizia che stavo scrivendo un libro sulla misura del progresso “oltre il Pil” ho raccolto quasi sempre tre tipi di reazioni.</em></p>
<p><em>A) La prima, di assoluto disinteresse: «Ah, che bello&#8230;» , quindi l’interlocutore passava rapidamente ad altro argomento.</em></p>
<p><em>B) La seconda lasciava trasparire una spiccata antipatia per le misurazioni economiche: «Davvero? Insomma è la volta buona che riusciamo ad abolire il Pil!» Reazione tipica, questa, di chi nelle sue azioni ha forti motivazioni sociali: persona solitamente di sinistra, ma non solo.</em></p>
<p><em>C) La terza denotava diffidenza, più che antipatia, verso questi “velleitari” tentativi di sconvolgere l’ordine costituito: «Ah sì? Beh sappi che io non ci credo proprio&#8230;» Reazione tipica del conservatore, peggio se si trattava di un economista. Per onestà devo dire che altri hanno mostrato apprezzamento e interesse sincero, senza posizioni precostituite, ma le tre reazioni che ho descritto mi hanno fatto riflettere.</em></p>
<p><em>Non posso biasimare gli amici di tipo A. Molta gente odia i numeri, soprattutto in Italia, e fatica a capire che una persona normale possa desiderare di scrivere un libro sul buon uso dei dati. È il frutto di un’educazione che ignora la numeracy(la cultura numerica), che guarda con diffidenza alla scienza, che considera incomprensibile qualunque cosa si esprima con una formula anche semplicissima. Parliamo invece di chi ha un pregiudizio di tipo B o C: questo libro sarà servito a qualcosa se riuscirà a smontare gli “opposti estremismi” dei fautori del “No Pil” e di quelli che considerano la misura del Prodotto interno lordo come uno strumento intoccabile.</em></p>
<p><em>A differenza di gran parte della letteratura uscita in Italia sull’argomento, questo non è un libro a tesi. Racconta invece la ricerca che in tutto il mondo coinvolge migliaia di statistici, economisti, sociologi, psicologi, tutti impegnati a rispondere alla domanda “Come si misura il progresso dell’umanità?” e a fornire ai decisori politici migliori strumenti di valutazione, sperando che ne vogliano tener conto.</em></p>
<p>Un’ultima annotazione: credo di aver scritto un libro agile, che consente a tutti di farsi un’idea della grande partita che si gioca sulla misurazione del benessere, del progresso, della sostenibilità futura. Una partita politica che contribuirà a cambiare il mondo nostro e dei nostri figli. L’attenzione che il Cnel, l’Istat e numerosi gruppi culturali e politici stanno dedicando a questo tema segnala che anche in Italia l’argomento è di grande attualità; avremo modo di parlarne anche in futuro.</p>
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		<title>Il Mago della matematica: meno analisi e più statistica</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Sep 2009 15:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Oggi l’insegnamento della matematica si basa su aritmetica e algebra e tutto quello che impariamo in seguito va verso una sola materia: al vertice di questa piramide c’è l’analisi matematica. Penso che quella sia la cima sbagliata; le materie che ogni studente che esce dal liceo dovrebbe conoscere sono invece la statistica e il calcolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Oggi l’insegnamento della matematica si basa su aritmetica e algebra e tutto quello che impariamo in seguito va verso una sola materia: al vertice di questa piramide c’è l’analisi matematica. Penso che quella sia la cima sbagliata; le materie che ogni studente che esce dal liceo dovrebbe conoscere sono invece la statistica e il calcolo della probabilità”. Così afferma il docente di matematica <a href="http://www.ted.com/speakers/arthur_benjamin.html">Arthur Benjamin</a>, uno dei conferenzieri più popolari negli Stati Uniti per la sua capacità di presentare in modo invogliante la scienza dei numeri, tanto da meritarsi il soprannome “Mathemagician”.<span id="more-160"></span></strong></p>
<p>Questo “mago della matematica” ha presentato la sua <a href="  http://www.ted.com/talks/lang/ita/arthur_benjamin_s_formula_for_changing_math_education.html">proposta</a> nel corso di un Ted talk, una breve conversazione reperibile su internet anche con sottotitoli in italiano. <a href="http://www.ted.com/">Ted</a> è una piccola organizzazione non profit dedicata a “ideas worth spreading”, idee che meritano di essere diffuse. Ted significa “Technology, entertainment, design”, perché questi erano gli argomenti dai quali partì l’iniziativa nel 1984, ma oggi i temi sono più estesi. Ogni anno, Ted organizza una conferenza annuale a Long beach, California, invitando relatori in grado di proporre idee e approcci nuovi. La brevità dei “talks” (di norma non più di venti minuti) li ha resi molto popolari sul web, dove sono scaricabili gratuitamente, spesso con sottotitoli assicurati da traduttori volontari. I Ted talks sono poco conosciuti in Italia, anche se qualche <a href="http://www.tuttovolume.net/video/ted-talks/">sito</a> ne ha parlato. Però si stanno  diffondendo nel mondo: nel novembre 2009 se ne terrà uno in India, dedicato agli sviluppi  del Sudest asiatico.</p>
<p>Torniamo alla matematica. Dice Benjamin: “l’analisi matematica è una materia importante, uno dei grandi prodotti della mente umana. Ogni studente che studi scienza, ingegneria, economia, deve sicuramente imparare l’analisi entro il primo anno di università. Ma come professore vi dico che ben poca gente usa l’analisi in modo utile e significativo nella sua vita di tutti i giorni. Invece la statistica è una materia che si potrebbe e dovrebbe usare quotidianamente. E’ rischio, è premio, è casualità, vuol dire capire i dati. Può anche essere molto divertente, perché è la matematica dei giochi e della predizione del futuro. Il mondo sta cambiando, da analogico a digitale, ed è tempo che i nostri programmi di matematica cambino nella stessa direzione, dalla matematica del continuo alla matematica del discreto”.</p>
<p>La proposta di Benjamin mi sembra meritevole di riflessione. Può essere  importante per i giovani conoscere fin dal liceo logaritmi e integrali, ma forse sarebbe ancora più importante rendersi conto del significato e dei limiti di un’indagine per campione, o degli indici di dispersione nella descrizione di un fenomeno. La mia esperienza nell’insegnamento dell’economia in una scuola di giornalismo come l’<a href="http://www.uniurb.it/giornalismo/scuola.html">Ifg di Urbino</a> (con giovani di grande valore, fortemente selezionati) è che ben pochi studenti, anche tra quelli che provengono da economia, scienze politiche, comunicazione, hanno una qualche base di statistica. Si dovrebbe cominciare dalla scuola secondaria: un parziale cambiamento dei programmi di matematica potrebbe essere una soluzione a costo limitato.</p>
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		<title>Informazione: si rischia la crisi di abbondanza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Aug 2009 15:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due post di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che cosa succederà in un mondo in cui scaricare contenuti da Internet senza pagarli non è più considerato un comportamento riprovevole ed è praticamente impossibile perseguire i “pirati”? Mi ero già occupato  di questo tema in due <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/04/18/benvenuti-nel-mondo-dei-pirati-vinceranno-loro/">post</a> di questo blog, ma l’ho sviluppato in un articolo che ho scritto insieme a mio figlio Pietro Speroni di Fenizio per <a href="http://www.eastonline.it/index.php?page=shop.product_details&amp;category_id=&amp;flypage=shop.flypage&amp;product_id=1539&amp;option=com_virtuemart&amp;Itemid=26">East</a>, Europe and Asia Strategies. L’articolo è stato pubblicato nel numero di giugno della rivista sotto il titolo: “Informazione: si rischia la crisi di abbondanza”. Ecco il testo, corredato di qualche link ipertestuale.</strong> <span id="more-141"></span><br />
L’opinione pubblica associa l’<a href="www.unesco.org">Unesco</a> ai “patrimoni dell’umanità”, l’affascinante lista dei siti culturali e naturalistici di tutto il mondo che devono ad ogni costo essere preservati. Pochi invece si ricordano che la United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization è stata negli anni ’70 e ’80 il terreno di scontro di feroci battaglie tra chi difendeva la libertà di stampa e chi sosteneva che in realtà questa libertà nascondeva il monopolio dei media occidentali, liberi di “disinformare” i paesi comunisti e quelli in via di sviluppo.<br />
Vecchie storie. Oggi anche i Paesi che erano usciti dall’Unesco sbattendo la porta, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, sono tranquillamente rientrati. I problemi della governance globale in materia d’informazione e di cultura  sono completamente cambiati. Le battaglie del passato rispecchiavano infatti un mondo nel quale pochi grandi produttori di contenuti dominavano la scena dell’informazione, dell’intrattenimento e della cultura. Le grandi agenzie di stampa stabilivano quali erano le news importanti a livello  internazionale. Pochi magnati monopolizzavano le catene di giornali e televisioni in molti Paesi, le grandi case discografiche forgiavano i gusti del pubblico imponendo i loro cantanti, le major cinematografiche producevano gli unici film destinati a circolare nelle sale, le riviste scientifiche quotate a livello internazionale erano il passaggio obbligato per ottenere credito nelle università.<br />
Oggi, invece, la rivoluzione che passa attraverso le nuove tecnologie ha cambiato tutto. Due forze formidabili stanno trasformando il mondo della proprietà intellettuale e quello dell’informazione in tutte le sue forme: il moltiplicarsi dell’offerta “dal basso” e l’impossibilità di difendere il diritto d’autore.<br />
Chiunque può accedere, in modo più o meno legale, ma comunque efficace, ai “contenuti creativi” presenti nei siti. La televisione satellitare ha messo a dura prova i tentativi di censura dell’informazione da parte dei paesi più autoritari. La comunicazione attraverso i cellulari ha reso impossibile il controllo delle telefonate da una postazione centrale. Nel nuovo mondo dell’informazione scambiata “dal basso” cambiano i modelli di business e gli stessi prodotti offerti alla fruizione del consumatore.<br />
La rivoluzione non è cominciata oggi, ma la crisi accelera il cambiamento, che porta a risultati economici, sociali, politici ancora difficili da immaginare.  Possiamo cercare di sintetizzare le spinte all’innovazione in quattro grandi fenomeni.<br />
<strong>1) La produzione di contenuti dal basso.</strong> La Rete ha abbassato drasticamente i costi per comunicare agli altri le proprie creazioni. Testi, musica e filmati possono essere messi in circolazione da chiunque. I blog sono diventati una forma di giornalismo che non sostituisce i media veri e propri, con la loro professionalità, ma che copre spazi sconosciuti a questi ultimi. Nascono anche nuove forme di comunicazione, attraverso lo scambio di idee nei social network come Facebook. La catena di Sant’Antonio di Twitter, messaggi brevi diffusi istantaneamente ai propri amici via cellulare, batte sul tempo le grandi agenzie di stampa. Attraverso Twitter si sono avute le prime notizie sugli incendi in Australia e quelle sull’attentato di Mumbai. La regina Rania di Giordania ha raccontato la visita del Papa attraverso una successione di messaggini su questo programma.<br />
Si può discutere all’infinito sulla qualità spesso scadente delle comunicazioni che viaggiano attraverso questi mezzi, sulla banalità di milioni di commenti perché tutti si sentono in diritto di dire la loro su tutto e alla fine nessuno li legge. Ma è certo che nel complesso la circolazione dei messaggi fa opinione, occupa tempo finora dedicato alla televisione o ai giornali, dà a ciascuno la speranza (o l’illusione) di farsi sentire anche in un mondo di sette miliardi di persone. Non va dimenticato che, alla faccia dei tanti discorsi, anche giusti, sul digital divide, cioè sulla suddivisione del mondo tra chi ha e chi non ha accesso alla Rete, Internet è oggi il più formidabile strumento di progresso culturale per centinaia di milioni di persone nei Paesi in via di sviluppo, che prima erano condannate a vivere nel chiuso dei loro villaggi o al massimo ad informarsi attraverso la radio o la televisione di regime.<br />
Del resto la qualità della produzione “dal basso” non è sempre scadente: nascono anche nuove forme d’arte, come i filmini su YouTube realizzati anche da artisti professionisti (raccomandiamo “<a href="http://www.youtube.com/watch?v=c9CxZnsbY04">I promessi sposi in dieci minuti</a>” degli Oblivion) oppure le short stories  su Twitter, con il rigido limite di 135 battute, spazi inclusi. Tutto all’insegna della brevità estrema.<br />
<strong>2) I motori di ricerca e gli aggregatori. </strong>Di fronte alla grande massa di notizie, di prodotti, di stimoli che giungono dalla rete, come ci si può orientare? Una risposta classica è data dall’autorità della fonte. Se per esempio cerco dei dati, posso supporre che quelli di un istituto di statistica, o di una qualificata organizzazione internazionale siano più attendibili di altri pescati a caso in internet, magari senza nessuna spiegazione sulla metodologia.<br />
Non è questa, però, la soluzione che va per la maggiore.  L’utente di oggi si basa soprattutto sul consenso degli altri fruitori. Il metodo più noto è rappresentato dai motori di ricerca come Google, il cui algoritmo favorisce le pagine più linkate da altri siti.<br />
Un sistema più sofisticato consiste nell’identificare noi stessi i blog o i siti che ci interessano e “abbonarci” ai loro aggiornamenti attraverso gli “rss feed” cioè dei software che ci dicono quando compare qualcosa di nuovo. Oppure possiamo avvalerci di aggregatori (come Digg o Delicious) che ci indicano, per ciascun argomento, quello che gli altri utenti hanno considerato interessante. Insomma, esistono sistemi per i quali ogni giorno, se il mio interesse è orientato verso un determinato argomento, posso ricevere le newsletter più aggiornate, sapere che cosa hanno pubblicato sui loro blog gli autori più importanti e anche che cosa è stato ritenuto meritevole di menzione da altri cultori della stessa materia. Non c’era mai stata, in passato, una così ampia e contemporanea disponibilità d’informazioni su temi specifici.<br />
<strong>3) Il cambiamento dei diritti di copyright. </strong>C’era una volta il copyright, la difesa dei propri prodotti dell’ingegno contro chiunque se ne volesse appropriare. Era una tutela per gli autori, ma anche un freno ad avvalersi dei prodotti altrui per migliorarli nell’interesse di tutti. Nell’ultimo decennio si sono diffuse varie forme di “copyleft”, sintetizzate nelle varie formule di “creative commons”: anziché vincolare il mio prodotto, posso metterlo a disposizione di tutti (come accade per i software liberi), oppure porre come condizione che i nuovi apporti riconoscano la paternità del prodotto di partenza, oppure ancora che non servano a fare un prodotto commerciale. Il risultato complessivo di questo processo è stato quello di una grande liberalizzazione dei prodotti scambiabili in modo virtuale, un impulso alla ricerca di miglioramenti, un abbassamento dei costi anche da parte dei detentori del copyright per evitare il rischio di essere comunque copiati. La rivoluzione culturale consiste invece nell’aver messo in discussione il valore etico del diritto d’autore, delineando l’utopia di una società in cui tutti mettono i loro prodotti a disposizione di tutti. Una sorta di comunismo che è fallito nel mondo reale ma che nel virtuale potrebbe avere qualche possibilità di realizzarsi.<br />
<strong>4) Il peer 2 peer. </strong>Sul web infuria la guerra contro la pirateria. I detentori di copyright (soprattutto le case discografiche e i produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il peer 2 peer, cioè quei software che consentono di trasferire “da pari a pari”  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E’ di poche settimane fa la notizia della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d’autore dei quattro giovani che con il sito svedese “The pirate bay” hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. “Don’t worry”, hanno risposto i pirati sul loro sito. E hanno invitato tutti i sostenitori a versare via internet una corona svedese (circa dieci centesimi di euro) a Danowsky and Partners, i legali che difendono le case discografiche. Ogni versamento avrà un costo bancario ben maggiore del beneficio: “l’impresa Danowsky spenderà milioni di sterline per processare pochi spiccioli”, ha spiegato il Guardian.<br />
Insomma, ormai il peer 2 peer è diventato un fenomeno così esteso da mobilitare milioni di persone e da trasformarsi in un partito politico in Svezia e in altri Paesi europei. Non solo il giornalista Luca Neri, ma persino l’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, sono convinti che alla fine i pirati vinceranno, perché nessuno, soprattutto tra i giovani,  considera “non etico” scaricare contenuti e nessuno è disposto a rinunciare a questa opportunità. Restano da vedere i tempi e i modi di questa vittoria.<br />
Tutto gratis? La novità sconvolgente di questa nuova economia basata sullo scambio dal basso è la sua quasi completa gratuità. Buona parte della gente che scrive, immette video su YouTube, e scambia file da pari a pari lo fa senza aspettarsi alcun corrispettivo economico. Si crea in questo modo una nuova economia che sfugge alle misurazioni statistiche tradizionali: non c’è dubbio che un sistema sociale ed economico ricava valore aggiunto anche dalla interazione in rete tra i suoi membri; però questo valore non verrà misurato nel calcolo del Prodotto interno lordo perché non corrisponde a un prezzo né (come nel caso delle pubbliche amministrazioni) al costo di uno stipendio necessario per produrlo.<br />
Questa difficoltà statistica è in realtà soltanto il sintomo di una realtà finora poco esplorata: in molti settori, la Rete cambierà totalmente le regole del gioco. E’ difficile per ora intuire la portata di questa rivoluzione, però possiamo provare ad esplorarne alcuni aspetti settoriali.<br />
<strong>L’industria discografica. </strong>Facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i fautori del peer 2 peer: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della “coda lunga” consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. La “coda lunga” è un concetto ormai ben noto del marketing on line: mentre per esempio un negozio fisico di libri o di cd può esporre un limitato numero di prodotti e quindi punterà sulle poche centinaia maggiormente vendibili, in un negozio on line, con costi di esposizione quasi pari a zero, si può anche continuare a “esporre” un libro che vende una copia all’anno, sempre che, si intende, ci sia poi qualcuno in grado di effettuare la consegna fisica, se e quando quel libro verrà ordinato. Nel caso della musica non c’è neppure questo problema logistico: ogni autore può mettere in vetrina la propria musica sui portali specializzati o sul proprio sito e aspettare il successo, attraverso il tam tam dei fruitori.<br />
Già, ma come camperano i musicisti? Sia quelli ai quali il successo arriderà davvero, ma che non avranno più le royalties sulle loro canzoni, sia gli altri, quelli meno cliccati? Risposta dei fautori del peer 2 peer: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni gruppi che hanno fatto la scelta della musica “free”. D’altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi cantanti superpagati e “pompati” dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi, avrà l’opportunità di far conoscere la propria produzione senza l’intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
<strong>Il cinema e la televisione. </strong>E il cinema? Come sopravviverà l’industria cinematografica se tutto diventasse liberamente scaricabile? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe probabilmente il grande cinema legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Si spiega così, per esempio, il rilancio dei film tridimensionali con gli occhialini, che qualche decennio fa erano stati un flop.<br />
Alla fine però è probabile che il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale). Avremo film più corti e magari interrotti dalla pubblicità…. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca spettacoli brevi e “si stufa” a vedere un film di due ore.<br />
Non è detto che sia un bene. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse si dovranno rafforzare i correttivi pubblici in difesa del cinema di qualità.<br />
<strong>I media. </strong>Le grandi reti televisive generaliste stanno avendo dei problemi, col frazionarsi dell’utenza in centinaia di canali tematici e il conseguente crollo della pubblicità. Ma la crisi più grave e immediata riguarda i media cartacei. Il dibattito è esploso proprio in queste settimane, perché, dopo il tracollo dei settimanali avvenuto già da qualche anno, la presa di coscienza della irreversibile crisi dei quotidiani si è ormai diffusa tra gli addetti ai lavori. Non è un caso che i due nuovi direttori del Corriere della Sera e della Stampa, in carica da poche settimane, abbiano fatto riferimento entrambi all’importanza dell’edizione on line, accingendosi ad affrontare un periodo di duro contenimento dei costi del giornale cartaceo.<br />
La partita però è tutt’altro che facile, come dimostra quello che sta succedendo negli Stati Uniti, dove diversi giornali, a cominciare dal Christian Science Monitor,  hanno chiuso o si sono limitati alla edizione on line. Il New York Times offre in affitto la prestigiosa sede progettata da Renzo Piano, mentre si scopre che il giornalista che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer è stato licenziato dalla testata per riduzione di personale. E il Washington Post oggi fattura di più nel settore della scuola e della formazione che con l’editoria.<br />
L’on line salverà il giornalismo? Non è detto, almeno per due ragioni. Le edizioni informatiche dei giornali sono infatti il frutto di un fallimento: sono quasi sempre modeste perché rispecchiano l’incapacità di tutti gli editori di trovare un modello di business adeguato per finanziare i giornali in rete. Lo spiega Clay Shirky, un esperto internazionale che si occupa degli effetti economici di internet, in un suo recente <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">articolo</a>. Solo il WSJ ha trovato modo di finanziarsi facendo pagare l’abbonamento on line, ma si tratta di un giornale specializzato, destinato a un pubblico di professionisti. Quando un giornale si limita all’edizione on line, licenzia un gran numero di redattori perché sostanzialmente taglia il business.<br />
La seconda ragione è che in un mondo che non ha più limitazioni territoriali, tutti tendono a utilizzare chi offre il servizio migliore, mettendolo sostanzialmente in posizione di monopolio. Accade con Google tra i motori di ricerca, per Facebook per il social networking, per la Bbc per l’informazione globale. Le differenze linguistiche consentono ancora spazio ad altri media on line, ma la tendenza inequivocabile è a una grande concentrazione a danno dei più piccoli. Ma anche la Bbc corre pericoli, perché l’utenza giovane non si rivolge soltanto a una singola fonte di notizie, per quanto qualificata, ma usa software di confezionamento come Google News, che consentono di organizzarsi il proprio giornale sulla base dei propri interessi.<br />
E’ facile capire, peraltro, che con questo modo di fare informazione il concetto di obiettività diventerà ancora più sfumato. Nei media tradizionali esiste o dovrebbe esistere l’etica professionale del giornalista a garanzia del rispetto della verità e dell’uso corretto delle fonti. Ci sono organi professionali (come in Italia l’Ordine dei giornalisti) che dovrebbero garantire il rispetto di queste regole. Nessun giornalista (almeno in teoria) può inventarsi di sana pianta una notizia per vendere di più. Nel caso dei blog questo limite professionale non esiste. Ci sono bloggisti anche più corretti di molti giornalisti e altri che fanno un uso totalmente distorto e delirante dei fatti. La distinzione di qualità è totalmente affidata all’utente.<br />
Ma attenzione: la scomparsa del giornalismo come noi lo conosciamo lascerà un gran vuoto. Come scrive lo stesso Shirky, “oggi i media cartacei fanno gran parte del lavoro di ricerca giornalistica, dalla copertura di ogni possibile aspetto di una grossa storia d’attualità al tran tran della cronaca del consiglio comunale. Questa copertura crea benefici per tutti, anche per chi non legge i giornali, perché il lavoro dei giornalisti della carta stampata è usato da tutti, dai politici ai pubblici ministeri, dagli ospiti di talk show ai bloggers”. Che cosa succederà se questo genere d’informazione si ridurrà drasticamente? “Non lo so. Nessuno lo sa”, risponde Shirky. Ma apre uno spiraglio. “La società non ha bisogno di quotidiani. Ha bisogno di giornalisti. Per un secolo, gli imperativi di rafforzare il giornalismo e di rafforzare i quotidiani sono stati connessi così strettamente da non potersi distinguere. Andava bene così, ma adesso la situazione sta cambiando sotto i nostri occhi e avremo bisogno di molti altri modi di rafforzare il giornalismo”. Quali modi? Come si potranno rafforzare le capacità professionali e la capacità di copertura degli eventi da parte di un esercito di “dilettanti trasformati in ricercatori e scrittori”? Shirky parla di sponsorizzazioni e donazioni. Si potrebbero anche immaginare altri strumenti più istituzionali e obiettivi: per esempio, analogamente alle convenzioni dello Stato con agenzie di stampa o radio per che in Italia servono a garantire la copertura di certi tipi di notizie (cronache parlamentari, notiziari regionali e altro) le amministrazioni potrebbero stanziare una certa cifra a favore dei blogger che garantiscono la copertura delle cronache locali. E’ solo un’ipotesi, ma qualcosa in questa direzione potrebbe avvenire.<br />
<strong>I libri.</strong> Mentre le esperienze di romanzo collettivo si moltiplicano, anche con risultati interessanti, su <a href="www.wdl.org">www.wdl.org</a> è stata lanciata la più grande biblioteca on line del mondo. Per ora è poca cosa, ma esploderà, anche perché ha la collaborazione di molte biblioteche nazionali. Vale per le opere non più coperte da copyright, ma per le altre?<br />
Più o meno  sarà la stessa cosa: se il libro è scaricabile a pagamento dalla rete come pdf, è  anche scambiabile; se non lo è, c’è qualcuno che lo mette in rete lo stesso e a quel punto il peer 2 peer lo diffonde gratuitamente. A volte non per sfregio, ma per amore dell’opera e del suo autore, come l’adolescente che traduceva Henry Potter prima che uscisse l’edizione nazionale, mettendo in crisi l’editore che però non se la sentiva di punirlo.<br />
Anche se i nuovi lettori di libri elettronici stanno migliorando in modo significativo, il libro cartaceo è certamente meno minacciato di altri prodotti. Rimane un oggetto di culto, che si può sottolineare, magari facendo un orecchio su una pagina per ricordare qualcosa. Insomma ce ne separeremo con maggiore difficoltà rispetto ai Cd o anche ai giornali. Come afferma Neri nell’intervista qui a fianco, gli editori hanno un po’ di tempo in più per ripensare una strategia.<br />
<strong>Il mondo accademico.</strong> Non tutti i libri, però, devono essere letti dall’inizio alla fine. Per i ricercatori e gli accademici, prevale invece la necessità di consultare una pluralità di volumi e leggere poche pagine per ciascuno di essi, senza necessità di stamparle, magari estraendo una sola citazione per la propria bibliografia.<br />
Questo processo è fortemente facilitato da nuovi software che consentono di scaricarsi centinaia di testi ed effettuare una ricerca parallela sulla base di alcune parole chiave, ottenendo un panorama bibliografico che in passato avrebbe richiesto mesi di lavoro. Come procurarsi i testi necessari? Anche il mondo dell’università si divide tra chi è costretto a pagare e chi ha tutto gratis. La bilancia dei successi accademici propende fortemente per questi ultimi.<br />
Le riviste specializzate si dividono in due categorie: quelle, normalmente le più paludate, che si fanno pagare profumatamente per consentire il download (una media di 25 euro per un singolo articolo!) e quelle che invece sono liberamente scaricabili e che magari fanno pagare gli autori per poter pubblicare i loro pezzi.<br />
Succede pertanto che ci sono studiosi isolati che devono spendere molti soldi per costruirsi un minimo di bibliografia ed altri che hanno accesso gratuito a librerie universitarie e che praticano anche un peer 2 peer  con i loro colleghi, scambiandosi gratis gli articoli ufficialmente a pagamento. E’ ovvio che i ricercatori che possono avvalersi di questo metodo e che hanno accesso illimitato agli articoli, magari illegalmente, pubblicano di più e sono avvantaggiati nella carriera universitaria.<br />
Quali saranno gli effetti sulla qualità della cultura? Positivi per la maggior  circolazione delle idee o negativi perché la visibilità farà premio sull’investimento per approfondire?  Difficile dirlo: nelle rivoluzioni  non tutto  è meglio dell’ancient regime. Però le rivoluzioni  sono difficili da fermare.<br />
<strong>Donato Speroni<br />
Pietro Speroni di Fenizio</strong></p>
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		<title>I migranti, la Libia, l’Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2009 08:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “Come un uomo sulla terra”. E’ stato realizzato su iniziativa di Asinitas, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due filmati totalmente diversi ci danno il senso del dilemma dell’Europa sui problemi dell’immigrazione. Il primo, di grande attualità in questi giorni di visita in Italia di Muammar Gheddafi, si chiama “<a href="http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/">Come un uomo sulla terra</a>”. E’ stato realizzato su iniziativa di <a href="http://www.asinitas.org/home.html">Asinitas</a>, una Onlus romana che opera nel campo dell’accoglienza e della formazione dei migranti, affidando agli stessi immigrati il compito di raccontare con la macchina da presa il viaggio fino al Mediterraneo. Il risultato, altamente drammatico, viene ora proiettato in molte sedi culturali ed è stato anche mostrato a Piazza Farnese in occasione della visita del dittatore libico.<br />
Gli intervistati sono quasi tutti uomini e donne che provengono dall’Etiopia. Il racconto di quello che hanno subito in Libia è sconvolgente. Al termine di un viaggio difficile e pericoloso attraverso il deserto, dopo essere stati più volte derubati, vengono arrestati dalla polizia libica quando arrivano alla costa e rimandati indietro in oasi dove rimangono a  marcire per mesi in prigione. Le donne spesso stuprate, Poi la polizia stessa li libera e li vende a trafficanti di uomini che consentono loro di rimettersi in contatto con la famiglia d’origine, per farsi mandare altri soldi. A questo punto credono di poter andare liberi, ma quasi sempre sono nuovamente arrestati dalla polizia e la trafila ricomincia. C’è chi ha vissuto questo calvario sei o sette volte.<br />
L’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=6-3X5hIFXYU">altro film</a> su cui meditare è uno spezzone cinematografico che si trova su You Tube. Con le aride cifre della demografia, mostra la rapida crescita della popolazione musulmana in Europa e in America. Riporta anche una frase dello stesso Gheddafi, sul fatto che ormai è inutile combattere l’Europa con la spada o il terrorismo, perché per vincere la battaglia per l’islamizzazione basterà aspettare gli effetti della diversa prolificità delle famiglie immigrate rispetto a quelle già residenti.<br />
Il filmino antislamico è realizzato da un’associazione fondamentalista cristiana degli Stati Uniti e il suo invito a rispondere all’ondata musulmana con un’intensa opera di evangelizzazione suona un po’ patetico. O anche pericoloso, se ci porta a  immaginare Occidente dilaniato dallo scontro di religioni. Anche le cifre sono forse gonfiate.<br />
Tuttavia la testimonianza della sofferenza  del primo commovente film, unita all’arido e contrapposto linguaggio delle cifre, devono stimolarci a elaborare una politica che non sia soltanto fatta di frasi a effetto o di misure contingenti e inutili. Una politica che mostri pietà, ma tenga conto delle dinamiche di lungo termine. Cerchiamo di fissare alcuni punti.</strong> <span id="more-123"></span><br />
Innanzitutto, la necessità di distinguere tra chi ha e chi non ha diritto alla richiesta d’asilo, invocata in questi giorni come giustificazione per fermare i respingimenti in mare, è solo una foglia di fico anche se è è giuridicamente fondata. Nelle aree dall’Africa al Pakistan è sempre più difficile distinguere chi emigra per sfuggire a guerre o persecuzioni e chi invece lo fa solo per cercare un migliore avvenire per se e per la propria famiglia. Anche se la Marina italiana riuscisse (operazione impossibile) a organizzare questa selezione sulle proprie navi prima di riportare gli altri migranti in Libia, il fatto stesso di condannare migliaia di esseri umani a rivivere le condizioni della detenzione nel Paese di Gheddafi dovrebbe essere considerato ripugnante e indegno di un Paese civile come l’Italia.<br />
D’altra parte è evidente che l’Europa non può accogliere tutti, perché la spinta alla migrazione, stimolata anche dai cambiamenti climatici e più semplicemente dal diffondersi di modelli culturali che fanno apparire la vita in Europa e in America di gran lunga migliore di quella nei Paesi d’origine, coinvolgerà nei prossimi anni decine di milioni di persone. Ho già <a href="http://www.donatosperoni.it/2008/11/29/sessanta-milioni-ditaliani-non-sono-pochi/">scritto</a> in precedenza che l’Italia, arrivata a sessanta milioni di abitanti e quindi ai livelli di più elevato sovrappopolamento europeo, almeno nelle aree metropolitane, dovrebbe tendere a una politica di mantenimento dell’equilibrio demografico: una politica che darebbe comunque spazio a una immigrazione selettiva (cento – duecentomila immigrati all’anno, considerando la scarsa natalità e i ritorni in patria) in quantità che dovrebbero anche consentire un’accoglienza dignitosa.<br />
E’ evidente però che un grande lavoro va fatto nei Paesi d’origine. Non bloccando la gente in mare, ma facendo di tutto perché i migranti non intraprendano la via del deserto, attraverso Paesi come il Niger e la Libia dove la loro trasformazione in schiavi è pressoché sicura. Iniziative di sviluppo, ma anche d’informazione sono indispensabili per mettere in luce tutti i rischi dell’immigrazione clandestina.<br />
Infine, non c’è dubbio che se anche riusciremo a governare con fermezza e umanità i flussi migratori, l’Europa sarà sempre più una società multiculturale. E allora, anziché negare questa realtà, dovremo interrogarci sul significato profondo della multiculturalità che non significa soltanto apprezzare il kebab o disprezzare il velo delle donne. Ci sono valori importanti di giustizia, diritto, dignità femminile, su cui l’Europa non può transigere. Ed è molto pericoloso dare per scontato che la multiculturalità significhi la creazione di ghetti separati (come abbiamo accettato che avvenisse con i cinesi), senza neppure tentare un’integrazione. Credo però che queste convinzioni siano comuni a molti immigrati che non vivono la loro cultura d’origine come un fondamentalismo. Ecco, forse il grande impegno  nel campo dell’immigrazione in Europa dovrebbe essere proprio questo; non l’evangelizzazione come vorrebbero i fondamentalisti cristiani, ma una grande battaglia laica, per la ricerca di valori comuni su cui costruire un futuro condiviso. Va in questo senso anche l’appello di Obama all’Università del Cairo, segnale di speranza per tutti.</p>
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		<title>Benvenuti nel mondo dei pirati: vinceranno loro</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 09:08:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Donato Speroni</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La guerra contro la pirateria infuria, non solo nel Mar Rosso, ma anche sul web. I detentori di copyright (editori, case discografiche, produttori cinematografici) sono scatenati da anni per bloccare il <em>peer to peer</em>, cioè quei software che consentono  di trasferire &#8220;alla pari&#8221;  tra gli utenti musica, film o testi protetti. E&#8217; di ieri la <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/sentenza-pirate/sentenza-pirate.html" target="_self">notizia</a> della condanna a un anno di prigione da parte di un tribunale di Stoccolma per complicità nella violazione di diritti d&#8217;autore dei quattro giovani che con il sito svedese &#8220;The pirate bay&#8221; hanno facilitato gli scambi formalmente illeciti. &#8220;Don&#8217;t worry&#8221;, hanno risposto i pirati sul loro <a href="http://thepiratebay.org/">sito</a>.<br />
Non ho dubbi sul fatto che  i pirati del Corno d&#8217;Africa alla fine dovranno capitolare. Ma dopo la lettura del <a href="http://www.coopereditore.it/article.php?title=La+baia+dei+pirati">libro </a> </strong><strong> di Luca Neri &#8220;La Baia dei Pirati &#8211; assalto al copyright&#8221; (Cooper editore, supportato da un <a href="http://no-copyright.net/"> sito</a> che segue gli sviluppi della questione), mi sono convinto che invece sul web vinceranno loro. Le ragioni sono spiegate dall&#8217;autore anche in una <a href="http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/tecnologia/p2p/intervista-neri/intervista-neri.html">intervista</a> sulla <em>Repubblica</em>, rilasciata dopo la sentenza svedese. Quello che invece è ancora molto oscuro è come sarà questo mondo dominato dalle leggi (anzi dalla mancanza di leggi) dei pirati: come se Morgan o l&#8217;Olonese avessero esteso all&#8217;intera America spagnola i costumi debosciati della Tortuga. E val la pena di ragionarci.<span id="more-116"></span></strong>Lo confesso: appartengo a una generazione e ho fatto per oltre quarant&#8217;anni un mestiere, quello del giornalista, che portano a considerare sacro il diritto d&#8217;autore, ma il fenomeno del <em>peer to peer </em>è talmente esteso e talmente radicato come comportamento etico nelle nuove generazioni di tutto il mondo (e i giovani  lo insegnano anche ai loro genitori), da farmi sentire come un Don Chisciotte che ancora crede nella cintura di castità in un mondo dedito al libero amore. D&#8217;altra parte anche noi del Medio Evo qualche peccatuccio l&#8217;abbiamo commesso, quando copiavamo i dischi su cassetta o duplicavamo i cd degli amici&#8230; Anche quello era un <em>peer to peer</em>. La novità è che oggi esistono software che rendono questo processo infinitamente più facile, facendo crollare le entrate delle case discografiche e attentando ai bilanci delle major del cinema.<br />
Se i pirati vinceranno la guerra, il mondo delle produzioni creative sarà totalmente sconvolto. Ma non è detto che diventerà peggiore. Cambieranno invece i modelli di business e in parte i prodotti. Per stimolare la discussione facciamo qualche ipotesi, cominciando dal settore dove questo fenomeno è più diffuso: la musica. Che succederebbe se ogni canzone, ogni brano musicale, fosse liberamente scambiato in rete? Due cose, dicono i portavoce dei pirati, che in Svezia, come racconta Neri, sono diventati un vero e proprio partito: la prima è che anziché puntare su pochi gruppi  musicali sponsorizzati dai discografici, il fenomeno della &#8220;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga">coda lunga</a>&#8221; consentirebbe a più gruppi di farsi conoscere. E come camperebbero i musicisti? Risposta: darebbero meno soldi alle case discografiche, puntando invece su concerti, edizioni di pregio e libere donazioni dei fan, come sta già avvenendo per alcuni che hanno fatto la scelta della musica &#8220;free&#8221;. D&#8217;altra parte, oggi il mondo della musica si divide tra pochi gruppi superpagati e pompati dalle case discografiche e una grande massa di musicanti che fa la fame. Non è detto che nel mondo dei pirati questa massa starà peggio; anzi,  avrà l&#8217;opportunità di far conoscere la propria produzione senza l&#8217;intermediazione dei discografici e magari guadagnerà di più.<br />
E il cinema? Qui le risposte sono ancora più problematiche. Si salverebbe quello legato alla fruizione collettiva, cioè i film che è comunque bello vedere in una grande sala con altri spettatori, avvalendosi delle tecnologie visive e sonore più avanzate. Alla fine però è probabile che  il risultato complessivo sia un ridimensionamento del costo e del numero dei film, con meno  effetti speciali e attori meno pagati (tranne i pochi destinati ai grandi successi nelle sale), film più  corti e magari interrotti dalla pubblicità&#8230;. in pratica sarebbe un appiattimento su produzioni di tipo televisivo, in linea coi gusti del pubblico giovane che cerca film più corti e &#8220;si stufa&#8221; a vedere un film di due ore.<br />
Non sono sicuro che sia un bene: non tutto è bello, in una rivoluzione. Certo ci sono anche i filmini di You Tube, ma non è la stessa cosa. Forse  si dovranno cercare dei correttivi pubblici. Analogamente, nel mio precedente <a href="http://www.donatosperoni.it/2009/03/21/il-giornalismo-sopravvivera-ai-giornali/" target="_blank">post</a> ipotizzavo un giornalismo senza giornali, meno spontaneistico dei contributi dei blogger peraltro importanti, ma capace di coprire sistematicamente la cronaca come fa oggi la carta stampata.<br />
E le altre opere dell&#8217;ingegno, i libri, le riviste accademiche e culturali? Ne parleremo la prossima volta.</p>
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